mercoledì 23 marzo 2016

Bordertown

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Per gli europei della mia generazione, nati sotto la buona stella degli accordi di Schengen, il confine ha sempre rappresentato un concetto immateriale più che dei veri e propri limiti fisici. Una tale libertà di movimento al di fuori dei nostri confini nazionali, ci ha permesso di crescere con radici saldamente ancorate ben oltre le nostre frontiere. Forti della consapevolezza che non sono le frontiere a fare la differenza tra le persone, ci sentiamo ormai cittadini del mondo intero e patrioti dell’umanità nel suo complesso, per prendere a prestito le parole di Charlie Chaplin.

Almeno in Europa, gli unici confini che abbiamo sempre dovuto affrontare erano quelli generati dalle nostre menti, i confini che noi stessi abbiamo tracciato. E’ sempre stata una questione di linee: le linee che ci separavano dal raggiungimento dei nostri traguardi prima scolastici e poi professionali, le linee intangibili che abbiamo tracciato per separarci dalle persone che ci circondano, che dopo tante delusioni, abbiamo trasformato in barriere con la speranza che nessuno più le oltrepassasse.

E mentre ora l’Unione Europea è affaccendata a ripristinare frontiere e confini, tra muri e chilometri di filo spinato, gli europei della mia generazione, che si sono vissuti il Vecchio Continente senza visti né passaporti, da queste linee si sentono soffocare. Proprio quando ci si prova a sporgere per allargare lo sguardo oltre il confine è lì, in bilico su quella linea tra il noto e l’ignoto, che si prova quel senso di vuoto, un misto di paura e desiderio che spinge i più avventurosi a fare le valigie e correre il rischio, varcare i confini, mossi dalla brama di scoprire cosa ci sia dall'altra parte.

Da Ranong (Thailandia) la città più vicina del Myanmar è Kawthaung raggiungibile in soli 15 minuti di barca
Alla base di queste premesse, può suonare a tratti paradossale che ora mi trovi a Ranong, città di confine tra Thailandia e Myanmar. Ranong è uno di quei posti sulla Terra in cui il confine riesce a risultare impercettibile e al contempo più imponente di qualsiasi barriera. L’elevata presenza di migranti irregolari provenienti dal Myanmar, che da decenni fuggono da guerre inter-etniche ed estrema povertà, rende le stime ufficiali sugli abitanti della città poco realistiche, forse raggiungono i 100.000, di cui i thailandesi rappresentano una risicata minoranza. A Ranong si indossano abiti tradizionali Mon, Kachin e Shan e si parla la lingua birmana. Si mangia Chin, Rakine e Karen e all’ingresso delle abitazioni, affianco alla statua di Buddha, troneggia l’effige di Aung San Suu Kyi. A Ranong si vive in Thailandia, ma si vive il Myanmar.

Abiti tradizionali birmani
Ammassati in baracche che affittano a caro prezzo, perché per legge non possono possedere proprietà, i migranti lavorano per pochi spiccioli e in condizioni estremamente precarie sulle barche da pesca, nella cantieristica navale, nell'edilizia, nella filiera ittica, nelle fabbriche di lavorazione delle materie prime e in tutti quei lavori che i thailandesi non sono più disposti a compiere. I migranti irregolari non hanno accesso alle cure mediche, mentre per quelli regolari spesso risultano troppo costose. Solo il 20% percento dei loro figli riesce ad avere accesso ad una qualche forma di istruzione, anche se poi il 90% di essi abbandona la scuola all'età di 12 anni per seguire i propri genitori nelle fabbriche o per prendere il posto dei genitori che non hanno più. Ranong è anche la città con il più alto tasso di diffusione di HIV di tutta la Thailandia, un virus che la maggior parte di essi scopre troppo tardi di aver contratto.  


Alla fine della Seconda guerra mondiale, mossi dalla riscoperta del livello di atrocità che sono in grado di commettere gli unici esseri governati dalla ragione, alcuni rappresentanti del genere umano hanno redatto una bellissima dichiarazione universale che sancisce i diritti fondamentali. Diritto all'uguaglianza, all'istruzione, alla salute, ad adeguate condizioni di vita e alla proprietà, tra gli altri. Eppure ogni volta che viene tracciata una linea di confine per paura, ad un rappresentante in più dell’umanità uno di questi diritti viene negato. Siamo davvero sicuri di sapere cosa perdiamo quando chiediamo i confini indietro?    

