mercoledì 30 gennaio 2019

Migrare non è reato

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Hai un contratto a tempo indeterminato, una casa, una macchina e vai in Nicaragua? Ma dov'è? In Africa? In America??? Non è lontano?? Ma non hai paura? Hanno rapito una ragazza! Ma sei sicura? Mille domande per me inconcepibili fatte da persone così imbrigliate nella quotidianità che non hanno voglia di allargare i loro orizzonti, non riescono a vedere oltre il proprio orto, dove il diverso fa tremare le gambe perché è un qualcosa che non si conosce.

 Da sempre ho sognato mondi lontani; il mio vicino di casa iraniano in Italia perché rifugiato politico, un ragazzo polacco accolto in casa, l’amico di famiglia indiano che mi portava in giro con la vespa, tutte persone che raccontando la loro piccola storia hanno insidiato in me il seme della curiosità, della scoperta. Mi sentivo stretta nel mondo che mi ero creata, era ora di partire, di toccare con mano quel mondo sempre sognato e dare concretezza a tutti quei paroloni letti sui libri: sviluppo, cooperazione, aiuti umanitari, sostenibilità, progetti. 

Grazie al Servizio Civile ho l’opportunità di immergermi in un’altra cultura, respirarne gli odori ed essere pervasa dalle sensazioni e nel frattempo, dare un piccolo contributo a persone che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata del mondo. L’idea di collaborare in una scuola di un quartiere popolare come Nueva Vida, mi incuriosisce ma mi spaventa allo stesso tempo. Cosa posso fare io? Di cosa avranno bisogno questi ragazzi? Ma poi metto da parte tutte le ansie e penso che a volte anche un abbraccio, un sorriso, delle attenzioni per i bambini di strada con cui entrerò in contatto possono rendere il mondo meno triste.

 “Happiness is only real when shared” 

Un piccolo Supertrump nelle terre selvagge?! Non credo, ma comunque è ora di partire…. 

 Si vola dall’altra parte del mondo!!!

Tra due ritorni

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Febbraio 2012. Avevo iniziato da qualche mese l’università, facoltà di Lingue e Letterature Straniere a Torino. Lingue scelte? Arabo e inglese. Sopravvissuta alla prima sessione esami della vita ricevetti una proposta da un amico: «Vieni con me a Beirut? Devo andare a recuperare la mia valigia e altre cose personali». 

Poco più di un anno prima, un’ondata di manifestazioni e contestazioni di piazza aveva iniziato ad infuocare i territori nordafricani e mediorientali: prima la Tunisia, poi l’Egitto, Libia, Marocco, Yemen, Siria. Gli equilibri geopolitici stavano cambiando in fretta e dall’Italia si guardava con curiosità e interesse a ciò che stava succedendo oltre il Mar Mediterraneo. 

S. era partito per Damasco nel 2010, quando la Siria era ancora una delle mete privilegiate per lo studio dell’arabo. Nell’inverno del 2011 era tornato in Italia pensando di fermarsi solo qualche settimana, ma la crisi siriana era rapidamente entrata in una fase critica acuta e irreversibile. Le ambasciate stavano chiudendo, i pochi studenti rimasti si apprestavano a ritornare – spesso forzatamente – nei propri paesi di provenienza con l’amaro in bocca, lasciando amici e compagni in balia di un futuro incerto. 

Sede dell'EDL (Electricité du Liban) - Beirut
Decisi di partire insieme a lui. Oggi mi piace pensare che in quella decisione ci fu “un misto di incoscienza e di coraggio” come recita una canzone hiphop italiana.  Questo perché atterrammo a Beirut, vero, ma il giorno dopo, alle 7 del mattino, un taxi ci portò a Damasco dove ci fermammo appena 48 ore. Poche ore che, tuttavia, sono scolpite nella mia mente come se fosse ieri. Recuperate le valigie e salutati gli amici ritornammo nella capitale libanese dove restammo ancora qualche giorno.

Nonostante avessi già visitato qualche paese arabo insieme alla mia famiglia, quel viaggio-lampo in Libano rappresentò – forse – uno spartiacque nella mia vita. Fu il primo di tanti viaggi, per la maggior parte affrontati da sola, e l’inizio di un percorso di riflessione e passione che mi porta ad essere qui oggi. 

Gennaio 2019. Ad una settimana dalla partenza – destinazione Beirut - convivo pacificamente con quel brivido che mi ha percorso in questi ultimi anni nelle occasioni in cui ho deciso di buttarmi in un’esperienza totalmente nuova, magari sconosciuta e diversa da quelle precedenti. Le prime volte fa una paura terribile, ma quando lo ritrovi dentro di te è un po’ come incontrare un amico di vecchia data con cui vuoi chiacchierare tutta la notte davanti ad un bicchiere di vino.

