martedì 31 gennaio 2017

L' Ungheria è lunga 8 km

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La bocca è impastata e dalle tempie senti il ritmo accelerato del tuo battito cardiaco.

Poi c'è quell'odore che non se ne va.

Le orecchie sentono ancora i colpi di tosse che sembrano non fermarsi mai.
Le mani, troppo fredde per rimanere scoperte, si sono salvate.
Per gli occhi,  ne riparliamo domattina al risveglio.

C'è un senso?


Sicuramente c'è una direzione, precisa.
L'EUROPA.

Che da qui si cerca di raggiungere attraverso l'Ungheria.
Ma se la polizia ti trova entro 8 km dal confine,  per legge ti rimandano da dove sei venuto.

Tra i migranti ormai gira voce che "l'Ungheria è lunga 8 km".
Non si passa.
E se ti prendono, anche oltre gli 8 km, ti riempiono di botte.
L'uomo con le stampelle e un piede ingessato arriva da lì.


Ora vive a Belgrado, nell'ex terminal doganale, insieme ad altri #sconfinati.
Ce ne sono tanti, non saprei dire quanti. Molti sono sotto cumuli di coperte, altri bruciano quel che c'è, altri ancora sono all'esterno a cercare acqua per lavarsi.

Altri ancora escono dall'inferno dove nessuno può entrare a dare una mano, per tornare poi alla sera.


Nessuno li può aiutare ufficialmente.
Se lo vuoi fare, dopo non ti è più permesso lavorare nei campi governativi.
I trafficanti dicono loro che se si fanno registrare dopo non potranno più proseguire.
Sono arrivati dall'Afghanistan, dal Pakistan, per raggiungere l'Europa,  non per stare in Serbia.

E l'Europa? 
Finanzia la Serbia perché li tenga a casa propria.
Ma i soldi non bastano, non c'è da mangiare e da dormire per tutti.
E la #Balkanroute non è poi così chiusa. Piano piano, giorno dopo giorno, ne arrivano altri, grazie al prospero business dei trafficanti.



Dimenticavo.
Tutti quelli che ce l'hanno fatta e sono arrivati in Europa attraversando la Serbia, ora sono in attesa di una risposta e se la domanda di asilo verrà rifiutata, potrebbero essere rispediti qui.

Perché le merci passano, gli uomini no.

Oppure se passano, si fermano a marcire nella dogana.




lunedì 30 gennaio 2017

… “Coi piedi neri”…

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CAPOEIRA

Una danza dentro una lotta.
La nonviolenza nella violenza.
E’ affascinante, semplice e bello. Difficile.
Educare e ascoltare nella strada, nella bidonville. Insegnare che tutti sono uguali, che non vince affatto il più forte: che tutti siamo accolti nel gruppo.
E sporcarsi i piedi assieme. Martedì scorso i miei piedi scalzi erano neri, impolverati e un po’ indolenziti ..indolenziti come quelli degli altri miei 20 compagni, neri e impolverati come i loro, mentre assieme seguivamo gli esercizi, a ritmo di musica, del maestro. Assieme abbiamo sudato, abbiamo sbagliato e fatto bene. 

ASSIEME

Assieme, vuol dire condividere. E in quel momento, mi sono quasi dimenticato di essere bianco, italiano e che gli altri ragazzi erano haitiani. Eravamo semplicemente noi, ASSIEME.
CONDIVIDERE

Condividere, avere i piedi scalzi neri, impolverati e un po’ indolenziti è credo sia il segreto per essere prossimi all’altro, per  dare, ma soprattutto apprendere dall’altro; per ricordarsi che siamo piccoli in questo mondo, con tanto da imparare e che davvero, mi rendo conto qui a Port au Prince, ogni giorni dobbiamo rimetterci in discussione. Trovare un modo per essere ASSIEME e CONDIVIDERE, per ricordarci che non è sempre giusto come e dove viviamo; che Haiti, l’Italia e ogni altro paese non sono “mondi diversi”, ma mondi diversi in un mondo comune, lo stesso. Accorgerci che questo mondo comune spesso è ingiusto e che ogni Paese ha una sua ricchezza e una sua povertà.

