domenica 16 settembre 2007

Mostra fotografica - Ambito GRUPPO

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1° CLASSIFICATO
 
Claudio Zuncheddu – GIORDANIA – Compagni di viaggio

2° CLASSIFICATA
Arianna Mascetti – MONTENEGRO – L’unione fa la forza

3° CLASSIFICATA

Cristina La Mesa – BOLIVIA – Aiquile

sabato 15 settembre 2007

Mostra fotografica - Ambito COMUNITÀ LOCALE

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1° CLASSIFICATO
 

Pietro Boni – INDIA BOMBAY – La fede e il lavoro

2° CLASSIFICATA
 
Chiara Beniamino – LIBANO – Acqua

3° CLASSIFICATA
 
Alessia Pianca – MOLDOVA – Scorcio di umanità

venerdì 14 settembre 2007

Mostra fotografica - Ambito ATTIVITÀ

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1° CLASSIFICATO


Francesco Mino – INDIA BOMBAY – Alla ricerca della mossa vincente

2° CLASSIFICATA

Fanny Consolazio – MOLDOVA – Che sete dopo un caldo pomeriggio di giochi!
 
3° CLASSIFICATA EX AEQUO
Mara Dal Santo – ETIOPIA – Artisti all’opera

3° CLASSIFICATA EX AEQUO
Michela Mozzanica – LIBANO – Pasta di sale

mercoledì 18 luglio 2007

L'interesse per l'altro

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Da qualche giorno è stato pubblicato il nuovo bando del servizio civile, non ci credevo neanche io, ma ho provato una strana emozione.

Durante questi mesi non so quante volte ho pensato: "Ma chi me lo ha fatto fare!".
Eppure sono qui, nella mia camera con il sudore alla fronte; causa surriscaldamento del bloc N° 1, dove vivo, e di tutta la città: Bucarest.

E proprio la capitale della Romania è il luogo che ho scelto come sede del mio anno di servizio civile. Infatti, mentre ero presa dalle attività dello stage che stavo facendo a Bucarest, si è concretizzata la possibilità di partecipare alle selezioni per il servizio civile, ho pensato che ne valesse la pena conoscere di più la Romania, senza iniziare tutto daccapo in un'altra città, così ho inviato la mia candidatura per il progetto "Vento dell'Est" a San Bernardino 4 (in Caritas Ambrosiana, ndr), e... "Come va, và" ricordo di aver pensato.

La Caritas mi ha dato fiducia e poco più di due mesi dopo sono ritornata a Bucarest.

Da ottobre, nonostante i mille ripensamenti, i "faccio bene o faccio male", sono felice di non aver "mollato" e di poter vivere gli ultimi mesi pienamente. Le difficoltà che mi hanno accompagnato durante tutto il cammino fatto fin qui non hanno annullato la mia curiosità e lo stupore che provo per questa "tara" (paese) dai mille volti.

Non posso raccontare della mia esperienza di servizio civile senza parlare della Romania, che suscita in me sentimenti contrastanti.

Vedo molte situazioni che, semplicemente non comprendo, e proprio per questo mi sento attratta, voglio capire e sentire. Questo desiderio mi ha sostenuto, mi ha permesso di mettermi a confronto con me stessa e con gli Altri, tutti gli altri.

La mattina alla fermata dell'autobus, mi confondo tranquillamente tra le persone ma quando rispondo "Pronto" ad una chiamata al cellulare, talvolta ho visto nel volto degli altri la curiosità. Nel momento in cui a qualcuno ho detto "lavoro qui" ho visto anche la diffidenza e il fastidio; come se il mio Paese natale mi desse, insieme alla carta di identità, una condizione economico-sociale assolutamente invidiabile. Quando ho avuto la possibilità, ho spiegato: "il mio, non è il paese dei balocchi", certamente ci sono più possibilità, ma questo non vuol dire che tutti possano sfruttarle. Difficile capire, difficile farmi capire.

A quanti mi chiedono "cosa fai tu concretamente" rispondo semplicemente animazione con i bambini di una casa famiglia, che è solo una parte del servizio, invece quando ho la possibilità di parlare, io spiego della Romania che ho visto, dell'orgoglio di questo popolo, della fierezza delle loro origini romano-latine, delle conseguenze di cinquanta anni di dittatura, anche quando diventa un pretesto, e del diverso significato di democrazia, di libertà e di sviluppo che qui si concretizza.
La povertà sta diminuendo, è vero, più di una volta ho sentito dire, "prima qui non c'era niente" e mi sono chiesta più volte che cosa si intendesse per niente, forse un NonStop*, o un Gazebo dove si comprano i fiori ventiquattro ore al giorno?