ATTESA

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L’inizio di un viaggio di cui non conosco la meta, è difficile scrivere così, nero su bianco ciò che provo. A tratti sento un miscuglio di emozioni che mi sconvolgono, mi travolgono, ma subito dopo la normalità di essere ancora qui.
Penso ai volti che incontrerò.
Mi piace immaginare la terra che i miei piedi calpesteranno, dove potrò ritrovare qualcosa di molto simile a quella forte radice sedimentata in me, che mai ho avuto modo di vivere con continuità reale.
Vivrò incontri e storie di anime forti e al limite della follia proverò a restituire loro un’occasione. Sogno occhi nobili pieni di poesia, sguardi con i quali portò volare insieme, innalzandoci mano nella mano.
Penso ai volti che mi emozioneranno, ai percorsi insieme, a quanto sarà difficile invitare un fiore ferito ad uscire allo scoperto, dirgli di non nascondersi piccolo, ma porgerli il palmo così che sappia che c’è qualcuno lì fuori pronto ad accoglierlo delicatamente. Stimolare una vita per mostrarle il sole e abbracciare appieno ogni momento.
Durante questa scoperta vorrei rinascere anche io assieme al fiore,  portare alla luce del sole i tanti me che ancora non conosco, e assaporare ogni istante di vita, immortalarlo nel mio cuore. 
L’inizio di un viaggio di cui non conosco il traguardo.. guarderò il cielo e penserò che in fondo è lo stesso di adesso.

-1825 ore

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È finalmente arrivato il momento, pensavo di dover dire tante cose ma ora non mi viene niente di troppo eclatante.

In maniere silenziosa, lenta ma costante il sogno si è avverato.

Sono semplicemente e autenticamente felice, un cantautore italiano direbbe “io sento il cuore a mille” ed è proprio così che mi sento a 1825 ore dalla partenza.
Non ho paura della lontananza da casa, dalla famiglia, dalle mie amiche, dal lavoro che tanto amo, dai colleghi, della lingua e dalla cultura completamente diverse; per ora ho solo una grande adrenalina che credo si stia concentrando nella parte sinistra del petto pronta ad irradiare il mio anno a Mombasa.
Lo so è che non sarà tutto bello come credo, che in realtà la lingua sarà un aspetto molto difficoltoso all’inizio, che i bambini non saranno da subito sorridenti e disponibili alla nostra presenza, che probabilmente prenderò un virus gastro-intestinale dopo 30 secondi dall’atterraggio, che poi anche casa mi mancherà e forse anche il cibo e magari anche la mamma con le sue preoccupazioni e i cazziatoni, ma ora no.

Ora è il momento bello e spensierato, quello pieno di energie e di creatività in cui immagini quello che ti aspetta e quello che potresti fare e io mi sento proprio viva!
Poi si, arriverà anche il momento del confronto con la realtà in cui piangerò, mi demoralizzerò e vorrò la mamma in cui mi dice che andrà tutto bene..lo so che succederà probabilmente più spesso di quello che credo ma…vallo a capire tu perché, mi elettrizza anche questo.

Quindi, mio caro 4 febbraio io sto aspettando, sei il cassetto d’oro che piano piano in questi mesi si è accostato a una nuova realtà, in queste 3 settimane di formazione si è aperto ancora un pochino e adesso è proprio pronto per spalancarsi alla calda e rossa terra africana che ho lasciato 2 anni fa.
Sono diventata grande eh in questi 2 anni, non ho più la pretesa di cambiare il mondo ma magari un pochinoinoino qualcosina si, di lasciare una piccola luce accesa nelle persone, di sorrisi e di abbracci regalati perché la semplice realtà é che é proprio vero, ognuno di noi é immensamente speciale. E allora ricordiamocelo a vicenda, che fa bene al cuore.

E poi, mio caro 4 febbraio, che tra l’altro sarai un lunedì e già questa cosa mi fa odiare un poco meno il lunedì; come posso e potrò quantificare le cose che imparerò da loro? Quelle che proprio mi marchieranno nella parte più profonda? Quelle che mi faranno singhiozzare di dolore e scoppiare il cuore di felicità? Com’è che si fa a farlo capire agli altri, 4 febbraio?
Hai un anno per pensarci, nel frattempo io parto e ci teniamo sentiti dai, non mi deludere e magari fai un passaparola anche agli altri 365 giorni dopo di te.

Giorgia 

lunedì 21 gennaio 2019

Il futuro: tra privilegio e necessità.