ACCORGERSI

Ad Haiti la cosa che sto imparando maggiormente è accorgermi: fare attenzione alle piccole cose, farmi mille domande e non dare nulla, davvero nulla, per scontato. Mettere sempre in discussione e così sempre rinnovare ciò che invece ritengo una “certezza” nella mia vita.

Fede

domenica 15 gennaio 2017

Riflessioni a distanza...

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In un primo momento l'idea di tornare a casa dopo così poco tempo ad Haiti non mi ha entusiasmata più di tanto, devo ammetterlo. Ho pensato a tante cose che mi sarei persa in venti giorni di permanenza in Italia, ho pensato che forse avrei dimenticato la lingua tanto velocemente quanto l'avevo imparata...ho pensato semplicemente che dopo due mesi ributtarmi nella mia quotidianità italiana sarebbe stato traumatico...devo dire che in parte è stato così ma in fondo ho apprezzato questo momento di stacco.

La vita a Port au Prince di questi due mesi è stata talmente intensa e totalizzante che non ho avuto veramente occasione di fermarmi a riflettere su tante cose che oggi, da lontano, mi sembrano un po' più chiare anche se non ancora del tutto comprensibili.
Ho riflettuto su tanti aspetti che sono contraddittori e strani di questo paese.
Ho pensato ad una popolazione che nonostante viva per l'80 % sotto la soglia della povertà ha al suo interno una gerarchizzazione sociale molto netta; ho pensato a persone poverissime che trovano normale avere un bambino restavek al loro servizio; ho pensato alle catastrofi naturali che hanno dilaniato il paese negli ultimi anni e alla marea di aiuti umanitari che sono arrivati senza comunque rinasare la situazione.
Quindi sto pensando a quelle persone che dal 2010 vivono ancora nelle stesse tende che vennero montate dalle varie protezioni civili durante l'emergenza, insomma penso ad un paese che ha fatto dell'emergenza il suo stato di normalità. Penso ad un paese che non riesce a fare delle elezioni decenti da anni a causa del terrore che i banditi, pagati dal signorotto di turno, diffondono in periodo elettorale e penso che forse ho stranamente assistito alla vittoria di un presidente eletto dal popolo democraticamente dopo anni...almeno così pare.

Se dovessi cercare un modo per spiegare come vedo Haiti in questo momento la paragonerei ad una macchina bloccata nel fango...le ruote girano ma non riescono a far muovere l'auto.

Ho sentito molti discorsi fatti da “bianchi” in questi due mesi...ho sentito dire che “se questo paese non esce dalla pessima condizione in cui versa è a causa della gente che lo popola” ho sentito dire che “per forza non si esce dalla crisi, qui chiedono tutti soldi ma poi cosa fanno di concreto per sopravvivere?”...lì per lì, immersa in un contesto così difficile e complesso, come ho già detto tante volte, non ho avuto la forza di esprimermi e di farmi un'idea che fosse la mia...ma oggi, che ho metabolizzato questo primo periodo duro ma anche pieno di grandi soddisfazioni e gioie mi sento di dire che forse non ci possiamo permettere di snocciolare giudizi su chi per secoli ha subito le vessazioni dei nostri civilissimi paesi europei o dei democraticissimi Stati Uniti d'America.

E allora mi spiego le stratificazioni sociali interne ad una popolazione che vive nella miseria, eredità del nostro bel colonialismo, e mi spiego tante altre cose.
Haiti è divenuta la vittima della violenza strutturale del Mondo, è l'esempio lampante di un sistema che è afflitto da dinamiche di potere, interne ed esterne al paese stesso, che si ripropongono non permettendogli di uscire dal fango.
Non giudichiamo un disastro del quale i nostri antenati sono i responsabili, non giudichiamo delle persone che vivono secondo gli schemi sociali che si sono reiterati nel tempo, magari in altre forme ma creando precedenti troppo difficili da scardinare, non giudichiamo chi è stato in qualche modo educato all'assistenzialismo e che oggi, non avendo i mezzi per fare diversamente, a volte ricorre alla domanda assistenzialista per sopravvivere.

Io non sono andata ad Haiti per salvarla, non penso di aver capito tutto anzi forse non ho capito niente ma ci sto provando, provo a riconoscere che non tutto è come sembra e che a volte dietro a ciò che vediamo c'è un orizzonte che è talmente vasto che non riusciremo mai a comprenderlo tutto.

