domenica 18 febbraio 2007

Il mio primo incontro con lo slum di Kibera

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Il titolo di questo mio scritto mi serve per ricordare quanto poco io possa dire sullo slum di Kibera, quanto superficiale potrebbe essere qualsiasi mia considerazione o riflessione, e quanto assurda sarebbe ogni mia conclusione. Ma Kibera è destinata a essere un posto importante per me perchè ci dovrò lavorare... quindi mi sembra significativo sedermi ed annotare qualcosa dopo questo primo incontro. Sarà bello poi ritornare a scrivere su Kibera alla fine di questo anno e confrontare i diversi sguardi con cui l'ho osservata.

Kibera è la più grande baraccopoli di Nairobi e una delle più estese nel mondo. Qui vivono circa 800mila persone in baracche fatte di fango e di lamiera. Questo è quanto puoi trovare scritto su Kibera, ed è proprio così: Kibera è immensa. In alcuni momenti, mentre camminavo per le sue mille strade, ho provato una certa ansia, la sensazione di essere dentro un groviglio di lamiere arrugginite dove puoi entrare, ma dove è quasi impossibile trovare la via di uscita.

Ma Kibera non è fatta solo di lamiere. A Kibera ho visto cose e ascoltato persone. Gli uomini che come lavoro riparano e stirano camicie e i ferri da stiro che usano pieni di carbone rovente. L'uomo con il quale ci siamo fermati a parlare stava stirando una camicia con un ferro da stiro nel quale oltre al carbone c'era dentro una pannocchia. Una pannocchia? Non ho potuto fare a meno di fermarmi a guardare quella pannocchia che abbrustoliva! L'uomo ci ha salutato e poi ha cominciato a parlarci del suo lavoro. Ad un certo punto si è interrotto, ha tolto dal ferro da stiro la sua bella pannocchia abbrustolita e mentre ci parlava si è gustato il "frutto del suo lavoro"! Io ho sorriso e poi ho cercato di rimettermi ad ascoltare quanto ci stava dicendo.

Più tardi, quando siamo usciti dalla sua baracca, ho incontrato un altro uomo. Questi mi si è avvicinato e mi ha chiesto "How are you?". Ma, accidenti, mentre parlava mi si avvicinava sempre di più! Ops, allora ho capito che quella persona aveva qualche problema, o per il troppo alcool o per la troppa droga. Ha cercato di agganciarmi e di portarmi non so bene dove. Ma per fortuna a Kibera non si va mai da soli! Wilson, il keniano che era con me, si è messo in mezzo e tutto è finito lì! "Ok Silvia, il tuo primo attacco in Kenya" mi ha detto Elena.

A Kibera ho parlato anche con due donne.

La prima è una maestra, e qui il mio orgoglio di insegnante è venuto fuori alla grande! Ci ha mostrato la sua scuola. Una scuola coloratissima: nelle aule c'erano tantissimi disegni dei bambini. Il piu' bello? Uno struzzo realizzato con il disegno delle mani di tutti i bambini. Questa maestra mi è piaciuta molto: era un'insegnante grintosa e appassionata del suo lavoro, una maestra con giù la voce per il troppo urlare in classe come le maestre di tutto il mondo! Quando siamo arrivati, i bambini stavano mangiando e in aula regnava un gran silenzio. L'insegnante ci ha spiegato che quando si mangia, tutti stanno in silenzio perchè i bambini sono troppo affamati per parlare. Quando hanno finito di mangiare, hanno ricominciato a fare la solita caciara come i bambini di tutto il mondo!

La seconda donna si chiama Rosi ed è una donna sieropositiva che lavora in un progetto finalizzato alla sensibilizzazione sul problema dell'AIDS e al sostegno di persone malate. Ci ha parlato della sua malattia, di come l'ha scoperta, vissuta e affrontata con ottimismo, coraggio e ora anche con serenità. Ci ha mostrato dei disegni fatti da persone con la sua stessa malattia. Erano tutti disegni che rappresentavano il loro vissuto e di come vedevano la loro malattia. Rosi vede la sua malattia come degli strani assembramenti di vermetti nel seno. Un altro uomo, avvertendo la malattia nella testa, ha tracciato delle linee pesanti sul capo. Un altro ancora ha rappresentato la sua malattia come uno strano animale nella pancia.

Infine, attraversando una sola strada, la Ngang Road, si raggiunge un altro mondo: quello dell'élite cittadina e del corpo diplomatico: il campo da golf. Qui l'acqua zampilla e mantiene verdi i prati. Chi è da questa parte non sa nulla di quello che accade di là. E neanch'io che sono stata per un po' di tempo da questa parte. Anch'io non so ancora bene quello che c'è a Kibera, quello che non c'è ma ci dovrebbe essere… . E voi che siete lì? Come vedete il mondo da quella prospettiva?

Silvia Colombo
volontaria in servizio civile all'estero
febbraio 2007

sabato 10 febbraio 2007

Martin

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Ieri sono stata ad Orhei.

Poiché non sarei potuta andare per il compleanno di Martin (il 4 marzo sarò in Italia) ho deciso con un collega di andare all'Internat per ragazzi disabili il giorno del mio compleanno.

Era tanto che volevo andare a vedere come stavano i ragazzi.
Non è facile spiegare quali sentimenti io provi quando entro in quel luogo buio, immenso, che, quando va bene, odora di chiuso. Camminare nei corridoi dell'Internat è inquietante: sembra un labirinto in penombra dove ogni tanto compare qualcuno. Può essere un ragazzo che ti osserva, può essere un gruppo di bambini, un'inserviente, qualcuno che si sposta da una stanza all'altra.
La cosa più strana è sapere che lì vivono più di 300 bambini e ragazzi ma non sentire alcun rumore.

Io ero con Oleg e mi sentivo tranquilla. Il guardiano all'ingresso ci portò immediatamente dalla direttrice la quale, con la cortesia tipica dei direttori di questi istituti, nemmeno ricordava che l'estate scorsa alcuni ragazzi italiani erano stati lì a fare un po' di animazione ed avevano alloggiato per due settimane nella struttura.
Dopo molte spiegazioni finalmente la direttrice ci diede il verdetto: l'Internat era in quarantena per un'epidemia di influenza, così non sarei potuta entrare nelle camerate dei ragazzi ed incontrare Martin.
Non sarebbe stato un problema invece incontralo nei corridoi.

E così eccomi al piano di sotto ad aspettarlo.
La prima cosa che notai fu il suo modo di camminare: con i suoi problemi alle gambe non ha mai camminato bene, ma ora mi sembrava peggiorato. Appena uscimmo alla luce mi resi conto che era dimagrito e che aveva i capelli più lunghi del solito.
Una volta usciti gli presentai Oleg ed insieme ci sedemmo su una panchina. Subito gli chiesi se stava bene, lui rispose di sì, ma quando gli feci notare che era dimagrito mi disse che mangiava solo pane e burro e poco altro. Il resto del cibo servito alla mensa non gli piaceva: tutti i giorni le stesse cose!

