martedì 10 maggio 2005

Mi domando...

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Ritorno a Santa Rosa.
Quando uno si lascia una comunità alle spalle ha sempre tanti pensieri nella testa.
Io ho ricominciato a fumare, nella speranza di riuscire ad ordinarli meglio, ma il groviglio è sempre abbastanza complesso e difficile da districare.
Con il mio collega Ricardo ci siamo divisi equamente i compiti: lui guida all'andata, e a me tocca sempre al rientro.
La strada del ritorno e' fatta di passaggi concessi a chi ci chiede di fermarci, di buchi enormi e di polvere che entra dai finestrini, di animali lungo il cammino, di bambini scalzi, di donne che trasportano pesi sulla testa e di uomini che camminano con un machete nella mano. La strada del rientro e' fatta anche dei mille pensieri che affollano la mia mente.

Quante volte mi sono chiesta che cosa ci faccio qui, qual è il mio ruolo, se posso davvero essere utile a qualcuno.
Elaboro e rielaboro senza avere una risposta chiara, l'unica cosa che ho di certo sono le immagini che si vanno accumulando da quando sono arrivata qui.

C'è Joaquín che inizia la celebrazione della parola con una canzone dei Guaraguao, "No basta rezar" e le donnne sedute nei banchi che lo seguono attente.

C'è padre Efraín che mi mostra il pezzo di terra che la comunità sta lavorando e mi ripete "Andiamo avanti, passo a passo".

C'è un alunno della Scuola di Educazione Popolare che mi dice di guadagnare 50 lempira al giorno (quasi 2 €, ndr) e di dover mantenere otto figli, però, continua, non mi stanco di lottare.

C'è una maestra, che tutti i giorni prende il suo cane e sua figlia di quattro anni e se ne va a lavorare in un asilo alla periferia della città, un posto che a molti sembrerebbe l'inferno, eppure lei ci crede e in quel posto fa la differenza.

Chissà se riuscirò a darmi una risposta, se prima di rientrare capirò davvero se sono utile o meno.

Forse un giorno, giudando, avrò un'illuminazione.

O forse è la domanda ad essere sbagliata, forse il senso, la chiave, sono le persone stesse che conosco, le situazioni che vivo, le buone vibrazioni che continuano a mandarmi questa gente.
Forse davvero bisogna imparare ad ascoltare a fondo, prima di "pensare a come fare per...".
Per ora mi sembra già molto avere la possibilità di stringere la mano di Izzy, risalendo la costa di un monte, dopo aver visto come lavorano i campesinos di una cooperativa.
E pensare a quante mani ho ancora da stringere.

Roberta Mo

martedì 26 aprile 2005

Il Chiapas e lo sviluppo

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Strategicamente parlando:
- emigrare conviene;
- il governo ci aiuta ad andare via;
- domani finalmente saremo attori e non spettatori del mercato;
- nel frattempo abbelliscono la nostra terra.

Secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) negli Stati Uniti ci sono circa 600.000 immigrati messicani e il governo statunitense stima circa 10 milioni di indocumentati sul suo territorio (immigrati illegali provenienti da tutta l’America Centrale).

Per la
Banca Mondiale “è chiaro che la migrazione e le rimesse in valuta pregiata hanno un ruolo importante nella riduzione della povertà degli stati del sud del Messico”.
Secondo gli esperti, infatti, i vantaggi delle rimesse sono molteplici:
* capitali freschi per chi non ha accesso al credito,
* via d’uscita da periodi di crisi dovuti a siccità e crollo del raccolto,
* oscillazione dei prezzi dei mercati,
* eccetera...

Questo, insieme agli interventi del governo messicano (
PROCAMPO, PROGRESA, FISM), permetterà di alleviare “i costi sociali” sostenuti dalle famiglie quali la separazione dei coniugi, i bambini che abbandonano le scuole per i campi, ecc.

Si dice che ogni scelta comporti un’attenta valutazione dei costi e dei benefici. La scelta di emigrare è certamente razionale dal punto di vista economico: “sono povero perché vivo con meno di un dollaro al giorno, quindi vado dove me ne danno almeno otto”. Improvvisamente non sono più povero perché con i soldi non si può essere poveri.
Abbandonare la propria casa conviene.
Le statistiche insieme ai policymaker sorridono.

La BM ha ragione: bisogna andare via.


A rendere più difficile la mia scelta c’è la famiglia, il figlio piccolo, la moglie che dovrà curare il campo al posto mio.
Ci vorrà un po’ di tempo perché io riesca a mandare soldi a casa. Fortunatamente per ogni ettaro di terreno il governo mi da un po’ di pesos ogni anno (sussidio all’agricoltura per migliorare i livelli di produzione in barba a tutte le regole sul libero commercio), in più alle donne con figli garantisce una paga mensile e visite ginecologiche gratuite.
La scelta è più facile.

Il governo rassicura: si può andare via.


I soldi generano un circolo virtuoso e, poco a poco, un ”inserimento” di fasce disagiate della popolazione all’interno del mercato produttivo.
“Inserimento” è, da un lato, capacità di produzione di altri soldi e, dall’altro, capacità di spesa. In altre parole significa apprendere il funzionamento del mercato o anche apprenderne la bellezza.