Continuo a chiedermi quale sia il beneficio ultimo di questo "benessere" che necessita delle forze del libero Mercato, intrufolatosi pian piano nel Paese per poi esplodere e diffondersi a seguito della caduta del regime comunista. Ho l'impressione che le persone avvertono una frustrazione nuova, sono sedotte da tutta quella materialità per troppo tempo desiderata, che ora è a portata di mano, lì in vetrina, basta pagare a rate o fare un piccolo prestito per avere fra le mani l'ultimo modello di un cellulare multifunzionale.

Non ho risposte a queste domande se non il dovere di sfruttare al meglio le occasioni che si presentano lungo il cammino, in modo responsabile e "civile", d'altronte la presenza dei volontari desidera comunicare, attraverso segni concreti, condividendo la vita di tutti i giorni con le persone comuni, l'interesse reale e possibile per l'altro.

* Si tratta di piccoli chioschi diffusi in tutta la città, aperti 24 ore su 24.

Titti De Pandis
volontaria in Servizio Civile in Romania

domenica 18 febbraio 2007

Il mio primo incontro con lo slum di Kibera

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Il titolo di questo mio scritto mi serve per ricordare quanto poco io possa dire sullo slum di Kibera, quanto superficiale potrebbe essere qualsiasi mia considerazione o riflessione, e quanto assurda sarebbe ogni mia conclusione. Ma Kibera è destinata a essere un posto importante per me perchè ci dovrò lavorare... quindi mi sembra significativo sedermi ed annotare qualcosa dopo questo primo incontro. Sarà bello poi ritornare a scrivere su Kibera alla fine di questo anno e confrontare i diversi sguardi con cui l'ho osservata.

Kibera è la più grande baraccopoli di Nairobi e una delle più estese nel mondo. Qui vivono circa 800mila persone in baracche fatte di fango e di lamiera. Questo è quanto puoi trovare scritto su Kibera, ed è proprio così: Kibera è immensa. In alcuni momenti, mentre camminavo per le sue mille strade, ho provato una certa ansia, la sensazione di essere dentro un groviglio di lamiere arrugginite dove puoi entrare, ma dove è quasi impossibile trovare la via di uscita.

Ma Kibera non è fatta solo di lamiere. A Kibera ho visto cose e ascoltato persone. Gli uomini che come lavoro riparano e stirano camicie e i ferri da stiro che usano pieni di carbone rovente. L'uomo con il quale ci siamo fermati a parlare stava stirando una camicia con un ferro da stiro nel quale oltre al carbone c'era dentro una pannocchia. Una pannocchia? Non ho potuto fare a meno di fermarmi a guardare quella pannocchia che abbrustoliva! L'uomo ci ha salutato e poi ha cominciato a parlarci del suo lavoro. Ad un certo punto si è interrotto, ha tolto dal ferro da stiro la sua bella pannocchia abbrustolita e mentre ci parlava si è gustato il "frutto del suo lavoro"! Io ho sorriso e poi ho cercato di rimettermi ad ascoltare quanto ci stava dicendo.

Più tardi, quando siamo usciti dalla sua baracca, ho incontrato un altro uomo. Questi mi si è avvicinato e mi ha chiesto "How are you?". Ma, accidenti, mentre parlava mi si avvicinava sempre di più! Ops, allora ho capito che quella persona aveva qualche problema, o per il troppo alcool o per la troppa droga. Ha cercato di agganciarmi e di portarmi non so bene dove. Ma per fortuna a Kibera non si va mai da soli! Wilson, il keniano che era con me, si è messo in mezzo e tutto è finito lì! "Ok Silvia, il tuo primo attacco in Kenya" mi ha detto Elena.

A Kibera ho parlato anche con due donne.

La prima è una maestra, e qui il mio orgoglio di insegnante è venuto fuori alla grande! Ci ha mostrato la sua scuola. Una scuola coloratissima: nelle aule c'erano tantissimi disegni dei bambini. Il piu' bello? Uno struzzo realizzato con il disegno delle mani di tutti i bambini. Questa maestra mi è piaciuta molto: era un'insegnante grintosa e appassionata del suo lavoro, una maestra con giù la voce per il troppo urlare in classe come le maestre di tutto il mondo! Quando siamo arrivati, i bambini stavano mangiando e in aula regnava un gran silenzio. L'insegnante ci ha spiegato che quando si mangia, tutti stanno in silenzio perchè i bambini sono troppo affamati per parlare. Quando hanno finito di mangiare, hanno ricominciato a fare la solita caciara come i bambini di tutto il mondo!

La seconda donna si chiama Rosi ed è una donna sieropositiva che lavora in un progetto finalizzato alla sensibilizzazione sul problema dell'AIDS e al sostegno di persone malate. Ci ha parlato della sua malattia, di come l'ha scoperta, vissuta e affrontata con ottimismo, coraggio e ora anche con serenità. Ci ha mostrato dei disegni fatti da persone con la sua stessa malattia. Erano tutti disegni che rappresentavano il loro vissuto e di come vedevano la loro malattia. Rosi vede la sua malattia come degli strani assembramenti di vermetti nel seno. Un altro uomo, avvertendo la malattia nella testa, ha tracciato delle linee pesanti sul capo. Un altro ancora ha rappresentato la sua malattia come uno strano animale nella pancia.