In certe cose Martin non è mai cambiato: quando arriva qualcuno a visitarlo racconta subito di quanto sia felice di avere visite, dice che nelle lunghe giornate passate in camera spera sempre che qualcuno lo venga a trovare.
Lui non ha nessuno, è stato abbandonato dai genitori quando era piccolo
e non ha mai avuto il calore di una famiglia. Questo è il tipo, un ragazzo della mia età che ha passato la sua vita in un Internat, che sa bene quello che vuole ma pure i limiti di quanto può avere.

Fino all'estate 2005 poteva uscire, andare in paese, in chiesa, adesso a tutti è stato vietato di uscire.
Forse è per questo che non era sorridente come al solito. Gli feci notare che camminava male e lui me lo confermò: il giorno prima era caduto 2 volte, e gli erano comparsi dei tic che prima non aveva.
In compenso mi raccontò che all'Internat avevano messo il riscaldamento nuovo e che c'era pure l'acqua calda.
Ricordammo la gita fatta insiema ai monasteri, mi chiese di tutte le persone che aveva conosciuto e, con un'opera di convinvìcimento degna di un predicatore americano, tentò di strappare una promessa ad Oleg: verrà a trovarlo con Elena e Gheorghe e festeggeranno insieme il suo compleanno, andranno a pranzo fuori e gli regaleranno un anello e una bottiglia di shampoo, di quello rosso… magari potranno andare a comprarlo insieme!

Elisa Magnifico
Operatrice Caritas Ambrosiana
a Chisinau, Moldova
febbraio 2007

giovedì 18 gennaio 2007

Uno sguardo dal Bosforo

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Venti minuti, il tempo di raggiungere il centro di Istanbul dall'aeroporto, sono abbastanza per cominciare a porsi la domanda su cui gli stessi turchi discutono per ore davanti al centesimo bicchiere di tè della giornata: qual è la specificità della nazione turca e della sua gente? Oltre il vetro del finestrino, una struttura urbanistica caotica alterna le vie dello shopping di lusso ai vicoli mal illuminati e alle case fatiscenti; gli specchi dei grattacieli riflettono la girandola di colori dei mercati di strada, mentre uno stilista confuso sembra aver distribuito in parti uguali tacchi alti, gonne corte, veli a coprire il viso, chador neri.

Curiosità ed inquietudine sono i sentimenti che ci accompagnano nella visita a questo paese che si colloca a fatica rispetto alle tradizionali distinzioni Oriente - Occidente, Medio Oriente - Europa, modernità e tradizione. D'altro canto, sono gli stessi turchi che stanno cercando di definire la propria identità sui diversi piani della religione, delle politica economica, delle alleanze internazionali. Si tratta di capire dove e come indirizzare una storia millenaria di compresenza di popolazioni e di modelli sociali diversi, radicati in un territorio vasto e strategicamente rilevante.

Ci troviamo in Turchia perché abbiamo iniziato nell'ottobre scorso un anno di "servizio civile volontario all'estero", quattro parole per dire: mettersi a disposizione, nel limite delle proprie competenze, per conoscere e aiutare uomini e donne che vivono una situazione di povertà e disagio. Quattro parole che si traducono con il verbo "fare": lavoro presso Caritas Turchia su un progetto, iniziato con la prima Guerra del Golfo, a favore dei richiedenti asilo e rifugiati dall'Iraq, circa 2000 persone, di cui il 75% cristiani. Queste famiglie vivono a Istanbul per un periodo di tempo variabile e non prevedibile, in condizione di attesa e di irregolarità, per due sostanziali ragioni: la Turchia ha sottoscritto la Convenzione Internazionale per i Rifugiati ponendo delle nette limitazioni geografiche (l'asilo politico è riconosciuto solo a coloro che provengono da paesi europei); inoltre, dalla caduta del regime di Saddam Hussein, l'UNHCR ha bloccato per motivi politici ogni decisione relativa ai richiedenti asilo iracheni. In tal modo, poter partire per un altro paese, oppure restare ed avere accesso all'istruzione ed alla sanità, trovare un lavoro regolare, uscire di casa e conoscere altre persone senza timore di venire fermati dalla polizia…: questi diritti di base sono loro negati. Per e con queste persone gestiamo una piccola scuola e dei corsi di formazione professionale retribuiti, in modo da sottrarre almeno parzialmente gli adolescenti allo sfruttamento sul posto di lavoro e per consentire a chi fra loro lo desidera di continuare gli studi. Inoltre visitiamo regolarmente le famiglie ed organizziamo incontri e formazione per un gruppo di donne e di bambini, che possono così conoscersi, mettere in comune difficoltà e risorse, impegnarsi in attività specifiche. Ogni giorno portiamo a casa soddisfazione per quello che riusciamo a costruire, frustrazione perché capiamo che è insufficiente o comunque poco incisivo. Sono gioie semplici e profonde, come il negoziante che ti saluta quando passi al mattino, il caffè che ogni famiglia immancabilmente desidera offrirti, qualcuno che si fida di te, ultima arrivata, e ti racconta la sua storia.

Portiamo con noi episodi ed emozioni contrastanti. Bambini che scompigliano le bancarelle del bazar mentre si va in gita, provandosi i vestiti da odalische e da sultani, e poi bambini che non possono più essere tali, costretti per 10-12 ore davanti a una macchina da cucire. Situazioni che pongono domande sulla giustizia, sul senso della sofferenza e del farsi prossimo. Situazioni che ci spingono a cercare un equilibrio, giorno per giorno, tra il proprio desiderio di "fare" e il proprio "essere": essere identificate e identificarsi come straniere, italiane, benestanti, donne, cristiane. Qui scopriamo l'importanza dei segni di appartenenza, delle radici e delle storie che portiamo con noi, delle parole di lingue diverse con cui cerchiamo di capirci: arabo, turco, inglese, gesti, disegni ed un comico misto di tutto. Come ricchezza da valorizzare nell'incontro con l'altro, non come elementi per irrigidire stereotipi. Essere qui, in un paese dalla forte presenza e identità islamica, dovrebbe permettere ai cristiani di testimoniare una fede che è anche desiderio di conoscere l'altro e di accoglierlo, fin dove è possibile.

