martedì 27 novembre 2007

è con indomito coraggio che mi impossessai del pc

Nessun commento:
ciao compagni di un'altra dimensione....

lo so lo so.... era ora vero???

bhe non so voi ma qua ci svegliamo alle cinque di mattina tutti i giorni.. e vi giuro l'ultima cosa che hai voglia di fare quando torni a casa è metterti davanti ad una scatoletta accesa...

a distanza di un mese il senso di colpa non mi lascia dormire... notti insonni (più che senso di colpa direi caldo infernale... e siamo nella stagione più freschina) passate immaginando le vostre vite....(che drammaturga!!!)

e così ho deciso: è giunta l'ora di scrivere di me.... di noi che siamo nel caldo soffocante di un Nicaragua che dicono avanzi, però molto molto lentamente.

BUONGIORNO NICA

sveglia ore cinque;

cavolo anche stamattina la tienda di fronte ha la salsa a tutto volume; noo potrei dormire ancora un pò! colazione... cammino scalza.. polvere... troppa se penso che Elisa si rilassa pulendo casa (questa indubbiamente è una fortuna verdadera)

..non riesco ancora a svegliarmi del tutto; alle cinque e trenta siamo alla parada della trece... che come tutte le mattine arriva superando il muro del suono.

l'autobus quasi non si ferma e tu ti lanci letteralmente sull'autobus ostentando riflessi che sono dettati dalla tua buona stella piuttosto che da una dote vera e propria... il cassiere/urlatore/collega dell'autista si adopera per aiutarti: ti prende il braccio, ti urla in faccia, la tua faccia addormentata, DALE DALE!!!! perchè più sono veloci più gente rubano alle altre rutas....

a volte sono più carini.. ti lanciano sull'autobus con due belle manate nel sedere.

Alla velocità della luce si sparano verso Ciudad Sandino... non so ancora se è un bene che le strade di Ciudad Sandino siano un misto di buche fango e polvere... almeno vanno un pò più piano... ma alle sei con ancora morfeo che ti svolazza sugli occhi tutte quelle botte ai reni........ non so voi che ne pensate??

arrivate a Nueva Vida le nostre strade si dividono:

io nel solare e ristretto Guis  loro nel Redes...

il GUIS è un centro che ospita un'ottantina di ragazzi tra i 3 e i 25 anni con problemi di natura fisica o mentale

Non ho ancora un progetto di lavoro vero e proprio per ora sono stata un jolly... ho fatto la supplente, la maestra di appoggio... tra le attività quella di insegnare il burrito di belen... una canzoncina navidena, a un branco di ragazzi tra i 13 e i 17 anni... un'esperienza fantastica... per non annoiarli li facevo ballare...

ma in realtà non è così importante quello che ho fatto... tutte le mie energie ora sono nelle relazioni con i ragazzi e con la equipo de travajo...

e soprattutto volte a conoscere meglio le compagne di viaggio..... così al ritorno da una estenuante giornata di lavoro iniziano attività ricreative come: LA DISCOTECA!!!!

Ecco questo è un capitolo a parte.... qui ti invitano a ballare, non come in italia, qui non ti puoi sedere cinque secondi perchè ne arriva un'altro.... bachata, reggetòn, salsa, merenghe... il mio ultimo cavaliere aveva poco più di diciassette anni.... però ballava benissimo... poverino non so quante volte gli ho pestato i piedi...

altra attività: sorseggiare una birra (la migliore per ora è la victoria) al comedor mangiando banane: banane tostate, banane fritte, banane lesse: non ho mai mangiato così tante banane....

hai voglia di uno spuntino?

banane!!!

e l'aperitivo? banane ovvio!!

mi mancheranno le banane...!!

ma per essere sinceri a parte i fine settimana che sono volti alla scoperta del territorio.... siamo così stanche che spesso alle 8 di sera ci fiondiamo a dormire per essere fresche e attive per una nuova giornata di lavoro! 

un bacio chicos

LORY

mercoledì 21 novembre 2007

Calcial nome

Nessun commento:
Con l’autorità conferitami dagli Altissimi Responsabili Caritas indico il concorso “Calcial nome” privo di qualsivoglia scopo lucrativo avente la finalità di reperire un titolo ad un progetto in corso di formulazione nell’Area 17 (grande 1\3 della + nota Area 51, ma in compenso sfortunatissima; soprattutto nel compenso).

i want u
Trattasi, per le poche informazioni che m’è concesso di rivelare, di un piano mirante a portare in terra etiope una società calcistica desiderosa di investire nel sociale di questo Paese mediante la pratica sportiva ma non solo.

