mercoledì 1 giugno 2016

Indonesia: Micro credito a Mandrehe

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I colleghi di Caritas Sibolga hanno voluto raccontarci come funziona il programma di micro credito attivo a Nias e nel corso di una visita a Mandrehe hanno raccolto alcune interviste ai beneficiari del programma.


Che Cos’è?

Il programma di micro credito attivato da Caritas Sibolga e finanziato da Caritas Italiana ha preso avvio a Marzo 2013 e prosegue tutt’oggi. L’obiettivo principale è quello di aiutare le famiglie più povere di Gunungsitoli e di Mandrehe a migliorare le proprie condizioni di vita.
Ad oggi, il programma conta in totale 111 beneficiari  (il numero aumenta di anno in anno), di cui 70 nella città di Gunungsitoli e 41 nei dintorni di Mandrehe. Ciò che differenzia le due aree è la diversa domanda di occupazione: a Gunungsitoli molti dei beneficiari sono piccoli venditori, sarti o barbieri mentre a Mandrehe, coltivatori di gomma.
Caritas Italiana ha finanziato il programma negli anni, per un totale versato di 580.500.000 rupie. L’investimento iniziale è stato di 150.000.000 di rupie, a cui nel Novembre 2014 ne sono stati aggiunti 225.000.000. Nel Giugno 2015, Caritas Italiana ha donato poi altri 200.000.000 di rupie. Il programma prevede anche l’utilizzo di un fondo di rotazione, grazie al quale si è arrivati a reinvestire 712.500.000 rupie, per un totale di 1.293.000.000 rupie.

A Nias sono diffuse le cooperative di credito ma i criteri per poter accedere ai prestiti non permettono alle categorie più povere di usufruire di questa possibilità. Molto frequente è l’accesso a fondi attraverso prestiti ad alto interesse. Questo è diventato un problema sociale rilevante per le famiglie che devono ripagare i debiti per molti anni e che non sono in possesso di un lavoro stabile.
Tre le famiglie di contadini, di artigiani o venditori che sopravvivono con un budget limitato e insicuro è molto difficile riuscire a risparmiare o affrontare le spese impreviste, così come è molto difficile avere dei fondi iniziali per la microimprenditorialità.
Inoltre in Indonesia, ed anche a Nias, esistono molti gruppi di persone che si auto organizzano in gruppi di risparmio/prestito autogestito, secondo delle regole conosciute come “arisan”, che permettono ai membri di mettere una quota mensile e di poter prendere in prestito a turno le quote degli altri su base annuale. Queste iniziative sono molto diffuse perché quello che manca è la possibilità di avere delle quote in contanti, grandi abbastanza da fare acquisti particolari o affrontare spese impreviste. Il problema dell’ “arisan” è che non è istituzionalizzato e che i partecipanti o il tesoriere del gruppo potrebbero non essere persone oneste  o potrebbero non riuscire ripagare il debito contratto. 


Come funziona il programma?

Entrare a far parte del programma è semplice: è richiesta la partecipazione ad una giornata di formazione, durante la quale vengono organizzate lezioni per poter conoscere la contabilità di base e vengono fornite le prime nozioni per la stesura di un semplice business plan. A questo punto Caritas Sibolga inizia ad erogare il denaro in prestito, partendo da una cifra base di 2.500.000 rupie. La soglia del prestito si alza poi a 5.000.000 di rupie, 7.000.000 di rupie, per arrivare infine a 10.000.000 di rupie, previa valutazione della gestione del prestito precedente.
Il denaro dovrà essere restituito mensilmente, con un interesse dell’ 1,5%, da cui lo 0,25% sarà trattenuto dai singoli beneficiari come guadagno. In questo modo Caritas vuole motivare coloro che partecipano al programma a risparmiare e a farlo continuativamente.