Una volontà di dialogo di cui il Papa ha dato un esempio coraggioso nella sua recente visita. Realizzare questo desiderio nella vita quotidiana non è ovviamente semplice, come abbiamo iniziato a capire incontrando diversi esponenti della comunità cristiana di Istanbul: non solo cattolici di rito latino, ma anche di altro rito (caldei, armeni, greci…), ortodossi siriaci, greci, armeni apostolici, bulgari, rumeni; e anglicani, evangelici e protestanti, oltre a congregazioni e movimenti quali Salesiani, Neocatecumeni, Identes, Focolarini. Una molteplicità di presenze che purtroppo spesso si traduce in separazione effettiva, anche tra le diverse Parrocchie della Chiesa Cattolica, cosa che né il peso della storia, né le differenze teologiche o di rito bastano a spiegare. In questo caso, forse, il ruolo maggiore lo gioca il rapporto col contesto, la paura di chi si sente sempre più minoranza, sia dal punto di vista numerico che da quello giuridico e politico, perché la piena libertà religiosa non viene tuttora riconosciuta ai cattolici ed alle loro istituzioni. Una condizione in cui ci si può sentire più esposti rispetto alle tensioni che agitano il Paese, in cui si scontrano gli interessi di chi vede nelle scelte politico-economiche, nei valori e nella religione "dell'occidente" una risorsa piuttosto che una minaccia. Alcune Parrocchie della città sembrano aver reagito chiudendosi in se stesse, con una minore attenzione all'azione caritativa e al volontariato (che facilmente portano al contatto con altre realtà e istituzioni), prese dalla preoccupazione di mantenere forti legami coi propri fedeli, piuttosto che costruire attività comuni. In questo senso la visita di Papa Benedetto XVI nel novembre scorso ha costituito per i cattolici di Istanbul non solo un evento attesissimo, segnale forte dell'attenzione del Pontefice (e quindi di tutta la Chiesa) per queste comunità "lontane", ma anche il culmine di una lungo percorso preparatorio, un'occasione per aprire un confronto, per attivare le persone e per mettere in comune le proprie risorse.

Chiara Rambaldi e Serena Biotto
Volontarie in Servizio Civile in Turchia
gennaio 2007

lunedì 18 dicembre 2006

I primi calci del piccolo Mark

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Sono ormai alcuni mesi che ho la possibilità di visitare ad Istanbul le famiglie degli iracheni richiedenti asilo.

Quel giorno siamo andati presso la casa di una ragazza che ben conoscevo poiché frequentava l'attività scolastica presso Caritas ed era impegnata come animatrice nell'oratorio.


La madre qualche giorno prima mi aveva chiesto perché andassimo sempre a visitare altre famiglie e non la loro. Certo che tra circa 400 famiglie non è facile arrivare da tutti, almeno in tempi brevi... ma finalmente ci siamo decisi ad andare da Ranya.


Siamo arrivati in un piccolo appartamento di due stanze, che non aveva tanto di diverso da molti altri. L'alloggio ospitava 8 persone, tra le quali vi era anche Mark: un piccolo torello di 2 anni che andava a nascondersi tra le braccia della madre non appena provavamo a chiamarlo. Nonostante la sua timidezza iniziale, è diventato presto il centro d'attenzione per tutti e, forse comprendendo che si parlava soprattutto di lui, piano piano passando dalle braccia della madre a quelle dello zio e delle zie ha iniziato ad alzare la testa e a mostrare il suo petto.

In una famiglia che sta attraversando un momento veramente difficile, che sta vivendo in un forte stato di depressione, la vitalità di un bambino riesce sempre a strappare qualche sorriso. Così Mark, abbandonandosi a qualche sguardo esploratore, aprendo lentamente gli occhi e allargando un riso provocatorio, ha finalmente dato il via alla conquista di nuovi amici e si è liberato nell'espressione di tutta la sua vivacità di bambino.
Nella stanza di 3 metri per 3 si è messo alla ricerca della "toba", il pallone, quel fantastico strumento per giocare a calcio ancora talmente grande per lui che praticamente gli arrivava fino al ginocchio. E' così cominciato in quel mini campo, l'allenamento di un piccolo calciatore in erba, e subito la casa si è riempita di altri colori, sensazioni, e... suoni!


Non più timidezza, non più coccole protettive, ma un contatto mediato dal gioco, tanti sorrisi e qualche grida di accompagnamento. E che esplosione ad ogni goal! Non importa se le dimensioni del campo erano ben al di sotto delle regolamentari, se i giocatori non fossero super allenati e pagati, se ci fosse un cerchio di letti al posto delle tribune... ad ogni tocco della "toba" un'emozione forte raggiungeva tutti mentre il piccolo maradona si lanciava da una parte all'altra, sotto i letti, dietro la porta per ricominciare ogni volta il gioco.

Siamo andati via che ci sembrava di aver vinto un grande derby, e sicuramente abbiamo ricevuto un gran premio.


di Pietro Boni
operatore Caritas Ambrosiana/CELIM ad Istanbul

domenica 19 novembre 2006

Da Milano al Mozambico

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Non saprei dire da dove è incominciata.

Probabilmente dalla stazione Centrale di Milano, un tardo pomeriggio del maggio dell'anno scorso.

Sapevo che dom Ernesto, vescovo da qualche mese della diocesi di Pemba, a nord del Mozambico, e amico da tempo, era di ritorno da Roma e arrivava con il treno a Milano, e così inforcai la bicicletta e mi fiondai in stazione almeno per salutarlo qualche minuto.
Sicuramente non immaginavo che in quei pochi minuti, e con qualche spiazzante parola delle sue, di quelle che vanno a centrare proprio il cuore dei tuoi pensieri, mi avrebbe proposto (e convinto, lo ammetto, con una rapidità sorprendente) ad andare a vedere il "suo" Mozambico.
E così è nato il nostro viaggio: fine dell'antefatto.

In tre settimane non si vede molto, e si conosce proprio poco di un paese e della sua gente: praticamente soltanto un assaggio.
Il nostro primo impatto è stato con Maputo, la capitale, al sud del paese.
Maputo è, come tutte le grandi città e soprattutto quelle africane, luogo di contraddizioni: si passa molto in fretta dai quartieri ricchi, quelli dove risiedono i ministri e i membri del governo, dove ci sono le ambasciate, dei bei villoni circondati da un praticello degno dei migliori film americani, (tutti rigorosamente sorvegliati dalle polizie private), i palazzi, nuovissimi, delle multinazionali, costruiti nel 2000 in occasione del summit dei paesi africani; alle sterminate distese di casupole, alcune in muratura, baracche di lamiera, capanne di argilla.
Non è una periferia, non è un quartiere, non è un campo come quelli in cui ghettizziamo i rom e che denunciamo come indecenti: è una città. Non me ne ero resa bene conto, da terra, di quanto fosse immensa, ma vederla alzandosi con l'aereo è qualcosa che toglie il fiato.

Maputo è al sud del paese, settanta kilometri più in là c'è il confine con il Sudafrica. Si raggiunge in fretta: qualche anno fa è stata costruita un'autostrada, l'unica del Mozambico, che collega Maputo a Pretoria e Johannesburg; autostrada si fa per dire: è una bella strada, su cui in settanta kilometri si paga il pedaggio quattro volte. La strada è stata costruita per collegare il Sudafrica alla grande industria di alluminio, dicono la più grande d'Africa, aperta poco dopo nella periferia di Maputo, un'industria che "per qualche ragione" i sudafricani non volevano sul loro territorio, e che porta ricchezza non certo ai mozambicani.