Io ho fiducia in questo paese, ho fiducia nelle persone che ci vivono, ho fiducia nei giovani con cui passo il mio tempo ogni giorno, ho fiducia nei bambini e nei ragazzi che vogliono studiare e che vogliono conoscere il mondo perché loro, esattamente come in ogni altro paese, sono la risorsa più grande.

A presto.
Silvia

lunedì 9 gennaio 2017

Un poeta inaspettato

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L'altro giorno chiacchierando con George mi ha detto che mentre era al Y.C.T.C. ha scritto alcune poesie. Dopo averle lette gli ho chiesto se avessi potuto pubblicarle sul nostro blog e lui pieno di orgoglio mi ha risposto: "of course!".
E quindi periodicamente pubblicherò questi piccoli capolavori di bellezza perché, come diceva un magnifico professor Keating: "Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita". (Tratto dal film L'attimo fuggente, 1989)

PS: grazie a Elia per l'aiuto e il sostegno (... e non solo nelle traduzioni)

La St. Joseph Cafasso Consolation House verso l'ora del tramonto


You can't take away

You can take away my freedom
You can take away my life
But you can't take away my Lord Jesus Christ
You can put me in a cell and throw away the key
But you can't take away the peace that lives in me
You can take away my loved ones
But you can't take away my God-given joys
You can tell evil lives persecute me
But you can't take away the Holy Spirit who has already set me free


Non potete privarmi

Potete privarmi della libertà
Potete privarmi della vita
Ma non potete privarmi del Signore Gesù Cristo
Potete mettermi in una cella e gettare la chiave
Ma non potete privarmi della pace che vive in me
Potete privarmi delle persone che amo
Ma non potete privarmi delle gioie che Dio mi ha donato
Potete dire che vite cattive mi perseguitano
Ma non potete privarmi dello Spirito Santo che già mi ha liberato

George

giovedì 5 gennaio 2017

Rabbia e Sogni

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Fa rabbia.
Fa rabbia la disparità di questo mondo, fa rabbia il sistema , fa rabbia che sembra impossibile cambiarlo.
Mi fa rabbia Federico, che torna da Haiti e si adatta così facilmente al suo Trentino: speravo o temevo di starci malissimo, di non dormirci la notte. Invece, forse, perché volontariamente cerco di concentrarmi su dove sono ora, a Trento, coi miei amici, affetti, parenti, sono felice. Come sono felice, molto, quando sono a Port au Prince.
E’ casa mia questa, e sono cresciuto così e forse , ragionavo mentre ero nei Caraibi, quello che posso fare, che possiamo fare, è continuare a farci domande, metterci in gioco e vivere con gli occhi aperti al mondo, indipendentemente da dove noi siamo. Ma soprattutto, sto riflettendo sul fatto che ciò che può davvero fare la differenza, quantomeno per me, è il  MODO.
Non so come spiegarlo, ma credo che, posto il fatto è che mi ritrovo a vivere in un mondo così strano, così poco paritario, la differenza la può fare il come io vivo nella mia piccola Trento o nella grande Port au Prince, e così via, insomma, ovunque io sia , conta il COME vivo. E non credo sia facile.
Vivere con uno sguardo amplio sul mondo, aperto; vivere cercando ogni giorno di donare semplicemente un sorriso all’altro; vivere cercando di cambiare le cose nel nostro piccolo: nei rapporti coi vicini, nel cercare di fare comunità, nell’accogliere tutti i giorni, nonostante le difficoltà. Nel limitare gli sprechi, nel puntare ad un’economia sostenibile, aver un occhio di riguardo per l’ambiente. Mettersi in gioco socialmente e politicamente, nelle cose piccole del quotidiano. Sono solo alcuni degli spunti che mi stanno venendo in mente nei miei “viaggi mentali”.
Il punto centrale infine, credo sia questo: non so se è o meno una fortuna essere nato a Trento, fatto sta che ci sono sempre stato bene; ma ciò che è una certezza, è che qui io ho un infinito numero di opportunità e possibilità: possibilità di scegliere, potrei dire, qualsiasi cosa. Ad Haiti invece di opportunità ce ne sono davvero poche.
Credo che quindi la prima cosa che posso fare nei confronti di tutta la gente che ho incontrato a Port au Prince è non avere paura di non ottenere un posto fisso; è non avere paura di non riuscire a fare carriera, o di pagare un mutuo, o di  non riuscire a invecchiare fino a 90 anni. Credo che il primo gesto di rispetto sia quello di lottare fino all’ultimo per ogni mio sogno, per ogni mio idealismo, passando magari per sciocco o sognatore. Ma , come disse Mandela, “un sognatore è un vincitore che non ha mai smesso di sognare” e invito col cuore me e soprattutto tutti i giovani che come me hanno mille opportunità, di inseguire sempre ciò che sentono dentro, non fermarsi per la paura e la mancanza di certezze, perché a Port au Prince non ci si arrende nemmeno di fronte all’assenza di cibo, di lavoro e di opportunità, ma si continua a vivere, provare a sorridere e lottare. Credo sia un nostro dovere non avere paura, paura di sognare,
Fede