In ambo i lati del confine le insegne e i cartelloni pubblicitari sono scritti sia in lingua birmana sia in lingua tailandese



Martina Dominici, 
casco bianco Caritas Italiana in servizio in Thailandia

sabato 5 marzo 2016

Le storie sbagliate di Beirut

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Il Libano, che alcuni ancora ricordano nostalgicamente come la Svizzera del Medio Oriente, si estende su una superficie più piccola di quella dell'Abruzzo e conta una popolazione di 4.5 milioni di abitanti, ovvero meno della metà dei cittadini lombardi.
Confina con Israele -da cui è stato invaso e bombardato circa dieci anni fa- e con la Siria, attualmente martoriata da una guerra civile.
 
L'instabilità politica del paese ha determinato un vuoto della carica presidenziale che si protrae  dal maggio del 2014, causato da un vacillante equilibrio tra le molteplici realtà confessionali presenti.
Si tratta quindi di un paese che lotta per mantenere un'apparente situazione di stabilità e allo stesso tempo riceve centinaia di migliaia di profughi scappati dalla guerra in Siria. Il numero effettivo di rifugiati attuali è tuttavia controverso: oscilla tra la stima dell'UNHCR, che ha registrato poco più di un milione di rifugiati e richiedenti asilo, e un'ipotesi meno ufficiale ma più plausibile che prevede la presenza in Libano di oltre due milioni di profughi.
Il numero è spaventoso, soprattutto se paragonato ai 900,000 siriani registrati in tutta Europa.

Questi due milioni di uomini, donne e bambini sono bloccati in una sorta di limbo tra la vita passata e un futuro incerto, che costruisce le propria fondamenta sulla base di visti negati e confini serrati.
Ognuno ha una propria storia, che meriterebbe di essere raccontata a chiunque pensi che tutti i siriani sono in qualche modo responsabili del conflitto nel loro paese e dell' ingente massa di profughi che sbarcano sulle nostre spiagge. A chi sostiene che "sono problemi loro e della guerra che si fanno a vicenda".

In migliaia vivono in campi profughi improvvisati vicino al confine siriano, sopravvivono grazie ad aiuti umanitari che gli forniscono i mezzi di sussistenza di base necessari per potersi ancora definire dignitosamente umani.
Tra le tante storie che si incrociano in Libano c'è quella di Fatma, originaria di Aleppo, che adesso vive in un campo profughi palestinese. E' madre di sei figli maschi tra i 10 e i 26 anni. Lavorano tutti, ad eccezione del più piccolo. Nessun lavoro fisso, solo impieghi improvvisati e incerti che gli permettono di pagare faticosamente l'affitto della casa.
Nella stessa strada del campo abitano Sabah, una ragazza di ventisei anni di Homs, e sua figlia nata un anno fa in Libano. Sabah è più fortunata di Fatma, dato che suo marito lavora in un ristorante e tutti i mesi porta a casa uno stipendio fisso di 400 dollari, 300 dei quali servono per pagare l'affitto delle due stanze in cui vivono. La casa in cui abitavano in Siria non c'è più. Khalas. Solo un cumulo di macerie.

Poi c'è la storia di Jusef, che a Damasco ha studiato ingegneria perché voleva fare l'ingegnere. Ma in Siria non si costruisce più nulla dato che tutto si distrugge, dunque Yusef lavora in Libano come giornalista, raccontando gli svolgimenti di una guerra che non ha mai voluto.
Fadi invece ad Aleppo faceva il pittore. Sul tavolo del suo nuovo studio a Beirut sono impilati i cataloghi delle mostre a cui ha partecipato durante gli anni, tra cui la rinomata Biennale di Venezia. Tra le poche cose che ha portato con sé in Libano ci sono le tele dei suoi dipinti, che ha poi rimontato su telai ora ammucchiati e impolverati nel suo nuovo studio, che in realtà non è altro che la sua camera da letto.

