venerdì 29 aprile 2016

METABLOG... il blog nel blog! LA SEMANA DEL LIBRO Y DEL PLANETA TIERRA

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Solidaridad y experiencias desde Ciudad Sandino, Nicaragua

Semana del Libro y de la Tierra en Redes de Solidaridad, con María López Vigil

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El Día de la Tierra y el Día del Libro se celebran los días 22 y 23 de abril, respectivamente, en muchos países del mundo. Y en Redes de Solidaridad hemos querido unir ambas celebraciones en una Semana llena de actividades, cultura, diversión y educación ambiental.
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A Blancanieves se le perdieron los enanos
Sopa de Cuentos” es una obra de teatro breve organizada por el personal del Centro Escolar de Redes de Solidaridad que busca sensibilizar a los niños y niñas sobre el disfrute de la lectura y la importancia de cuidar los libros. Cuando arrancamos una hoja de un cuento, los personajes se pierden, se cambian de cuento y aparecen donde no se les espera. Los personajes perdidos terminaban siendo los mismos niños o docentes que asistían como público, lo que hacía todo más divertido e interactivo. ¡Gracias a Elisa Marenco por trabajar en el imaginativo guion de esta obra!
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Cuentos proyectados
Los niños y niñas de todos los cursos (preescolar y primaria) disfrutaron de cuentos breves en formato audiovisual, siempre con temáticas relacionadas con la lectura y el medio ambiente. Esta actividad fue acogida con entusiasmo por los niños y niñas.
semana del libro 04
Festival del Libro
Durante el miércoles 20 el Club de Amigos/as de la Biblioteca (conformado ahora por unos 70 niños y niñas) organizaron recorridos por la Biblioteca y tres “Rincones” específicos: el primero, de actividades de presentación de la Biblioteca; el segundo, de exposición de libros; y el tercero, para recibir donaciones de libros, en la que participaron niños/as, madres y padres, docentes y voluntarias de Redes.
semana del libro 05
María López Vigil y su Guía del Pipián
Por tercer año consecutivo, la escritora María López Vigil nos alegró con su visita, lectura y comentarios sobre su último cuento, “La Guía del Pipián”. Su cuento nos muestra el pasado, el presente y el futuro de Nicaragua, con una visión crítica pero esperanzada, a través de los ojos de los dos niños protagonistas, Nayita y Guayo. En Redes nos encanta el libro, por lo que fue un auténtico placer tener aquí a María. ¡Gracias!
semana del libro 06

mercoledì 27 aprile 2016

KENYA - La Bellezza Deturpata

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Da un po' di giorni ci sono buganvillee che sbucano dove meno te lo aspetti.. tipo nella strada principale del mio quartiere, che di residenziale ha ben poco. 
Tra le lamiere questi splendidi fiori.. 
E se c'è una cosa che qui è proprio netta sono i colori, così forti, così vivi. 
Insomma, una contraddizione, un colpo all'occhio! 

Mentre camminavo per andare a lavoro estasiata da questa esplosione di colori davanti a me un signore gettava un sacchetto di immondizia tra queste piante. 

E mi è venuto proprio spontaneo pensare "quanta bellezza deturpata".. 
..proprio come l'Africa! 


 

Ecco, in questa foto è racchiusa l'immagine che a volte ho di questo Paese.. 
Tanta bellezza deturpata!


E poi mi è venuto in mente che

"Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita."

Angela


sabato 9 aprile 2016

Libano - segni particolari: SCONFINATI

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Del passaporto, della libertà di movimento e della pazienza


Mentre si parla dell’accordo UE-Turchia sui respingimenti, recentemente entrato in vigore (qui), in un piccolo paese che vive di frontiere porose, un gruppo di persone attende.
Pensando a quanto sia facile - di norma o forse è un'eccezione? - disporre di un passaporto, muoversi, scegliere dove andare e per quanto tempo, riflettevo sulle persone con cui trascorro le mie giornate.

Sabaya tra la neve
Il primo gruppo lo vedete a Bsharre a giocare con la neve, o con quel che ne rimane. Sono le sabaya dell’Olive shelter: donne arrivate qua in Libano per lavorare come collaboratrici domestiche, intrappolate nel sistema della kafala (qui), che aspettano il termine della loro investigation per riavere il proprio passaporto e potersene tornare a casa. 