Visita ai beneficiari del programma di micro credito a Mandrehe

Siamo partiti molto presto da Gunungsitoli per arrivare a Mandrehe, nella parte occidentale dell’isola di Nias, a pochi chilometri da Sirombu. Abbiamo attraversato l’isola da Est ad Ovest, tra la vegetazione lussureggiante e le piccole case di legno, accompagnati da Irene e Pak Ely.
Irene è la responsabile del programma di micro credito in Caritas Sibolga: due volte al mese si reca sul posto per riscuotere il denaro e per incontrare i beneficiari del programma.  Durante i due incontri programmati tutti i 41 beneficiari devono presentarsi per restituire la loro quota mensile. Nel caso in cui non siano in grado di farlo, potranno posticipare al mese successivo, pagando però una penale pari a 1.000 rupie al giorno, dalla data del 16 del mese corrente fino al giorno in cui restituiranno il denaro.  Irene ci racconta che non sempre coloro che partecipano al programma sono buoni pagatori. Alcune volte è capitato che non saldassero il proprio debito ed in questo caso veniva chiesto loro di restituire il denaro prestatogli, esonerandoli poi dal programma. Altre volte è successo che scomparissero senza saldare il proprio debito.
Il luogo in cui incontriamo i partecipanti è il Resource Center. Questo centro è stato avviato nel 2008 e la gestione è stata affidata alla parrocchia di Nias Ovest nel Luglio 2014. Intorno a noi un ampio terreno agricolo dedicato alla produzione di frutta e verdura ed altri prodotti agricoli destinati alla vendita nel mercato interno dell’isola. Il RC di Mandrehe è nato proprio con lo scopo di sensibilizzare la popolazione locale ai temi della sicurezza alimentare: a Nias vi è una forte affezione alla coltivazione della gomma che però lega il guadagno alle oscillazioni della domanda sul mercato internazionale. La coltivazione di generi alimentari permetterebbe invece di soddisfare le proprie necessità alimentari e di vendere l’eccesso.
Il nucleo dei lavoratori è composto da studenti della scuola locale di formazione agricola che qui svolgono il loro tirocinio.

La maggior parte dei beneficiari del programma sono donne che parlano solo la lingua Nias. Pochissime di loro conosco la lingua ufficiale, l’Indonesiano.  Alcune, soprattutto quelle che sembrano più anziane, non sanno con esattezza la loro età.

Durante la visita alcune di loro ci hanno raccontato le loro storie e le loro vite. Ci hanno spiegato che tipo di attività hanno intrapreso e cosa pensano di questo programma.

Nome: Ina Liri
Età: 44 anni
                                          
Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Ho investito i soldi per prendere in affitto alcuni terreni per la coltivazione della pianta della gomma e per pagare le tasse scolastiche ai miei figli”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Ho già ricevuto i soldi quattro volte. Il primo investimento che ho fatto è stato appunto per pagare i terreni destinati alla coltivazione della gomma, mentre con i prestiti successivi ho avviato l’attività e pagato le tasse scolastiche”.

Quanti figli ha?
“Ho sei figli: tre maschi e tre femmine che hanno dai dieci ai vent’anni”.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma? 
“Sì sono molto soddisfatta. Per poter partecipare non ho dovuto presentare il certificato di proprietà della casa, come garanzia, cosa di cui invece le altre cooperative di credito necessitano. Entrare a far parte del programma è stato molto più semplice”.

Nome: Ina Ove
Età: 42 anni

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Ho deciso di investire il denaro per l’allevamento di maiali e per la coltivazione di riso e gomma”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Tre volte. Il primo investimento è stato l’acquisto di quattro maiali e delle sementi”.

È sposata? Quanti figli ha?
“Ho un compagno, attualmente. Mi occupo dei sei bambini che lui ha avuto dalla moglie precedente e di una bimba di due anni frutto della nostra relazione.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sono contenta perché avevo già partecipato ad un precedente programma attivato da una cooperativa di credito ma il procedimento per aderirvi era stato molto macchinoso. Il programma di Caritas richiede invece meno garanzie ai beneficiari. Mi trovo bene anche perché casa mia è molto vicina al luogo in cui mensilmente ci incontriamo con Irene".