domenica 25 dicembre 2016

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Noi possiamo solo continuare pazientemente a seminare, loro faranno le loro scelte...
Cafasso Family




martedì 13 dicembre 2016

Dalla Cafasso... la storia di Kamau

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Kamau è nato nel 1994, ultimo nato in una famiglia di 10 figli (8 maschi e 2 femmine). Ha lasciato la scuola quando era nella settima classe della scuola primaria per lavorare come bagnino a Malindi, sua città natale. Ma, così volle il fato, nel luglio 2010 un suo fratello maggiore venne coinvolto in una rissa di villaggio e Kamau e un altro fratello andarono in suo aiuto. La rissa durò un'intera notte. Sfortunatamente la donna al centro della rissa morì per le ferite che aveva riportato quella terribile notte. I tre fratelli furono arrestati, trattenuti al posto di polizia e alla fine dopo 8 mesi portati in tribunale. Furono accusati di omicidio e alla fine giudicati colpevoli di omicidio colposo. Nonostante le loro proclamazioni di innocenza suo fratello e un amico furono condannati all'ergastolo a Shimo la Tewa, Mombasa, mentre Kamau, minorenne, fu inviato al riformatorio Boston di Mombasa.


Nel 2013 Kamau finì di scontare la pena e avrebbe dovuto ritornare a casa, ma la voce che gli abitanti del villaggio lo aspettavano per esercitare su di lui 'la loro giustizia' pervenne all'ufficio di libertà vigilata. Gli abitanti del villaggio ritenevano che anche lui avrebbe dovuto essere condannato all'ergastolo. Nonostante le numerose visite da parte dei funzionari per riconciliarli e facilitare la sua reintegrazione, le minacce continuarono e furono considerate fondate.

Fu a quel punto che l'ufficio di libertà vigilata chiamò il SJCCH di Malindi e chiese il loro aiuto. Il SJCCH accettò Kamau nella speranza che la ragione avrebbe avuto la meglio tra gli abitanti del villaggio. Passarono i mesi ma la comunità rimase irremovibile. 
Il SJCCH mandò Kamau a un corso di formazione dove imparò la meccanica dei veicoli a motore e imprenditoria. Nel 2015 Kamau completò il corso e propose di vivere al di fuori del SJCCH perché stava per diventare maggiorenne. Trovò lavoro presso un cantiere edile del luogo e diventò finanziariamente indipendente.

Nel 2005 Kamau si impegnò a creare la propria famiglia. Andò parecchie volte di nascosto nel suo villaggio e alla fine trovò la propria compagna. Col tempo e con l'aiuto della sua famiglia e dei suoi amici portò avanti le trattative per il matrimonio e prese la ragazza per moglie. Andò parecchie volte a casa a trovare i suoi genitori che stavano diventando invecchiando, ma il desiderio di stare con loro ha giustificato i rischi corsi. Oggi Kamau è felicemente sposato ed è in attesa del suo primo figlio. Nel corso del periodo di reintegrazione Kamau ha portato parecchie volte sua moglie al SJCCH così che potesse sentire da loro la storia della sua vita. Ritiene che solo conoscendo la storia della sua vita, sua moglie lo amerà di più. Kamau ha riconosciuto che il SJCCH gli ha dato una seconda possibilità nella sua vita perché lo ha accettato quando tutti lo evitavano. 
"Le competenze e le conoscenze che ho appreso qui hanno fatto di me un uomo che teme Dio, che può vivere in pace con chiunque ovunque nel mondo. 