Eccezion fatta per questa bella gita, di base le loro giornate ruotano tra i corridoi del 5* piano di un palazzo, con uno spazio sottostante abbastanza grande e solitamente inaccessibile. 
Le ragazze, mentre attendono pazientemente il passaporto loro ritirato, ci accompagnano nelle ore che trascorriamo nel centro, ballando e studiando inglese.
Attività queste non imposte loro, ma neanche vissute sempre con troppo entusiasmo, perché i loro pensieri sono sempre rivolti a quel passaporto che aspettano e al volo che le riporterà a casa.
Finalmente lunedì io e Megan, approfittando della rara disponibilità dello spazio, siamo scese con le sabaya e il piazzale a piano terra ha preso vita. 

Open air English
Chi ballava e improvvisava lezioni di zumba, chi con spirito di competizione cercava di vincere a “palla avvelenata”, e chi semplicemente è rimasta seduta a prendere un po’ di sole. Star fuori ha reso più divertente anche studiare inglese, facendoci quasi sentire altrove, e allontanando con più facilità i tristi pensieri del momento.
Il semplice uscire all'aria aperta è stata una piccola conquista condivisa nella più banale semplicità.

In attesa dei nostri amici siriani
Il secondo gruppo in attesa cui penso viene dalla Siria, Homs per la precisione.
Le nostre strade si sono incrociate grazie a Relief & Reconciliation (R&R), che lo scorso sabato ha organizzato una “marcia della pace” nella valle di Qadisha, con arrivo nel bellissimo monastero di Mar Elisha.
Siamo partiti in sette da Beirut e ci siamo messi in marcia con i nostri amici venuti dall’Akkar. 
Venuti dall'Akkar con difficoltà del tutto diverse per chi, come me, può muoversi senza apparenti limitazioni.
Un check-point tra i tanti può mettere fine ad un "semplice" spostamento all'interno dello stesso Libano, visto che i nostri amici vi risiedono senza regolare permesso.
Quanto è facile limitare la libertà di movimento?

Quasi assurdo pensare che, al contrario delle nostre sabaya, loro hanno il proprio passaporto: ma cosa vuol dire adesso avere un passaporto siriano?
Alcuni, come Sidra, attendono che finisca la guerra in Siria per tornarvi, altri, come Abd elStar, attendono di raggiungere l’Europa tramite resettlement.
Un passaporto siriano ora per alcuni può anche serenamente cadere in un piccolo ruscello, come diceva Suleiman ridendo Tanto anche se si bagna, fa niente, non mi serve, dove posso andare?”.

Marcia della pace
La nostra camminata di circa 5 ore (un attimo, 5 ore libanesi eh, quindi pause, pranzo belli seduti al ristorante e tocco finale di arghile) è stata accompagnata da una riflessione da preparare, divisi in gruppi, sui temi della pace, della giustizia, della verità e dell’amore.
Alla fine, giunti al monastero di Mar Elisha, ci siamo riuniti in cerchio per condividere riflessioni spontanee, e altrettanto spontaneamente - per chi lo volesse - per recitare il padre nostro e la fatiha.

Concludo con il terzo gruppo, cui ho pensato. Oramai presenza fissa nelle nostre giornate nel campo di Dbayeh, Monir, Ibrahim, Elias, George, Michel, e una trafila di Abu qualcuno che non ricorderò mai, sono i nostri “nonni” palestinesi e libanesi, che ci accolgono ed attendono puntuali ogni mattina quando ci rechiamo nel centro Caritas a fare attività.
Pronti per perdersi in lunghe ore di 14 (una pseudo scala 40), scandite dall’ormai rituale della pausa "caffè arabo", che non manca di commenti circa la nostra preparazione (è troppo forte, non sa di niente, eh ma la tazzina col manico dov’è?), e di chiacchiere tra persone che iniziano a conoscersi.



Mi sembra quasi surreale fare una riflessione sul passaporto in relazione a loro, sono semplicemente onorata per il senso di attesa che li lega alla nostra presenza, e per l'ironia che sanno regalarci (video docet).