Nome: Mawar
Età: 50 anni circa

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Io non so scrivere e non so leggere – è la prima cosa che questa signora ci dice.
Ho investito il denaro per l’acquisto di alcuni polli e maiali e per potermi dedicare alla coltivazione del riso e della gomma”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Ho preso il denaro già tre volte. L’ho utilizzato per acquistare fertilizzanti, antiparassitari e concime e per pagare le tasse scolastiche ai miei figli”.

È sposata e ha figli? 
“Sono sposata e ho nove figli ma due di loro sono già morti. Ho tre femmine e quattro maschi, di cui tre già sposati”.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì, sono contenta perché il tasso di interesse richiesto da questo programma è minore rispetto a quello richiesto da altri enti. Avevo già provato a partecipare ad un programma attivato dalle cooperative di credito ma avevo deciso di rinunciare perché le procedure per l’adesione erano troppo complicate.  Vorrei che il programma attivato da Caritas proseguisse e andasse avanti negli anni a venire, perché ho bisogno di questi soldi per mandare i miei figli a scuola”.

Nome: Ina Muliana
Età: 42 anni

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Ho acquistato alcuni maiali e mi sono dedicata alla coltivazione della pianta di gomma. Ho anche un piccolo ristorante che però gestivo già prima di entrare a far parte del programma”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Due volte ma ora ho già ripagato tutto e sto cominciando a risparmiare mettendo via il denaro”.

Quanti figli ha?
“Ho quattro figli: tre femmine e un maschio già sposato con tre bambini”.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì. La procedura per aderirvi è molto più semplice poiché non sono necessarie particolari garanzie”.

Come è venuta a conoscenza del programma?
“Questo è sempre stato un luogo di ritrovo per le persone che abitano nei dintorni ed uno dei ragazzi che vi lavora mi aveva parlato dell’esistenza di questo tipo di programma”.

Nome: Ina Ferda

Età: 33 anni

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
Ho un allevamento di maiali e mi dedico alla coltivazione del riso e della pianta di gomma. L’acquisto della scrofa è stato molto fruttuoso perché ha già dato alla luce ventisette maialini, partorendo tre volte. Sono riuscita a vendere i piccoli a 230.000 rupie l’uno, ricavando circa sei milioni di rupie”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Tre volte. Il mio primo investimento, con i 2.500.000 di rupie ricevuti dal programma, è stato proprio l’acquisto di una scrofa per 400.000 rupie”.

Quanti figli ha?
“Ho due figli, un maschio di cinque anni ed una femmina di tre anni che frequentano la TK - che corrisponde alla nostra scuola materna.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì, certo, perché in questo modo posso ricevere i soldi quando ne ho bisogno, anche in caso di necessità e posso pagare le tasse scolastiche per i miei figli. Grazie a questo programma ora ho ottenuto un guadagno sicuro tramite la vendita dei maiali”.

Come è venuta a conoscenza del programma?
“Anche io ne sono venuta a conoscenza tramite il passaparola da parte di uno dei membri dello staff del Resource Center.

Nome: Ina Teti
Età: 32 anni

Ina Teti non è originaria dell’isola di Nias ma proviene da Jambi (Sumatra). È qui ormai da dieci anni quindi parla molto bene anche la lingua Nias. Si è trasferita qui dopo aver conosciuto quello che è il suo attuale marito.

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Mi sono dedicata alla coltivazione della pianta di gomma. Mio marito invece lavora come carpentiere”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Tre volte”.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì, sono contenta. È stato sicuramente un grosso aiuto”.

Come è venuta a conoscenza del programma?
“Anche io come le altre ne sono venuta a conoscenza tramite un membro del personale del Resource Center”.

 Nome: Ina Sani
Età: 61 anni circa  non conosce l’età esatta

Ina Sani si presenta con un sacchetto di plastica trasparente con dentro del tabacco, un accendino e dei pezzi di nipah, un tipo di palma tipico delle zone tropicali del Sud-Est Asiatico (che utilizza per avvolgere il tabacco). 

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Ho una piantagione di alberi da gomma e vendo sandali al mercato tradizionale”

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Quattro volte. Oggi ho preso circa 3 milioni di rupie. Ho utilizzato il denaro del primo prestito per acquistare i sandali da rivendere al mercato”.