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Circa quattro mesi fa finivo un anno di servizio civile in Moldova con il cuore gonfio di mille sensazioni, denso di gratitudine e un po’ appesantito dalla fatica di chiudere un’esperienza che mi ha cambiata profondamente: riconosco che il lasciare andare con serenità (persone, esperienze, eventi...) non sia qualcosa che appartenga in modo particolare alla mia personalità. 

 Chiudevo quest’esperienza con un pensiero che mi pulsava in testa dopo avere incrociato tante storie e aver conosciuto la vita di un paese che vive un presente che riesce a fatica a proiettarsi al di là del domani, un paese in cui un numero crescente di cittadini non intravede alcun futuro e decide di emigrare

Il futuro è un privilegio: è un privilegio poterlo immaginare, sognarlo, disegnarlo a seconda delle proprie spinte, è un privilegio potersi proiettare in dei sogni più o meno romantici e, personalmente, lo ritengo anche un diritto di cui, evidentemente, non tutti possono godere.

Oggi, 4 mesi dopo, mi trovo in Serbia a lavorare in un campo per richiedenti asilo, uno di quei campi aperti in risposta all’”emergenza” creatasi lungo la rotta balcanica.

Oggi più che mai quel pensiero risuona dentro di me. In questi giorni di rabbia e tristezza, in cui l’impotenza, la sento sempre più forte, sento la necessità di condividere quel che mi passa per la testa.  Ammetto che, da quando condivido gran parte della mia quotidianità, in questo pezzettino di mondo, con circa 130 persone, la mia testa è un crocevia disordinato di pensieri, riflessioni ed emozioni contrastanti in cui, molto spesso, fatico a fare ordine.

Proprio oggi una famiglia curdo-irachena, dopo una serie di vicissitudini, ha dovuto lasciare il campo per spostarsi in un altro campo in Serbia. M, 11 anni, la figlia più grande mi ha guardato con i suoi occhi profondi  dicendomi: “ Me, no like to go”.

M. É nata nel Kurdistan iracheno, ha 11 anni e non sa scrivere: proprio ora sta imparando, ma in cirillico. Nel frattempo, però, si arrangia con il persiano che ha imparato nel campo, con il serbo che sta imparando a scuola, con il curdo, la sua lingua madre, e con un po’ di inglese... Oltre a stupirmi, ogni tanto, con qualche parola in italiano (imparata probabilmente origliando qualche mia conversazione).

Non riesce a stare nelle regole e più volte mi ha portata al limite della sopportazione, se dovesse partire “Let it go" di Frozen è bene starle lontani perchè non riesce a contenere il suo entusiasmo, attacca briga molto facilmente perchè non riesce a gestire tutto quello che le passa dentro ma, nonostante questo, mi ha conquistata dal primo giorno, con i suoi occhi incredibili e con i suoi slanci d’amore palesati in baci appiccicosi e in abbracci che tolgono il fiato... Appena ha qualche seme di girasole lo offre a mezzo campo (le tasche della mia giacca da lavoro si stanno riempiendo a vista d’occhio), ad ogni compleanno arriva nella nostra stanza urlando per chiedere un foglio dicendo ”Today happy birthday + nome del festeggiato”, ci mette sempre tutta se stessa per farsi capire e mal che vada si usa Google Transate Curdo/Italiano.

Oggi ho mandato a quel paese ogni cosa imparata sui libri di servizio sociale. ”Lisa, me today go another camp.” Non coinvolgimento, what?

E allora io mi chiedo: ma che futuro stiamo dando  a queste generazioni? Ma come riusciamo ad essere indifferenti a questo pezzo di storia così triste? Come riusciamo a riempirci la bocca di “ma”? Come possiamo permettere che (per la maggior parte di queste persone) l’unica via per entrare in Europa sia una via illegale dopo avere passato mesi o anni in viaggio, rischiando la vita e spendendo i risparmi di una vita ( e più!!!)?

Vite sballottate da un campo all’altro, mosse come fossero pedine di un gioco da tavolo.

Personalmente ritengo che il futuro parta da lì, da come riusciamo a prenderci cura della vita che cresce, da quali radici riusciamo a dare a questi bambini che un giorno saranno uomini e donne e che, a loro volta, saranno responsabili di scelte da fare e di altre vite.

A.Appadurai nel suo saggio “Il futuro come fatto culturale” mi aveva stregata nella sua lettura rivoluzionaria di futuro in cui non lo vede semplicemente come un possibile scenario dell’avvenire ma come un elemento base delle collettività che, attraverso questo, riescono ad elaborare delle strategie di adattamento e di sopravvivenza in una realtà che è spesso dominata da delle forze impersonali.

Oggi va così, la tristezza e la rabbia hanno preso il sopravvento su tutto il resto.