Sono siriani anche gli uomini stanchi che la sera tornano a Beirut dopo una giornata di lavoro nel nord del paese. Li si incontra la sera sui van provenienti da Tripoli e li si riconosce per i pantaloni sporchi di terra o le mani macchiate di vernice.
Cheap labour, o manodopera a buon mercato, ovvero uno dei motivi per cui i libanesi sostengono che i lavoratori siriani stanno distruggendo l'economia del paese: i salari si abbassano e i costi della vita si impennano.
Sempre più frequentemente per le vie della città si incontrano tassisti che parlano arabo con un accento che non è proprio libanese, la cui differenza è tuttavia quasi impercettibile. A volte accade che l'autista si scusa quando sbaglia strada: conosce a memoria quelle di Damasco, ma nelle strade di Beirut a volte si perde.

Tutte storie diverse, accomunate da un' unica caratteristica: sono tutte storie sbagliate. Storie in divenire che sarebbero dovute essere altro. Storie in transito, interrotte da eventi che non hanno niente a che fare né con il loro credo né con la loro convinzione politica.
Storie in attesa di compiersi.
Perchè Sabah, come molte altre donne, sogna di riportare sua figlia a Homs, anche se la sua casa non esiste più.
E come Fadi, tanti altri vorrebbero poter continuare a dipingere.


 

Tutti i nomi dei protagonisti di questo post sono stati modificati


Never judge the unknown - a trip to the North

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On Monday this week I had the chance and pleasure of joining an NGO called International Humanitarian Relief (IHR) for a distribution of shoes and clothes coming from Norway to Syrian families in the Akaar Region, North of Lebanon. In fact, most the refugees live outside of Beirut and closer to the Syrian border, whether North or East. Hence, the majority of projects which aim at assisting and supporting the refugees are mainly in the Beqaa Valley - Zahle on the East, and in the Akkar region, North of Lebanon. That’s why I wanted to get out of Beirut, to explore unknown landscapes, to meet new people, exchange smiles and be helpful to the people who need it the most. 

It was with curiosity and an open mind that I joined IHR staff on this field visit to Halba, just 20 km away from the Northern Syrian border. 
 



The day started very early, at 6:30 am. I got picked up by the local staff with a Mitsubishi 4x4 at 7:15ish; the journey was very pleasant and it took approximately two hours. We stopped twice, first to pick up a colleague in Tripoli and second to have breakfast, of course. I had a bite of "lahme b'ajin" with some pomegranate juice  and "knefe", both incredibly tasty.

We reached the IHR Al-Amal Vocational Center on the outskirt of Halba around 10ish. The day was beautiful, sunny and warm. 


Al-Amal Vocational Center IHR


The first thing we did after meeting and chatting with the staff of the center, it was to organize and to carry out the distribution. To my surprise everything was brand new: the shoes looked very nice and stylish, for all ranges, women, men and teenagers. All the boxes were piled in a neat and precise way, exactly like the way you would see them in a shop. Same for the clothes which were very pretty and of good quality like cotton, wool and silk.


Distribution of clothes and shoes from Norway - Photography [Courtesy of IHR]



Donated new shoes 
One by one the beneficiaries arrived; they were holding a ticket which meant they were entitled to receive the aid. Each person could take one pair of shoes and a piece of clothing, usually a jacket or two sweaters. As far as I understood, most of these people were the Syrian refugees students who are currently participating at the professional courses at the center, plus other families living in the Halba area who were identified as particularly vulnerable. 



Project Syria

The good thing was that they got to choose themselves among a variety of clothes and shoes according to their need and taste. I mainly helped with find the right piece of clothing.  Their eyes were looking at me, many with curiosity other with indifference.  I was able to talk to them by using survival words and sentences that I have learnt in Arabic class, and with a little help from the English speaking staff I managed to communicate.  Most of the girls wanted a jacket that was “tawhill” - long. I was struggling to find jackets below the knee, but most of the girls were satisfied with what we found. They walked away with huge smiles and proud of their new piece of clothing. Many wanted a jacket for themselves or for their baba. 

The best part of the day was to visit the vocational center. I didn’t expect it to be so organized and efficient, but yes it was. The Director of the shelter really wanted me to go around as he said “visitors bring motivation to our students”. Everyone was so kind and extremely helpful.
The aim of the project in this center is to train the Syrian refugees of the area for six months in one of the following courses: electrical, electronics and mechanics, sewing, cooking, make-up and hairdressing. Such classes last six months and allow them to learn a job and gain an income from it. Not just humanitarianism, but development.  