Quanti figli ha?
“Ho sei figli. Uno è già sposato. Due si sono laureati in Teologia ed ora uno di loro insegna in una scuola a Gunungsitoli. Altri due invece vivono fuori Nias, per lavoro. L’ultimo abita con me.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì. Questo programma è migliore degli altri offerti dalle cooperative di credito così riesco a gestire meglio i soldi che entrano ogni mese”.

Il secchio e il sasso

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Il viaggio che separa casa nostra da Kay Chal non è mai ripetitivo e scontato.
Un giorno può capitare di trovare la strada libera e di riuscire letteralmente a volare fino al centro, un altro giorno bisogna prendere qualche scorciatoia sterrata che ci tiene belli svegli e sballotatti per evitare un po’ di traffico, altri giorni ci si blocca nelle scorciatoie e allora si può schiacciare un pisolino, altre volte ancora anche le scorciatoie abituali sono inagibili. È in quei giorni che bisogna guadare il fiume.

Port au Prince: il ponte Marasa e il fiume che guadiamo.

Ci dirigiamo verso la strada che guada il fiume . Questa mattina è più trafficata del solito visto che molti deviano di qui per entrare in città. Attraversiamo il fiume col nostro potente mezzo e iniziamo la risalita dell’altra riva seguendo un’altra macchina che abbiamo davanti a noi.
Arrivati ad un certo punto, intravediamo un po’ di persone sul bordo della strada e ci chiediamo cosa stiano facendo lì. La macchina davanti si ferma, parlano un po’ e poi riparte. Ci mettiamo in moto anche noi ma subito alcuni uomini piazzano in mezzo alla strada davanti a noi un bel bokit (secchio) che ci impedisce di passare.
“Ma cosa state facendo? Perché non si può passare?”
“Per poter passare di qua dovete pagare…”
“Ma perché?La strada non è mica privata,c’è sempre stata e tutti la usano…”
“Si ma oggi per passare si paga…l’abbiamo anche sistemata un po’ visto che c’era tanto traffico. Potete darci quello che volete non c’è una tariffa….”
“Ma non è normale dover pagare per poter usare una strada….” Per evitare complicazioni, gli diamo 25 gourdes, poco meno di mezzo dollaro.
La cosa ci lascia stupefatti, la povertà porta l’uomo ad ingegnarsi e ad approfittare delle situazioni più disparate.
Sembra essere così confermata l’idea generalizzata del popolo haitiano che, povero, cerca di sopravvivere in ogni modo incapace di buon senso, gentilezza e solidarietà.
Il nostro viaggio prosegue e ci immettiamo in una scorciatoia battuta quotidianamente. Arrivati quasi allo sbocco sulla strada asfaltata (finalmente) vediamo in mezzo alla strada un bella roccia che non impedisce il passaggio ma lo rende sicuramente più difficoltoso. Un signore che cammina al bordo della strada si ferma, prende la roccia, la sposta, ci sorride e prosegue il suo cammino.
Ma come?Non ci chiede di pagarlo per il servizio che ha fatto?
Il susseguirsi in maniera ravvicinata di questi due gesti mi ha fatto riflettere: ma com’è il popolo haitiano veramente?
Da un lato lo stereotipo confermato dal secchio che le persone cercano in ogni modo di poter guadagnare qualcosa per poter vivere, dall’altro lo stupore di un gesto gratuito e inaspettato che ribalta la prospettiva .



martedì 24 maggio 2016

¡¡¡Mochilleras Nica Sce!!!

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Le vie del Norte: 
Esteli, Somoto, Matagalpa, 
Jinotega, Chinandega 
e il Golfo de Fonseca

Partenza da Managua al mattino presto: mangeremo del gallo pinto in un ranchon per strada, ma prima togliamoci dalla metropoli! Direzione Nord, abbiamo in mente di goderci qualche giorno di fresco, di fare un bagno nel cañon di Somoto e di passeggiare nelle riserve forestali.