In capitale la gente non sta bene, ma rispetto al nord, in un certo modo, si sente che la vicinanza con il Sudafrica porta qualche beneficio. Il confine, però, è lo stesso impressionante: al di là della frontiera sorgono subito belle casette, negozi, ai lati della strada giardinetti curati e campi coltivati sistematicamente, con dei buoni sistemi di irrigazione. Al di qua, il villaggio a ridosso della dogana, lungo il pendio di una collina, è un'accozzaglia di baracche e casupole, e non tutti hanno l'acqua corrente.

Ma chi ci ha accompagnato nei primi giorni a Maputo ci ha ripetuto più volte "vedrete, vedrete, a Pemba si sta peggio".
È vero.
Pemba, duemilacinquecento kilometri più a nord, è capoluogo della regione di Cabo Delgado, la più povera del paese.
Noi l'abbiamo raggiunta in aereo; in auto oggi si potrebbe, anche se, dicono, ci vogliono due giorni di viaggio. Fino a qualche anno fa, nei trent'anni di guerra prima d'indipendenza e poi civile che hanno lasciato sfinito il paese, l'unico modo per andare da una città all'altra era muoversi in aereo: facile capire che spostarsi era un lusso di pochi.

In diocesi stanno avviando un progetto per lo sviluppo sociale delle comunità della regione: tre giorni pieni, a discutere al Tavolo di lavoro, per capire da dove partire... eppure Pemba è una città in una posizione splendida, si trova sull'Oceano Indiano, sulla terza baia più grande del mondo e il suo territorio avrebbe anche diverse potenzialità: agricola, i tre quarti della terra di Cabo Delgado permetterebbe investimenti in questo senso; faunistico, è una zona in cui vivono elefanti, coccodrilli, leopardi, leoni; culturale, nella sola regione nord sono tre i grandi gruppi etnici, ognuno con una diversità di cultura e di lingua.
Eppure non basta, eppure queste caratteristiche si traducono spesso in difficoltà.

Quello che è più visibile, che colpisce al primo impatto, sono proprio i villaggi e le case: puoi percorrere kilometri senza incontrare case in muratura, nelle aldeias - i villaggi - più piccole è praticamente impossibile trovarne. L'elettricità è lusso di pochissimi che hanno un generatore, e solo nei capoluoghi di distretto. Acqua corrente neanche a parlarne, la maggior parte non ha nemmeno pozzi, si serve di piccoli fiumi che resistono anche nella stagione secca, e in alcuni casi donne e bambine compiono percorsi di ore per andare a prendere l'acqua. Il terreno permette di coltivare facilmente alberi da frutta, in particolare di papaya, arance, mango, ma l'agricoltura di sussistenza è costituita principalmente da granoturco e mapira, un tipo di grano piccolo e bianco.

"Ma educare a coltivare e mangiare frutta, cosa che attenuerebbe di molto il problema della mancanza d'acqua nell'alimentazione, è un discorso lungo da portare avanti" sostiene dom Ernesto.
Un'altra ferita aperta è quella sanitaria: in tutta la regione nord esistono solo tre farmacie, i presidi medici sono a decine di kilometri di distanza, e i farmaci comunque costano troppo.
La dissenteria qui uccide.
La tubercolosi è diffusissima.
Il Mozambico è il secondo paese africano per numero di malati di lebbra.
La malaria è all'ordine del giorno.
E poi la grande, enorme, piaga dei paesi africani, e il Mozambico è tra i paesi più colpiti: l'Aids. Non è semplice fare informazione, nelle aldeias "ne hanno sentito parlare", ma sono pochi quelli che conoscono le modalità di contagio e sanno qualcosa di questa malattia. Parlarne incontra spesso resistenze, perché vuol dire toccare argomenti tabù come i rapporti sessuali e i riti di iniziazione.
E poi il grande problema della lingua: quella ufficiale è il portoghese, retaggio di secoli di dominazione coloniale, ma solo nelle città e chi ha studiato lo sa.
Per il resto sono le lingue dei gruppi etnici quelle utilizzate; nella sola regione nord, per fare un esempio, sono due diverse. Il problema è sociale, sicuramente.
Ma, dal lato umano, la capacità di comunicare al di là della lingua, di accogliere, di rispettare l'altro, di vivere con profonda serenità di questa gente la capisci anche se non parli macua.

Marta Zanella
novembre 2006

mercoledì 8 novembre 2006

Prime impressioni dal Nicaragua

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Sul bimotore che ci porta da San José a Managua abbiamo un sussulto quando pochi secondi dopo il decollo i due motori, rigorosamente ad elica, sembrano fermarsi per un attimo, e ancora di più ci preoccupiamo quando il comandante annuncia alla trentina di passeggeri accaldati che stiamo per passare una turbolenza, che effettivamente ci farà trascorrere momenti indimenticabili nei cieli tra Costa Rica e Nicaragua.

Pare che quasi a volerci far abituare al clima umido e soffocante che si respira nella capitale nicaraguense, ci abbiano dato l'unico aereo di linea al mondo in cui l'aria condizionata non funziona!

Mi addormento, sono troppo stanco dopo quasi venti ore di volo, e mi risveglio con il nostro prezioso autobus con le ali che rimbalza come una pallina da ping-pong sulla pista di atterraggio... meglio rimbalzare che schiantarsi al suolo, no?
Siamo finalmente arrivati; quello che ci aspetta è la caotica capitale, Managua, sonnecchiante appena il sole lascia i suoi cieli e piena di traffico nelle calde e umide giornate di quello che qui chiamano inverno.
Affacciata sul grande lago potrebbe essere un gioiello, ma come subito ti dicono e come subito ti accorgi, Managua non è una città concepita per camminare. I suoi vialoni con benzinai ad ogni angolo, grossi mezzi per il trasporto delle merci come nei film americani, autobus ricolmi in ogni lato, tutte le case ad un unico piano, niente che ricordi una storia che la potrebbe identificare, darle un'anima, darle la parvenza di una città vissuta da esseri umani invece che da macchine.

Managua è stata completamente distrutta nel terremoto del '72, e dopodichè, completamente ricostruita. Ironia della sorte uno dei pochi edifici che è rimasto in piedi, solido come una roccia mentre la città cadeva come un castello di carte, è quello su cui si trovava al momento del sisma il sanguinario dittatore Somoza insieme ai suoi galoppini. Adesso l'edificio ospita uno dei più lussuosi hotel capitolini: come prima il popolo nicaraguense era tenuto sotto scacco da una becera ed arrogante oligarchia con a capo il suo imperatore, adesso è tenuto in scacco dal dio Dollaro e dalle sue concubine, le politiche neo-liberiste.