Questo mio Libano si sta riempendo di facce e nazionalità così sconnesse tra loro, che a volte perdo l’orientamento.
Il filo comune che trovo tra loro è una grande pazienza, non ci vedo rassegnazione, nell'attendere quel cambiamento che si aspetta, nell'accettare che il posto dove ci si trova ora, possa per vari motivi diventare casa o far venire una immensa voglia di casa. 
È un passaporto che non si ha, o che si ha e non ha valore, o ancora che non ha ragion d’essere.
Ed è anche una libertà di movimentoda un lato la mia, perché ho deciso di venire qua a spendere un anno della mia vita, ma è soprattutto la loro, che spesso resta intrappolata all'interno di confini e frontiere poco chiari, sospesa tra accordi, muri e respingimenti.

Eppure sapete cosa c'è, è proprio bello vedere in tutte queste persone una voglia infinita di sentirsi SCONFINATI.


"Tutti i cuori degli uomini
sono la mia identità.
Ritiratemi pure questo passaporto."
                             
                                        M. Darwish

Mary in partenza
Aggiornamenti per i gli amanti dell’happy end:
- Mary ha lasciato giovedì l’Olive shelter per il Kenya, dove cercherà di intraprendere un’attività nel settore dei cosmetici (la foto ci fa ben sperare che non voglia dedicarsi alla parrucchieria =); non ha ottenuto gli stipendi arretrati che le spettano, ma è partita nonostante ciò con un sorriso a 583053 denti.
- Abd elStar raggiungerà a breve Taizé, dove ha ottenuto il resettlement con la sua famiglia.
- Noi, si studia e ci si applica per migliorare la lingua e il caffè quotidiano con i nonni di Dbayeh… vi toccherà venirci a trovare o partecipare ai cantieri per sapere il proseguo della storia; intanto esercitatevi e ripetete battttttikh =)



Rub

mercoledì 23 marzo 2016

Bordertown

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Per gli europei della mia generazione, nati sotto la buona stella degli accordi di Schengen, il confine ha sempre rappresentato un concetto immateriale più che dei veri e propri limiti fisici. Una tale libertà di movimento al di fuori dei nostri confini nazionali, ci ha permesso di crescere con radici saldamente ancorate ben oltre le nostre frontiere. Forti della consapevolezza che non sono le frontiere a fare la differenza tra le persone, ci sentiamo ormai cittadini del mondo intero e patrioti dell’umanità nel suo complesso, per prendere a prestito le parole di Charlie Chaplin.

Almeno in Europa, gli unici confini che abbiamo sempre dovuto affrontare erano quelli generati dalle nostre menti, i confini che noi stessi abbiamo tracciato. E’ sempre stata una questione di linee: le linee che ci separavano dal raggiungimento dei nostri traguardi prima scolastici e poi professionali, le linee intangibili che abbiamo tracciato per separarci dalle persone che ci circondano, che dopo tante delusioni, abbiamo trasformato in barriere con la speranza che nessuno più le oltrepassasse.

E mentre ora l’Unione Europea è affaccendata a ripristinare frontiere e confini, tra muri e chilometri di filo spinato, gli europei della mia generazione, che si sono vissuti il Vecchio Continente senza visti né passaporti, da queste linee si sentono soffocare. Proprio quando ci si prova a sporgere per allargare lo sguardo oltre il confine è lì, in bilico su quella linea tra il noto e l’ignoto, che si prova quel senso di vuoto, un misto di paura e desiderio che spinge i più avventurosi a fare le valigie e correre il rischio, varcare i confini, mossi dalla brama di scoprire cosa ci sia dall'altra parte.

Da Ranong (Thailandia) la città più vicina del Myanmar è Kawthaung raggiungibile in soli 15 minuti di barca
Alla base di queste premesse, può suonare a tratti paradossale che ora mi trovi a Ranong, città di confine tra Thailandia e Myanmar. Ranong è uno di quei posti sulla Terra in cui il confine riesce a risultare impercettibile e al contempo più imponente di qualsiasi barriera. L’elevata presenza di migranti irregolari provenienti dal Myanmar, che da decenni fuggono da guerre inter-etniche ed estrema povertà, rende le stime ufficiali sugli abitanti della città poco realistiche, forse raggiungono i 100.000, di cui i thailandesi rappresentano una risicata minoranza. A Ranong si indossano abiti tradizionali Mon, Kachin e Shan e si parla la lingua birmana. Si mangia Chin, Rakine e Karen e all’ingresso delle abitazioni, affianco alla statua di Buddha, troneggia l’effige di Aung San Suu Kyi. A Ranong si vive in Thailandia, ma si vive il Myanmar.