Infine, attraversando una sola strada, la Ngang Road, si raggiunge un altro mondo: quello dell'élite cittadina e del corpo diplomatico: il campo da golf. Qui l'acqua zampilla e mantiene verdi i prati. Chi è da questa parte non sa nulla di quello che accade di là. E neanch'io che sono stata per un po' di tempo da questa parte. Anch'io non so ancora bene quello che c'è a Kibera, quello che non c'è ma ci dovrebbe essere… . E voi che siete lì? Come vedete il mondo da quella prospettiva?

Silvia Colombo
volontaria in servizio civile all'estero
febbraio 2007

sabato 10 febbraio 2007

Martin

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Ieri sono stata ad Orhei.

Poiché non sarei potuta andare per il compleanno di Martin (il 4 marzo sarò in Italia) ho deciso con un collega di andare all'Internat per ragazzi disabili il giorno del mio compleanno.

Era tanto che volevo andare a vedere come stavano i ragazzi.
Non è facile spiegare quali sentimenti io provi quando entro in quel luogo buio, immenso, che, quando va bene, odora di chiuso. Camminare nei corridoi dell'Internat è inquietante: sembra un labirinto in penombra dove ogni tanto compare qualcuno. Può essere un ragazzo che ti osserva, può essere un gruppo di bambini, un'inserviente, qualcuno che si sposta da una stanza all'altra.
La cosa più strana è sapere che lì vivono più di 300 bambini e ragazzi ma non sentire alcun rumore.

Io ero con Oleg e mi sentivo tranquilla. Il guardiano all'ingresso ci portò immediatamente dalla direttrice la quale, con la cortesia tipica dei direttori di questi istituti, nemmeno ricordava che l'estate scorsa alcuni ragazzi italiani erano stati lì a fare un po' di animazione ed avevano alloggiato per due settimane nella struttura.
Dopo molte spiegazioni finalmente la direttrice ci diede il verdetto: l'Internat era in quarantena per un'epidemia di influenza, così non sarei potuta entrare nelle camerate dei ragazzi ed incontrare Martin.
Non sarebbe stato un problema invece incontralo nei corridoi.

E così eccomi al piano di sotto ad aspettarlo.
La prima cosa che notai fu il suo modo di camminare: con i suoi problemi alle gambe non ha mai camminato bene, ma ora mi sembrava peggiorato. Appena uscimmo alla luce mi resi conto che era dimagrito e che aveva i capelli più lunghi del solito.
Una volta usciti gli presentai Oleg ed insieme ci sedemmo su una panchina. Subito gli chiesi se stava bene, lui rispose di sì, ma quando gli feci notare che era dimagrito mi disse che mangiava solo pane e burro e poco altro. Il resto del cibo servito alla mensa non gli piaceva: tutti i giorni le stesse cose!

In certe cose Martin non è mai cambiato: quando arriva qualcuno a visitarlo racconta subito di quanto sia felice di avere visite, dice che nelle lunghe giornate passate in camera spera sempre che qualcuno lo venga a trovare.
Lui non ha nessuno, è stato abbandonato dai genitori quando era piccolo
e non ha mai avuto il calore di una famiglia. Questo è il tipo, un ragazzo della mia età che ha passato la sua vita in un Internat, che sa bene quello che vuole ma pure i limiti di quanto può avere.

Fino all'estate 2005 poteva uscire, andare in paese, in chiesa, adesso a tutti è stato vietato di uscire.
Forse è per questo che non era sorridente come al solito. Gli feci notare che camminava male e lui me lo confermò: il giorno prima era caduto 2 volte, e gli erano comparsi dei tic che prima non aveva.
In compenso mi raccontò che all'Internat avevano messo il riscaldamento nuovo e che c'era pure l'acqua calda.
Ricordammo la gita fatta insiema ai monasteri, mi chiese di tutte le persone che aveva conosciuto e, con un'opera di convinvìcimento degna di un predicatore americano, tentò di strappare una promessa ad Oleg: verrà a trovarlo con Elena e Gheorghe e festeggeranno insieme il suo compleanno, andranno a pranzo fuori e gli regaleranno un anello e una bottiglia di shampoo, di quello rosso… magari potranno andare a comprarlo insieme!