Il nome cui aspiriamo (hhh) dovrà shakerare semioticamente la componente calcistica con quella sociale, nella peggiore tradizione della pubblicità progresso; potrà avvalersi dell’idioma italiano ed essere composto da un misurato numero di parole.

Giuria incontrovertibile del concorso sarà composta da Dell’Oca tra i pali (x evitare papere?), Maffi, Cardinale e, in attacco, Cascatella, ke un rigore lo rimedia sempre, anni&anni d’aerobica x imparare a cadere senza farsi male. In panchina Boh. L’appello è aperto a umani, animali, vegetali, pitali, esseri in attesa di indulto, di eutanasia, di essere, di comparire da Maria Costanzo.

Mi rivolgo in prima persona, io, ai membri della setta segreta degli ADF. Codesti membri vanterebbero nel loro DNA un certo esercizio con tutto ciò ke punta a frantumare il significato (e non solo quello) in una postmoderna entropia di sensi e a guardare alla stessa dal proprio punto di vista emettendo ammirati il belluino muggito “OOOOO”. Ke esaltino i loro piroettanti neuroni!

Meno fiduciosi in una risposta dal silenzioso lettorato del blog, invitiamo un po’ tutti ad aderire: diversi stili compiaceranno differenti elementi della giuria (anagraficamente e graficamente alquanto disomogenea). Per incoraggiare l’ingravidamento di un’idea, deposito qua a fianco alcune ipotesi ke stiamo vagliando: segna & sogna, tiracimporta, dài un calcio alla povertà, in porta il tiro importa la vita, fame di goal, fallo per noi (il mio beniamino, cambiabile in fallo per loro). Il calcio sociale offre molteplici appigli x joki d parole.

Pur passando dalle mie dita il tutto è assolutamente serio e pregno di fondamenta. Il compenso sarà sfortunatissimo, ma inseribile nei vostri tanto bistrattati Curricurriculi Vitae: la nostra stima espressa in un riconoscimento cartaceo prodotto in Etiopia riportante i nostri autografi. La rivoluzione d qsto post (il peggiore ke hai scritto finora! NdCardinale) consiste nel concedervi (noi generosi) di interferire concretamente colla nostra attività in loco. Ke ha un ke di strabiliante, a ben pensarci: in fondo stamattina tu andando in ufficio sei passato a fianco di una studentessa ke portava il suo cane a fare 4 passi mentre io andando in ufficio son passato a fianco di una carogna di cane in decomposizione da 4 giorni; la studentessa una trai 1200 morti di AIDS nel 2003. Il tuo capo legge il Financial Times, il mio legge la mano.

This is the globalization, my friends.

Ato Dell’Oca


ash & sara in un momento qsiasi della loro sobria quotidianità

lunedì 19 novembre 2007

KOROGOCHO E KIBERA...

Nessun commento:
Ciao a tutti! Oggi vi racconterò dell'incontro e della visita a Korogocho e Kibera. Qualcuno si domanderà: “Ma chi sono sti due?”. Altri mi sembra già di sentirli diranno: “Ah i Renzo e Lucia del Kenya oppure forse Al Bano (ma come si scrive?!?!) e Romina?”. Altri ancora, i più esperti avranno invece già capito di chi parlo.

Diciamo che entrambi hanno ormai una trentina d'anni e mentre Korogocho è un po' più basso e tozzo (come si dice...fai prima a saltarci sopra che girarci intorno), Kibera è veramente enorme tant'è che se sapesse giocare a Basket sarebbe stata il primo acquisto nella mia squadra durante il mercato di Gennaio...

In comune hanno due caratteristiche per le quali direi non vado pazzo...:1)Non hanno un gran cura per l'igiene personale e l'odore che emanano standoci vicino non è sicuramente dei migliori...;2)Il tono di voce è un continuo alto e basso, piano e forte, alcune volte gradevole altre volte assordante...insomma avete presente Serse Cosmi...

Bene queste due baraccopoli o slum...ah mi ero dimenticato di dirvi che non si trattava di due persone...sono le più “importanti” del Kenya.

Kibera è sicuramente la più grande e contiene 700/800 mila persone, mentre Korogocho è la più famosa e in un' area di circa un Km quadrato ne “ospita” circa 180 mila...

