Visualizzazione post con etichetta Filippo V.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Filippo V.. Mostra tutti i post

lunedì 28 agosto 2017

Innamorarsi.

Nessun commento:


Guardo i miei compagni dormire. Li guardo dormire nelle posizioni più strane e più assurde. Li guardo cercare la posizione migliore per strappare qualche ora di sonno al jet - lag che inevitabilmente ci colpirà appena sbarcati a Linate, se non addirittura prima a Francoforte. Io non riesco a dormire, non riesco a chiudere occhio. Sarà che a Managua sono le 19.27, sarà il mal di schiena che mi massacra da ormai 5 ore, saranno i Negrita che con le loro melodie tengono compagnia ai miei pensieri, sarà che preferisco assumere una postura scomoda per fare addormentare la mia compagna di posto e di esperienze, sarà ma non riesco a dormire.

Mi sono innamorato. Mi sono innamorato del Nicaragua. Mi sono innamorato del Kenya e dei Balcani.

Di solito ci si innamora di persone; mi sono innamorato sicuramente almeno una volta. Una volta ho detto ti amo, ne sono sicuro. Ho detto ti amo ad una persona che per me ha significato tantissimo, una persona che ha decisamente inciso sulla mia vita.

È possibile innamorarsi di un paese? È possibile innamorarsi di una esperienza?

In fin dei conti anche tutte queste esperienze incidono sulla nostra vita. Secondo mia madre sono tornato cambiato dai Balcani, dal Kenya, chissà anche dal Nicaragua. Si sa che la mamma ha sempre ragione.

Ma come è possibile innamorarsi di qualcosa di astratto? Di qualcosa che trascende la vita terrena?

In fin dei conti un'esperienza non si può toccare, non si può guardare, non si può baciare. Un paese non si tocca, non si guarda, non si bacia: si guardano i suoi paesaggi; si toccano i monumenti, gli alberi, la terra; si baciano le persone che vivono in quel paese, che vivono con te questa esperienza.

Ma l'esperienza si vive. L'esperienza è vita. Io sono vivo, fino a prova contraria; i miei compagni di viaggio sono vivi; Feliz, Matilde, Irene, Stefania, Juan, sono vivi.

Sicuramente sappiamo che le persone si amano, come si odiano, e si innamorano.

Quindi se l'esperienza si vive e se le persone sono vive, ci si può certamente innamorare dell'esperienza.

O meglio ci si innamora delle persone con cui si vive l'esperienza, che partecipano ad essa, che la creano e la costruiscono.

Io mi sono innamorato. Mi sono innamorato dei paesaggi, delle foreste, delle spiagge, dei vulcani, di Nueva Vida.

Mi sono innamorato dei miei compagni di viaggio. O meglio mi sono innamorato del rapporto che si è venuto a creare, delle risate, dei momenti difficili, delle prese in giro.

Mi sono innamorato del rapporto che si è venuto a creare con ognuno di loro. Per ora tutti i miei viaggi hanno contribuito a farmi conoscere delle persone meravigliose.
Persone con cui ho condiviso solo una esperienza, persone con cui ho trascorso molte avventure.
In questo caso mi capita di affezionarmi, un' affetto così forte che mi porta a cercarle anche al di fuori dei viaggi, nella vita reale.
In questo caso le esperienze vissute creano dei legami così forti da renderci una cosa sola. Una terza essenza che nonostante la lontananza, rimane lì latente pronta ad essere riscoperta, pronta a rinascere. 

Ci si innamora delle esperienze e le esperienze fanno innamorare.

Di cosa?

Dipende da come si è vissuta questa esperienza.

Vado a chiudere gli occhi. Si sa il Jet - lag è tiranno.


Ah, ti amo Nicaragua.


Filippo


giovedì 27 luglio 2017

[Nicaragua] Parto. Ma dove vado?

Nessun commento:
“La valigia è pronta;
I vari documenti sono stati stampati e catalogati quasi perfettamente;
Le cuffie e il cellulare sono carichi e pronti all’uso;
Gli esami sono stati fatti e, dai, sono anche andati quasi bene;
Gli amici e i parenti sono stati tutti salutati;
Mamma e papà li saluto domani mattina appena sveglio;
La voglia di partire e di scoprire il Nuovo Mondo, direi che non è mai mancata;
Le richieste di tranquillizzarmi e rilassarmi, non sono state ascoltate;
Dai, ci sono, partiamo.”

“Si, ok, partiamo; ma, Fil, dove andiamo?”