Abiti tradizionali birmani
Ammassati in baracche che affittano a caro prezzo, perché per legge non possono possedere proprietà, i migranti lavorano per pochi spiccioli e in condizioni estremamente precarie sulle barche da pesca, nella cantieristica navale, nell'edilizia, nella filiera ittica, nelle fabbriche di lavorazione delle materie prime e in tutti quei lavori che i thailandesi non sono più disposti a compiere. I migranti irregolari non hanno accesso alle cure mediche, mentre per quelli regolari spesso risultano troppo costose. Solo il 20% percento dei loro figli riesce ad avere accesso ad una qualche forma di istruzione, anche se poi il 90% di essi abbandona la scuola all'età di 12 anni per seguire i propri genitori nelle fabbriche o per prendere il posto dei genitori che non hanno più. Ranong è anche la città con il più alto tasso di diffusione di HIV di tutta la Thailandia, un virus che la maggior parte di essi scopre troppo tardi di aver contratto.  


Alla fine della Seconda guerra mondiale, mossi dalla riscoperta del livello di atrocità che sono in grado di commettere gli unici esseri governati dalla ragione, alcuni rappresentanti del genere umano hanno redatto una bellissima dichiarazione universale che sancisce i diritti fondamentali. Diritto all'uguaglianza, all'istruzione, alla salute, ad adeguate condizioni di vita e alla proprietà, tra gli altri. Eppure ogni volta che viene tracciata una linea di confine per paura, ad un rappresentante in più dell’umanità uno di questi diritti viene negato. Siamo davvero sicuri di sapere cosa perdiamo quando chiediamo i confini indietro?    

In ambo i lati del confine le insegne e i cartelloni pubblicitari sono scritti sia in lingua birmana sia in lingua tailandese



Martina Dominici, 
casco bianco Caritas Italiana in servizio in Thailandia

sabato 5 marzo 2016

Le storie sbagliate di Beirut

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Il Libano, che alcuni ancora ricordano nostalgicamente come la Svizzera del Medio Oriente, si estende su una superficie più piccola di quella dell'Abruzzo e conta una popolazione di 4.5 milioni di abitanti, ovvero meno della metà dei cittadini lombardi.
Confina con Israele -da cui è stato invaso e bombardato circa dieci anni fa- e con la Siria, attualmente martoriata da una guerra civile.
 
L'instabilità politica del paese ha determinato un vuoto della carica presidenziale che si protrae  dal maggio del 2014, causato da un vacillante equilibrio tra le molteplici realtà confessionali presenti.
Si tratta quindi di un paese che lotta per mantenere un'apparente situazione di stabilità e allo stesso tempo riceve centinaia di migliaia di profughi scappati dalla guerra in Siria. Il numero effettivo di rifugiati attuali è tuttavia controverso: oscilla tra la stima dell'UNHCR, che ha registrato poco più di un milione di rifugiati e richiedenti asilo, e un'ipotesi meno ufficiale ma più plausibile che prevede la presenza in Libano di oltre due milioni di profughi.
Il numero è spaventoso, soprattutto se paragonato ai 900,000 siriani registrati in tutta Europa.

Questi due milioni di uomini, donne e bambini sono bloccati in una sorta di limbo tra la vita passata e un futuro incerto, che costruisce le propria fondamenta sulla base di visti negati e confini serrati.
Ognuno ha una propria storia, che meriterebbe di essere raccontata a chiunque pensi che tutti i siriani sono in qualche modo responsabili del conflitto nel loro paese e dell' ingente massa di profughi che sbarcano sulle nostre spiagge. A chi sostiene che "sono problemi loro e della guerra che si fanno a vicenda".