Il tessuto sociale del Nicaragua vede un 80% della popolazione vivere in condizione di povertà, il restante 20%, quello che possiede quasi l'80% delle risorse del paese, vive nella ricchezza più assoluta.
Sembra di tornare indietro nel tempo, quando i nobili vivevano nei loro castelli e i servi della gleba coltivavano le loro terre.
Adesso i servi della gleba lavorano nelle fabbriche dei ricchi, quelle che qui chiamano "zonas francas", e in Messico "maquiladoras". Luoghi dove il diritto non esiste, dove se arrivi in ritardo di un minuto ti decurtano una intera giornata di lavoro.
Luoghi che sorgono ai lati dei quartieri più poveri per trovare facilmente mano d'opera a basso costo.
Luoghi dove non esistono controlli sanitari a favore dei lavoratori, dove se respiri dei gas velenosi non puoi fare causa al datore di lavoro.
Luoghi dove i proprietari non pagano le tasse perchè per legge i primi dieci anni dall'installazione dell'impianto sono gratuiti.
Luoghi dove se qualcuno osa lamentarsi viene licenziato.

Il mio amico Felix, che lavora nel centro di "Redes de Solidaridad" in cui presto servizio, un giorno mi ha detto che "é vero che sono posti in cui i lavoratori vengono sfruttati, ma tutta la gente che vive qui a Nueva Vida (quartiere periferico dove sorge il centro e dove sta nascendo una nuova "zona franca", ndr) e che passa le sue giornate a far niente e senza sapere come mantenere la propria famiglia, almeno potrà avere un salario".
Questo è vero, ho pensato... ma allora è questa l'idea di progresso che esportiamo in tutto il mondo con le nostre imprese e la nostra tecnologia?
Si, perchè le industrie che si installano qui non confezionano abiti che saranno vestiti dai bambini di Nueva Vida, sono abiti che saranno vestiti dai bambini, donne ed uomini europei, statunitensi, giapponesi. Abiti che ad unità saranno venduti ad un prezzo che potrà equivalere grosso modo al salario mensile di un operaio che lavora qui.
È così che queste persone diventano i servi della gleba che lavorano per noi.

Vedere la povertà è sconvolgente, ma mai quanto viverla.
O meglio...
... forse quando la vivi è paradossalmente meno dura di quando la vedi e sei abituato a vivere con un livello minimo che nel "non avere nulla" può corrispondere al massimo.

Nueva Vida è un insediamento che si è formato dopo l'uragano Mitch, che ha portato morte e distruzione in varie parti del paese.
Le popolazioni che vivevano sulla costa e che sono state tra le più colpite, hanno perso tutto e sono arrivate qui. Questo è un fenomeno tipico: la migrazione verso le città in caso di disastri o anche solo per cercare fortuna o sopravvivenza in condizione di povertà estrema, è una pratica ormai assodata e ovvia.
Le Nazioni Unite hanno annunciato all'inizio di quest'anno che la popolazione urbana per la prima volta nella storia dell'umanità, ha superato quella campestre.
La povertà qui a Nueva Vida non è solo materiale.
La povertà è anche fatta di madri che a 34 anni hanno nove figli da almeno cinque uomini differenti, da bambini abbandonati che per sopravvivere passano le loro giornate nella vicina discarica, da uomini che pur avendo un figlio malato invece di usare i soldi per curarlo, li usano per ubriacarsi.
La povertà è fatta di ignoranza e di mancanza di educazione.
È fatta di superstizione e di poca fiducia nella medicina e nelle istituzioni.
È fatta di mancanza di interesse verso le persone che la vivono, di indifferenza.

È facile per un ragazzo di Nueva Vida entrare in una pandilla (banda giovanile), cominciare a tirare la colla, rubare nelle case, tanto altro futuro non c'è.
Non esistono sogni, nessuno pensa ad un futuro migliore che lo possa portare fuori da questo inferno.
Una delle cose che più ti lascia attonito è proprio questo; tutti noi abbiamo progetti e cerchiamo chi più chi meno di costruire qualcosa che possa dare un senso alle nostre vite.
Qui è molto difficile e sopratutto i giovani non hanno speranze, progetti, non hanno mai visto e non si immaginano una vita fuori da qui e non si immaginano un Nueva Vida diverso.
Qui bisogna lottare anche per sognare.

In tutto questo il centro di Redes de Solidaridad appare come una piccola isola felice dove qualcosa si può e si vuole cambiare. Quando entri al mattino e vedi le persone che iniziano a lavorare e i bimbi che vanno a scuola e i ragazzi che lasciano il barrio per venire qui ad apprendere un mestiere e cercare finalmente di avere dei sogni e degli obiettivi, almeno un po' di speranza ti torna.
È un seme che si inoltra nei solchi della terra e che non si sa se darà vita ad un albero o se marcirà travolto dalle torrenziali piogge tropicali. Un lavoro lento e duro in cui qualche persona crede; non certo i politicanti locali occupati ad accaparrarsi qualche peso in più, ma delle persone che credono in questo popolo che storicamente ha dato prova di grande unità e potenza, ma che negli ultimi anni stanco della guerra e su cui si giocano interessi internazionali enormi, ha lasciato il suo destino in mano ad altri.