“Andiamo a Managua, in Nicaragua. Dai è da febbraio che sai che andiamo lì. È da febbraio che te lo ripeto e che ci prepariamo.”

“Si, abbiamo fatto il colloquio, abbiamo fatto le vaccinazioni mancanti, le giornate di formazione, abbiamo letto quasi tutto il dossier. Ma ti sei fermato un secondo a pensare dove stiamo andando?”

“Massì dai. Sto andando in piccolo stato tra Honduras e Costarica. Non so lo spagnolo, questo è vero. La cosa un pochettino mi preoccupa. Ma in fondo noi italiani ce la caviamo. Una “s” alla fine e via, cosa ci sarà di così difficile. Poi mi sono preparato guardando “El Chapo” su Netflix, tutto in spagnolo con i sottotitoli in Inglese. Fantastico!  Poi sono 5 anni che parto durante le vacanze per fare questo tipo di viaggi: Gornja Bistra, Sarajevo, Nairobi e ora Managua. Sono abbastanza pronto. Esperienze ne ho.”

“Fil, dove stiamo andando?”

“Ancora? Te l’ho già spiegato. Nicaragua, Managua, Ciudad Sandino. Non mi è ben chiaro ancora cosa faremo; ho raccolto tanti materiali da portare e sono pronto a fare tutto quello che ci sarà bisogno di fare. Sto andando dall'altra parte del mondo, in un posto che non conosco, in cui non sono mai stato. Anche gli anni scorsi non sapevo dove stavo andando e non sapevo bene cosa avrei fatto però è sempre andata bene. Sei il solito pessimista rompi balle.”

“Non sono pessimista. Non ti irritare. Ti sto solo chiedendo dove stiamo andando; Fil, dove stiamo andando?”

“…”

“Fil?”

“Stiamo andando via. Via da Vedano al Lambro. Via da Monza. Via da qui.”

“Perché?”

“Perché è giunto il momento di pensare.”

“Pensare a cosa?”

“Pensare a questo ultimo anno. Appena tornato dal Kenya, mia mamma aveva notato che ero cambiato. Io non me ne ero accorto. Solo ora me ne sono accorto. Quest’anno ho scelto di cambiare. Ho scelto di concentrarmi sulle tematiche penali ed internazionali che la mia facoltà mi offre. Ho scelto di scrivere, di scrivere delle mie esperienze e non solo, su un blog. Ho scelto di abbandonare quel blog. Ho scelto di non fare un esame. Ho scelto di allontanare l’amore. Ho scelto di piangere per quella lontananza. Ho scelto di fare politica, di candidarmi a Monza con una lista civica, perdere, non mollare, ricominciare da capo, con nuove avventure e nuovi incarichi. Ho scelto di fare volontariato anche qui, dietro casa mia. Ho scelto di mangiare ad orari assurdi, di non essere mai a casa, di dormire 4 ore per notte. Ho scelto di essere “social”. Ho scelto di non fermarmi e di non accontentarmi. Ho scelto di partire per il Nicaragua. Ho scelto di studiare come un dannato fino al 25 di luglio per prendere un cazzo di 23. Ho scelto di tralasciare i miei migliori amici per fare tutte queste cose ma, nonostante questo, hanno scelto sempre di sostenermi e di starmi vicino. Ho scelto di essere contento, di crederci sempre e di non mollare. Ho scelto di fare tutte queste cose contemporaneamente, senza pensare. Dobbiamo pensare”.

“E dobbiamo andare fino in Nicaragua?”.

“Bhè si, qui fa troppo caldo.”

“Ma là ci sono 34 gradi con un umidità del 85% !”

“Dettagli.”



lunedì 26 giugno 2017

Nicaragua: Capitolo Primo: Il Viaggio

Nessun commento:
Come l’acqua, così noi.

In un esperimento giapponese si è visto che l’acqua sottoposta alle vibrazioni non solo di parole o brani musicali ma anche di pensieri e stati d’animo; presenta, dopo esser stata congelata, diverse forme cristalline. Ciò ha, quindi, consentito di scoprire e ammirare i molteplici segni del linguaggio figurativo con cui l’acqua risponde agli stimoli esterni. L’acqua sottoposta alle vibrazioni di parole e pensieri positivi forma dei cristalli bellissimi simili a quelli della neve; quella, invece, sottoposta alle vibrazioni di parole e pensieri negativi reagisce creando strutture amorfe e prive di armonia.
E’ proprio così che ci sentiamo in questo momento: cristalli d’acqua che si modellano, mutano, sciolgono e ritornano solidi passando attraverso diverse forme. Forme che ci rappresentano, dicono cosa siamo e sentiamo.