Il vicino è stato negli Stati Uniti. Ora ha una casa di mattoni e una macchina.
Ci provo anche io.

Mercato significa anche capacità di consumo per aumentare la percezione (sociale) del proprio benessere.

La BM, nello stesso testo, avanza alcuni consigli al governo messicano per migliorare gli effetti benefici del processo (tutti i + nel sistema decisionale).
Perché il mercato funzioni occorrono “diritti di proprietà” ben definiti e un sistema giudiziario che li garantisca.
La struttura ejidal delle comunità messicane (un incomprensibile miscuglio di proprietà privata e comunitaria) non aiuta ad agilizzare il processo. Il governo messicano interviene con un nuovo programma, il PROSEDE. Improvvisamente si diventa proprietari della terra che la comunità aveva affidato in gestione.
Ora un documento certifica in modo indubitabile il diritto di proprietà. L’alienazione o l’alterazione del bene in questione (la terra) è una scelta che spetta al singolo individuo e non più alla comunità. Certamente il singolo valuterà la profittabilità economica della sua scelta [+ o -] ma la comunità (in senso ejidal) non esiterà più.

Nel frattempo il governo del Chiapas firma un accordo diretto con la Unione Europea (primo caso in cui la UE firma un accordo con un governo locale) per lo sviluppo sostenibile della
Selva Lacandona ricca di petrolio e uranio e casa di quelli che non tanto sono d’accordo.
Vivere la selva è la missione del progetto, scoprire al mondo le incredibili bellezze che possiede è lo scopo.
Riassumendo.
I giovani chiapanechi si vanno a formare alla bellezza del mercato negli Stati Uniti, nel frattempo il governo prepara il loro ritorno. La terra è loro e non più della comunità cosicché, pieni di “iniziativa imprenditoriale”, potranno lanciarsi in attività economiche individuali o familiari. La comunità non esiste più quindi non esistono più tutti i diritti che i contadini possono ancora vantare sul governo nazionale.

Nel frattempo c’è da controllare l’annosa questione zapatista.
I militari sono già intorno alla selva ma non possono più entrarci (ufficialmente), così entrano i progetti dell’UE di sviluppo sostenibile. Con i soldi arrivati ci diranno che la povertà si è ridotta mentre la gente si è abituata a ricevere denaro: il governo non è più così male. I giovani rientrando non saranno più disposti a fomentare un gruppetto di gente che si oppone alle politiche centrali; hanno visto con i loro occhi che si può vivere bene con la televisione via cavo e i fast food.
Così gli zapatisti non esisteranno più per insufficienza di zapatisti e il Chiapas sarà il motore dell’economia messicana nel terzo millennio.
 
Rocco
dal sud del Chiapas

giovedì 31 marzo 2005

Tragedie esotiche e mezzi di comunicazione

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Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque...
Nel novembre 1998 le autorità nicaraguensi iniziarono a costruire Nueva Vida per accogliere gli sfollati della costa del lago di Managua.
Le torrenziali piogge portate dall'uragano Mitch avevano provocato l'innalzamento del lago di vari metri e le case di coloro che vivevano sulla riva furono portate via dall'acqua.

Come sempre in queste situazioni la solidarietà internazionale non tardò ad arrivare; milioni e milioni si riversarono nelle casse di istituzioni, associazioni e ONG per soccorrere la popolazione danneggiata.
Cosicché gli sfollati, con i loro fagotti e le poche cose che avevano potuto salvare dalla furia dell'acqua, furono riubicati a Nueva Vida.

In quei giorni non smettevano di passare camion pieni di gente; dalla mattina alla sera; e dalla sera alla mattina.
Fiumi di gente.
Io non c'ero e non potrò mai capirlo fino in fondo, però ho visto delle foto e ho ascoltato tanti racconti... arrivavano a valanghe, i camion li scaricavano, assegnavano a ciascuno uno spazio e da lì in avanti dovevano arrangiarsi.

Ovviamente le autorità provvedevano a garantire viveri, medicinali, ecc.

Però la realtà é sempre più complicata di quello che i piani delle emergenze umanitarie riescono a prevedere.

Innanzitutto nei campi dove oggi sorge Nueva Vida non c'era acqua.
É l'ironia della Natura, l'acqua che aveva appena causato la rovina di tante persone mancava.
Bisognava camminare un po' per andarla a recuperare e nel tragitto era alto il rischio di essere assaltati da sciacalli che Dio solo sa come potessero approfittare di una situazione simile.
Lo stesso per il cibo; a ciascuno era assegnata una razione, però non te lo portavano a casa, e nessuno vigilava affinché nel tragitto non si verificassero "problemi"...

Le persone che avevano perso tutto si arrangiavano come potevano: teli di plastica, pezzi di legno mezzo marcio, pezzi di lamiera, lattine... tutto ciò si trasformava magicamente in case.
La costruzione delle case vere iniziò rapidamente, però è un "rapidamente" per i tempi di chi organizza e realizza il lavoro.
Per chi lo deve aspettare mi immagino che siano state notti lunghe e giorni interminabili.