So one by one we visited each room on the first floor of the center. I was received with happiness and joy. There was a genuine interest among people to show their piece of work and their products, both from the student and the teacher side.
They were so excited about the class! You could tell they were really enjoying coming to the center. Some of the young women were saying they were traveling for more than one hour by bus to reach the center just to participate at the course.


Sewing class - Photography [Courtesy of IHR]



Life is sweeter with a cake - Photography [Courtesy of IHR]


Sewing trials - Photography [Courtesy of IHR]


Young ladies attending the class


One of the sewing machine

 
Loving the freshly baked cheesecake - Photography [Courtesy of IHR]



Bakery class - Photography [Courtesy of IHR]


Photography [Courtesy of IHR]

“I teach them a word of French, English and German everyday, everyday”, said the Director of the center - “I want them to learn other languages, it is so important!” he added. In fact one of the problem Syrians face when arriving in Lebanon is the language; even though Arabic is one of the national official languages, ordinary people speak perfect French and English as well, and most of the time classes in public school are taught in these languages.
The Director also proudly shown me the kitchen of the center, which he has converted into a small playground for the kids whose mum participate at the class. In this way they don’t skip it “just” because they have to look after their kids. 

The teacher of the sewing class (picture below) was of Syrian nationality. He wanted to share his story, one similar to many, perhaps… He proudly said he had many years of experience in this sector: he had a successful business in Homs with around sixty employees. However, because of the war he was forced to flee and he had to leave everything behind. “The government took everything from me, everything…” 
But it seemed to me that what it didn’t take was his passion and will to teach others anything he knew about sewing and making clothes. What a spirit!  


The visit finished with an amazing late lunch, Lebanese style, in a local restaurant. And what’s a Lebanese meal without Arghile and coffee? Not a Lebanese meal! 


Lebanese meal with the crew of IHR

 
The three vices in Lebanon: arghile, coffee and cigarette.
It was a real pleasure meeting such wonderful people. Keep strong!

Much love,
Michi :)

mercoledì 24 febbraio 2016

Oltre le quattro dita...

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Oggi, venerdì 19, sono andata in centro da sola per controllare la situazione del nostro annual permit all’ufficio immigrazione e ho cercato di rilassarmi per quanto possibile su un matatu viste le tensioni che ci sono al lavoro e che indirettamente convivono nella mia sfera personale.
Ho da sempre percepito Kahawa West, quartiere di periferia dove viviamo un po’ come Baggio – quartiere di periferia dove ho sempre vissuto con i miei genitori – d’altronde senza traffico cisi mette lo stesso tempo per arrivare in centro città Nairobi/Milano: 40 minuti con il matatu/l’autobus.
Il mitico mezzo: matatu n°44 ;)
Il paesaggio è molto diverso: qui ci sono molti spazi aperti, verdi e pochi edifici alti pieni di appartamenti, non c’è la metropolitana ma c’è comunque qualche pazzo che va in bicicletta (stile Teo Bodini: con tutta l’attrezzatura da casco a scarpette adeguate, non come me!) e rischia la vita ad ogni pedalata viste le regole che vigono in strada. La mia intenzione era di leggere un libro, ma non riesco a non guardarmi intorno e vedere che, come al solito anche a Milano, sono quella che è meno profumata, curata, non truccata e indosso vestiti normali (un po’ da lavoro, forse...hehe) mentre gli uomini indossano camicia e pantaloni eleganti, le donne in tailleur come se tutti dovessero andare in ufficio, lo spero! Gli odori durante il tragitto mi ricordano quelli milanesi che si respirano in autobus: sudore di più persone accalcate tutte in uno stesso posto, gas di scarico e, a piccole dosi, qualche ondata di buon profumo che qualche donna si sarà spruzzata a casa prima di uscire.
Faccio tutto quel che devo fare in Nairobi Town, piena di gente, traffico e persone di corsa, e dedico un po’ di tempo anche a faccende personali su internet per poi riprendere il matatu per tornare in quel di Kahawa West direttamente a Cafasso per l’ora di pranzo. Ora, il mezzo di trasporto è meno pieno di gente e respiro felice in quanto so che sto tornando direttamente a Cafasso, posto che mi trasmette tranquillità e serenità il più delle volte nonostante sia nel quartiere delle prigioni: è in mezzo alla natura, non si sentono, se non raramente, il rumore del traffico e delle macchine, i ragazzi mi fanno sentire a casa! ...