In migliaia vivono in campi profughi improvvisati vicino al confine siriano, sopravvivono grazie ad aiuti umanitari che gli forniscono i mezzi di sussistenza di base necessari per potersi ancora definire dignitosamente umani.
Tra le tante storie che si incrociano in Libano c'è quella di Fatma, originaria di Aleppo, che adesso vive in un campo profughi palestinese. E' madre di sei figli maschi tra i 10 e i 26 anni. Lavorano tutti, ad eccezione del più piccolo. Nessun lavoro fisso, solo impieghi improvvisati e incerti che gli permettono di pagare faticosamente l'affitto della casa.
Nella stessa strada del campo abitano Sabah, una ragazza di ventisei anni di Homs, e sua figlia nata un anno fa in Libano. Sabah è più fortunata di Fatma, dato che suo marito lavora in un ristorante e tutti i mesi porta a casa uno stipendio fisso di 400 dollari, 300 dei quali servono per pagare l'affitto delle due stanze in cui vivono. La casa in cui abitavano in Siria non c'è più. Khalas. Solo un cumulo di macerie.

Poi c'è la storia di Jusef, che a Damasco ha studiato ingegneria perché voleva fare l'ingegnere. Ma in Siria non si costruisce più nulla dato che tutto si distrugge, dunque Yusef lavora in Libano come giornalista, raccontando gli svolgimenti di una guerra che non ha mai voluto.
Fadi invece ad Aleppo faceva il pittore. Sul tavolo del suo nuovo studio a Beirut sono impilati i cataloghi delle mostre a cui ha partecipato durante gli anni, tra cui la rinomata Biennale di Venezia. Tra le poche cose che ha portato con sé in Libano ci sono le tele dei suoi dipinti, che ha poi rimontato su telai ora ammucchiati e impolverati nel suo nuovo studio, che in realtà non è altro che la sua camera da letto.

Sono siriani anche gli uomini stanchi che la sera tornano a Beirut dopo una giornata di lavoro nel nord del paese. Li si incontra la sera sui van provenienti da Tripoli e li si riconosce per i pantaloni sporchi di terra o le mani macchiate di vernice.
Cheap labour, o manodopera a buon mercato, ovvero uno dei motivi per cui i libanesi sostengono che i lavoratori siriani stanno distruggendo l'economia del paese: i salari si abbassano e i costi della vita si impennano.
Sempre più frequentemente per le vie della città si incontrano tassisti che parlano arabo con un accento che non è proprio libanese, la cui differenza è tuttavia quasi impercettibile. A volte accade che l'autista si scusa quando sbaglia strada: conosce a memoria quelle di Damasco, ma nelle strade di Beirut a volte si perde.

Tutte storie diverse, accomunate da un' unica caratteristica: sono tutte storie sbagliate. Storie in divenire che sarebbero dovute essere altro. Storie in transito, interrotte da eventi che non hanno niente a che fare né con il loro credo né con la loro convinzione politica.
Storie in attesa di compiersi.
Perchè Sabah, come molte altre donne, sogna di riportare sua figlia a Homs, anche se la sua casa non esiste più.
E come Fadi, tanti altri vorrebbero poter continuare a dipingere.


 

Tutti i nomi dei protagonisti di questo post sono stati modificati


Never judge the unknown - a trip to the North

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On Monday this week I had the chance and pleasure of joining an NGO called International Humanitarian Relief (IHR) for a distribution of shoes and clothes coming from Norway to Syrian families in the Akaar Region, North of Lebanon. In fact, most the refugees live outside of Beirut and closer to the Syrian border, whether North or East. Hence, the majority of projects which aim at assisting and supporting the refugees are mainly in the Beqaa Valley - Zahle on the East, and in the Akkar region, North of Lebanon. That’s why I wanted to get out of Beirut, to explore unknown landscapes, to meet new people, exchange smiles and be helpful to the people who need it the most. 

It was with curiosity and an open mind that I joined IHR staff on this field visit to Halba, just 20 km away from the Northern Syrian border. 
 



The day started very early, at 6:30 am. I got picked up by the local staff with a Mitsubishi 4x4 at 7:15ish; the journey was very pleasant and it took approximately two hours. We stopped twice, first to pick up a colleague in Tripoli and second to have breakfast, of course. I had a bite of "lahme b'ajin" with some pomegranate juice  and "knefe", both incredibly tasty.