Il cristallo dell'attesa. Quell'attesa fremente nell'auto con la coda davanti, così concentrata a pensare all'arrivo che mi dimentico di guardare fuori il paesaggio. Sono quell'attesa di arrivare, di incontrare, di interagire, di socializzare, di fare, di costruire, che mi fa fremere sul sedile. Eppure questo tempo mi piace. Mi piace questa silenziosa attesa tra me e me. Silenziosa mica troppo, visto che la musica è al massimo e canto da quando son partita. Ma intanto in testa è tutto un turbinio di pensieri: "arriverò?", "i miei compagni di viaggio?", "i coordinatori?", "chissà come sarà il Nica". Pensieri che si accavallano l'un l'altro, senza un ordine ben preciso. Ma rendono tutta quest'attesa in coda un tempo di vita pieno. Hai presente quell'attesa prima che la tua amica suoni il citofono? Quell'attesa all'aeroporto di un amico che arriva dopo un lungo viaggio? Quell'attesa dell'esame imminente? È gioia, è fremito, è ansia, è angoscia, è tutto e niente, è tutto un turbinio di emozioni che non so nemmeno definire, ma che mi fa sentire viva, ma che soprattutto mi rende entusiasta all'idea del passo successivo, a quello che verrà dopo, quando questa attesa finirà e inizierà l'esperienza vera e propria.

Il cristallo della curiosità. Quell’energia positiva e in continuo movimento che nasce in me quando sento qualcuno parlare del Nica, dei suoi colori, delle sue tradizioni. E’ la voglia di voler essere io, in prima persona, ad attraversare la bellezza e, perchè no, anche le contraddizioni di un paese che non è il mio. Senza la presunzione di dire se sia meglio o peggio, ma con la sola consapevolezza del fatto che sarà diverso: è una diversità che mi attrae e mi scuote suscitando in me il crescente desiderio di vivermela. Il mio cristallo può essere paragonabile a uno dei mandala che tanto amavo colorare da piccola: un cerchio lineare e quasi perfetto che contiene però mille forme indefinibili dai colori più svariati. Non so bene a cosa corrisponda ogni colore e ogni forma, ma so che son pronti a far esplodere quel cerchio, a renderlo irregolare e, soprattutto, vivo. E’ un cerchio che necessita di cedere alcuni colori per riceverne altri, di cambiare le sue forme rendendole alcune ancora più definite e chiare, altre ancora più difficili da capire, ma comunque sempre affascinanti.

Ora tocca al cristallo della fuga. Una fuga dal mondo di tutti i giorni pieno di preoccupazioni, ansie e impegni. Una fuga dalla mia agenda e dal mio telefonino. Volontà di vivere un’esperienza lontano da casa, con nuovi compagni, mettendomi alla prova in un nuovo ambiente, senza sapere la lingua e conoscendo solo poca storia di questo paese. Sorridere! Continuare ed aumentare il sorriso di tutti i giorni! Lasciare alle spalle i dubbi e le difficoltà vivendo a pieno un’esperienza che, sicuramente, cambierà la tua vita. Magari trovare risposte ai quei dubbi e a quelle difficoltà. Lasciare spazio alla mente di ragionare, ricominciando a respirare. Una fuga che in realtà è solo una corsa verso se stessi.


Infine, vorrei portare a galla il cristallo che sono, non solo passando per me stesso e per le mie emozioni, ma passando per le sensazioni che gli altri mi danno. Perché? Perché gli altri mi completano, gli altri, in fondo, sono parte di me. Condividere la mia esperienza, condividere la mia gioia, e perché no, le mie insicurezze. Sì queste, o meglio: soprattutto queste. Non sarebbe sleale scambiare solo i colori? E che triste sarebbe disegnare solo in bianco e nero. No! Ho bisogno dell'altro, di tutto l'altro! Non solo per trovare la mia energia e condividerla, bensì per vivere in modo autentico ogni attimo di questa vita. Il Prossimo non può essere solo un compagno di viaggio, ma una profonda e smisurata estensione di me. Quel valore aggiunto che mi permette di superare barriere e confini, muri e divisioni, cattivi pensieri e inutili pregiudizi. Il Nicaragua non lo vedo come uno Stato, no, lo vedo più come un insieme di colori. Se è vero che l'acqua cristalizza in modo differente in funzione di quell'energia che la circonda, oggi mi chiedo: noi che di acqua siamo fatti, come cristallizzeremo dal contatto con una nuova cultura e dal contatto con nuovi volti? Non lo so, oggi davvero non lo so. Solo vivo! E dico (citando Max): “scendi nella strada, balla e butta fuori quello che hai, fai partire il ritmo, quello giusto, datti una mossa e poi...tieni il tempo!”.