Un po’ di sere fa io e Gialu ci siamo guardati un film: Patch Adams e mi ha colpito questo discorso: “Oltre le quattro dita”.
Patch guarda il bicchiere bucato del professore Arthur che sta perdendo caffè macchiando una pila di fogli; prende un adesivo che trova sulla scrivania e lo attacca al bicchiere riparandolo, questo attira l’attenzione di Arthur che, guardandolo, dice: “Quante ne vedi?” (dritto con la mano di Patch puntata verso lui)
Patch: “Sono quattro dita, Arthur…”; ma il professore ribatte:” No no no, guarda me...ti stai concentrando sul problema, se ti concentri sul problema non vedrai mai la soluzione! Mai concentrarsi sul problema, guarda me! Quante ne vedi…? Guarda oltre le tue dita...Quante ne vedi?”
Patch.:”Otto!”
Arthur: “Si si si!!! Otto è una buona risposta! Si, vedi quello che nessun altro vede, vedi quello che tutti gli altri scelgono di non vedere! Senza paura conformismo o pigrizia, vedi il mondo intero come nuovo ogni giorno”.
Il discorso mi ha aperto un po’ la visione che avevo del mio stare qui, a volte vedo solo i problemi e non anche le cose belle e positive che accadono senza tener conto del contesto e di tutte gli altri elementi variabili o meno che ci sono in questo paese con la sua cultura molto diversa da quella italiana e da quella che ero stata abituata a vivere fino a quattro mesi fa della mia vita.
Per il servizio dove stiamo prestando il nostro servizio, molti giorni ora lavoriamo molto sodo e duramente a volte senza neanche i ragazzi di fianco con cui parlare, confrontarsi, relazionarsi in quanto le cose non stanno proprio andando benissimo. A causa della mancanza di soldi e di una buona comunicazione interna tra lo staff, i ragazzi stanno peggiorando i loro comportamenti in quanto non soddisfatti del loro stare a Cafasso, i progetti necessitano cura, unione e voglia di lavorare sodo e rialzarsi di corsa se qualcosa è andato storto e, per ora, ciò non avviene.
Questo rende spesso le cose difficili e a volte frustranti in quanto, nonostante il lavoro che faccio, non riesco a vedere i risultati ma neanche a coinvolgere lo staff ad avere un atteggiamento più positivo, fiducioso e entusiasta.
Ecco che allora mi è venuta in mente anche una frase di Madre Teresa di Calcutta che un amico di Cafasso ripete spesso: “We ourselves feel that what we are doing is just a drop in the ocea. But if the drop was not in the ocean, I think the ocean would be less because of the missing drop”.

A parte piccoli momenti in cui mi demoralizzo, e penso siano normali, cerco sempre e comunque di arrivare a Cafasso ogni mattina con un sorriso, tanta energia e voglia di lavorare sodo così da cercare di trasmetterlo alla staff e farmi coinvolgere e contagiare dall’entusiasmo che i ragazzi, tramite una battuta o uno scherzo, hanno dentro di loro scambiandolo con un gesto di cura nei loro confronti: carezza, abbraccio, scherzo, battuta, sfida a braccio di ferro, cucinare insieme…
Non mancano momenti di svago e gioco insieme ai ragazzi, motivo per cui il sorriso e la speranza non possono mancare, così come la voglia di stare qui.
GreenHouse in Cafasso – Non mancano i momenti in cui, stanchi di lavorare o fare sforzi, i ragazzi si fermano un attimo e si mettono a ballare anche solo per due o tre secondi, ma serve a loro per scaricare le tensioni e poi ripartire freschi come se nulla fosse accaduto prima…che invidia!
Sala da pranzo in Cafasso – Dopo cena, il giorno in cui siamo rimasti a dormire nel servizio, abbiamo iniziato a cantare insegnando loro “Bella Ciao!” e poi abbiamo donato loro fili e perline, erano tutti felicissimi, proprio come una grande famiglia!
YCTC – Gianlu e tutti gli altri ragazzi in campo, noi osserviamo la partita e commentiamo, divertendoci. Guardate che brutte facce!!! J
Un abbraccio a tutti, belli e brutti! :) 
Ire







domenica 21 febbraio 2016

SPAMMATELO!! The new brochure is ready!

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Here we are: the new brochure is ready!!!

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martedì 16 febbraio 2016

Haiti: Post da bloquis

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18.10 del 15 febbraio.