Che Dio benedica La Casa San Giuseppe Cafasso."

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sabato 10 dicembre 2016

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 Cavalli e uccelli convivono pacificamente (Nairobi, Kenya)

E chi lo dice che due creature molto diverse non possano vivere in armonia?

(di calorose riflessioni mattutine di una muzungu* in terra africana)

__________
*muzungu è un sostantivo in lingua swahili che sta per "straniero, strano" ed è il nome con cui i keniani chiamano i bianchi. E a dirla tutta a me non è che piaccia tanto, ma si sa com'è, a forza di dirlo poi uno si sente proprio così, è la profezia che si autoadempie.



martedì 6 dicembre 2016

Matone ya maji

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Matone ya maji.
Gocce d'acqua.

Gocce d'acqua che scendono incessanti dagli occhi stanchi di questa donna.
Occhi di chi ne ha vissute molte e viste di più.

Occhi che ti guardano e sembrano dire: io non so più cosa fare, aiutatemi.

Una donna, una nonna. Disarmata di fronte all'ennesimo guaio del nipote, disarmata di fronte alla vita che l'ha vista crescere in una baraccopoli, che ha visto morire sua figlia per avere in eredità un nipote arrabbiato con se stesso e col mondo.

K. è una di quelle persone che ti prendono a pugni in pancia ancora prima di conoscerlo.
K. non ha nemmeno 17 anni e ha visto e fatto talmente tante cose, belle e brutte, che ne potrebbe avere sessanta.


K. viveva in baraccopoli con i nonni, anziani, poveri, stancati da una vita di stenti al limite della sopravvivenza.
K. lo cercano in tanti, per fargliela pagare. Per questo la sicurezza ha dato un po' di soldi ai suoi nonni, per tenerlo lontano dallo slum. Altrimenti, dicono, we shoot, spariamo.

K. non voleva uscire dal carcere minorile, perché temeva per la sua vita.
E le ha provate tutte. Ha rubato prima al maestro e poi al catechista, stando ben attento a farsi beccare, per prolungare la sua permanenza fra le sbarre.

Quando K. ha capito che lo avrebbero comunque liberato, ha implorato di venire in Cafasso. Ne abbiamo parlato. Sembrava una situazione troppo difficile per una struttura come Cafasso.
Che si fa?

Arriva la notizia: K. ha provato a togliersi la vita in carcere.
La differenza di sensibilità fa sì che io veda le foto scattategli subito dopo.
Quella notte non riesco a chiudere occhio, figuriamoci lui.

K. arriva in Cafasso. E' un bambino nel corpo di un uomo. Ha un sorriso luminoso e fa sempre delle facce sciocche.
K. è grande, è alto. I pantaloni sono troppo corti, le ciabatte almeno un centimetro più piccole dei suoi piedoni, le maglie una taglia in meno.
Sembra che chi doveva provvedere a lui non si sia accorto che è cresciuto. Forse non se n'è accorto nemmeno lui.

Venerdì mattina Joseph, il coordinatore, mi scrive: vieni appena puoi, abbiamo un problema con tre ragazzi.
Volo in Cafasso. M., J. e K. hanno comprato della droga e ne hanno fatto uso la sera prima.
Sono incredula. Sono stata sempre con loro il giorno prima, come cavolo hanno fatto ad acquistare la sostanza?
Comunque ormai la frittata è fatta. Arriva la mamma di M., lui l'ha materialmente comprata, non ci sono alternative, la sicurezza non ne vuole sapere. E' fuori.
J. viene ripreso, ma lui è tanto tempo che è qui, lo conoscono bene, sanno della sua fragilità e scelgono di dargli una seconda chance.

E' il turno di K.
Arrivano i suoi nonni. Scarpe bucate e occhi lucidi.

Matone ya maji. Gocce d'acqua dagli occhi mentre raccontano di come K. minacciava i vicini per avere i soldi per bere e fumare.
Vediamo le foto della loro casa. Una stanza con le pareti di lamiera.

Piange questa nonna affranta. Non ha le forze per affrontare anche questa, non ha le forze per provvedere a se stessa, figuriamoci al nipote.
Piange forte, ma con dignità.

Piange anche K.

Piange il bambino restato senza mamma.
Piange il ragazzo che ha dovuto imparare a cavarsela da solo.
Piange il nipote che ha ferito i nonni per l'ennesima volta.
Piange K. perché sa che comunque quelle due persone, anziane e povere, sono tutto ciò che gli è rimasto.