Elisa Magnifico
Operatrice Caritas Ambrosiana
a Chisinau, Moldova
febbraio 2007

giovedì 18 gennaio 2007

Uno sguardo dal Bosforo

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Venti minuti, il tempo di raggiungere il centro di Istanbul dall'aeroporto, sono abbastanza per cominciare a porsi la domanda su cui gli stessi turchi discutono per ore davanti al centesimo bicchiere di tè della giornata: qual è la specificità della nazione turca e della sua gente? Oltre il vetro del finestrino, una struttura urbanistica caotica alterna le vie dello shopping di lusso ai vicoli mal illuminati e alle case fatiscenti; gli specchi dei grattacieli riflettono la girandola di colori dei mercati di strada, mentre uno stilista confuso sembra aver distribuito in parti uguali tacchi alti, gonne corte, veli a coprire il viso, chador neri.

Curiosità ed inquietudine sono i sentimenti che ci accompagnano nella visita a questo paese che si colloca a fatica rispetto alle tradizionali distinzioni Oriente - Occidente, Medio Oriente - Europa, modernità e tradizione. D'altro canto, sono gli stessi turchi che stanno cercando di definire la propria identità sui diversi piani della religione, delle politica economica, delle alleanze internazionali. Si tratta di capire dove e come indirizzare una storia millenaria di compresenza di popolazioni e di modelli sociali diversi, radicati in un territorio vasto e strategicamente rilevante.

Ci troviamo in Turchia perché abbiamo iniziato nell'ottobre scorso un anno di "servizio civile volontario all'estero", quattro parole per dire: mettersi a disposizione, nel limite delle proprie competenze, per conoscere e aiutare uomini e donne che vivono una situazione di povertà e disagio. Quattro parole che si traducono con il verbo "fare": lavoro presso Caritas Turchia su un progetto, iniziato con la prima Guerra del Golfo, a favore dei richiedenti asilo e rifugiati dall'Iraq, circa 2000 persone, di cui il 75% cristiani. Queste famiglie vivono a Istanbul per un periodo di tempo variabile e non prevedibile, in condizione di attesa e di irregolarità, per due sostanziali ragioni: la Turchia ha sottoscritto la Convenzione Internazionale per i Rifugiati ponendo delle nette limitazioni geografiche (l'asilo politico è riconosciuto solo a coloro che provengono da paesi europei); inoltre, dalla caduta del regime di Saddam Hussein, l'UNHCR ha bloccato per motivi politici ogni decisione relativa ai richiedenti asilo iracheni. In tal modo, poter partire per un altro paese, oppure restare ed avere accesso all'istruzione ed alla sanità, trovare un lavoro regolare, uscire di casa e conoscere altre persone senza timore di venire fermati dalla polizia…: questi diritti di base sono loro negati. Per e con queste persone gestiamo una piccola scuola e dei corsi di formazione professionale retribuiti, in modo da sottrarre almeno parzialmente gli adolescenti allo sfruttamento sul posto di lavoro e per consentire a chi fra loro lo desidera di continuare gli studi. Inoltre visitiamo regolarmente le famiglie ed organizziamo incontri e formazione per un gruppo di donne e di bambini, che possono così conoscersi, mettere in comune difficoltà e risorse, impegnarsi in attività specifiche. Ogni giorno portiamo a casa soddisfazione per quello che riusciamo a costruire, frustrazione perché capiamo che è insufficiente o comunque poco incisivo. Sono gioie semplici e profonde, come il negoziante che ti saluta quando passi al mattino, il caffè che ogni famiglia immancabilmente desidera offrirti, qualcuno che si fida di te, ultima arrivata, e ti racconta la sua storia.

Portiamo con noi episodi ed emozioni contrastanti. Bambini che scompigliano le bancarelle del bazar mentre si va in gita, provandosi i vestiti da odalische e da sultani, e poi bambini che non possono più essere tali, costretti per 10-12 ore davanti a una macchina da cucire. Situazioni che pongono domande sulla giustizia, sul senso della sofferenza e del farsi prossimo. Situazioni che ci spingono a cercare un equilibrio, giorno per giorno, tra il proprio desiderio di "fare" e il proprio "essere": essere identificate e identificarsi come straniere, italiane, benestanti, donne, cristiane. Qui scopriamo l'importanza dei segni di appartenenza, delle radici e delle storie che portiamo con noi, delle parole di lingue diverse con cui cerchiamo di capirci: arabo, turco, inglese, gesti, disegni ed un comico misto di tutto. Come ricchezza da valorizzare nell'incontro con l'altro, non come elementi per irrigidire stereotipi. Essere qui, in un paese dalla forte presenza e identità islamica, dovrebbe permettere ai cristiani di testimoniare una fede che è anche desiderio di conoscere l'altro e di accoglierlo, fin dove è possibile.