Nel primo pomeriggio arriviamo ad Esteli, niente a che vedere con Managua: strade pulite impreziosite da murales colorati, un bel parco di fronte al museo di archeologia (chiuso, perché nel fine settimana e nei giorni di festa la maggior parte dei musei è chiusa) e qualche bel locale con birra fresca e buona musica. 

Lasciamo gli zaini in ostello, riempiamo le borracce e andiamo verso il Salto della Estanzuela che rimane appena fuori città, dopo una breve passeggiata arriviamo alla cascata: non è imponente come dev’essere durante la stagione delle piogge e decidiamo di non fare il bagno, ridiamo per gli spruzzi e le grida di due ragazzi più intraprendenti di noi.
La mattina dopo saliamo sul nostro fuoristrada e ci avventuriamo verso la Reserva de Miraflor dove ci aspetta Juan de Dios, il fattore di una delle numerose comunità contadine della riserva, e dopo quasi tre ore di sterrato arriviamo alla sua finca e partiamo insieme a lui e al suo cane per una passeggiata sui sentieri che attraversano la comunità. Il paesaggio è da fiaba, con pastes (piante rampicanti simili a barbe di mago) che pendono dai rami, alberi dalle radici enormi, sciami di farfalle scure e una vista mozzafiato su una foresta che si perde a vista d’occhio.  



Una volta rientrate alla finca la moglie di Juan ci serve un pranzo goloso cucinato con e verdure coltivate dalla famiglia, riposiamo sull’amaca, 

nos echamos un pelòn 

e ripartiamo verso Esteli.




Rinfrancate dalla bella passeggiata, terminiamo con una Victoria Clasica bien helada in un baretto a due quadre dal nostro ostello, scherziamo su quanto ci mancassero le passeggiate nella natura e stabiliamo la mossa successiva: sveglia presto (ma dai!) e via verso Somoto, famosa per il suo canyon e le falesie verticali.

Somoto è piccola, si gira in fretta e così dopo pranzo pensiamo di salire a Las Sabanas per vedere il tramonto sulla croce in cima al monte, compriamo due sacchetti di tajadas di yucca e ci rimettiamo su strada, diamo un passaggio a una famiglia di contadini che rientrano a casa e chiacchieriamo insieme mentre, tornante dopo tornante, la vetta si avvicina. Nello spiazzo sotto la croce dei ragazzi improvvisano una partita a pallone, restiamo fino a che non ci assale un certo languorino.
La mattina dopo siamo pronte per risalire il canyon con Fausto e la sua cagnolina temeraria che passerà tutta la mattina accoccolata sulle nostre schiene mentre nuotiamo tra una pozza e l’altra di acqua verde e fresca.

Da Somoto a Matagalpa. 




...E in questa città ci abbiamo lasciato un pezzetto di cuore... 


Un saliescendi continuo incastonato nella selva, pulperias e locali colorati, un ufficio turistico che non sa che informazioni dare ed un museo del caffè dove, inspiegabilmente, i pannelli su Ruben Dario superano di gran lunga quelli sui chicchi  e sulla loro lavorazione. Ce la godiamo tutta, in lungo, in largo e soprattutto in alto e in basso, nonostante non siamo più abituate alle salite, praticamente assenti a Managua. 




L’ennesimo ostello e l’ennesima sveglia presto, un salto ai banchi per riempire lo zaino di frutta, pomodori e tortillas e via verso la Selva Negra dove perdersi tra sentieri che, se inizialmente sembrano facili, si inerpicano in salite di fango, sembra di risalire un toboga! Sconvolte dalle risate (e dalle culate)  




ci godiamo ogni passo nella selva umida, stupite, ancora una volta, dalla quantità di sfumature che può assumere il verde!!!

...Da Matagalpa a  Jinotega


ma costeggiando il lago con l’idea di trovare un bel posto dove passare la notte. Ahinoi! Quando, secondo i nostri calcoli, avremmo dovuto essere già sulla sponda opposta ci accorgiamo che la strada costeggia il lago, ma su un solo lato. non ci resta che ritornare sui nostri passi, confuse su che rumbo dare al nostro itinerario… si vedrà, ora meglio cercare una litera… e la pancia sta già gorgogliando! E quindi

¿che direzione prendere?