Andare a cercare cibo e acqua, medicine per i bambini, vestiti, teli per coprirsi... la verità è che è al di là della mia immaginazione, deve essere stato terribile.
Le notti fredde, in mezzo a gente estranea, in mezzo al marasma generale, con un occhio aperto per vigilare sui pochi preziosissimi averi.
Sì, preziosissimi, perché quando non si ha nulla anche solo un bottone è qualcosa, e a qualcosa può servire.

Il suolo stanco dei campi di cotone cedette il posto alle piccole case. Piano piano è nata Nueva Vida, da questa ferita profonda nel petto di povera gente che aveva poco e si è ritrovata con meno.

Tanti amici sconosciuti hanno aiutato queste persone, parecchi continuano a farlo, però i più già iniziano a dimenticarsi, trascinati dai media verso altre esotiche tragedie.

Intanto Nueva Vida continua a vivere la sua quotidiana tragedia della fame, della violenza e della morte, trascinandosi una sanguinosa ferita che stenta a rimarginarsi.
Una delle tante tragedie che ogni giorno si consumano in Nicaragua e nel mondo senza che i più se ne accorgano.

Oggi è sicuramente molto diverso da quei primi drammatici giorni, nondimeno rimane una situazione d'emergenza. Ovviamente i politici non lo ammetterebbero mai perché le implicazioni del termine "emergenza" li obbligherebbero ad affrontare il problema seriamente, molto più di quello che stanno facendo.
Preferiscono pensare di aver compiuto con la loro missione di restituire una casa e una vita a quella gente. Ma la triste verità è che l'emergenza cresce e si aggrava sempre più: un terzo dei bambini denutriti; condizioni igienico-sanitarie pericolosissime; analfabetismo sopra il 40%; indici di violenza sociale e familiare che fanno rabbrividire; disgregazione familiare sopra il 60%; disoccupazione e sottoccupazione che arrivano probabilmente al 50%.

Mi sento un po' a disagio a darvi queste informazioni perché non posso indicare le fonti. Non ci sono fonti di informazione, nessuno ha voglia di ricercare seriamente perché sa che si troverebbe di fronte a una situazione molto difficile.
È più facile far finta di niente e non ascoltare il grido disperato di chi sta morendo di fame e di stenti.

Non possiamo salvare tutto il mondo, ne sono cosciente, però sono qui e non posso fare a meno di vedere la fame negli occhi dei bambini che mi circondano, il vuoto negli occhi dei giovani che hanno rinunciato a sperare (perché è duro farlo quando non ci sono soluzioni), l'affanno negli occhi delle madri che vanno a caccia di cibo, per lo meno quello per riempire lo stomaco dei loro numerosi figli quella sera...

Sono qui, vedo tutte queste cose e non posso fare a meno di pensare che dei tanti soldi destinati alla cooperazione internazionale, la maggior parte vengono utilizzati per fare una guerra che serve a pochi e danneggia ai più, una guerra ingiusta e penosa.

Sono qui e non posso fare a meno di pensare che adesso altre acque hanno sommerso altre persone; una catastrofe immane, più fresca e più appetitosa per i media, anche perché la morte di tanti turisti europei e nordamericani ci ha colpito in modo più diretto.

Si stanno muovendo aiuti che purtroppo non ricostruiranno la vita di quelle persone, perché queste tragedie causano ferite molto profonde.
Probabilmente ci saremo dimenticati di loro fra cinque anni, quando i media parleranno di altre catastrofi ma loro saranno ancora lì a soffrire.

Forse non sarete d'accordo, ma io credo che siano molto più gravi le piccole tragedie quotidiane che vivono miliardi di persone che le (pur sempre gravi) grandi tragedie che provocano migliaia di morti in pochi minuti.

La lotta alla povertà e all'emarginazione che vivono i bambini di Nueva Vida è una sfida molto più onerosa della ricostruzione dei pozzi di petrolio in Iraq e dei grandi complessi turistici delle Maldive.

Una sfida che i mezzi di comunicazione preferiscono dimenticare in fretta.

Giulio Pini
Obiettore di coscienza in Servizio Civile in Nicaragua

venerdì 25 marzo 2005

Servizio Civile: inno della scelta di servire

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"Voi sunteti sarea pamantului [...] Voi sunteti lumina lumii [...]"

"Voi siete il sale della terra [...] Voi siete la luce del mondo [...]"

Durante una Messa nella Catedrala Catolica di Bucarest, ancora una volta il dono della Parola, ancora una volta il dono di queste parole, che mi paiono ancor più belle, più saporite, più luminose, in quanto ascoltate e comprese in una lingua nuova. Ho sempre sentito vicino, mio, questo brano di Vangelo, ma credo di averlo fatto inno di quest'anno di Servizio Civile: inno della scelta di servire, inno della condivisione, inno del partire e del restare.

E mettendolo sul piatto della bilancia insieme alle relazioni costruite, si fa contrappeso dei momenti difficili, dell'ansia del fare, delle incomprensioni e delle difficoltà; si fa muro maestro dell'accoglienza dell'altro, dell'attenzione verso l'altro; si fa nodulo delle emozioni, delle motivazioni, della crescita personale.

