giovedì 26 ottobre 2017

SPERANZE

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C’era una volta la zia di un bellissimo bambino nato da poco più di una settimana. Deve dormire molto, recuperare le energie, nutrirsi e stare con la sua mamma e il suo papà. D’altronde nascere non è mica una cosa da poco. Di energie gliene serviranno in grande quantità per affrontare la vita, gli amori, le delusioni e le mille avventure che lo aspettano. E questa sua zia non ha troppi consigli da dargli sulla vita. Spera solo di trasmettergli la sua stessa voglia di vivere e di incontrare l’umanità, di tuffarcisi dentro e di rimanerne, perché no, anche un po’ scottati. Spera che un giorno possa vedere con occhi curiosi e gentili, mai sazi di scoperte. Spera che non si accontenti mai delle cose così come sono, ma che abbia dentro di sé la forza per cambiarle. Spera di raccontargli come mai un giorno è partita per il Servizio Civile in Libano, a Beirut, per incontrare altri bambini come lui, padri e madri proprio come i suoi, per ascoltare le loro storie e sentirsi un po’ più vicina a chi non viene mai ascoltato. Spera di fargli capire che questa terra è grande, piena di colori, odori e popoli, è inaspettata, a volte severa e ingiusta, ma la abitano persone con cui incrociare lo sguardo e dalle quali si può imparare. E così questa zia, che poi sono io, sta per iniziare questa avventura con tanta speranza e con tanto coraggio, lo stesso con cui spera di contagiarlo. 

Nel cuore l’Argentina e il Nicaragua sulla strada.

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Ormai manca poco, la mia partenza per il Nicaragua è imminente. In trepidante attesa vivo questi ultimi giorni di formazione ma i miei pensieri già corrono a immaginari lontani, alle ultime piogge che ora bagnano Managua, all' estate a cui vado incontro, alle persone, ancora sconosciute...

Ma come sono arrivata a questo punto?

Il mio servizio civile si innesta, in parte, su un altro servizio: nel 2015 mia sorella è partita con Caritas Roma per l’Argentina e io ho avuto la fortuna di poter vivere con lei venti giorni a Salta, la “linda” città ai piedi delle Ande argentine.
Un altro pezzo di America Latina, un luogo diverso che ha segnato particolarmente la mia strada, quella che oggi mi porta qui.

Era agosto, era inverno e a Salta si celebrava “El dia del niňo” quel giorno in cui, nel primo pomeriggio, ci avviammo verso Atocha, il quartiere più periferico e dimenticato della città. Il freddo  pungente e la stanchezza che mi pesavano sulle spalle mal si abbinava all’atmosfera di festa che mi circondava.



La festa era stata organizzata da due signore del quartiere, la Pato e la Colo, mamme e nonne, sorridenti ed entusiaste come ragazzine. Ricordo un impianto stereo un po’ arrangiato e nell’aria musiche per bambini; le mie mani, intirizzite, che distribuivano pan dulce e leche y chocolate, lo zucchero sulle dita; bambini di ogni età infagottati in cappelli colorati che cadevano nella polvere di uno scivolo, divertiti più che mai; le manine di Luna che pettinavano i miei capelli, quelli di una “coloradita”; gli occhi grandi e speranzosi di Edoardo che, durante il gioco della pesca, sperava nella palla da calcio.
Ricordo la sera, lunga e fredda, in casa di Pato. Empanadas y asado de pollo per il suo compleanno; il fumo del fuoco e di sigaretta, le uniche fonti di calore; fernet e cola, un mate condiviso; i sorrisi e i pianti di Vicky, la piccola della casa, due anni come il mio nipotino.
Quel giorno lo ricordo difficile e pieno di sforzo ma rimane il ricordo più bello del mio viaggio argentino: perché il servizio è fatica, è anche freddo che sferza le guance, ma è gioia, è visi e nomi che restano oltre la distanza e il tempo.
Quel giorno ho capito che ne volevo ancora, che era tempo di partire e mettermi in gioco, da qualche parte del mondo.

Oggi, arricchita di quei giorni salteñi, è tempo del mio servizio, è tempo del mio viaggio. Ritorno in America Latina, qualche parallelo più in su, qualche ora di fuso orario in più; non più tra le Ande ma tra due oceani.

Eccomi Nicaragua, a noi!

Irene P.