We reached the IHR Al-Amal Vocational Center on the outskirt of Halba around 10ish. The day was beautiful, sunny and warm. 


Al-Amal Vocational Center IHR


The first thing we did after meeting and chatting with the staff of the center, it was to organize and to carry out the distribution. To my surprise everything was brand new: the shoes looked very nice and stylish, for all ranges, women, men and teenagers. All the boxes were piled in a neat and precise way, exactly like the way you would see them in a shop. Same for the clothes which were very pretty and of good quality like cotton, wool and silk.


Distribution of clothes and shoes from Norway - Photography [Courtesy of IHR]



Donated new shoes 
One by one the beneficiaries arrived; they were holding a ticket which meant they were entitled to receive the aid. Each person could take one pair of shoes and a piece of clothing, usually a jacket or two sweaters. As far as I understood, most of these people were the Syrian refugees students who are currently participating at the professional courses at the center, plus other families living in the Halba area who were identified as particularly vulnerable. 



Project Syria

The good thing was that they got to choose themselves among a variety of clothes and shoes according to their need and taste. I mainly helped with find the right piece of clothing.  Their eyes were looking at me, many with curiosity other with indifference.  I was able to talk to them by using survival words and sentences that I have learnt in Arabic class, and with a little help from the English speaking staff I managed to communicate.  Most of the girls wanted a jacket that was “tawhill” - long. I was struggling to find jackets below the knee, but most of the girls were satisfied with what we found. They walked away with huge smiles and proud of their new piece of clothing. Many wanted a jacket for themselves or for their baba. 

The best part of the day was to visit the vocational center. I didn’t expect it to be so organized and efficient, but yes it was. The Director of the shelter really wanted me to go around as he said “visitors bring motivation to our students”. Everyone was so kind and extremely helpful.
The aim of the project in this center is to train the Syrian refugees of the area for six months in one of the following courses: electrical, electronics and mechanics, sewing, cooking, make-up and hairdressing. Such classes last six months and allow them to learn a job and gain an income from it. Not just humanitarianism, but development.  

So one by one we visited each room on the first floor of the center. I was received with happiness and joy. There was a genuine interest among people to show their piece of work and their products, both from the student and the teacher side.
They were so excited about the class! You could tell they were really enjoying coming to the center. Some of the young women were saying they were traveling for more than one hour by bus to reach the center just to participate at the course.


Sewing class - Photography [Courtesy of IHR]



Life is sweeter with a cake - Photography [Courtesy of IHR]


Sewing trials - Photography [Courtesy of IHR]


Young ladies attending the class


One of the sewing machine

 
Loving the freshly baked cheesecake - Photography [Courtesy of IHR]



Bakery class - Photography [Courtesy of IHR]


Photography [Courtesy of IHR]

“I teach them a word of French, English and German everyday, everyday”, said the Director of the center - “I want them to learn other languages, it is so important!” he added. In fact one of the problem Syrians face when arriving in Lebanon is the language; even though Arabic is one of the national official languages, ordinary people speak perfect French and English as well, and most of the time classes in public school are taught in these languages.
The Director also proudly shown me the kitchen of the center, which he has converted into a small playground for the kids whose mum participate at the class. In this way they don’t skip it “just” because they have to look after their kids. 

The teacher of the sewing class (picture below) was of Syrian nationality. He wanted to share his story, one similar to many, perhaps… He proudly said he had many years of experience in this sector: he had a successful business in Homs with around sixty employees. However, because of the war he was forced to flee and he had to leave everything behind. “The government took everything from me, everything…” 
But it seemed to me that what it didn’t take was his passion and will to teach others anything he knew about sewing and making clothes. What a spirit!  


The visit finished with an amazing late lunch, Lebanese style, in a local restaurant. And what’s a Lebanese meal without Arghile and coffee? Not a Lebanese meal! 


Lebanese meal with the crew of IHR

 
The three vices in Lebanon: arghile, coffee and cigarette.
It was a real pleasure meeting such wonderful people. Keep strong!

Much love,
Michi :)