Servire è stato entrare in relazione con le persone che ho incontrato, cercare di essere disponibile all'ascolto, all'osservazione, allo scambio, alla comprensione, all'attesa.

Servire è stato e sarà raccontare quello che ho visto e sentito, testimoniare e agire di conseguenza a quello che ho imparato e che mi è stato donato.

Servire sarà servire ancora, con umiltà e perseveranza.

Francesca

martedì 22 febbraio 2005

Pià le cose cambiano, più restano uguali

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"Più le cose cambiano, più restano uguali" era scritto in qualche romanzo classico, ed è proprio così che mi sembra sia in questo momento, in cui inizio a tirare le fila di questo anno trascorso in servizio civile a Bucarest. Bogdan è un ragazzo di strada diciassettenne, vissuto nei canali sotterranei della capitale, da quando all'età di sette anni scappò dall'orfanotrofio, in cui lo aveva portato la madre, che non aveva la possibilità di mantenerlo. L'ho conosciuto al centro diurno che offre aiuto e sostegno ai tanti ragazzi che ancora popolano le strade della città. Dopo tante giornate passate insieme a chiacchierare e giocare, che gioia vederlo cercare un lavoro tra gli annunci del quotidiano e poi venire a sapere che, finalmente, aveva un tetto sulla testa e dei vestiti puliti e della taglia giusta. Che gioia vedere uno che ce la fa, che riesce a cambiare, a fare la svolta.
Finché un giorno lo ritrovo al centro, che sonnecchia con la testa appoggiata al termosifone, la faccia sporca e i vestiti troppo grandi. E' bastato un errore e ha perso tutto.


Non siamo qui per cambiare il mondo e salvare i popoli e forse nemmeno riusciremo a salvare una sola persona, ma possiamo starle vicino, farla sentire accolta e amata. Farsi prossimo di chi soffre, di chi vive nel disagio e nel fallimento, condividere le fatiche, gli ostacoli, ma anche i momenti fugaci di gioia e serenità. E' questo che significa per me essere una volontaria in servizio civile.


Chiara

domenica 20 febbraio 2005

Il Servizio Civile cambia...

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"Il servizio civile cambia la vita, la tua e quella degli altri". Ignoro l'ideatore di questo slogan pubblicitario, ma certamente è uno tra i più indovinati per definire il servizio civile.

"Il servizio civile cambia la vita". Nella vita si possono fare molte, diverse, significative esperienze che cambiano e il servizio civile è una di queste: ti mette nella condizione di vedere le situazioni e, quindi, di analizzarle da punti di vista differenti perché ti obbliga a vedere il mondo con gli occhi degli ultimi, a vestire i loro panni, a comprendere i loro disagi, ti obbliga a saltare la barricata e a schierarti accanto a chi è bisognoso.

"La tua". Quando mi sono ritrovata in mezzo ai block di Bucarest in un freddo pomeriggio di gennaio non ero ancora consapevole di quanto mi sarei scoperta diversa dopo dieci mesi di servizio. Sono cambiata, tanto, davvero, poiché mi sono accorta e ho capito molti aspetti che prima ignoravo, ho conosciuto persone e realtà nuove che mi hanno regalato una chiave di lettura differente, più profonda e più vera. Ho capito che la povertà ha tanti volti, che la dignità è una condizione fondamentale dell'uomo così come la cura e l'attenzione per gli altri sono un dovere.

"E quella degli altri". Ogni nostro gesto, parola, azione ha un'incidenza minima ma fondamentale nella vita degli altri: non ci rendiamo conto di quanto bene o male possiamo fare con un solo battito di ciglia e la nostra responsabilità, affinché la vita degli altri possa migliorare, è sempre pensare e ricercare il loro, non il nostro, bene.

Valentina

domenica 6 febbraio 2005

Sorrisi di donne

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Il sabato è la giornata del bucato. Durante la settimana rimane sempre poco tempo per dedicarsi a queste cose, così stamattina, con lo splendido sole di sempre sono scesa al lavandero per liberare finalmente i miei indumenti dalla polvere delle strada di Managua.

Nello stesso modo in cui immergo le mie mani nell’acqua, così la mia mente si tuffa in una vertigine di pensieri che mi riportano all’ora di charla vissuta ieri pomeriggio con la dottoressa del centro escolar. Il venerdì pomeriggio infatti è dedicata alle donne di Nueva Vida per una chiacchierata riguardo gli argomenti più vari, ma quasi tutti incentrati sulla salute comunitaria e dei più piccoli.

Faccio ogni sforzo per riuscire a mettermi al loro posto, per entrare anche solo un po’ nella vita di ogni singola donna tentando di acchiappare tutte quelle domande che le lasciano perplesse, ma che palesemente non hanno il coraggio di fare.

Ogni tanto mi guardo le mani che l’acqua ha ormai reso rugose e flaccide, poi riprendo a sfregare energicamente la roba spruzzando guizzi d’acqua saponata qua e là.