Domani, però, cercherò di trasformarla in una forza motrice tra un lavoretto, una chiacchierata e qualche nuova parola di persiano e arabo, per stringermi al coraggio di chi, nonostante tutto, il futuro lo cerca e lo vuole. 
Questo è per voi! Grazie.


Lisa.

lunedì 19 novembre 2018

Haiti. Scorci di vita nella Cite

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E’ mattina, un profumo di soffritto e fritto entra dalle finestre mischiato a quello di sapone, di fresco, di panni stesi sul terrazzo sotto al sole. Mille voci risuonano per strada: donne che vendono portando in testa grossi catini carichi di tutto, avocado, banane, oggetti di plastica, vestiti, bambini che corrono, spintonandosi e giocando, entrano nelle innumerevoli scuole dell’Impasse Normand dove vivo. Sul ponte che collega Citè Okai con Citè Jeremi, di fianco la ravina, le signore hanno già allestito i loro banchetti: teli stesi a terra, canaste di frutta, fagioli, pane. Nei vicoletti sempre più stretti di Citè Jeremi le donne vendono il carbone, combustibile base per la cucina haitiana. Cani e caprette girano indisturbati, maiali ingrassano nella ravina rovistando e mangiando la spazzatura che lì viene gettata ogni giorno.
Camminando per i corridoi si incrociano molti ragazzi, niente divise, niente scuola per loro, solo lavoro. Camminano con passo svelto, portano carriole stracariche, taniche di acqua, scatoloni. Sono i restavek, bambini provenienti dalla provincia affidati (o meglio venduti) a famiglie cittadine nella speranza di un futuro migliore, o nell’esigenza di avere una bocca in meno da sfamare.
Sono molti i ragazzi che non vanno a scuola. Non posso fare a meno di stupirmi: un conto è leggere un rapporto dove si indica che ad Haiti l’80% della popolazione è analfabeta e solo il 50% dei bambini in età scolare vanno a scuola (dati UNICEF), un conto è vederlo. Perché quando lo vedi non puoi più mentire a te stesso. E’ lì, cristallino, brutalmente visibile.
Brutalmente. Ecco una parola chiave. Perchè purtroppo dove c’è povertà e ignoranza, spesso c’è brutalità. Non trovo altre parole per definire l’episodio a cui ho assistito l’altro giorno: un bambino afferrato, immobilizzato a terra da degli uomini che gli hanno poi assestato due belle cinghiate sulla schiena. La colpa? Aver camminato in mezzo alla strada, non essersi spostato al passaggio della macchina. Forse gli avevano urlato qualcosa e lui ha risposto male, forse aveva anche fatto qualcos’altro, non so, non l’ho visto. Quello che ho visto erano le impronte delle mani,bianche di terra, sulle braccia e sulle gambe, il segno rosso della cinghia e gli occhi di un bambino sotto shock.
Come in Perù, qui il livello di violenza “tollerato” o giudicato “normale” è molto differente rispetto alla nostra concezione europea. Molto più elevato. Nelle scuole si usa il bastone, i genitori usano le mani, le cinghie, tutto quello che hanno a portata di mano. Vedendo però come crescono questi ragazzi non posso fare a meno di chiedermi: “ma ne vale la pena? Questo metodo mica funziona…”. I ragazzi crescono in strada, troppo calde le case, troppo affollate, troppo attaccate l’una all’altra. La promiscuità è la diretta conseguenza, così come la violenza, strettamente collegata alla frustrazione, alla stanchezza, alla disperazione. Il risultato però non è l’educazione, bensì la creazione di un rancore interno che viene covato dei ragazzi, si accumula e cresce fin quando, in un momento di esasperazione, esplode. Un’esplosione violenta, che spesso porta conseguenze anche pesanti, strascichi gravi.
Mi chiedo se ci sia una via d’uscita. C’è una scappatoia? Esiste il modo per risollevarsi, per uscire da questa povertà che distrugge la vita? Non lo so, non posso saperlo. Io ho avuto la fortuna di essere nata “nel lato giusto (sigh) del mondo”. Mai come adesso è chiara questa cosa, mai come adesso capisco di non capire, di non poter capire.

Dal blog: https://percorrendolastradadellavita.wordpress.com/ 

sabato 3 novembre 2018

[Serbia] Chi sono i migranti? Persone da amare.

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Chi sono i migranti? Se ti dicessi persone come me e te non sarei sincero. Ho scoperto infatti che il migrante, pur assomigliandoci molto, è certamente diverso da noi: egli conosce il senso profondo della libertà, perché di essa è stato privato, e desidera ardentemente riconquistarla.