La vita non è stata gentile con te, K.
Spero che tu riesca ad essere gentile con te stesso, e ti prometto che farò di tutto per far sì che questo accada.

Se vuoi sostenere la Cafasso House...

lunedì 5 dicembre 2016

La storia di noi due

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Il romeno, che brutta bestia! A parte che a volte pensiamo non sia così necessario per noi impararlo, poiché da quando siamo arrivate sempre più persone ci chiedono di insegnare loro l'italiano e volenterose iniziano a sfoderare un vocabolario di tutto rispetto. L'apice l'abbiamo raggiunto con Adriano, tassista incontrato settimana scorsa che, una volta capito che siamo italiane, ha iniziato a raccontarci la sua passata permanenza di sette anni in Italia; in particolare la città che l'ha ospitato non è stata a lungo un mistero grazie al suo marcato accento romano, che è esploso in tutta la sua portata in un’esclamazione di fronte alla notizia della nostra lunga permanenza in Moldova: "Ammazza oh!"
E dopo il tassista moldavo che parla un romeno romano, pensavamo di averle viste tutte, e invece...

Mentre partecipavo alla mensa mobile ho conosciuto un signore sulla cinquantina che ha attirato la mia attenzione chiamandomi "bambina". Anche questo signore si è mostrato desideroso di imparare l'italiano, poiché vorrebbe venire nel nostro paese. Possiamo dire che possiede una base d' italiano, anche se è costituita per lo più da parole e citazioni provenienti da canzoni di nostri illustri cantanti.. Infatti il mio amico ama molto la musica italiana, in particolare Celentano, Gianni Morandi, Pavarotti, Toto Cutugno e il mitico Pupo. Un giorno mi ha raccontato la sua storia, ovviamente non del tutto compresa a causa della mia ancora scarsa conoscenza del romeno; ho intuito che non ha più una casa, ma vive in un garage, per un incendio causato dai suoi ex vicini. Purtroppo non è riuscito a farsi risarcire e nel raccontarmi la dinamica ha ripetuto più volte la parola “mafia”, per poi concludere dicendo: "Da voi in Italia, mafia piccola, da noi in Moldova, mafia grande. Se hai i soldi qui non hai problemi." Non c'è niente da fare, ci hanno tolto anche questo primato! Ora sta lavorando qualche giorno a settimana facendo le pulizie per mettere da parte i soldi per un nuovo appartamento e per pagare un avvocato.

Mercoledì scorso, giorno non molto positivo al lavoro, ero particolarmente scoraggiata per la lingua, poiché è frustrante non riuscire a comunicare, soprattutto per una logorroica come me. Inoltre l’assenza di comunicazione verbale mi sembrava impedisse una comunicazione per me fondamentale, cioè quella della mia persona, che più di tutto mi interessa. Mentre rimuginavo su questo pensiero è arrivato il mio amico, che appena mi ha visto ha richiamato la mia attenzione gridando: "La Storia di noi due". Mentre consideravo fosse un’affermazione ancora un po' prematura, nonostante la mia evidente preferenza per lui, il mio amico ha tirato fuori da un sacchetto un vinile, il tutto accompagnato dalla colonna sonora: "Gelato al cioccolato dolce e un po' salato tu, gelato al cioccolato". Non ci potevo credere! Era il vinile di Pupo, edizione russa e molto datata direi, vedendo l'immagine sulla copertina di un giovanissimo Pupo, quasi irriconoscibile. Un vero pezzo d’epoca! Ho scoperto così, che la frase con cui mi aveva chiamato è il titolo di una canzone presente nel vinile.

Ovviamente mi sono commossa. Sapevo quanto il mio amico ci tenesse ai suoi vinili, consumati dai suoi quotidiani ascolti. Questo episodio mi ha riconfermato il perché sono venuta qui e mi ha ridato un po’ di fiducia, anche per quanto riguarda la lingua. Infatti ho pensato che in fondo ci sono altri modi di comunicare, che ci sembrano meno incisivi, ma non lo sono: un sorriso, un gesto, un’attenzione, il tuo essere una presenza costante, possono trasmettere molto. E il rapporto nato tra me e il mio amico ne è la prova.