Glauco Sponza

sabato 30 settembre 2006

Da un seme un albero

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Per raggiungere il villaggio di Anna Nagar, nell’isola di South Andaman, bisogna arrampicarsi su una collina immersa nella vegetazione, in tutto il suo splendore nella stagione monsonica. La strada carrozzabile non ci arriva, quindi seguiamo il sentiero che sale tra case di bambù seminascoste dai cespugli e pendii dove alberi enormi sembrano sfidare le leggi fisiche e i terremoti frequenti. Raggiungiamo una radura, dove una lunga tettoia di lamiera e un minuscolo negozietto ci dicono che siamo arrivati.
Lentamente si fanno avanti le donne ad accoglierci. Dopo  averci offerto acqua da bere e per lavarci le mani, secondo il loro rituale di benvenuto, incontriamo il gruppo al completo.
Anna, la portavoce, è una signora sulla cinquantina, vedova da diversi anni, che però, dati i costumi più “morbidi” delle isole rispetto al continente, non porta il sari bianco né ha l’aria dimessa. Al contrario, è adorna dei consueti gioielli  e porta un sari dai colori vivaci.
Ci racconta di come, nel dicembre 2005, dieci donne del suo villaggio si siano unite in un gruppo di risparmio e abbiano iniziato a mettere da parte 100 rupie (circa due euro) al mese ciascuna, per aprire un piccolo negozio nella “piazza” del villaggio, accanto alla chiesa.
Tutto il villaggio, a cominciare dai loro mariti, è contento e orgoglioso di loro. Il negozietto, pochi pali di legno con il tetto di lamiera, gentilmente addossato ad una casa di bambù, vende tutti quei piccoli generi di consumo che non si troverebbero se non ad una buona mezz’ora di cammino da qui, o addirittura in città. Una bella comodità:  non è piu’ necessario fare tanta strada per comprare lo shampoo o anche solo una scatola di fiammiferi! La bottega  è diventata anche il fulcro della vita sociale del villaggio, specialmente la domenica mattina, dopo la messa, ci si ferma qui per un tè e un dolcetto in compagnia.
Anna e le altre donne sono contente, ma hanno anche i piedi per terra: dal ricavato di ogni giorno mettono rigorosamente da parte dieci rupie, per poter avere una piccola somma sempre disponibile. E sono anche molto caute: per conservare i loro risparmi, hanno scelto di non pagare nessuno per procurarsi i pali necessari a sostenere la struttura del negozio, ma sono andate loro stesse nella foresta a tagliarli. Allo stesso modo, quando scendono a valle per procurarsi gli articoli da vendere, li portano loro stesse sulle spalle, per risparmiare sul portatore. Per la gestione si sono organizzate in turni, e nelle riunioni settimanali del gruppo discutono eventuali nuovi acquisti, responsabilità, problemi. La segretaria annota tutto sul diario. Se gli affari andranno bene forse potranno costruire un negozio vero dalla struttura più solida e soprattutto che si possa chiudere con un lucchetto.
Quando chiediamo loro cos’è cambiato nella loro vita da quando c’è il gruppo, rispondono quasi in coro: «Abbiamo visto di saper fare cose che mai avremmo pensato. E ci sentiamo più forti, perché finalmente sentiamo di poter contribuire anche noi ad aiutare le nostre famiglie, invece di starcene sedute a casa!». Questa frase colpisce come uno schiaffo le mie orecchie. Ma come? Che significa? Da quando sono qui non ho mai visto, neppure una volta, una sola donna seduta a non far nulla. Le donne sono sempre all’opera: se non è per seguire i bambini è per pulire, cucinare, lavare, raccogliere la legna, prendere l’acqua e se stanno sedute a chiacchierare, nel frattempo, lavorano: intrecciano corde, fiori, frasche di cocco, di bambù.  Mai le ho viste “con le mani in mano”. Non è un contributo alla famiglia, questo? Non è importante?
Quando lo faccio notare, una ragazza mi risponde pacatamente: «Didi, sorella, queste cose sono scontate, sono i nostri doveri quotidiani, fanno parte dell’essere donna. Ma nessuno ci dice mai grazie per questo. Ora invece i nostri mariti sono orgogliosi di noi, i nostri bambini sono contenti, perchè con i soldi che guadagniamo possiamo comprare loro i quaderni, l’uniforme, la merenda per la scuola e sono soldi guadagnati da noi, non li abbiamo chiesti a nessuno. Questo fa sentire orgogliose anche noi».
Salutiamo le donne e scendiamo il pendio sulla via di casa. Guardandoci indietro, riusciamo ancora a scorgere quei quattro leggeri pali di legno e la tettoia di lamiera del negozietto che luccica al sole. E mi viene in mente che forse, davvero, il seme più piccolo, senza fare alcun rumore, senza che nessuno lo veda, con il tempo può far nascere un grande albero. Come questi, grandi e maestosi, che costeggiano il sentiero verso la città.
 
Elisa Rossignoli, coordinatrice Cantieri della Solidarietà 2006

Isole Andamane, India

Il mio primo campo

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L'estate scorsa ho partecipato ai Cantieri della solidarietà della Caritas, destinazione Bulgaria, nel paese di Malchika, vicino al confine con la Romania. Il gruppo era un po' particolare: 8 ragazze italiane e 7 ragazzi bulgari ospitati da Padre Remo, missionario passionista. Ogni mattina andavamo al villaggio vicino e ci suddividevamo in tre gruppi: chi andava a visitare gli anziani, chi faceva animazione con i bambini, chi si impegnava in lavori manuali per ristrutturare la chiesa.
 

La prima domanda che sorge spontanea è: perché? Perché decidere di partire per i Cantieri dopo il fatidico esame di maturità? Non è facile rispondere: è un sogno che coltivo da tantissimo tempo, un'attrazione irresistibile verso questo tipo di esperienze che spesso mi era capitato di sentire attraverso i racconti di giovani entusiasti. Forse sono stati complici la mia passione per i viaggi o la curiosità di conoscere altre culture, ma più di tutto penso che la "molla" decisiva sia stato il desiderio di voler portare fuori dalle mura della mia parrocchia, della mia città, della mia nazione quell'esperienza di servizio e in particolare di animazione con i bambini che ho via via consolidato in oratorio.
E così sono arrivati i fatidici 18 anni, il passaporto, il consenso più o meno convinto di mamma e papà, e il sogno è diventato realtà. Ricordo bene quel pomeriggio, mercoledì 5 aprile, quando Sergio mi ha detto: "Parti per la Bulgaria!". Sono passati in fretta i mesi prima della partenza, con tutti i dubbi che mi assalivano: come mi troverò?come ci capiremo? sarò capace? E ancora più velocemente sono passate le due settimane di Cantiere.
E' difficile raccontare le cose ho vissuto, perché è stato più che altro un sovrapporsi di emozioni intensissime; provo a farlo servendomi di tre parole chiave: accoglienza, incontro, reciprocità.

Accoglienza: è in assoluto la prima emozione che ho provato quando sono atterrata sul suolo bulgaro, accoglienza a braccia aperte da parte di Padre Remo, dei ragazzi che avrebbero vissuto con noi, degli abitanti di Tranciviska, il villaggio dove svolgevamo il nostro servizio, degli anziani che andavamo a trovare a casa. In Bulgaria posso dire di essermi davvero sentita a casa. Certo, mi capitava di pensare alla famiglia o agli amici, ma non ho mai avvertito quella sensazione di nostalgia tipica di quando non ti senti totalmente a tuo agio, di quando ti senti straniero.


Incontro: il Cantiere della solidarietà è un'esperienza che si vive proprio "sulla strada", non come turisti che visitano un luogo ma come operai che in quella realtà si sporcano le mani. Inevitabile, quindi, l'emozione dell'incontro con tante, tantissime persone che di fronte a noi aprivano la porta di casa e la porta del cuore, condizione indispensabile per riuscire a capirsi al di là della lingua. Ed è così che li incontravi: nella loro sconcertante semplicità e nel loro straordinario desiderio di stringere relazioni.

Reciprocità: sembra un'affermazione quasi assurda: se andiamo a lavorare in un Cantiere di solidarietà, non siamo forse noi a dare qualcosa? E invece no, ed è questo che è stato forse l'aspetto più sconcertante: non sono in grado di calcolare se abbiamo dato di più noi a loro o loro a noi. E' una bilancia in perfetto equilibrio: da una parte c'è il nostro tempo, la nostra energia, il nostro lavoro, ma dall'altra, in misura uguale, ci sono gratitudine, affetto e lezioni di semplicità e di essenzialità, perché i poveri e gli ammalati che abbiamo incontrato sono davvero i migliori maestri di queste virtù.
 