Nel campo di Krnjaca i bambini giocano tra le baracche, senza regole precise. Molto spesso scoppiano liti per un gioco conteso o per futili motivi, volano schiaffi e spintoni; un bambino scappa piangendo mentre l'altro riprende a giocare. Sono un po' selvatici i bambini di Krnjaca, sono simili a cuccioli che imparano a vivere facendosi spazio come possono, anche con le mani quando serve. Non si può certo dar loro la colpa, in fin dei conti molti non sono mai andati a scuola, mentre gli altri hanno ricevuto un'istruzione raffazzonata e discontinua, del tutto insufficiente perché la vita del campo non cancellasse quel minimo di educazione e di senso civico che tutti noi abbiamo imparato durante gli anni della scuola materna e di quella elementare.

I ragazzi sono il gruppo predominante. Tantissimi arrivano dall'Afghanistan, molti altri dal Pakistan, e poi dall'Iran, dal Ghana, dal Libano e persino dalla Cina.

Loro, al contrario dei bambini, sono di un'educazione e di una compostezza disarmanti. Molti parlano bene inglese, spesso meglio di noi, e danno prova di una curiosità e di una voglia di confidarsi che facilitano l'incontro. Scopriamo così che alcuni hanno iniziato un percorso di studi nel loro paese e ora vorrebbero continuarlo, spesso hanno un sogno nel cassetto, voglia di vivere, energia, forza fisica e mentale da spendere ma, al momento, sono chiusi in una striscia di terra, in un intervallo pallido di spazio e tempo dove ogni giorno sembra uguale all'altro, un tempo sprecato per una generazione che sembra persa.

Quasi tutti vogliono raggiungere l'Europa e ci provano di continuo, quando il tempo e le energie lo consentono. Pochissimi passano il confine, i più sono ricacciati indietro o scappano per non essere presi dalla polizia che, non si sa mai, può sempre decidere di tenerli per qualche giorno in questura, senza cibo né acqua, per far perdere loro la voglia di provarci ancora.

Liberi di proseguire, queste persone, non lo sono proprio. Così come liberi non erano nei loro paesi dai quali sono stati costretti a scappare per poter salvare la pelle, magari dopo aver visto la propria famiglia uccisa dai talebani o i compagni di scuola massacrati in qualche attentato terroristico. Molti ragazzi erano di buona famiglia e l'intelligenza delle loro domande esistenziali ci lascia l'amaro di non saper rispondere. Poche sono le persone fuggite per la povertà ma, mi chiedo, perché si dovrebbe far distinzione fra migrante economico o politico visto che la fame non lascia liberi e fa morti come la guerra.

Caro lettore, vorrei poter condividere con te la risposta, ora chiara per me, alla mia domanda iniziale ma mi rendo conto che la mia penna è limitata e non può trasmettere l'incontro che è avvenuto anche se continuassi a scrivere per altre cento pagine: sto pensando a volti che hanno nomi precisi e sentimenti e vocazioni proprie. 

Spero allora che ciò che non riesce ad esprimere la parola possa essere compreso dal cuore.

Chi sono i migranti? Persone da amare.

Stefano Polli

[Serbia] Questo, semplicemente, è ingiusto.

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“Li odio tutti, sono delle bestie, senza offese per gli animali che sono molto più civili e puliti”.