Gli ultimi sono stati giorni di foreste, laghi e cascate… e setentassimo di rispondere all’annosa questione “mare o monti”? 


¿Ma dai non ricordi?
¡¿Ci hanno parlato del Golfo de Fonseca 
se facessimo questa follia e andassimo lì?! 

Dai, un bel tuffo al tramonto, no? Detto-fatto, si parte rumbo a Chinandega e poi da lì si vedrà! Ore di strada immensa, la mente divaga sulle leggende panamericane mentre noi vaghiamo sulla mitica carretera panamericana cercando senza sosta una stazione radio che non balbetti.


Chinandega quindi e da Chinandega a Jiquilillo. Una levataccia in montagna e la promessa di un bagno in mare alla sera, cosa volere di più? Affittiamo una capanna di lamiera in riva al mare ad un prezzo stracciato e corriamo verso l’acqua! Dopo il bagno una doccia salata, un paio delle solite Victoria Clasica bien e una serata in veranda a chiacchierare con Danilo, il giovanissimo proprietario del lodge.

La mattina dopo decidiamo di andare verso il Volcán de Cosigüina dalla cui cima si dovrebbero vedere tre paesi, Nicaragua, Honduras e Salvador. Si vedono davvero? È una leggenda? Non abbiamo la risposta… dopo quasi tre ore su uno sterrato di sabbia e polvere abbiamo desistito e, dopo una faticosa manovra, siamo ritornate sui nostri passi. E dire che tutti ci dicevano che era giusto per di là! (E dire che tutti ci chiedevano se fossimo matte ad andarci sole!)

Questi giorni di Nicaragua on the road si chiudono così, con l’incognita del Volcán de Cosigüina e la certezza di ritornare, di ritentare ed essere più fortunate. Per amor di cronaca, s’intende!

Vamos a la playa (o- ooo-o!) 
Las Peñitas, Pochomil, San Juan del Sur e la Costa Caribeña

In Nicaragua fa caldo, a Managua sembra faccia ancora più caldo, dev’essere per lo smog e la polvere, ma il caldo si percepisce di più, è addirittura materico: pastoso e vischioso! Ma soprattutto a rendere il caldo così caldo e l’aria polverosa così fastidiosa è la lontananza del mare. D’accordo, può essere che stia esagerando, ma io sono nata sulla riva del mare e respiro meglio quando lo annuso.
Il Nicaragua ha laghi, lagune e laghetti, “…hermosa tierra de agua y volcanes…” ma si allunga tra due oceani che, non me ne vogliano i sostenitori del canale, non si toccano, non l’attraversano, non si mischiano ed è bene così.

Ma non divagherò! ed evitando di salpare per chissà quali ragionamenti, eccoci su alcune delle spiagge nicaraguensi... Lunghe e sabbiose, strisce color ocra che si snodano tra la vegetazione e l’immensità di un oceano che, a dispetto del nome che porta, Pacifico non lo è mai: a volte alza e sbuffa onde altissime, delle altre srotola correnti sottomarine che a malapena increspano la superficie ma insidiose come sgambetti. 

E noi siamo andate in molte spiagge: a nord e a sud di Managua, a Las peñitas e a Pochomil. E siamo andate ancora più a sud, svalicando il Crucero (dove congiungono tutti gli sfiati dei vulcani di Managua e il cielo è sempre nuvoloso e l’aria sempre fresca), attraversando Diriamba, Jinotepe, Nandaime e Rivas, sempre giù fino a San Juan del Sur, una cittadina di bed&breackfast e surfisti con ville enormi e lussuose sulle colline che scintillano per i riflessi di luce sulle vetrate e sulle piastrelle azzurre delle piscine. 

Ma se, al bivio del Palì, si gira a sinistra, si supera la cancha de béisbol, si attraversano i barrios che non luccicano affatto e si segue lo sterrato si arriva a Playa hermosa e alla vicina Playa el coco, dove una sera abbiamo visto una 

tartaruga di mare deporre le sue uova… 

e dei pescatori rubargliele da sotto, infidi e meschini sotto al naso delle guardie della riserva che, pochissime su chilometri di spiaggia, non hanno potuto fare nulla.  