Tutto questo è stato per me anche una profonda esperienza sul piano della fede. Lo spirito di servizio che animava ogni nostra giornata, il tempo totalmente dedicato agli altri, l'incontro con tante persone, la vita di gruppo sono tutti elementi che avevano un forte "sapore" di Vangelo. Il Cantiere è un luogo privilegiato per vivere questa dimensione perché sei lontano dai doveri di tutti i giorni, dalla quotidianità spesso un po' alienante di casa, è una totale immersione nel servizio, è un continuo spendere tempo per gli altri. Ma non solo l'aspetto "concreto" della fede, e cioé il servizio, è stato valorizzato; anche la preghiera ha assunto una forma e un contenuto particolare. Ogni sera ci riunivamo insieme, italiani e bulgari, e due di noi proponevano una lettura e una preghiera su cui riflettere. Era il momento della condivisione delle gioie e delle difficoltà della giornata, delle esperienze fatte e di quelle mancate, quasi a voler offrire tutto questo al Signore.
 
Un brano in particolare mi ha aiutato a comprendere la dimensione di un Incontro con la "I", un brano che mi ha accompagnato fin dal momento della partenza: "…e' Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un'ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società rendendola più umana e fraterna…cari giovani del secolo che inizia, dicendo sì a Cristo, voi dite sì a ogni vostro più nobile ideale…non abbiate paura egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione."(Giovanni Paolo II, Tor Vergata agosto 2000).

Concludo con un'ultima immagine: è quella dell'impronta. Per me l'esperienza del Cantiere ha significato questo: un'impronta indelebile che mi suscita ricordi bellissimi e che ogni volta mi dona quello slancio entusiasta tipico di quanto si torna da un'esperienza straordinaria. E' un'impronta che mi aiutato a orientare gli studi, è un impronta che mi ha convinto a voler ripetere questa meravigliosa avventura. Penso che tutto ciò che vi ho raccontato si possa in realtà racchiudere in questa frase che ho sentito un giorno durante la testimonianza di un missionario: "portare la gioia agli altri ti fa gustare il vero sapore della vita". L''esperienza dei cantieri ha reso reale proprio questo.

Miriam Ambrosini
volontaria nei Cantieri della Solidarietà 2006
Malchika - Bulgaria

lunedì 18 settembre 2006

Nuove esperienze

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Ora ho scoperto davvero cosa significhi imparare. Senza che ce ne rendiamo conto, ogni giorno siamo circondati da situazioni e da stimoli che in qualche modo riescono ad influire sul nostro modo di essere, che ci cambiano, che ci fanno vedere le cose in maniera sempre nuova e ci fanno in tal modo crescere.

Quello che ho imparato da questo viaggio è stato capire come ascoltare. E' un po' come fare un nuovo gioco, un piccolo "esercizio" che si può fare ogni volta che si vuole in qualunque luogo. Parlo dei momenti in cui ho appreso come ci si può fermare un attimo di più a pensare, pensare a tutto ciò che ti capita nell'arco di una giornata, alle piccole cose particolari, a riflettere ed apprezzare un po' di più la meravigliosa vita che conduciamo e le possibilità che ci offre.Giocare con bambini meno fortunati di quelli che siamo abituati a incontrare, aiutare un ragazzo disabile a terminare un disegno, lavorare la terra di una persona anziana o malata, fare visita a chi non è abituato a vedere il mondo che lo circonda: sono queste le attività che mi hanno aiutato ad aprire gli occhi su molte cose.

Partire con Caritas Ambrosiana alla volta del Montenegro è stata per me un'occasione importante per fare altre cose: vedere com'è fatto un pezzettino di mondo, viaggiare, scoprire cosa significa essere un volontario e calarsi in questo importante ruolo, ma soprattutto conoscere nuove realtà che erano per me solo immagini viste alla televisione o righe lette su un giornale.

Scegliere di dare una piccolissima parte di sé stessi non è una cosa cosi difficile come spesso può sembrare. Anzi … direi che è anche divertimento, ma affrontato con uno spirito diverso, che esce dai soliti schemi della quotidianità e nel quale ognuno di noi, unico e diverso da tutti gli altri, può trovare eprovare nuove emozioni.

Massimiliano Salina
volontario nei Cantieri della Solidarietà

martedì 7 marzo 2006

Baba Velika

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Nadia e Ani si stanno vestendo per uscire. Sono le 18. "Dove andate? Tra mezz'ora c'è il gruppo giovani!". Come immaginavo vanno da baba (nonna, ndr) Velika, e il loro invito ad accompagnarle è spontaneo. Metto la giacca ed esco con loro nel buio. Ci raggiungono Vania, Venzi e suo cugino. Superiamo la scuola, un altro isolato, e poi Vania apre un cancellino. L'ho sempre visto quel cancello, dà su un piccolo prato con una casupola di terra a sinistra. Abita lì? No. Vania apre un altro cancellino ed ora sulla destra c'è una stanza illuminata da una solitaria lampadina che pende dal soffitto. Tutto il resto è scuro.

"Babo Veliko!" urla Vania mentre spinge la scassata porta d'ingresso. All'interno vedo una piccolissima stufa scalcagnata, un letto in pendenza e sul letto, sotto due coperte, due occhi azzurri. Un tavolo con un po' di pane e dei tegami in disordine, un mucchietto di pezzi di carbone, qualche ramoscello e null'altro! La stanza è tutta nera di fuliggine; dal soffitto basso, non più di 2 metri, pendono neri fili di erba, come pavimento la nuda terra. Nell'aria quell'odore pungente di chi vive per strada.

Nadia inizia a lavorare alla stufa, buttandoci dentro carbone e gli avanzi delle candele della chiesa. Le sue mani si sporcano di fuliggine nera. Baba Velika non si muove, si limita a guardarci con i suoi occhietti azzurri, vecchi ma ancora vivaci e intelligenti. Ci invita a sederci: siamo in sei e lei ha solo una sedia rotta.

Baba Velika ha 83 anni e vive in questa condizione da sei. Un figlio è morto, l'altro è ricoverato in psichiatria. Beveva un sacco e rubava la pensione alla madre; le ha persino venduto i vestiti per ricavare qualche soldo. Lei usufruisce della mensa comunale: tutti i giorni riceve colazione, pranzo e cena. Troviamo sempre dei piccoli pentolini sul tavolo. Ma come fa a mangiare da sola se non riesce a camminare?

Sappiamo che è seduta in questa posizione da almeno tre settimane, ha i piedi semiatrofizzati. Quando i ragazzi sono andati a trovarla la prima volta le hanno subito fatto un massaggio ai piedi per favorire la circolazione del sangue. Ha le dita sporche di fuliggine ed anche il viso è nero perché ogni volta che si gratta il naso si sporca sempre di più.