L’ultima settimana al campo si percepivano strappi strani fra la notte e il giorno. Di giorno capitava di sedersi vicino a un ragazzo qualunque e di sentirsi raccontare dei fratelli morti a scuola in un attentato, del papà minacciato dai talebani, della mamma con i fratellini piccoli di cui non si hanno più notizie, delle botte che avevano ricevuto il giorno prima, o la settimana prima, solo per aver tentato di oltrepassare un confine. Storie raccontate sempre con una voce calma, quasi leggera, in cui la sofferenza trapelava appena da qualche accenno. Non hanno mai chiesto il mio aiuto o la mia pietà. 
Poi alla sera noi volontari tornavamo a casa, si accendeva il cellulare, e si iniziavano a controllare le notizie provenienti dall’Italia. Nel nostro Paese erano i giorni del caso Diciotti. Una sera ho iniziato a scorrere i commenti sotto le notizie principali. Non avrei mai dovuto farlo. Non c’era solo l’affermazione che ho riportato in apertura: c’era una marea di offese, di insulti, di epiteti animaleschi con cui si aggredivano tutti i clandestini. Solo che non erano più dei semplici, generici migranti che sentivo attaccati: erano quei migranti. Quel ragazzo educato e triste, che non sapeva più nulla di sua mamma. Quello che mi offriva sempre la sedia quando entravo in una stanza. Quello con un sorriso smagliante, che era un asso della pallavolo. Quello che, una volta che mi ero fatta un leggero graffio alle ginocchia, è corso in camera a recuperare una salvietta per me. Quel ragazzo ventenne, rispettoso, dal cuore buono, che ogni volta che partiva chiedeva di pregare per lui il nostro Dio, perché avrebbe fatto lo stesso col suo. Quelli che, al di là dei gesti di cura, di bontà e di intelligenza che possono aver avuto per noi, al di là di tutti i loro meriti, erano comunque, con ogni evidenza, degli esseri umani, con tutto il bagaglio che questa affermazione comporta. Loro. Degli animali. Degli oggetti di puro disprezzo, buoni solo per buttarci addosso la polvere delle nostre scarpe. Delle cose che possono morire in silenzio, perché, per qualche motivo, valgono meno di noi.
Quando ho letto quelle notizie, così a bruciapelo, così poco tempo dopo aver parlato direttamente con loro, ho sentito salirmi in gola un magone furioso, una rabbia, un bisogno disperato di difenderli almeno dagli insulti e dagli sfottò che non avevano fatto nulla per meritare, di mostrare chi stavano coinvolgendo in quella bile indiscriminata. Se solo potessimo metterli insieme ad un tavolo, l’italiano e l’afghano, uno di fronte all’altro. Se facessero una sola partita di pallavolo insieme, forse si ricorderebbero che l’altro è un uomo, che sa sorridere, che sa persino voler bene a qualcuno.
Stando in Italia viene quasi spontaneo collocare, mese dopo mese, sempre più postille, eccezioni, limitazioni, “se” e “ma” alla questione accoglienza. Per quanto uno sia vaccinato contro il razzismo, aperto all’incontro con l’altro, culturalmente sensibile al mondo, è come se il fluire costante delle notizie rischiasse a volte di spingerci ad essere gradualmente sempre più cauti, più trattenuti dalla complessità insita nella questione. E la questione, senz’altro, è complessa. Ma se Krnjača mi è servito, con questa immersione tra figure umane, di contatto diretto fra occhi e linguaggi, è stato soprattutto a dare una sterzata improvvisa al discorso, un controbilanciamento nella direzione opposta: no, alla fine non è così complesso. Questi ragazzi partono da un Paese ancora in guerra, che solo per sfregio si può considerare pacificato, dalla morte, dagli attentati, dall’insicurezza, dalla chiusura delle loro scuole, dalla povertà; e per poterlo fare sono costretti ad attraversare dieci frontiere, mettendoci anni, spendendo i loro risparmi, consegnandosi nelle mani di criminali, rischiando di essere picchiati, truffati, respinti, e anche di morire. Non c’è davvero nulla di complesso in questo. Questo, semplicemente, è ingiusto. Complesso può essere organizzare l’accoglienza, immaginare un sistema che produca integrazione; più complesso ancora, sradicare le cause di un esodo di massa, come quello che sta avvenendo fra i giovani di Iran e Afghanistan. Ma difficile non è sentire che quel centinaio di ragazzi, che mentre scrivo sono ancora lì a consumare il loro tempo nel nulla, non dovrebbero essere lì, non dovrebbero essere percepiti come dei criminali a prescindere, e dovrebbero avere, molto più della mia compassione, il diritto ad un percorso diverso.