 Non c’è Pacifico senza Atlantico.

Il RAAS e il RAAN (Región Autónoma del Atlántico Sur e Región Autónoma del Atlántico Norte) sono due regioni molto estese, coprono dal centro del paese al Mar del Caribe, la natura la fa da padrona incontrastata e sono poco popolate ma multietniche: vi si incontrano diverse popolazioni indigene, i Miskytos soprattutto, ma anche molti Creoles afro discendenti.

Purtroppo non è affatto semplice muoversi per queste zone, i collegamenti via terra sono apparentemente inesistenti, con un breve volo aereo da Managua abbiamo raggiunto Corn Island e da lì, dopo ore di attesa al porto, siamo salite su una lancia per raggiungere l’isola piccola dove abbiamo oziato per un intero fine settimana. 
 Tutto su questo lato è diverso. Diversa la lingua, diversa la musica, diversi i volti, diverso il pane. Little Corn Island ha molti turisti, perlopiù mochilleros, ma non sembra aver perso molto della sua autenticità.  Si vanta d’essere isola verde, ha politiche ecologiche brillanti, non vende acqua perché è bene universale, riduce, riutilizza e ricicla, rinuncia ad alcune comodità in nome dell’ambiente. 


Leon

Interessantissima pe la sua architettura coloniale e per la storia, qui c’è uno dei più importanti musei della Rivoluzione sandinista.

Ben collegata a Managua da bus e pulmini, si raggiunge in un paio d’ore di sorpassi spaventosi. Città a misura d’uomo, dà la possibilità di passeggiare per le strade del centro storico, scoprendo ogni volta nuovi dettagli. 

Abbiamo avuto la fortuna di poter salire sul tetto del museo per vederla dall’alto, può sembrare banale, ma è stato emozionante salire oltre il quarto piano di un palazzo in un paese dove, per ovvie ragioni, la maggioranza di case e palazzi supera i due piani di altezza. C’è un bel mercato coperto, dove si incontrano moltissimi tipi di frutta e di verdura, 

repollos guanabana, zapote, chayote, camote, quequisque, popote, remolacha, narajas, granadilla, pitaya

Masaya e Granada

A pochi chilometri da Managua, Masaya è una piccola città con un bel mercato di artigianato, ma la sua attrattiva principale resta senza dubbio, il vulcano da cui prende il nome.


Durante il giorno, dopo una breve salita, offre una bella vista di Masaya e di Managua, ma è di notte che dà il meglio di sé regalando scenari pazzeschi: il cratere si incendia e splende nel buio, uccelli e pipistrelli volano tra gli sbuffi di zolfo e, quasi invisibili a Managua, si accendono migliaia di stelle.

A breve distanza da Masaya si può visitare la Laguna de Apoyo, formatasi dentro un cratere estinto. L’acqua è piuttosto calda e le spiagge sono sempre molto frequentate: su una sponda abbondano bar e locali, regnano la cumbia e il merengue mentre sull’altra, non raggiungibile, la folta vegetazione arriva fino al bagnasciuga e si confonde nel verde della laguna. 



Una leggenda racconta che sul fondo del lago ci sia una finca fantasma e che chiunque vi faccia il bagno dovrà raggiungerla, una volta morto, e lavorarvi cento anni prima di riprendere il suo viaggio.

Proseguendo di poco verso sud si raggiunge Granada, altra città coloniale dai colori sgargianti e dai molti mercaditos. Schiacciata sul Lago Cocibolca guarda al Volcán Mombacho e alla miriade di isolotti che sono nati da una delle sue esplosioni. 