Le nostre guide all'interno di questi immensi labirinti sono stati Sr Emilia (Missionaria della Consolata) che dal 2003 segue un progetto all'interno dello slum di Kibera e Padre Daniele (Missionario Comboniano) che da ormai qualche anno vive a Korogocho.

Ora potrei mettermi a raccontarmi per filo e per segno tutto quello che ho visto ma sarebbe come dire...un po' lunghetto...perciò vi mostrerò solo alcune diapositive di quanto osservato.

Allora all'ingresso di una baraccopoli sembra di essere al mercato, ci sono “negozietti” ovunque dove puoi trovare frutta, verdura, carbone, pezzi di ricambio, polli più o meno allo spiedo, scarpe, magliette...

Man mano che vai all'interno, a fianco della “via principale” iniziano ad aprirsi delle porte sospette e spiando vedi dei vicoli scuri e interminabili...è li che vivono gli abitanti degli slum.

Ci addentriamo in una di queste viette per andare a visitare una famiglia, ma prima di incontrarla faccio conoscenza con qualcosa di più doloroso...infatti distratto da un bambino mi giro per salutarlo e quando mi rimetto sulla retta via...BANG!!..tiro una clamorosa testata contro qualcosa che spunta, alzo la testa e per fortuna era solo un pezzo di legno e non il tetto di lamiera....mi tocco la testa ma non sembra nulla di grave, solo un graffietto e qualche goccia di sangue...mamma tranquilla sono sano e salvo...l'acqua ossigenata delle suore, scaduta dal 1998, ha fatto miracoli!!!

Finalmente entriamo in “casa” e appena metto la mia testa dentro rimango accecato dal buio...dopo qualche secondo incomincio a vedere qualcosa e mi accorgo di essere in una stanza (3mt x 3 all'incirca), senza finestre e dove l'unica presa d'aria è la porta d'ingresso.

Non ho capito bene di quanti elementi fosse composta la famiglia ma il pensiero che anche una sola persona potesse vivere dentro a quella cosa mi ha lasciato senza parole...

Ma lo sapevate che a Kibera passa la ferrovia?

E si, nel bel mezzo dello slum ecco presentarsi un bel binario...io penso:“Vabbè sarà un binario morto!”. Ma Sr. Emilia mi smentisce subito, infatti dopo un  po' di tempo ecco passare due vagoni carichi di terra e persone. La gente e i bambini vedendoli in lontananza si alzano dal binario sul quale erano seduti o avevano riposto la loro mercanzia e una volta passato il convoglio, come se niente fosse ritorna tutto al suo posto.

Proseguiamo la nostra passeggiata lungo il binario e ad un cero punto voltando la mia testa a destra cosa vedo...un bel campo da golf, tutto verde e con gli alberi in fiore che confina con la barricata dello slum...lascio a voi ogni commento.

La messa domenicale a Korogocho è spettacolare e nonostante in vita mia non mi fossi mai alzato alle 6 di mattina per andare ad una messa delle 8 devo dire che ne è valsa la pena. Se si pensa alle loro condizioni di vita è incredibile l'energia che viene sprigionata da quelle persone.

Molto bello è stato l'incontro con Padre Daniele che in 2 ore ci ha fatto una panoramica su Nairobi, sul Kenya e sul mondo in generale che mi ha lasciato senza parole. Raramente mi è capitato di incontrare gente con tale forza e convinzione che porta avanti un certo tipo di discorso e soprattutto in un certo modo.

Li ho lasciati alla fine ma sono senza dubbio la cosa che più ti colpisce in una baraccopoli e cioè i bambini. Ne avrò visti centinaia, migliaia...e tutti o quasi sorridendo mi chiedevano “Auaiu?” che in realtà sarebbe How are you ? ma che detto da un bambino Keniano di 5-6 anni in giù suona appunto un po' diverso...

Diverso è anche l'approccio al How are you?. C'è chi lo dice di sfuggita perchè un po' si vergogna, chi invece più sfacciato te lo dice da lontano e si avvicina bello sicuro con la mano in vista per stringere la tua. Abbiamo poi l'effetto disco incantato dove fino a quando non ti giri e lo saluti l'Auaiu continua e infine gli ultimi due, quello sportivo che ti rincorre e ti salta addosso e quello cannibalesco che dopo averti dato la mano cerca di staccarti a morsi un dito!

Coi bambini la carrellata delle diapositive finisce qui. Ci sarebbe tanto altro da scrivere anche di più forte ma direi che può bastare...

Un commento finale dopo queste visite non c'è...i dubbi sono più delle certezze, perciò ad ognuno le sue conclusioni...