Ilaria De Regis

martedì 30 ottobre 2018

Sbarcata sull'isola di Cristoforo Colombo

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Già è passato quasi un mese dal mio arrivo ad Haiti. Sembra ieri, sembra il secolo scorso.
La partenza, come sempre non è stata facile: saluti, abbracci, progetti, timori, preoccupazioni. Il salto nel vuoto. Prendere un aereo, lasciare la propria vita, il proprio Paese, la comodità di ciò che si conosce. 
Atterro, dopo circa 36 ore di viaggio e due scali all'aeroporto internazionale di Port-au-Prince. Ad attendermi agli arrivi Suor Luisa, la mia capa per il prossimo anno. 
Non perdiamo tempo e subito andiamo a Kay Chal, la scuola/centro di aggregazione giovanile in cui lavorerò. Il centro è grande, nuovo, colorato. Il quartiere, situato nella zona di Delmas 31 è uno dei quartieri popolari della città. Non il peggiore, sicuramente non tra i migliori. Una ravina, una specie di fiumiciattolo, in relatà una discarica a cielo aperto, divide due quartieri: da un lato citè Okay, dall'altra citè Jeremy.
Si potrebbe pensare che non sia stato il migliore degli inizi, eppure in questo panorama si scorge una bellezza di sottofondo: un sorriso, una canzone sparata a tutto volume, i bambini che giocano rincorrendosi. C'è molto da scoprire, c'è molto da apprezzare, se non ci si ferma all'apparenza.
Attraversando un corridoio strettissimo, della misura di una cariola, tra le case raggiungiamo, dopo una camminata di circa 10 minuti la Comunità delle Piccole Sorelle di Charles de Focauld. Casa.
Passo le prime due settimane sull'isola visitando alcune realtà con cui Caritas collabora: in particolare la casa della Papa Giovanni XXIII, Kay Beniamino (un altro CAG) a Port-au-Prince, la parrocchia di Mare Rouge, a nord. 
Uscire dalla città significa fare un viaggio di moltissimi chilometri: improvvisamente non sei più nelle Antille, in America Centrale. Ti ritrovi in qualche paese africano non bene definito. Usi, costumi, abitazioni, tutto mi fa pensare all'Africa. Scopro così un paese decisamente diverso da quello che mi aspettavo, non per questo meno bello, anzi! Direi che è stata una bella sorpresa. 
Il Paese è molto povero, la gente spesso non vive, sopravvive. Le case spesso sono poco più che catapecchie, mangiano una volta al giorno, quando va bene. Le speranze e le prospettive di un miglioramento futuro sono molto scarse, se non il prendere e partire: Cile, USA, fuori da quest'isola. Eppure la gente vive, vive ogni secondo al massimo. L'ospitalità è molto sentita e ti puoi ritrovare a sorseggiare un cocco appena colto chiacchierando con persone sconosciute. 
Inoltre la bellezza della natura di questo Paese è indescrivibile. Visito Mole St. Nicola, dove Cristoforo Colombo toccò terra, convinto di aver raggiunto le Indie. Un mare cristallino, una spiaggia bianca, deserta: il paradiso terrestre. Poco lontano dalla costa un relitto di una nave, la tradizione vuole che sia la carcassa di una delle tre caravelle. 
Ho anche la fortuna di visitare la costa sud dell'isola, verso Okay. Per la prima volta vedo la barriera corallina... Potrei passare le ore con la testa in acqua a seguire, importunando, i pesciolini che, veloci, scappano a rifugiarsi fra i coralli. 
Sono ad Haiti da  quasi un mese, comincio a comprendere il creolo, la lingua del Paese, comincio piano piano a riconoscere alcuni segni, alcuni aspetti della cultura. Mi sono abituata agli sguardi stupiti delle persone quando cammino per strada, ai bambini che urlano blanch quando mi incontrano. Si dice che chi ben comincia è a metà dell'opera, per ora, non posso che essere soddisfatta e contenta della decisione di ripartire. 

lunedì 22 ottobre 2018

Thailandia: l'esperienza di Giorgia, casco bianco di Caritas Italiana

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Ottobre 2017 - Ottobre 2018 LA MIA ESPERIENZA DI SERVIZIO CIVILE con Caritas Italiana
DOVE: Thap Lamu - Provincia di Phang Nga - Thailandia

Giorgia Romanelli, volontaria originaria della Diocesi di Milano, ha appena terminato l'esperienza di servizio civile all'estero, inserita in un progetto "Caschi Bianchi" promosso da Caritas Italiana.
Caritas Ambrosiana, a seguito del terribile Tsunami del 2004, ha sostenuto per diversi anni le organizzazioni locali, sia attraverso il finanziamento di progetti, sia attraverso l'invio di volontari durante il periodo estivo ("Cantieri della solidarietà").
Pubblichiamo volentieri un video-racconto del suo anno di servizio e la traduzione in italiano dei testi descrittivi che accompagnano le immagini presenti nel filmato.



Il villaggio di Thap Lamu è abitato da immigrati birmani; la maggior parte di loro vive in povertà e ha problemi con documenti, droga, prostituzione e sfruttamento.
È in questo contesto che nasce il Learning Centre, creato grazie alla volontà degli abitanti birmani per garantire un’educazione scolastica ai bambini del villaggio. Bambini che altrimenti, a causa di problemi finanziari o mancanza di documenti, non possono permettersi di frequentare la scuola governativa thailandese.
Il Centro di Apprendimento è sostenuto dal Disac (Azione Sociale Diocesana della diocesi di Suratthani), da Caritas Italiana e da donazioni private. Supporti che garantiscono il pagamento degli insegnanti, vengono utilizzati per sistemare le carenze strutturali e per l’acquisto del materiale scolastico utile agli studenti.
Le materie insegnate presso il Centro di Apprendimento sono il birmano, il thailandese, l’inglese e la matematica. Anche l'insegnamento della religione ha un grande valore. Il metodo di insegnamento utilizza principalmente tecniche mnemoniche, che non tengono conto delle peculiarità individuali e si avvale di punizioni corporali basandosi sul potere autoritario.
Le debolezze strutturali richiedono una manutenzione continua, gli spazi sono limitati per il gran numero di studenti (circa 60) e i soldi non sono sufficienti a pagare più di un insegnante. 
Il preside del Centro Didattico lavora come volontario. 
Sono circa 60 i bambini, di età compresa tra 3 e 15 anni,iscritti al Centro di Apprendimento. Provenendo da famiglie povere e spesso problematiche, vengono poco spronati e spesso crescono con modelli violenti e disfunzionali
Molti bambini hanno comportamenti violenti, livello di attenzione basso e difficoltà nel relazionarsi positivamente. Spesso l'unica modalità di comunicazione conosciuta dai bambini è la punizione violenta e fisica. Modalità che non solo gli adulti di riferimento utilizzano nella relazione con i bambini, ma che i bambini stanno imparando a utilizzare tra loro
Per tutte le ragioni sopra menzionate, la necessità di fissare nuovi obiettivi, di lavorare su diversi aspetti della vita dei bambini, cercando di fornire nuovi modelli, nuove esperienze, stimolare abilità che altrimenti rischiano di rimanere latenti e creare nuove modalità di relazione pacifiche e collaborative.
La possibilità data da Caritas di avere a disposizione un fondo per attuare un progetto che vada a lavorare su questi obiettivi, ha dato origine a idee.
L'idea della Pet Therapy nasce dalla possibilità di avere un ampio spazio disponibile e dalla funzione mediativa e stimolante che gli animali possono avere, con effetti positivi sui bambini.