Una volontà di dialogo di cui il Papa ha dato un esempio coraggioso nella sua recente visita. Realizzare questo desiderio nella vita quotidiana non è ovviamente semplice, come abbiamo iniziato a capire incontrando diversi esponenti della comunità cristiana di Istanbul: non solo cattolici di rito latino, ma anche di altro rito (caldei, armeni, greci…), ortodossi siriaci, greci, armeni apostolici, bulgari, rumeni; e anglicani, evangelici e protestanti, oltre a congregazioni e movimenti quali Salesiani, Neocatecumeni, Identes, Focolarini. Una molteplicità di presenze che purtroppo spesso si traduce in separazione effettiva, anche tra le diverse Parrocchie della Chiesa Cattolica, cosa che né il peso della storia, né le differenze teologiche o di rito bastano a spiegare. In questo caso, forse, il ruolo maggiore lo gioca il rapporto col contesto, la paura di chi si sente sempre più minoranza, sia dal punto di vista numerico che da quello giuridico e politico, perché la piena libertà religiosa non viene tuttora riconosciuta ai cattolici ed alle loro istituzioni. Una condizione in cui ci si può sentire più esposti rispetto alle tensioni che agitano il Paese, in cui si scontrano gli interessi di chi vede nelle scelte politico-economiche, nei valori e nella religione "dell'occidente" una risorsa piuttosto che una minaccia. Alcune Parrocchie della città sembrano aver reagito chiudendosi in se stesse, con una minore attenzione all'azione caritativa e al volontariato (che facilmente portano al contatto con altre realtà e istituzioni), prese dalla preoccupazione di mantenere forti legami coi propri fedeli, piuttosto che costruire attività comuni. In questo senso la visita di Papa Benedetto XVI nel novembre scorso ha costituito per i cattolici di Istanbul non solo un evento attesissimo, segnale forte dell'attenzione del Pontefice (e quindi di tutta la Chiesa) per queste comunità "lontane", ma anche il culmine di una lungo percorso preparatorio, un'occasione per aprire un confronto, per attivare le persone e per mettere in comune le proprie risorse.

Chiara Rambaldi e Serena Biotto
Volontarie in Servizio Civile in Turchia
gennaio 2007

lunedì 18 dicembre 2006

I primi calci del piccolo Mark

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Sono ormai alcuni mesi che ho la possibilità di visitare ad Istanbul le famiglie degli iracheni richiedenti asilo.

Quel giorno siamo andati presso la casa di una ragazza che ben conoscevo poiché frequentava l'attività scolastica presso Caritas ed era impegnata come animatrice nell'oratorio.


La madre qualche giorno prima mi aveva chiesto perché andassimo sempre a visitare altre famiglie e non la loro. Certo che tra circa 400 famiglie non è facile arrivare da tutti, almeno in tempi brevi... ma finalmente ci siamo decisi ad andare da Ranya.


Siamo arrivati in un piccolo appartamento di due stanze, che non aveva tanto di diverso da molti altri. L'alloggio ospitava 8 persone, tra le quali vi era anche Mark: un piccolo torello di 2 anni che andava a nascondersi tra le braccia della madre non appena provavamo a chiamarlo. Nonostante la sua timidezza iniziale, è diventato presto il centro d'attenzione per tutti e, forse comprendendo che si parlava soprattutto di lui, piano piano passando dalle braccia della madre a quelle dello zio e delle zie ha iniziato ad alzare la testa e a mostrare il suo petto.

In una famiglia che sta attraversando un momento veramente difficile, che sta vivendo in un forte stato di depressione, la vitalità di un bambino riesce sempre a strappare qualche sorriso. Così Mark, abbandonandosi a qualche sguardo esploratore, aprendo lentamente gli occhi e allargando un riso provocatorio, ha finalmente dato il via alla conquista di nuovi amici e si è liberato nell'espressione di tutta la sua vivacità di bambino.
Nella stanza di 3 metri per 3 si è messo alla ricerca della "toba", il pallone, quel fantastico strumento per giocare a calcio ancora talmente grande per lui che praticamente gli arrivava fino al ginocchio. E' così cominciato in quel mini campo, l'allenamento di un piccolo calciatore in erba, e subito la casa si è riempita di altri colori, sensazioni, e... suoni!


Non più timidezza, non più coccole protettive, ma un contatto mediato dal gioco, tanti sorrisi e qualche grida di accompagnamento. E che esplosione ad ogni goal! Non importa se le dimensioni del campo erano ben al di sotto delle regolamentari, se i giocatori non fossero super allenati e pagati, se ci fosse un cerchio di letti al posto delle tribune... ad ogni tocco della "toba" un'emozione forte raggiungeva tutti mentre il piccolo maradona si lanciava da una parte all'altra, sotto i letti, dietro la porta per ricominciare ogni volta il gioco.

Siamo andati via che ci sembrava di aver vinto un grande derby, e sicuramente abbiamo ricevuto un gran premio.


di Pietro Boni
operatore Caritas Ambrosiana/CELIM ad Istanbul

domenica 19 novembre 2006

Da Milano al Mozambico

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Non saprei dire da dove è incominciata.