mercoledì 24 agosto 2016

Kenya, Nairobi : Il Mio Mal d'Africa

1 commento:
Parto, volo, arrivo, non dormo, vado in bagno, mi sciacquo, mangio, spiego, non capiscono, non dormo, vado in bagno, parto, mi siedo, guardo il paesaggio fuori dalla finestra … la terra rossa, i banani, i colori abbinati in modo assurdo, il disordine, il casino, i sorrisi sulle facce stanche, le mani piene di calli, i piedi nudi su terreni rocciosi, le lamiere usate come muri, i ponteggi di legno, la musica assordante su ogni mezzo pubblico, dove sono finiti?

Non ci sono.

Sono partito per curiosità, desideravo comprendere, vedere dal vivo l’Africa, un continente che sentiamo spesso nominare ma che in pochi hanno veramente visto, salvo per le splendide aeree di villeggiatura che offre. Cercavo risposte ai tanti interrogativi che fin da bambino mi rimbalzavano in testa. In queste tre settimane le ho cercate in ogni parola, in ogni discorso, in ogni sguardo delle persone che ho incontrato. Quali sono?

Non ci sono.

Le domande che mi ponevo erano innumerevoli, dai temi molto variegati. Come vivono? Che lingua usano? Perché i paesi africani sono così instabili? Come si fa ad abbandonare un bambino al suo destino? Perché sono così credenti? Come fanno a sopravvivere a queste condizioni? Perché c’è questo scarto così ampio tra poveri e ricchi?  Perché nascono gli slums? Come mai così tanta testardaggine? Per quale motivo, pur essendo poveri, quando entri a casa loro ti offrono tutte quello che hanno, sacrificando la loro cena? Come fanno a scocciarsi se non accetti quello che ti offrono? Educano alla leadership, ma dove sono i loro leader?

Ho passato solo 3 settimane a Nairobi e potrebbe sembrare normale che non abbia trovato quello che volevo più di tutto. Eppure quando cerco le risposte nei miei coordinatori, che vivono in Kenya ormai quasi da un anno, non le trovo; quando chiedo a Don Maurizio, padre comboniano da due anni a Korogocho, non le trovo; quando interrogo Simone, membro dell’associazione Papa Giovanni XXIII, da cinque anni a Kahawa West, non le trovo.

Nairobi è indecifrabile, indescrivibile, ineffabile. Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo che prima non c’era. Camminando per Kahawa c’è sempre qualcosa che ti stupisce, che non ti aspetti.


“Gian, ma ha piovuto per caso stanotte?”
“No, perché?”
“Non vedi questo fiume che attraversa la strada? Sono sicuro che ieri non c’era”
“Vero, hai ragione, si sarà rotta qualche tubatura”
“Mama”, chiese Gian ad una commerciante con i piedi immersi in una pozza piena d’acqua, “ma questo ruscello?”
“Si è rotta la fogna”, rispose lei, “qualcuno la aggiusterà”.

Sono tornato da una settimana ma tutto quello che ho visto è ancora vivo e lucido nella mia mente. Funziona più o meno come le interrogazioni a scuola: ti alzi, vai alla cattedra, hai studiato ma non tutto nel dettaglio, la professoressa ti pone delle domande, rispondi male, lei ti coregge davanti a tutti, prendi un brutto voto. Non si sa per quale arcano motivo, ma le correzioni date davanti a tutta classe, con te come capro espiatorio, te le ricordi per sempre. Ecco io sono l’alunno e Nairobi è la professoressa bastarda.



Ho imparato tanto, tantissimo in questa vacanza, ma non riesco ad accettare passivamente la situazione senza farmi domande. Queste rimangono nella mia testa e non escono e mi perseguitano. Nairobi, il Kenya, mi manca. Mi mancano la terra rossa, i banani, i colori abbinati in modo assurdo, il disordine, il casino, i sorrisi sulle facce stanche, le mani piene di calli, i piedi nudi su terreni rocciosi, le lamiere usate come muri, i ponteggi di legno, la musica assordante su ogni mezzo pubblico. Mi mancano i ragazzi di Cafasso, soprattutto George. Mi mancano Giorgia, Anna, Federica, Stefano, Margherita, Dana, Gianluca, Irene.