Vi saluto regalando anche a voi un po' di AUAIU e alle prossime news!!!


 

Stefano

giovedì 15 novembre 2007

The Monster's House

Nessun commento:

Estratto dal # 48 di Piesse (PlèiStescion) del novembre 2007, p.71-75.


ETHIOPIAN YEAR: THE MONSTER’S HOUSE

Membri -e che membri- della nostra redazione son congelati da un paio d settimane su “Ethiopian Year - 13 months of Funshine”, della Ambros; d loro c frega granpoco, ma pensiamo d fare un servizio alla nazione pubblicando NON LA SOLUZIONE COMPLETA (qella vela depositerà il Babbo di Natale nei collant che appenderete al calorifero), ma alcuni sgami per aiutare i 2 protagonisti del gioco a rimanere in vita almeno un mesetto. Lasciate stare il servizio alla nazione, voi comprate Piesse, voi comprate E’s Y, noi pubblikiamo alcuni tricks, voi comprerete ankel prossimo nro di Piesse (vero?) e noi calciamo il mutuo avanti dun mese. Intellettualmente + onesto?

Pensiamo anke a qelli tra voi ke da un po’ bigiano la nostra carta. Non vene vergognate, venite pure avanti, voi con il braccio corto, signori imbellettati, coraggio.. Tu, tu, sì… anke tu, dài. Cos’è successo? Eh? 6 troppo cresciutello x dilettarti con i videogheims? Hai trovato la morosa? Hai scoperto Ken Follett? Ecco bravo diccelo qua nell’orecchio nostro, così. Ecco, ora ascolta anke tu: porta il tuo orekkio alla nostra bocca, su, non sono Tyson, da bravo. “NON C’INTERESSANO LE TUE AUTOGIUSTIFICAZIONI DA LICEALE”. Ora tene vai in edicola e compri un nro d copie d novembre di Piesse pari a qelle ke hai mancato. Hai trovato la morosa? Come anniversario della prima settimana le regali una consòl (per consolarla), come regalo x il mese la abboni (è un imperativo: abbòna!). Hai scoperto Ken Follett? Lo ricopri e lo lasci lì. Il nostro mutuo dipende da te, non distraiamoci, rimani focalizzato sulla videoludica realtà parallela, per cortesia.

Noi t perdognamo e dopo ke hai espiato la tua colpa t veniamo incontro introducendoti il topic d cui sotto: in Ethiopian’s Year gestisci la vita d Paolo & Stefania (… sì, gli sceneggiatori si sono aperti il cervelletto per trovare 2 nomi così ricercati), 2 ggiovani italiani ke, non si capisce bene x’ (ma tracce biografike salterann fuori in flashback ad hoc come in tutti i titoli affini), sono ad Addis Abeba (in Etiopia, bestie) non si capisce bene a fare cosa. Caratteristike spiccanti: grafica definitiva x realismo, ottimo sonoro, intelligenza artificiale pantagruelica. I personaggi di Fahreneit a confronto sono dei tamagotchi. P&S vanno in giro e provano a fare qualunque cosa tu gli ordini; ke poi siano in grado d fare ben poco può essere frustrante se 6 un GTAdipendente, altrimenti aumenta il livello di sfida. E cmqe c’è il codice “KEGNA” ke, se digitato mentre stai kiamando Maurizio(il misterioso capo d P&S ke, non si capisce bene x’, sta in Italia), t permette d crollare il livello d difficoltà sostituendo ai nostri 2 impacciati prodi 2 + scaltri berlusconi.

Il joco può essere jocato in contemporanea (doppia televisione con Cable Adapter Fissisma) da 2 jocatori, l’età suggerita dalla Ambros è meno d 29 anni e qello ke scrivo ora concerne ESCLUSIVAMENTE la Monster’s House, casa ad Addis d P&S. Il resto lo scoprite da soli o aspettate la tata Soluzione Completa tra un par d mesi, potremmo anke pubblicarla a spezzoni.

Intro ai 2 eroi: Stefania ha l’inglese, la cassa, sa cucinare e manmano ke gira x Addis le si crea in mente la cartina della città (SELECT --> ADDIS). A lei le missioni + delicate, e col tempo afferra anke l’idioma autoctono, l’amarico (?!). Un po’ sbilanciata la sua controparte maskile; magari + avanti verrà fuori, ma all’inizio gli si riconducono appena 2 pregi: attraverso lui si salva la partita (gli fai accendere un computer, gli lasci mezz’ora dicendogli d scrivere il blog e lui salva. Può farlo al massimo una volta al giorno) e affronta gli altri abitanti della casa in maniera vagamente + efficace d Stefania. Entrambi i personaggi se lasciati troppo tempo a far nulla s’intrattengono con attività tendenzialmente inutili, ke gli aumentano leggermente il benessere psycologico. Stefania chatta o si droga d Sex and The City o si fa una doccia, Paolo jocola col diablo o esaurisce le riserve d cioccolato fondante; il suo organismo.