Probabilmente dalla stazione Centrale di Milano, un tardo pomeriggio del maggio dell'anno scorso.

Sapevo che dom Ernesto, vescovo da qualche mese della diocesi di Pemba, a nord del Mozambico, e amico da tempo, era di ritorno da Roma e arrivava con il treno a Milano, e così inforcai la bicicletta e mi fiondai in stazione almeno per salutarlo qualche minuto.
Sicuramente non immaginavo che in quei pochi minuti, e con qualche spiazzante parola delle sue, di quelle che vanno a centrare proprio il cuore dei tuoi pensieri, mi avrebbe proposto (e convinto, lo ammetto, con una rapidità sorprendente) ad andare a vedere il "suo" Mozambico.
E così è nato il nostro viaggio: fine dell'antefatto.

In tre settimane non si vede molto, e si conosce proprio poco di un paese e della sua gente: praticamente soltanto un assaggio.
Il nostro primo impatto è stato con Maputo, la capitale, al sud del paese.
Maputo è, come tutte le grandi città e soprattutto quelle africane, luogo di contraddizioni: si passa molto in fretta dai quartieri ricchi, quelli dove risiedono i ministri e i membri del governo, dove ci sono le ambasciate, dei bei villoni circondati da un praticello degno dei migliori film americani, (tutti rigorosamente sorvegliati dalle polizie private), i palazzi, nuovissimi, delle multinazionali, costruiti nel 2000 in occasione del summit dei paesi africani; alle sterminate distese di casupole, alcune in muratura, baracche di lamiera, capanne di argilla.
Non è una periferia, non è un quartiere, non è un campo come quelli in cui ghettizziamo i rom e che denunciamo come indecenti: è una città. Non me ne ero resa bene conto, da terra, di quanto fosse immensa, ma vederla alzandosi con l'aereo è qualcosa che toglie il fiato.

Maputo è al sud del paese, settanta kilometri più in là c'è il confine con il Sudafrica. Si raggiunge in fretta: qualche anno fa è stata costruita un'autostrada, l'unica del Mozambico, che collega Maputo a Pretoria e Johannesburg; autostrada si fa per dire: è una bella strada, su cui in settanta kilometri si paga il pedaggio quattro volte. La strada è stata costruita per collegare il Sudafrica alla grande industria di alluminio, dicono la più grande d'Africa, aperta poco dopo nella periferia di Maputo, un'industria che "per qualche ragione" i sudafricani non volevano sul loro territorio, e che porta ricchezza non certo ai mozambicani.

In capitale la gente non sta bene, ma rispetto al nord, in un certo modo, si sente che la vicinanza con il Sudafrica porta qualche beneficio. Il confine, però, è lo stesso impressionante: al di là della frontiera sorgono subito belle casette, negozi, ai lati della strada giardinetti curati e campi coltivati sistematicamente, con dei buoni sistemi di irrigazione. Al di qua, il villaggio a ridosso della dogana, lungo il pendio di una collina, è un'accozzaglia di baracche e casupole, e non tutti hanno l'acqua corrente.

Ma chi ci ha accompagnato nei primi giorni a Maputo ci ha ripetuto più volte "vedrete, vedrete, a Pemba si sta peggio".
È vero.
Pemba, duemilacinquecento kilometri più a nord, è capoluogo della regione di Cabo Delgado, la più povera del paese.
Noi l'abbiamo raggiunta in aereo; in auto oggi si potrebbe, anche se, dicono, ci vogliono due giorni di viaggio. Fino a qualche anno fa, nei trent'anni di guerra prima d'indipendenza e poi civile che hanno lasciato sfinito il paese, l'unico modo per andare da una città all'altra era muoversi in aereo: facile capire che spostarsi era un lusso di pochi.

In diocesi stanno avviando un progetto per lo sviluppo sociale delle comunità della regione: tre giorni pieni, a discutere al Tavolo di lavoro, per capire da dove partire... eppure Pemba è una città in una posizione splendida, si trova sull'Oceano Indiano, sulla terza baia più grande del mondo e il suo territorio avrebbe anche diverse potenzialità: agricola, i tre quarti della terra di Cabo Delgado permetterebbe investimenti in questo senso; faunistico, è una zona in cui vivono elefanti, coccodrilli, leopardi, leoni; culturale, nella sola regione nord sono tre i grandi gruppi etnici, ognuno con una diversità di cultura e di lingua.
Eppure non basta, eppure queste caratteristiche si traducono spesso in difficoltà.