Paese di laghi, vulcani, spiagge e selve il Nicaragua offre una grande varietà di paesaggi e di realtà. Appena fuori Managua, poco lontano dalle sue strade ampie e caotiche, si ritrova una natura potente e rigogliosa che andrebbe sicuramente più curata e rispettata, ma che resiste e prospera. Non troppo lontano dai centri commerciali, dai fast food e dai quartieri troppo densamente abitati della capitale, ci si imbatte nei più autentici ranchon e mercaditos, le persone sono generalmente più ciarliere e bendisposte nei confronti dei viaggiatori ficcanaso ed è facile rintracciare l’entusiasmo e la curiosità per esplorarlo e per laciarsene attraversare.



e, a proposito di attraversare, scriviamo buttando sempre un occhio alle carte, prossima meta, Ometepe! 

...per mestiere aver scelto il mestiere di Vento... 




giovedì 12 maggio 2016

Un viaggio tra tradizioni e credenze indigene

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Ieri sera, mentre ero prossima a lasciarmi cullare tra le braccia di Morfeo, un articolo di Internazionale ha attirato la mia attenzione: “La Bolivia ricorre ad ostetriche indigene per ridurre la mortalità”.
Nell'articolo si parla del timore delle donne indigene di partorire negli ospedali e della preferenza per il parto in casa e tecniche tradizionali: Alla base del ricorso alla medicina tradizionale non c’è infatti solo la fiducia nelle pratiche naturali, ma anche la vergogna delle donne aymara a farsi vedere e toccare da un uomo proveniente della città”; inoltre il parto in ospedale viene percepito come “un elemento traumatico in un ambiente ostile”.
Per avvicinarsi ai bisogni della popolazione, nella cittadina di Patacamaya, si è cercato di mettere in atto un modello di intervento interculturale che prevede da un lato un lavoro fianco a fianco tra curanderos tradizionali e dottori professionisti e dall'altro la creazione di sale parto diverse dalle solite camere d'ospedale e più vicine ad un ambiente familiare: pareti che richiamano i colori della natura, mobilio in legno, piccola cucina per i parenti ecc.
Insomma un bell'esempio di interculturalità!

In generale, la tradizione in Bolivia è molto forte.
In questi otto mesi di servizio civile mi sono scontrata numerose volte con pratiche e credenze indigene così lontane dalla nostra cultura, ma sicuramente affascinanti!

Una delle cose che più ho apprezzato è il fatto che la medicina tradizionale è una medicina naturale, nel senso che utilizza solo elementi che si trovano in natura. Ho scoperto che esistono erbe per ogni male: emicrania, mal di stomaco, diarrea e febbre.
Zenzero, camomilla, limone, cannella, maizena, rosmarino ecc hanno delle proprietà che neanche immaginavo!

Per esempio, sapevate che maizena e coca cola aiutano per la diarrea?!? Altro che Imodium!

La visione principale della medicina indigena si basa sul concetto che la vita è l'unione di corpo, sentimenti, mente, anima, natura. La salute viene vista come uno stato di benessere fisico, mentale, sociale, morale e spirituale ed equilibrio cosmico. Per questo motivo, una malattia non po' essere trattata in maniera frammentata!
Nella cultura aymara la malattia è il risultato evidente della perdita di equilibrio, di stabilità della relazione uomo e natura, ed è per questo che la soluzione bisogna cercarla nel mondo naturale

Ma la di là della medicina, esistono delle vere e proprie pratiche di “guarigione”. Una è il richiamo dell'anima.
Parlando con le mamme dei bambini del centro di nutrizione dove svolgo il servizio, ho scoperto che, quando un bambino sta male per parecchio tempo e non si riesce a soluzionare ( span-Italian: " trovare una soluzione!") il problema, si cerca di richiamarne l'anima attraverso un campanello, sussurrando il nome del bambino malato e frasi in lingua quechua...anche la mia assistente sociale ha detto che funziona! Non si sa mai, meglio prenderla in considerazione!

Ma sono molte le occasioni nelle quali è necessario richiamare l'anima. Altro esempio: si pensa che quando una persona si spaventa una parte di anima si allontana dal corpo per la sorpresa...meglio richiamarla prima di perdere un pezzo di sé!

Insomma...volete davvero sottovalutare tutte queste credenze e conoscenze? Non si sa mai, io continuo a informarmi!