Mi manca stare e vivere a Nairobi, interrogandomi su tutto e su tutti, scoprendo sempre quel qualcosa di diverso che apre a nuove prospettive e che portano a loro volta a nuove domande. Questo per me è il Mal D’Africa, questa voglia irrefrenabile di tornare e di non andarsene più, di cambiare completamente vita. La motivazione che mi porterebbe a prendere questa decisione è la necessità di avere risposte, che non arriveranno mai, ma la speranza, come si dice, è l’ultima a morire. Ho promesso ai ragazzi, ma soprattutto a me stesso che ritornerò; cascasse il mondo, lo farò.



Filippo




venerdì 5 agosto 2016

Kenya,Nairobi : "Polvere"

Nessun commento:
Polvere. Polvere rossa. Polvere rossa nelle scarpe, nei calzini, perfino nelle mutande.

 Piantando e zappando nella shamba[1] è questa la sensazione. Ogni singolo colpo ben assestato nel terreno solleva polvere, una polvere così fine che permea ogni singola membrana del corpo. Quando si termina il lavoro nella shamba non si è più un muzungu[2] bianco, pallido e pulito ma nero, sporco, sudato e, se non si sta attenti, scottato.

 Polvere nel naso, nelle orecchie, sotto le unghie, sulle labbra, negli occhi. Una polvere strana, fin troppo volatile per essere semplice polvere di terra rossa d’Africa.
Scavo, sollevo terra per ore; ad ogni zappata mi riempio di polvere, ad ogni zappata rimuovo plastica. Bottiglie, pettini, copertoni, tubetti di dentifricio, tappi, confezioni, questo è quello che si trova scavando nella shamba.

“Gian, perché c’è così tanta plastica in questo terreno?” domando al mio coordinatore.
“Vedi”, risponde lui, “qui, prima di esserci un orto, c’era una discarica. Tutto quello che non è stato bruciato è rimasto nel terreno. La polvere che solleviamo zappando è tutta cenere”.

Il terreno di Nairobi è contaminato, non c’è differenziata, non ci sono cestini, la spazzatura prodotta viene gettata per strada, nei fiumi, nei campi liberi. Camminando si calpestano strati e strati di rifiuti, abbandonati sui margini delle strade tra bancarelle, mercatini, matatu[3] e piki – piki[4]. Ogni giovedì e sabato le “mama” setacciano la spazzatura raccolta in cerca di plastica da poter rivendere; il resto, per chi può permetterselo, viene raccolto e portato nell'enorme discarica a cielo aperto di Korogocho. Nelle maggiori delle ipotesi viene però bruciata lì dove viene accantonata, ai margini delle strade e nei campi.

“Rose, perché qui a Cafasso[5] bruciate tutti quei rifiuti? Non c’è altra soluzione?” chiedo alla housemother durante uno dei miei turni in cucina.
“Qui non possiamo fare altrimenti. All’interno di Kamiti non passa la “raccolta”, siamo obbligati a bruciarli per non esserne sommersi fino al collo. La raccolta passa solo in alcuni quartieri e solo per chi può permetterselo” risponde lei con tono sommesso.

Quanti di noi hanno immaginato la Notte di San Lorenzo in spiaggia, sdraiati a guardare le stelle, sperando di strappare un bacio proprio a quella ragazza distesa affianco a noi, scaldati da quel falò di legno di pino scoppiettante?

Qui, in Kenya, a Nairobi, tutte le notti sono illuminate e scaldate da falò, ma non siamo in spiaggia, non è legno di pino. Siamo in centro città, nei quartieri periferici, negli slums[6], e ciò che brucia è plastica.



Filippo Villa





[1] Shamba: terreno agricolo coltivabile.
[2] Muzungu: termine utilizzato per descrivere l’uomo bianco. Letteralmente: “qualcosa di diverso, di non comprensibile”.
[3] Matatu: minivan che fungono da mezzo di trasporto pubblico.
[4] Piki-piki: moto utilizzate come mezzo di trasporto pubblico.
[5] Cafasso: Halfway House. Continua la rieducazione dei ragazzi che hanno scontato una pena di 4 mesi nel YCTC, uno dei carceri presenti nel quartiere di Kamiti e dove si svolge la nostra attività di volontariato.
[6] Slums: baraccopoli.