Quello che è più visibile, che colpisce al primo impatto, sono proprio i villaggi e le case: puoi percorrere kilometri senza incontrare case in muratura, nelle aldeias - i villaggi - più piccole è praticamente impossibile trovarne. L'elettricità è lusso di pochissimi che hanno un generatore, e solo nei capoluoghi di distretto. Acqua corrente neanche a parlarne, la maggior parte non ha nemmeno pozzi, si serve di piccoli fiumi che resistono anche nella stagione secca, e in alcuni casi donne e bambine compiono percorsi di ore per andare a prendere l'acqua. Il terreno permette di coltivare facilmente alberi da frutta, in particolare di papaya, arance, mango, ma l'agricoltura di sussistenza è costituita principalmente da granoturco e mapira, un tipo di grano piccolo e bianco.

"Ma educare a coltivare e mangiare frutta, cosa che attenuerebbe di molto il problema della mancanza d'acqua nell'alimentazione, è un discorso lungo da portare avanti" sostiene dom Ernesto.
Un'altra ferita aperta è quella sanitaria: in tutta la regione nord esistono solo tre farmacie, i presidi medici sono a decine di kilometri di distanza, e i farmaci comunque costano troppo.
La dissenteria qui uccide.
La tubercolosi è diffusissima.
Il Mozambico è il secondo paese africano per numero di malati di lebbra.
La malaria è all'ordine del giorno.
E poi la grande, enorme, piaga dei paesi africani, e il Mozambico è tra i paesi più colpiti: l'Aids. Non è semplice fare informazione, nelle aldeias "ne hanno sentito parlare", ma sono pochi quelli che conoscono le modalità di contagio e sanno qualcosa di questa malattia. Parlarne incontra spesso resistenze, perché vuol dire toccare argomenti tabù come i rapporti sessuali e i riti di iniziazione.
E poi il grande problema della lingua: quella ufficiale è il portoghese, retaggio di secoli di dominazione coloniale, ma solo nelle città e chi ha studiato lo sa.
Per il resto sono le lingue dei gruppi etnici quelle utilizzate; nella sola regione nord, per fare un esempio, sono due diverse. Il problema è sociale, sicuramente.
Ma, dal lato umano, la capacità di comunicare al di là della lingua, di accogliere, di rispettare l'altro, di vivere con profonda serenità di questa gente la capisci anche se non parli macua.

Marta Zanella
novembre 2006

mercoledì 8 novembre 2006

Prime impressioni dal Nicaragua

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Sul bimotore che ci porta da San José a Managua abbiamo un sussulto quando pochi secondi dopo il decollo i due motori, rigorosamente ad elica, sembrano fermarsi per un attimo, e ancora di più ci preoccupiamo quando il comandante annuncia alla trentina di passeggeri accaldati che stiamo per passare una turbolenza, che effettivamente ci farà trascorrere momenti indimenticabili nei cieli tra Costa Rica e Nicaragua.

Pare che quasi a volerci far abituare al clima umido e soffocante che si respira nella capitale nicaraguense, ci abbiano dato l'unico aereo di linea al mondo in cui l'aria condizionata non funziona!

Mi addormento, sono troppo stanco dopo quasi venti ore di volo, e mi risveglio con il nostro prezioso autobus con le ali che rimbalza come una pallina da ping-pong sulla pista di atterraggio... meglio rimbalzare che schiantarsi al suolo, no?
Siamo finalmente arrivati; quello che ci aspetta è la caotica capitale, Managua, sonnecchiante appena il sole lascia i suoi cieli e piena di traffico nelle calde e umide giornate di quello che qui chiamano inverno.
Affacciata sul grande lago potrebbe essere un gioiello, ma come subito ti dicono e come subito ti accorgi, Managua non è una città concepita per camminare. I suoi vialoni con benzinai ad ogni angolo, grossi mezzi per il trasporto delle merci come nei film americani, autobus ricolmi in ogni lato, tutte le case ad un unico piano, niente che ricordi una storia che la potrebbe identificare, darle un'anima, darle la parvenza di una città vissuta da esseri umani invece che da macchine.

Managua è stata completamente distrutta nel terremoto del '72, e dopodichè, completamente ricostruita. Ironia della sorte uno dei pochi edifici che è rimasto in piedi, solido come una roccia mentre la città cadeva come un castello di carte, è quello su cui si trovava al momento del sisma il sanguinario dittatore Somoza insieme ai suoi galoppini. Adesso l'edificio ospita uno dei più lussuosi hotel capitolini: come prima il popolo nicaraguense era tenuto sotto scacco da una becera ed arrogante oligarchia con a capo il suo imperatore, adesso è tenuto in scacco dal dio Dollaro e dalle sue concubine, le politiche neo-liberiste.