Riprendo a pensare a quante di quelle donne in questo preciso momento stanno facendo la stessa identica cosa, mentre i loro bambini, che al mattino si presentano a scuola con la divisa impeccabile, giocano seminudi sulla strada vicino a casa o riposano sull’amaca.

Sebbene io sia donna, mi ritrovi in questi giorni a cucinare, lavare, fare la spesa, esattamente come loro, sento sempre più pungente la lontananza che ci separa.

Eppure la mia fronte è madida di sudore esattamente come la loro e la fatica è la stessa... o forse no, forse per loro è più difficile iniziare ogni volta un nuovo giorno.

Ma io come posso in queste poche occasioni far loro capire che dopotutto e nonostante tutto possono contare su di me, sulla mia presenza, anche solo sul mio sorriso?

Per la prima volta nella mia vita (che non è poi così lunga) mi ritrovo senza lavastoviglie, senza aspirapolvere, forno a microonde e non è poi che mi manchino così tanto... queste donne hanno lavato spazzato e cucinato da sempre con le proprie mani, ma forse questo nostro essere agli antipodi non mi rende inutile ai loro occhi e ai miei.

Così come la stessa acqua sta portando via gli ultimi residui di sapone lo stesso sole asciugherà i nostri panni... rimangono pur sempre panni, non fanno la differenza se si presta attenzione alla persona che vestono!
 
Sempre di più capisco come guardarsi negli occhi aiuti a sentirsi vicini e a volte a dare una speranza. Voglio essere in grado di prender parte a tutto questo nel profondo, senza pretendere di vivere la vita di qualcun altro, ma offrendo la mia per renderle migliori.

 

Da Ciudad Sandino (Nicaragua)

Gloria Perin
Volontaria in Servizio Civile all’Estero
Sabato 5 febbraio 2005

giovedì 16 settembre 2004

Il punto due

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1 6 l u g l i o 2 0 0 3 - 1 6 s e t t e m b r e 2 0 0 4

Se si parla di punti urge assolutamente una voce autorevole che si imponga, quindi chi meglio del rispettabile Signor Larousse per far chiarezza.
Pongo distrattamente e incoscientemente alla sapiente attenzione del lettore tre parole che accompagneranno trasversalmente il resto di questo tentativo di testo denominato punto due

(si è deciso, dato il ritrovamento in terra messicana del suddetto, di trascrivere tali e quali le lettere ri-trovate im-presse).


Cooperación: s.f. Participación a una obra común.
Cooperador, ra o cooperante: adj y s. que coopera.
Cooperar: v.i. Obrar conjuntamente, con otra u otras personas, para un mismo fin.

Il solito problema ritorna a galla e si ripone silenzioso e implacabile alla luce: il punto di vista, annoso e faticoso dilemma del porre il punto di vista. Una sveglia talvolta potrebbe aiutarci, una sveglia che è l'arrivo di un'altra persona, un incontro, un soffio del vento.
Le immagini di Rocco, le sue parole lì sopra di impressioni di pelle e la sua faccia qui sono un trillo che mi fa guardare un poco indietro, operazione per la quale ammetto il mio essere assolutamente restìo, una scossa che mi chiede di rivedere quattrocentoventicinque giorni. Un'istantanea difficile da dipingere pensando alla durata, ma pur sempre istantanea; in una foto, infatti, ci son mille istanti, quello dei soggetti ritratti, le vite delle assi delle loro case, le cellule che si muovono, le piante di caffè sullo sfondo, le galline, l'odore e la storia della terra rossa.
Le immagini e la terra, la Santa Madre Terra che ci circonda e la domanda di Rocco sull'essere inutili qui: si parte bene quindi.

Il sentirsi inutili è un gran punto di partenza, dopotutto cosa ci si fa qui? Cosa portiamo e apportiamo a un popolo che lotta da oltre cinquecento anni contro un'invasione e dominazione che passati gli anni si ricicla sotto diverse etichette più o meno light?
Cosa ci facciamo in Chiapas, dove dalla fine degli anni sessanta finalmente gli indigeni e i contadini stanno lottando per affermare i propri diritti?

Cosa ci facciamo qui, esportatori di pace e democrazia chirurgica quando in Italia, in Europa, in questo Santo Occidente Ridente siamo pieni di contraddizioni, siamo pieni di noi, siamo contraddizioni camminanti.

Caro Rocco, benvenuto, l'importante è camminare e i piedi son macchina del pensiero, così mi hanno insegnato gli indigeni: takal, takal, passo, passo dicono i tojolavales.
L'importante è essere qui, vivere con loro, pelle sulla pelle, carni e sudori che si mescolano, ascoltare, rotolarsi nel fango, sprofondare i piedi nel fango e uscirne; quattro piedi camminano meglio che due soli. Qualcosa si può, qualcosa forse ci spetta, forse una sfida personale, forse il riscatto umano di un popolo, il nostro, di invasori pentiti.
Dopo un anno son convinto che a questo livello, quello dei rapporti con le sofferenze quotidiane e delle lotte di gruppi locali, di comunità, di uomini e donne, qualcosa, probabilmente la solita goccia di cui si parla, si può portare. Un cambio locale, piccolo ma deciso e decisivo esiste.