Usciti da Delmas, distretto della capitale nel quale è situato Kay Chal, prendiamo rue de l'Aeroport e arriviamo a carrefour Minustah (incrocio che deve il nome alla missione di stabilizzazione Onu che è qui ad Haiti a partire dal 2004). 
Fino a qua sembra tutto tranquillo, il primo nodo sulla strada verso casa è stato superato. Prossimo ostacolo da superare: carrefour Fleuriot. Da subito si intuisce che stasera non andrà troppo liscia, la polizia ci devia su un altra strada...ma noi ci proviamo lo stesso e continuiamo sulla stessa. In questo momento, davanti a noi,  tante luci rosse che si intensificano ad intermittenza.
Benvenuti in un bloquis all'haitiana!




La sua durata? Pa kone ("boh, non lo so!"), come direbbero da questi parti. Espressione tipicamente accompagnata dal gesto "lavamani" (dorso della mano destra che va sbattere contro il palmo della mano sinistra...e viceversa).
È così che nasce questo "post da bloquis". La sua lunghezza sarà ovviamente proporzionale alla durata dello stesso!

Ad una delle tante stazioni radio - mezzo di informazione più popolare ad Haiti - passano le notizie di giornata. L'argomento più gettonato di questa sera - non che non lo sia già stato negli ultimi mesi - è la nomina del nuovo presidente di transizione: il presidente del senato Privert.


Foto Haitilibre
Dopo che Michel Martelly - in arte Sweet Miky, ex cantante del genere musicale Compa - ha terminato il suo mandato lo scorso 7 febbraio, il paese è senza un presidente scelto tramite "normali" elezioni. In realtà il percorso elettorale era iniziato nell'agosto 2015 con un primo turno elettorale che ha visto partecipare più di 50 candidati alla presidenza. La seconda tornata di fine ottobre ha dato al paese due nomi trai quali scegliere: Jude Celestin - già candidato alle precedenti elezioni del 2010 - e Jovenel Moise, detto "Neg banan nan" (letteralmente il nero - cioè uomo - delle banane. Questo perché dal 2014 ha lanciato una compagnia che si occupa di esportazione di banane grazie ad un ampio possedimento di terreno nel nord est del paese).

Il ballottaggio, fissato inizialmente il 27 dicembre e poi rinviato al 24 gennaio non si è più tenuto (le motivazioni sono tante...ufficialmente uno dei due candidati al ballottaggio ha rifiutato di presentarsi al voto in quanto sostiene che nelle precedenti elezioni ci siano stati dei brogli elettorali...che sono stati in seguito confermati da una commissione straordinaria di controllo).
Non sto qui ad aprire una noiosa puntata di Porta a Porta in stile caraibico basta dire che, alcuni giorni dopo l'uscita dei risultati, abbiamo sentito alla radio un politico domandare in modo retorico se alla elezioni avessero partecipato anche gli zombie! (parola presente nel vocabolario creolo e che si riferisce alla cultura vodoo. Una persona "zombificata" è una persona che, tramite una "magia", si risveglia offesa sotto il punto di vista delle attività cerebrali mentre mantiene le sue capacità motorie).

Nel frattempo la nostra posizione in strada migliora. Superiamo un ponte e prendiamo una via secondaria sterrata. Grado di difficoltà nello scrivere al cellulare tra tutti  questi sali e scendi veramente elevato!

Manca poco a casa. Alterno la scrittura del post con il ripensare la giornata trascorsa a Kay Chal. Come se volessi assimilare in maniera più rilassata i volti incontrati quest'oggi tra Kay Chal Matin  - proposta a taglio piu didattico pensata per bambini restavek - e il pomeriggio trascorso tra qualche risata con gli animatori, i bambini che vengono al centro per fare i compiti, un piccolo aiuto ad un giovane della citè che chiede di conoscere qualche rudimento di inglese e i giovani di passaggio tra laboratorio di informatica e una partita a basket.

19.24. Si apre il cancello. Arrivati! È andata meglio del previsto.
Ci sarebbe altro da raccontare...al prossimo bloquis!