Il tessuto sociale del Nicaragua vede un 80% della popolazione vivere in condizione di povertà, il restante 20%, quello che possiede quasi l'80% delle risorse del paese, vive nella ricchezza più assoluta.
Sembra di tornare indietro nel tempo, quando i nobili vivevano nei loro castelli e i servi della gleba coltivavano le loro terre.
Adesso i servi della gleba lavorano nelle fabbriche dei ricchi, quelle che qui chiamano "zonas francas", e in Messico "maquiladoras". Luoghi dove il diritto non esiste, dove se arrivi in ritardo di un minuto ti decurtano una intera giornata di lavoro.
Luoghi che sorgono ai lati dei quartieri più poveri per trovare facilmente mano d'opera a basso costo.
Luoghi dove non esistono controlli sanitari a favore dei lavoratori, dove se respiri dei gas velenosi non puoi fare causa al datore di lavoro.
Luoghi dove i proprietari non pagano le tasse perchè per legge i primi dieci anni dall'installazione dell'impianto sono gratuiti.
Luoghi dove se qualcuno osa lamentarsi viene licenziato.

Il mio amico Felix, che lavora nel centro di "Redes de Solidaridad" in cui presto servizio, un giorno mi ha detto che "é vero che sono posti in cui i lavoratori vengono sfruttati, ma tutta la gente che vive qui a Nueva Vida (quartiere periferico dove sorge il centro e dove sta nascendo una nuova "zona franca", ndr) e che passa le sue giornate a far niente e senza sapere come mantenere la propria famiglia, almeno potrà avere un salario".
Questo è vero, ho pensato... ma allora è questa l'idea di progresso che esportiamo in tutto il mondo con le nostre imprese e la nostra tecnologia?
Si, perchè le industrie che si installano qui non confezionano abiti che saranno vestiti dai bambini di Nueva Vida, sono abiti che saranno vestiti dai bambini, donne ed uomini europei, statunitensi, giapponesi. Abiti che ad unità saranno venduti ad un prezzo che potrà equivalere grosso modo al salario mensile di un operaio che lavora qui.
È così che queste persone diventano i servi della gleba che lavorano per noi.

Vedere la povertà è sconvolgente, ma mai quanto viverla.
O meglio...
... forse quando la vivi è paradossalmente meno dura di quando la vedi e sei abituato a vivere con un livello minimo che nel "non avere nulla" può corrispondere al massimo.

Nueva Vida è un insediamento che si è formato dopo l'uragano Mitch, che ha portato morte e distruzione in varie parti del paese.
Le popolazioni che vivevano sulla costa e che sono state tra le più colpite, hanno perso tutto e sono arrivate qui. Questo è un fenomeno tipico: la migrazione verso le città in caso di disastri o anche solo per cercare fortuna o sopravvivenza in condizione di povertà estrema, è una pratica ormai assodata e ovvia.
Le Nazioni Unite hanno annunciato all'inizio di quest'anno che la popolazione urbana per la prima volta nella storia dell'umanità, ha superato quella campestre.
La povertà qui a Nueva Vida non è solo materiale.
La povertà è anche fatta di madri che a 34 anni hanno nove figli da almeno cinque uomini differenti, da bambini abbandonati che per sopravvivere passano le loro giornate nella vicina discarica, da uomini che pur avendo un figlio malato invece di usare i soldi per curarlo, li usano per ubriacarsi.
La povertà è fatta di ignoranza e di mancanza di educazione.
È fatta di superstizione e di poca fiducia nella medicina e nelle istituzioni.
È fatta di mancanza di interesse verso le persone che la vivono, di indifferenza.

È facile per un ragazzo di Nueva Vida entrare in una pandilla (banda giovanile), cominciare a tirare la colla, rubare nelle case, tanto altro futuro non c'è.
Non esistono sogni, nessuno pensa ad un futuro migliore che lo possa portare fuori da questo inferno.
Una delle cose che più ti lascia attonito è proprio questo; tutti noi abbiamo progetti e cerchiamo chi più chi meno di costruire qualcosa che possa dare un senso alle nostre vite.
Qui è molto difficile e sopratutto i giovani non hanno speranze, progetti, non hanno mai visto e non si immaginano una vita fuori da qui e non si immaginano un Nueva Vida diverso.
Qui bisogna lottare anche per sognare.

In tutto questo il centro di Redes de Solidaridad appare come una piccola isola felice dove qualcosa si può e si vuole cambiare. Quando entri al mattino e vedi le persone che iniziano a lavorare e i bimbi che vanno a scuola e i ragazzi che lasciano il barrio per venire qui ad apprendere un mestiere e cercare finalmente di avere dei sogni e degli obiettivi, almeno un po' di speranza ti torna.
È un seme che si inoltra nei solchi della terra e che non si sa se darà vita ad un albero o se marcirà travolto dalle torrenziali piogge tropicali. Un lavoro lento e duro in cui qualche persona crede; non certo i politicanti locali occupati ad accaparrarsi qualche peso in più, ma delle persone che credono in questo popolo che storicamente ha dato prova di grande unità e potenza, ma che negli ultimi anni stanco della guerra e su cui si giocano interessi internazionali enormi, ha lasciato il suo destino in mano ad altri.

Glauco Sponza