È passato un anno dal fattore O (Oventic), dai Caracoles zapatisti, le alternative esistono, una vita degna costruita dal basso fiorisce. E son questi fattori che a volte mi permettono di non scorgere il cielo nero.

Ma ora cambio, cambio il punto di vista, mi butto su altri livelli e purtroppo non vedo i fiori che abbondano nelle comunità. Atterro sui piani dell'incidenza politica e mi chiedo se quello che facciamo basta, o ci basta solo come retroalimentazione della coscienza.
La sensazione resta quella di Davide e Golia: come non posso non pensare che non serva a nulla quello che facciamo se poi i vari governi non ascoltano le grida disperate dei loro popoli? Se poi questi signori recepiscono solo le sirene con etichette a forma di dollari?

Cosa stiamo facendo qui???

Credo che si stia giocando una partita ad armi impari e l'arbitro perdipiù appartiene alla loro squadra. Coscientizzare forse è la parola adeguata. Ma una volta coscienti i popoli delle ingiustizie e dei vari piani-progetti dei governi che significano razzie e non sviluppo, che fare?

Il terzo soggetto intermedio si impone ora nel confuso discorso, le organizzazioni non governative, le ONG. Inserendo quest'altro ingrediente la ricetta non migliora affatto.
Le tre lettere quando ero in Italia mi sembravano una marchio di una agenzia di viaggi, ora mi suggeriscono altre letture e penso a un organismo nidificante garantito: un essere che nidifichi dove lo spazio è di altri, dove le decisioni dovrebbero arrivare dalle popolazioni locali, dal basso, un intruso che fa il lavoro che dovrebbe garantire invece un governo e che perlopiù si alimenta degli stessi finanziamenti destinati alle comunità. Non vorrei generalizzare drasticamente (esistono anche buoni tra i cattivi) ma l'esperienza su queste terre mi ha fatto vedere ong che si riunivano coi governi e non con la gente (Cancún ne è stato l'apice), ong che impongono modelli occidentali in regioni dove esistono esperienze millenarie di organizzazione e utilizzo delle proprie risorse.

Non è un altro modello di imposizione? Imporre progetti per lo sviluppo?
Quale e di chi, poi?
Questi popoli sono ricchissimi, non sono poveri, sono impoveriti, altrimenti non si spiegherebbero i grandi interessi commerciali per queste mille risorse locali.
Quindi, come ci suggerisce il signor Larousse dove possiamo trovare questa opera comune alla quale possiamo partecipare?
Quale è il fine comune dell'operare congiuntamente?
Co-operare significa lavorare con e non atterrare come nave spaziale nella selva.
Dove si nascondono questi principi fondanti la cooperazione se i governi non li hanno mai avuti e le ONG li hanno persi?
O forse ha ancora senso parlare di cooperazione? Molti butterebbero nella spazzatura pure questa parola, io credo che vada riscattata nel suo significato originario e la riscatto giorno per giorno dal basso, con la gente, nelle comunità.

La speranza sboccia con la nebbia del mattino della selva con i movimenti sociali, con braccia e gambe. Cosa siano poi questi movimenti sociali macroregionali o latinoamericani è tuttavia in via di definizione e lo spazio non ci permette di aprire altre parentesi.
La mattina dopo di una notte precedente il lettore cd gracchia stanco e mi offre lontane lettere che fanno: "la fantasia dei popoli che è giunta fino a noi non viene dalle stelle [...] non è colpa mia se esistono i carnefici, se esiste l'imbecillità, se le panchine son piene di gente che sta male [...] up patriots to arms, engagez-vous [...] "

[cit. franco battiato]
.

Una tazza di caffè che riscalda e ritempra il cuore e si ri-inizia di nuovo a rabattarsi e ributtarsi in una giornata di Chiapas.

Pués, sí...
[sfridi]

Il punto uno

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1 - 1 6 s e t t e m b r e 2 0 0 4

Un'immagine: intorno a un tavolo\scrivania, due bottiglie di vino aperte con martello e cacciaviti, una pizza poco cotta che si farà sentire nella notte e un discorso che nasce da una semplice frase detta per far ridere un po': "l'importante è essere felici".
"Come si fa ad essere felici? Siamo qui, festeggiamo un compleanno, vino e pizza, io non sono felice, i miei amici non hanno né vino né pizza in questo momento".
"E se una persona fosse felice bevendo? Cosa dovrei fare? Farla bere in continuazione?".
" C'è anche chi è contento a fare soldi togliendo la terra a noi contadini! Che dovremmo fare allora? Farlo felice? Dargli la nostra terra?".
Risata di tutti, io con loro, la mia diversa però.

La terra? Cosa ne so io? Cos'è la terra? La terra è terra, non è altro, è terra altrimenti si chiamerebbe con un altro nome, magari pizza, magari vino.
Io ho la mia terra, posso farne un campo di fiori, costruirci una città, possa addirittura non farne niente e tenerla lì e vedere cosa succede quando la natura si rimpossessa di se stessa.
I contadini sono felici se hanno la terra, anche loro non sarebbero contadini altrimenti, si chiamerebbero con un altro nome, magari pizza, magari vino.