Verso il Kenya: la polvere rossa

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La polvere rossa mi restava attaccata ai vestiti, ai capelli e al viso, quasi temesse il distacco. Ed io, che solo tre anni dopo realizzo quello che mi stava realmente accadendo, versavo in uno stato di abbandono parziale, connesso agli eventi che mi circondavano soltanto dalla paura che avevo di non godermi appieno il momento. Eppure dentro di me già viaggiavo, già ripartivo, già supplicavo il tempo di rallentare. La strada che ogni mattino percorrevo era insieme corta e lenta, veloce e lunghissima, sicura ed imprevedibile, perigliosa e noiosa.

Il grigio del cielo cozzava col caldo disegno che ormai mi ero imposto di trovare, al passaggio, col chiaro bagliore del sole che avrebbe inondato di luce le case arroccate della via: e invece quasi smunte, infreddolite, le strade parevano così gravemente normali, piatte, rigide; le mura coperte d’intonaco si ergevano e gonfie d’aria esibivano il petto, lasciando spoglie le crepe più lunghe, profondi i buchi più larghi, sporche le macchie più nere.

Tutto assumeva una dimensione nuova, quasi surreale, troppo grande e pesante da poter sopportare, distratto com’ero dal continuo valzer d’occhiate che lanciavo a destra e a manca: è così che ho dovuto socchiudere lentamente gli occhi, lasciar lavorare i sensi, prima d’accorgermi che il bello doveva ancora venire. Il tutto era così grande ed intenso da sopportare, distratto com’ero dal forte vociare che avevo, confuso, iniziato a esibire: è così che ho dovuto placarmi e sommessamente tacere, prima di realizzare che “dire” presuppone “ascoltare”. Ed era così, da cieco e muto che ascolta, tocca e annusa, che impostavo e calibravo la mia presenza in mezzo a tutta quella polvere rossa.

La stessa tra la quale a tratti annaspavo cercando aria, ma che spesso colorava stralci d’esperienza forse troppo duri da essere osservati in scala di grigi. La stessa che sì, è vero, mi soffocava, ma che allo stesso tempo mi costringeva a correre, ad uscire dagli spazi che ero solito ritagliarmi, a sporgere il naso oltre la coltre di paure e pregiudizi che mi annebbiavano la vista e mi rendevano ansimante il respiro.

La polvere rossa ti si attacca addosso e non ti lascia più, allo stesso modo di un’esperienza. La polvere rossa assume varie forme: può essere un volto, un paesaggio, un pianto o un’idea, un sorriso o una paura. A volte ti accorgi di lei quando ce l’hai già addosso, altre volte sei tu ad andartela a cercare.

a presto,

Giacomo Centonze

....e sei subito VIP!

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Fotografie, video su youtube, interviste, testimonianze, mazzi di fiori, diretta tv della Veglia Missionaria celebrata nel Duomo di Milano, messaggi di congratulazioni, telefonate inaspettate, la gente che per strada, nel mio paese, mi ferma per salutarmi e complimentarsi.
E’ bastato dire che sarei partita per il Kenya con il Servizio Civile e...mi è sembrato di diventare subito VIP.
Con tutto l’imbarazzo del caso.
Non sono il tipo di persona abituata ad essere al centro dell’attenzione, non amo troppo far parlare di me.
Ma stavolta questo dispiegamento di forze l’ho vissuto quasi come un abbraccio.
Un abbraccio che è partito dai Missionari Comboniani, che da diversi anni accompagnano il mio cammino di formazione spirituale e che in realtà ora sento proprio come una famiglia allargata.
Un abbraccio enorme, che come una serie di cerchi concentrici mi ha presa da lontano e sembra aver avvicinato pian piano tante persone intorno a me, non solo parenti, amici,conoscenti...ma più in la, tutto il mio paese, la comunità pastorale, la diocesi, tutta la famiglia comboniana...in giro per il mondo.



E anche la rete Caritas pian piano si sta aggiungendo.
Con nuove mani, nuovi volti, nuove storie di vita che si intrecciano alla mia.
E’ da qui che ha inizio il mio nuovo viaggio.
Un viaggio che affascina e che spaventa, che entusiasma e fa sognare.
Un viaggio tanto desiderato che rimetterà tutto in discussione, che distruggerà le certezze e darà vita a nuove domande.
Un viaggio che mi permetterà di creare nuovi legami e che spero possa dare nuova vita ai legami e agli affetti che lascio qui a casa ma che, come ha suggerito l’arcivescovo Delpini, ricorderò mentre farò la valigia e porterò sempre con me.