Matteo

domenica 14 febbraio 2016

Bolivia: quando le GENERAZIONI si iNtReCciaNo

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Questo venerdì è stato un giorno speciale: ho festeggiato Carnevale con il gruppo della terza età della parrocchia dove faccio servizio il venerdì!
Niente "chiacchiere e frittelle" quest'anno, ma tante risate e condivisione con delle persone 
che hanno molto da raccontare.
(...E succede che quando le generazioni si intrecciano
e le "differenze culturali" sono qualcosa che ti avvicina e non che ti allontana
torno a casa con una carica in più e tanta positività.)

E poi la domanda che fa sprigionare un sorriso sincero:
 "Nos vemos el proximo viernes, no ve?"
Ecco nel video un assaggio di quello che è stato:


p.s. il materiale con cui abbiamo costruito le collane è costituito da cereali supercolorati e super zuccherati (ovviamente durante la realizzazione delle collane le signore agivano più o meno così, in sequenza: 
"...beh, buoni questi cereali!"
un pezzo lo infilo,   uno lo mangio,    l'altro lo mangio -perchè quello di prima era buono,  però lo faccio senza farmi vedere!-    poi ne infilo un altro ecc ecc.. )    ;) 


Le ultime "ragazze" rimaste, tutte in posa per una foto-ricordo!
Vi saluto,
vi abbraccio,

Lucia

martedì 9 febbraio 2016

A peaceful place

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Una parte fondamentale del mio servizio a Mombasa si svolge in un rescue centre chiamato “Mahali pa Usalama”. Un posto di pace, appunto.

Qui vengono portati per provvedimento giudiziario bambini che si trovano in situazioni di emergenza. Questi bambini sono stati vittime di violenze, abusi di vario genere o abbandonati dalla famiglia di origine, vittime di trafficking e altro ancora; vengono mandati al centro per un periodo più o meno lungo, quanto è lunga la giustizia e la burocrazia kenyota e a seconda della difficoltà del caso.

La mia giornata tipo al centro si svolge così: arriviamo al mattino presto e troviamo i bambini impegnati nelle pulizie di tutta la casa, poi alle dieci iniziano le ore di lezione. 'Classsss!' urla l'housemother e via tutti a sedere.
Boom!, con queste lezioni mi sono ritrovata catapultata in mondi che non pensavo di ricordare. Come si insegnano le divisioni e le moltiplicazioni? Senza regoli né abaco mi sono dovuta arrangiare con palline e stecchini disegnati su un foglio che si riproducono a piacere! E come glielo insegno a un bambino che parla kiswahili (dove le vocali si pronunciano e leggono esattamente come in italiano) a leggere in inglese, dove una 'u' iniziale si legge 'a' e altre simili stranezze fonetiche??? Ci arrangiamo insomma, tra italiano inglese kiswahili e la lingua dei gesti.

All'ora di pranzo mangiamo con i bambini farinata di mais (ugali per gli esperti!) e fagioli, fagioli e mais, fagioli e riso, fagioli&fagioli, lenticchie e, nel giorno della dieta bilanciata, (udite udite) una patata, cavolo e un minuscolo pezzo di carne! Il tutto ovviamente condito con insettini di ogni tipo. Nonostante questa presentazione vi giuro che è tutto molto gradevole!...più o meno.

Nel pomeriggio e nei momenti liberi giochiamo, parliamo, balliamo, cantiamo, facciamo lezioni di gym e di canti all'italiana (tipo 'il cocomero tondo tondo' o 'jack in cucina con tina') e chi più ne ha più ne metta.

La parte più bella di questo servizio è lo 'stare'. Stare sotto un albero seduta a non fare niente tutti insieme, a parlare con le ragazze che mi fanno un sacco di domande assurde sui bianchi e mi raccontano le loro passioni, interessi, sogni o mi chiedono di raccontare fiabe e racconti. Stare vicino a loro, anche fisicamente, con un abbraccio, una carezza, un 'vola vola' coi più piccoli: cose normali che loro molto probabilmente non hanno mai avuto. Stare che significa interessarsi, tenerci a qualcuno anche solo per pochi giorni o un mese, far vedere che c'è dell'altro rispetto a quello che la vita ha riservato loro finora. Stare e non abbattersi, anche quando i bambini non hanno voglia di parlare o sentono la mancanza del mondo esterno e sono arrabbiati con tutto e tutti, stare anche quando proponi un'attività e nessuno ha voglia di seguirmi.
Stare e guardare con occhi puliti chi si ha di fronte, vedendo soltanto un bambino come ogni altro, che ride di niente e piange per un capriccio.

Mari