Un gessetto nelle mani, "delle persone mi hanno spiegato che la nostra società è come una piramide, alla punta ci sono i politici, il governo, guadagnano un sacco di soldi, subito sotto c'è la classe media, intellettuali, quelli che hanno studiato, poi ci siamo noi, i campesinos e noi non abbiamo proprio niente, niente, solo la terra, e se ce la portano via? Che abbiamo noi?".

Seduto accanto alla lavagna, annuivo, non potevo dire altro. Però pensavo a una cosa. Certo che queste persone non assomigliano in nessun modo a Brad Pitt o a Mel Gibson. Sono più bassi di me, e io non sono alto, sono magri come me però scuri di pelle, più di quando mi abbronzo, hanno dei baffetti non proprio bellissimi e certo più brutti del pizzetto che ho coltivato fin da quando sedicenne camminavo con i 7 peli che stavano crescendo sotto il mento.
Qualcuno aveva spiegato della piramide e uno di loro me la ripeteva come l'aveva ascoltata. L'idea della piramide gli piaceva proprio, tutto funziona così. Ricordo che anche a me piacque tanto questa immagine quando la maestra alle elementari mi spiegava della struttura sociale nell'antico Egitto. La piramide si ricorda sempre, chissà perché.

Un'altra immagine da ricordare: il machete. Deludente per certi versi. È un grande coltello, una via di mezzo tra una spada, una sciabola e un coltello da cucina. Bruttino, però taglia! Con un gesto lento della mano da destra verso sinistra, stando attento a non portarmi via un piede, ho tagliato un ciuffo di erba solo sfiorandolo. Mi ha ricordato una scena del film "La guardia del Corpo" quando lei, cantante di fama, gioca con una spada e lui, un po' bello e dannato, duro ma con un cuore grande così, le si avvicina, le sfila il foulard di pura seta, lo fa volteggiare in aria e ricadere giusto giusto sulla spada. La spada ferma, immobile lo taglia e lei cade tra le braccia di lui.
Loro lo usano per tagliare l'erba e io lo provavo e pensavo a questo e alle guerre non intelligenti.

In queste notti, quando mi stendo sul letto mi sento strano e non è solo per la pizza o per i fagioli e tortillas che si mangiano. Provo una sensazione di fastidio che non sempre capisco. Perché quando loro mi parlano o mi guardano con quegli occhi io mi sento piccolo, mi sento un po' inutile, un po' sbagliato, come se avessi capito poco e caspita che di libri ne ho letti! Non sono un dotto però la mia laurea ce l'ho! Ero quasi pronto ad entrare nel mondo del lavoro, avevo praticamente un piede e mezzo dentro prima che venissi qui. Però non mi sento a posto.
Alcune volte, addirittura, provo una cosa difficile da decifrare, sento che mi piacerebbe essere per alcuni momenti della mia vita come loro ed essere capace di trovare la cosa giusta, capace di lottare per la terra, questa caspita di terra, lottare per la verità di qualcosa, un solo contadino senza terra, con la maschera, perché non sono io ma la mia felicità che è quella degli altri e di quel contadino e vorrei guardarmi dentro e sapere che sarei capace anch'io di giocare con la mia vita perché tutto continui, anche senza di me, ma in un modo più bello.

Poi mi addormento... e dormo un sonno profondo e prima di riaprire gli occhi immagino la mia casetta fuori dalla città, con tutti i confort ma nel pieno di una campagna, immagino il mio cane e dei bambini da accompagnare a scuola, immagino il traffico della tangenziale e il clacson che impazzisce. Mi lavo i denti, scendo a fare colazione e un uomo con quei baffetti mi dice "Buon giorno".
Lo saluto, beviamo insieme un caffé, mi offre un po' del suo pane dolce. La casetta si sfuma un po', mi dice "Grazie di essere qui", e io inizio di nuovo a non capire e inizia un'altra giornata in Chiapas.
[rs]

lunedì 6 settembre 2004

Etiopia 2004: torneremo, è una promessa!

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‘Torneremo: è una promessa’,  sussurra con gli occhi umidi Federica, 35 anni di Udine.
‘Tornate, vi aspettiamo’, chiede Musé, 18 anni di Addis Ababa, nel poco italiano imparato in tre settimane. 

Bole, il modernissimo aeroporto della capitale, è il teatro di un arrivederci struggente, carico di nostalgia, ricordi, voglia di costruire insieme. 
Abbracci commossi suggellano l’amicizia speciale che si è costruita in tre settimane fra i 13 ragazzi italiani e i 10 etiopi che hanno condiviso l’esperienza del campo di conoscenza e lavoro svoltosi in Etiopia dal 4 al 25 agosto 2004.



Let’s share with commitment, condividiamo impegnandoci, è stato l’imperativo che ha guidato il percorso dei ragazzi. Un percorso non sempre facile, a volte anche molto faticoso, che ha richiesto tanta voglia di mettersi in gioco, desiderio di comunicare al di là di ogni barriera, condividere  diverse culture.