"Mnogo mi e studino - ho tanto freddo" dice in dialetto. Nel gesto di coprirsi di più, mostra il braccio scheletrico e raggrinzito dagli anni. Vania le offre da bere, lei succhia da una cannuccia appena due sorsi, "Stiga stiga - basta!" e accompagna le sue parole con il gesto della mano. Dice che le fa male dappertutto. Non vuole mangiare e beve pochissimo. In un tegame c'è del pesce. Vuole che lo buttiamo nella stufa. "Magari dopo ne avrai voglia", cerchiamo di convincerla. Segue attentamente ogni nostro movimento, ci chiede del don, della suora, di tutte le persone che in questi giorni sono andate a trovarla, alternandosi ogni sera per accenderle la stufa e darle da mangiare. Comincia a chiacchierare un po' di più; Ani la avvolge meglio nella coperta. Ogni volta che si tocca la testa una nuvoletta si fuliggine si disperde nell'aria.

Le ragazze cercano di farla cantare e intonano un canto tradizionale. Baba Velika conosce la canzone e accenna un movimento della mano come se tenesse il fazzoletto di chi apre la fila delle danze.
Gli occhi le brillano. Mi chiede chi sono ed inizia a chiamarmi Radka, nome bulgaro. È inutile che le dicano che sono italiana e che il mio nome è un altro. Per lei sono Radke! E mi chiama così quando vuole un po' più di carbone nella stufa. Ormai è tardi. Dobbiamo correre al gruppo. La salutiamo, lei vorrebbe che ci fermassimo un altro po'. Le assicuriamo che torneremo il giorno dopo. "Leka nosht!".

Come baba Velika, così vivono in Bulgaria tanti altri anziani: soli, abbandonati dai figli, in estrema miseria. Il problema principale è che le pensioni sono bassissime, circa 40 euro mensili, e a volte anche meno. La gente qui riesce a sopravvivere perché lavora la terra: la primavera e l'estate sono dedicate a coltivare le verdure da mettere in conserva per l'inverno, la stagione in cui tutto si ferma.
Se c'è tanta neve o le temperature sono molto rigide la gente non va al lavoro e le scuole chiudono per la mancanza di riscaldamento. Come in chiesa, dove trovi il ghiaccio nell'acquasantiera e quando preghi o canti la tua visione è offuscata per qualche secondo dal tuo stesso respiro che esce sotto forma di una spessa nuvoletta.

Ti colpisce il fatto che quando racconti la storia di baba Velika a qualche adulto di Sekirovo, ti accorgi che tutti la conoscono, tutti sanno come vive. Ma perché nessuno interviene? Il servizio sociale qui non esiste, tanto che nessuno sa quale sia la funzione di un assistente sociale...

Il mattino successivo io e Ani andiamo verso le otto e mezza da Baba Velika per accendere la stufa. Fa freddo. Il ghiaccio scricchiola sotto i nostri passi veloci. Apriamo un cancellino e poi l'altro; una voce maschile proviene dall'interno della casa. In effetti, baba Velika parla sempre di un certo Angel che va da lei al mattino. Un giovane uomo sta trafficando alla stufa, ha portato del pesce e della legna. Come ci vede, dice che tornerà più tardi e se ne va. Baba Velika è nella stessa posizione in cui l'abbiamo lasciata il giorno prima, solo il viso più nero di fuliggine. Entrambe ci togliamo la giacca per avere più libertà di movimento. Ani si dedica alla stufa, io chiacchiero un po' con la baba. Dice che le fa male il cuore e che è affamata. Metto il pentolino con un po' di zuppa sulla stufa, le offro dell'acqua. Rifiuta. Stamattina ha voglia di chiacchierare, fa un sacco di domande. Purtroppo non riesco a capire tutto perché parla solo in dialetto. Le faccio assaggiare la zuppa: studina! È fredda! Davvero questa stufa non dà calore. Cerco di avvolgerla il più possibile nelle due coperte che ha addosso. I due occhietti azzurri mi fissano. Chissà se mi chiamerà ancora Radka! Spero di no, non mi piace. Le offro del pesce. "Da!". Afferro al volo il sì, e inizio a pulire con le mani il pezzo di pesce e ad imboccarla a piccoli pezzi. Mangia con gusto, non tanto, ma sempre più di ieri! La faccio anche bere. Non vuole, ma se insisto acconsente. La zuppa è sempre fredda. La posiziono in tutti i modi sulla stufa, ma proprio non vuole scaldarsi. Chiedo se vuole del pane. Sì, ma me lo fa sbriciolare nella zuppa, come fanno tutti i bulgari quando mangiano la "manjya". Ne metto poco, sapendo che non riesce a mangiare più di tanto. Un vapore, finalmente la zuppa fuma! A piccole cucchiaiate la imbocco, dandole soprattutto il pane. Si stufa quasi subito di mangiare, "Haide, ima hlyab!" le dico per incoraggiarla un po'. Accetta di mangiare il pane che le offro e vuole altro pesce. Le pulisco le labbra con un fazzoletto di carta, diventa nero di fuliggine. Mangia come un uccellino, ma rispetto a ieri si è fatta una mangiata!! Ani continua ad aggiungere carbone, si consuma velocemente. Ho i piedi che sono due pezzi di ghiaccio, posso immaginarmi il freddo che ha lei. Ogni tanto baba Velika sussurra "Occicciu!!" che è l'esclamazione che i bulgari usano per esprimere il freddo che provano. È di nuovo tardi, dobbiamo andare. Baba Velika vuole che ci fermiamo ancora, ma di nuovo le assicuriamo che nel pomeriggio altri ragazzi verranno a trovarla per parlare un po' con lei e per ravvivarle la stufa che ora crepita allegramente. Usciamo, Ani con le mani sporche di carbone, le mie che puzzano di pesce. Camminiamo a braccetto, infreddolite ma contente, il ghiaccio che scricchiola sotto i nostri piedi.

Per quasi tre settimane, tutti i giorni, con i giovani della parrocchia abbiamo visitato baba Velika. Siamo riusciti anche a convincerla a lasciarsi lavare, un dottore l'ha visitata gratuitamente dicendo che era sana con un pesce. Evidentemente stava meglio, i massaggi ai piedi hanno fatto sì che potesse camminare di nuovo da sola, anche se a noi non voleva farlo vedere. Ormai tutti ci eravamo affezionati a lei ed anche ai suoi molteplici capricci… Ma una fredda mattina di febbraio, quando di notte la temperatura è scesa a -18°C, baba Velika si è spenta, da sola, in silenzio. Una vicina se ne è accorta e ce l'ha comunicato. L'abbiamo accompagnata al camposanto, poche persone le hanno dato l'ultimo saluto, pochi fiori intorno alla sua magra figura. Una ragazza mi si avvicina e mi dice: "Se non fosse stato per lei, non avrei mai saputo che delle persone vivessero così male qui, nel mio paese…"

 
di Grazia Bizzotto,
volontaria in servizio civile all'estero Rakovsky, 7 marzo 2006