LA PET THERAPY

Questi interventi funzionano grazie al rapporto instaurato tra un animale domestico ed un utente: una sintonia complessa e delicata che stimola l'attivazione emotiva e favorisce l'apertura a nuove esperienze, nuovi modi di comunicare, nuovi interessi. L'animale non giudica, non rifiuta, si dona totalmente, stimola i sorrisi, aiuta la socializzazione, aumenta l'autostima e non ha pregiudizi. In sua compagnia il battito cardiaco diminuisce così come le ansie e le paure. Inoltre, favorisce la piena espressione delle persone, che tra umani di solito si riduce al solo linguaggio verbale.
Interagire con un animale può significare per un bambino sviluppare processi di apprendimento più rapidi e imparare a prendersi cura di qualcuno diverso da lui. Una buona opportunità di crescita, perché l'animale ha un grande valore emotivo per lui: accarezzare e coccolare provoca un piacevole contatto fisico e stimola la creatività e la capacità di osservare.
L'esperienza è stata accolta molto positivamente da bambini che non avevano mai avuto l'opportunità di prendersi cura di un animale. I bambini erano molto felici dell'idea di prendersi cura dei conigli, abbiamo progettato insieme il recinto, che sarebbe stato usato per ospitare i conigli nel cortile della scuola, e l'abbiamo costruito insieme. Attività che consente di sviluppare abilità di programmazione, cooperazione e sviluppo delle abilità manuali. I bambini si sono presi cura dei conigli, avendo cura di fornire il cibo, pulire la gabbia, portarli dalla casa delle insegnanti a scuola.
Un riscontro molto positivo sul progetto di Pet Therapy deriva dall'essere stato in grado di coinvolgere molto intensamente un bambino con una storia familiare molto travagliata e disfunzionale, con difficoltà relazionali, aggressività repressa, comportamento violento e manifesta necessità di attenzione. La relazione con i conigli ha ripetutamente permesso di tranquillizzare l’aggressività del bambino, aiutandolo a recuperare la calma. 
Il progetto di Pet Therapy ha funzionato come mediazione tra me e i bambini e ha permesso loro di trovare un passatempo visitando i conigli a casa nostra al di fuori dell'orario scolastico.
Gli aspetti negativi dell'esperienza riguardano principalmente le difficoltà incontrate durante la stagione delle piogge, durante la quale i conigli non potevano essere portati nel cortile della scuola. Persino lo spazio riservato a loro in casa, durante la stagione delle piogge era esposto all'acqua e questo ha impedito ai bambini di prendersi cura degli animali in modo continuativo. Ciò ha causato una perdita di interesse da parte dei bambini nei confronti dei conigli.

Credo che l'esperienza della Pet Therapy sia stata sicuramente positiva per i bambini; e che, insieme ad altre attività implementate durante l'anno, abbia portato i bambini a crescere e maturare. Penso che uno degli aspetti positivi sia stato il mantenere l'attenzione sul fornire ai bambini nuovi stimoli, nuovi modelli rispetto a metodi di comunicazione e relazionali funzionali.
Il progetto Pet Therapy è stato senza dubbio un progetto a termine che non avrà continuità. 
Ritengo però che possa essere utile continuare a perseguire gli obiettivi su cui puntava, utilizzando anche diversi metodi e risorse.

“Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari”
(Maria Montessori)

Giorgia Romanelli,
casco bianco 2017-2018 in Thailandia, Caritas Italiana