Chi aiuta a scoprire in ogni uomo, al di là dei caratteri somatici, etnici, razziali, l’esistenza di un essere eguale al proprio, trasforma la terra da un epicentro di divisioni, di antagonismi, di insidie e di vendette in un campo di lavoro organico di civile collaborazione”. 
(Paolo VI, Giornata della Pace  1971). 

Questo è proprio quello che si è cercato di fare durante questa esperienza.

I ragazzi italiani provenivano dalle diocesi di Milano e Udine e avevano svolto un percorso di formazione di educazione alla mondialità e volontariato internazionale che li ha aiutati ad affrontare meglio il compito a loro richiesto. I 10 ragazzi etiopi  provenivano dalle 10 parrocchie presenti nella capitale ed erano stati segnalati dai rispettivi parroci. 

Il campo si è svolto in due sedi distinte (Wolisso e Debre Markos) e ciò ha permesso ai due gruppi di dimensioni ridotte una migliore integrazione fra italiani e etiopi e la possibilità di relazionarsi più a fondo con le realtà locali. Il confronto finale delle due esperienze è stato un ulteriore elemento di ricchezza e conoscenza. 

Le attività comuni a entrambi sono state il lavoro con i ragazzi (bambini e adolescenti) delle due Parrocchie, attraverso la semplice animazione, l’insegnamento dell’inglese, i laboratori creativi. 
Ma a Wolisso (cittadina a 130 km. a sud di Addis Ababa) la realtà parrocchiale è stata sicuramente l’elemento più caratterizzante dell’esperienza.



I ragazzi hanno vissuto e lavorato gomito a gomito non solo con i ragazzi di Addis ma anche con un gruppetto di giovani di Wolisso che veniva a condividere la quotidianità. Con tanto amore, fatica, sudore, allegria, il gruppo ha ridipinto la Chiesa della Parrocchia, sistemato un magazzino, decorato con artistici murales le aule dell’asilo gestito dalle suore della Misericordia e della Croce e le camerate dell’ospedale cittadino che ospita bambini denutriti. 

A Debre Markos invece, 300 km. a nord di Addis, c’è stata la realtà delle suore di Madre Teresa, con il carico di solitudine, malattia, sofferenza che essa comporta, ma anche ricca dell’esempio di amore e abnegazione che le suore quotidianamente offrono. I volontari hanno condiviso tutte le attività normali del centro, dalla pulizia delle camerate degli ospiti, all'aiuto in cucina, al lavaggio giornaliero delle centinaia di indumenti, a semplici cure mediche e igieniche. Oltre a ciò si sono alternati nel portare un sorriso ai bambini sieropositivi organizzando ogni genere di animazione per loro e per tutti gli altri ospiti della struttura. 

I momenti di confronto e di riflessione comune si sono svolti ad Addis Abeba all'inizio e alla fine del percorso, e i ragazzi sono stati ospiti qualche giorno di famiglie etiopi che li hanno accolti con entusiasmo e generosità.

Ho visto 2 facce dell'Etiopia – dice Serena, 24enne milanese - l'Etiopia della stagione delle piogge (verde, rigogliosa, ospitale, accogliente, amichevole, generosa, gratuita, affettuosa) e quella della stagione secca (povera, bisognosa di aiuto, in difficoltà, malata).” 

Entrambe sono sicuramente importanti per capire le mille sfaccettature diverse di un paese ricco di storia e tradizioni, ma poverissimo per condizioni di vita e prospettive, che l’indice dello sviluppo umano delle Nazioni Unite condanna al 170° posto nel mondo, uno dei luoghi peggiori della terra, dove l’aspettativa media di vita è  44 anni e il guadagno medio è mezzo dollaro al giorno.
Non è facile abbandonarsi a tutto questo, non è facile accettare a cuore aperto un mondo così diverso dal nostro. E’ stata una bella sfida anche se breve, una sfida portata a termine con successo. 


Mi è piaciuto l’abbandono all’ospitalità che ho potuto assaporare fino all’ultimo, in ogni momento. Mi è sembrato davvero di essere quell'ospite povero di cui parlavamo nei nostri incontri: povero perché senza niente e povero di barriere, come una stanza vuota da far abitare…… ho voluto che l’Etiopia abitasse in me, un’esperienza bellissima!” commenta Simona, 31 anni milanese. 

E adesso? Forse la vera difficoltà sarà raccogliere i frutti di questa esperienza una volta tornati nel proprio tran-tran quotidiano

Ma sono tante le cose che si possono fare, la prima forse sarà quella di continuare a tenere aperti gli occhi al mondo, ovvero - per usare le parole di Giacomo 26 anni di Legnano (Mi) - "vedere" le povertà che ci sono ovunque , essere "missionari" a casa propria .


Sara Carcatella 
Operatrice espatriata Caritas Italiana in Etiopia


Nota sul gruppo: i ragazzi italiani erano in tutto 13: 5 provenienti da Udine e 8 da Milano. L’età andava dai 24 ai 36 anni, alcuni  studenti, altri impiegati. I ragazzi etiopi erano 10, età media 22 anni, per lo più studenti, abbastanza attivi e impegnati nelle parrocchie  di appartenenza. La lingua comune usata durante il campo è stata l’inglese, ma soprattutto la voglia di condividere.