Venti minuti, il tempo di raggiungere il
centro di Istanbul dall'aeroporto, sono abbastanza per cominciare a porsi la
domanda su cui gli stessi turchi discutono per ore davanti al centesimo
bicchiere di tè della giornata: qual è la specificità della nazione turca e
della sua gente? Oltre il vetro del finestrino, una struttura urbanistica
caotica alterna le vie dello shopping di lusso ai vicoli mal illuminati e alle
case fatiscenti; gli specchi dei grattacieli riflettono la girandola di colori
dei mercati di strada, mentre uno stilista confuso sembra aver distribuito in
parti uguali tacchi alti, gonne corte, veli a coprire il viso, chador
neri.
Curiosità ed inquietudine sono i sentimenti che ci accompagnano nella
visita a questo paese che si colloca a fatica rispetto alle tradizionali
distinzioni Oriente - Occidente, Medio Oriente - Europa, modernità e tradizione.
D'altro canto, sono gli stessi turchi che stanno cercando di definire la propria
identità sui diversi piani della religione, delle politica economica, delle
alleanze internazionali. Si tratta di capire dove e come indirizzare una storia
millenaria di compresenza di popolazioni e di modelli sociali diversi,
radicati in un territorio vasto e strategicamente rilevante.
Ci troviamo
in Turchia perché abbiamo iniziato nell'ottobre scorso un anno di "servizio
civile volontario all'estero", quattro parole per dire: mettersi a
disposizione, nel limite delle proprie competenze, per conoscere e aiutare
uomini e donne che vivono una situazione di povertà e disagio. Quattro parole
che si traducono con il verbo "fare": lavoro presso Caritas Turchia su un
progetto, iniziato con la prima Guerra del Golfo, a favore dei richiedenti
asilo e rifugiati dall'Iraq, circa 2000 persone, di cui il 75% cristiani.
Queste famiglie vivono a Istanbul per un periodo di tempo variabile e non
prevedibile, in condizione di attesa e di irregolarità, per due sostanziali
ragioni: la Turchia ha sottoscritto la Convenzione Internazionale per i
Rifugiati ponendo delle nette limitazioni geografiche (l'asilo politico è
riconosciuto solo a coloro che provengono da paesi europei); inoltre, dalla
caduta del regime di Saddam Hussein, l'UNHCR ha bloccato per motivi politici
ogni decisione relativa ai richiedenti asilo iracheni. In tal modo, poter
partire per un altro paese, oppure restare ed avere accesso all'istruzione ed
alla sanità, trovare un lavoro regolare, uscire di casa e conoscere altre
persone senza timore di venire fermati dalla polizia…: questi diritti di
base sono loro negati. Per e con queste persone gestiamo una piccola scuola
e dei corsi di formazione professionale retribuiti, in modo da sottrarre almeno
parzialmente gli adolescenti allo sfruttamento sul posto di lavoro e per
consentire a chi fra loro lo desidera di continuare gli studi. Inoltre visitiamo
regolarmente le famiglie ed organizziamo incontri e formazione per un gruppo di
donne e di bambini, che possono così conoscersi, mettere in comune difficoltà e
risorse, impegnarsi in attività specifiche. Ogni giorno portiamo a casa
soddisfazione per quello che riusciamo a costruire, frustrazione perché
capiamo che è insufficiente o comunque poco incisivo. Sono gioie semplici e
profonde, come il negoziante che ti saluta quando passi al mattino, il caffè che
ogni famiglia immancabilmente desidera offrirti, qualcuno che si fida di te,
ultima arrivata, e ti racconta la sua storia.
Portiamo con noi episodi ed
emozioni contrastanti. Bambini che scompigliano le bancarelle del bazar
mentre si va in gita, provandosi i vestiti da odalische e da sultani, e poi
bambini che non possono più essere tali, costretti per 10-12 ore davanti a una
macchina da cucire. Situazioni che pongono domande sulla giustizia, sul senso
della sofferenza e del farsi prossimo. Situazioni che ci spingono a cercare un
equilibrio, giorno per giorno, tra il proprio desiderio di "fare" e il proprio
"essere": essere identificate e identificarsi come straniere, italiane,
benestanti, donne, cristiane. Qui scopriamo l'importanza dei segni di
appartenenza, delle radici e delle storie che portiamo con noi, delle parole di
lingue diverse con cui cerchiamo di capirci: arabo, turco, inglese, gesti,
disegni ed un comico misto di tutto. Come ricchezza da valorizzare nell'incontro
con l'altro, non come elementi per irrigidire stereotipi. Essere qui, in un
paese dalla forte presenza e identità islamica, dovrebbe permettere ai cristiani
di testimoniare una fede che è anche desiderio di conoscere l'altro e di
accoglierlo, fin dove è possibile.
Una volontà di dialogo di cui il Papa
ha dato un esempio coraggioso nella sua recente visita. Realizzare questo
desiderio nella vita quotidiana non è ovviamente semplice, come abbiamo iniziato
a capire incontrando diversi esponenti della comunità cristiana di Istanbul: non
solo cattolici di rito latino, ma anche di altro rito (caldei, armeni, greci…),
ortodossi siriaci, greci, armeni apostolici, bulgari, rumeni; e anglicani,
evangelici e protestanti, oltre a congregazioni e movimenti quali Salesiani,
Neocatecumeni, Identes, Focolarini. Una molteplicità di presenze che
purtroppo spesso si traduce in separazione effettiva, anche tra le diverse
Parrocchie della Chiesa Cattolica, cosa che né il peso della storia, né le
differenze teologiche o di rito bastano a spiegare. In questo caso, forse, il
ruolo maggiore lo gioca il rapporto col contesto, la paura di chi si sente
sempre più minoranza, sia dal punto di vista numerico che da quello giuridico e
politico, perché la piena libertà religiosa non viene tuttora riconosciuta ai
cattolici ed alle loro istituzioni. Una condizione in cui ci si può sentire più
esposti rispetto alle tensioni che agitano il Paese, in cui si scontrano gli
interessi di chi vede nelle scelte politico-economiche, nei valori e nella
religione "dell'occidente" una risorsa piuttosto che una minaccia. Alcune
Parrocchie della città sembrano aver reagito chiudendosi in se stesse,
con una minore attenzione all'azione caritativa e al volontariato (che
facilmente portano al contatto con altre realtà e istituzioni), prese dalla
preoccupazione di mantenere forti legami coi propri fedeli, piuttosto che
costruire attività comuni. In questo senso la visita di Papa Benedetto XVI nel
novembre scorso ha costituito per i cattolici di Istanbul non solo un evento
attesissimo, segnale forte dell'attenzione del Pontefice (e quindi di tutta la
Chiesa) per queste comunità "lontane", ma anche il culmine di una lungo percorso
preparatorio, un'occasione per aprire un confronto, per attivare le persone e
per mettere in comune le proprie risorse.
Chiara Rambaldi e Serena
Biotto
Volontarie in Servizio Civile in Turchia
gennaio 2007