Ora: la Monster’House è una semplice abitazione anke piuttosto carina (poco credibile, ma gli sviluppatori hanno dovuto rispondere alle esigenze d criteri estetici del Grande Pubblico) con cortiletto antestante ke se lo si cura può diventare un giardino bucolico per tartarughine & micetti, se lo si incura si trasforma gradualmente in una discarica, minando la serenità interiore dei 2 + d qto SexandTheCity o il cacao possano ripristinare. Il cuore della MH è il sottotetto: ci si arriva da appena fuori la camera rettangolare (la stanza d P: cmqe sia, ke vela jokiate o vela discutiate, noi della redaz non siamo riusciti a farli cambiare stanze, e qella qadrata e + tranqilla finisce irrimediabilmente a Stèfi) mediante un’apertura nel soffitto, da cui escono solo vibrazioni maligne. Noi non l’abbiamo ancora fatto, ma ci sa ke l’unica soluzio x scoprire un po’ d misteri di lì sopra è far bere a Paolo qke litroz d StGeorge (la birra locale) e fargli chiedere da Stefania: “Ma tu ce l’avresti il coraggio d andare lì sopra?”.

Un altro spioncino nell’inquieto appartamento si trova sul pavimento appena fuori dal bagnetto, per terra: è un tondo del diametro di una buca da golf. Prima o poi sappiamo ke ne uscirà un braccio ke ghermirà la caviglia d Stè, fino ad allora noi c stiam spruzzando litri d spray anti scarafaggi e stiam cercando uno stregone da assoldare x qke macumba preventiva.

Passiamo in esamina le creature della casa: cene sono d elementari come ragni dalle gambe lunghe e scarafaggi rossi: passaci sopra con i personaggi e li pesteranno automaticamente. Nel caso in cui siano sopra pareti, prendi Paolo e seleziona “Usa Ciabatta Con Ragno”: il Nostro si sfilerà la ciabatta dx (sempre la stessa), e sperimenterà qsta violenza casalinga. Ricordati di pulire ogni tanto la ciabatta (Usa Straccio Con Ciabatta), altrimenti dopo qke giorno ke Paolo camminerà sbilenco per le carogne d insetti sotto la suola inizierà ad avvertire malessere alla gamba per la disparità di lunghezze dei due arti, come camminare con un’infradito e all’altro piede una Buffalo 3 cm. Che non è neanke un belvedere.

Possono essere classificati come mostri + impegnativi gli Scarafaggi Volanti, bisogna stargli un po’ dietro ma alla fine si fanno prendere. Elenkiamo ora tre categorie d creature ke x vari aspetti potrebbero inquietare le vostre serene esperienze etiopi. I primi sono gli Scaranafaggi, tanto brutti qto impacciati: trattasi d esseri partoriti dalla mente ammalata dei creativi della Ambros molto lenti, corpo da scarafaggio e zampe da rana, abitano il bagno e incutono un certo spavento soprattutto in Stefania. Una semplice ciabattata gli rammenterà ke le meta creature non appartengono al nostro mondo.

Più spinosa è la questione delle Vespe Assassine: qsti insetti rossoneri lunghi un dito, hanno scelto la veranda di P&S come migliore sede per il loro nido; vanno sconfitte all’inizio della loro opera o sarà troppo tardi. Per una settimana dovete quotidianamente passare di lì con un personaggio maskile (Paolo, o kiedere a Zed o a Ash: differenti tecniche alternate rendono più efficace la disinfestazione), ke tenterà di dar loro fuoco, o le spruzzerà o sradikerà lo skeletro della loro abitazione con un bastone acuminato. Dopo qke secondo, fugare dentro la casa facendo in modo ke qc1 vi kiuda la porta alle spalle; le Vespe Assassine saprebbero motivare il loro aggettivo.

In ultimo i mostri + temibili e anke + diffusi (1,3 al giorno, fino all’inizio d novembre): i Ragni Abnormi. Qsti classici nemici dei protagonisti dei videogioki si trovano in sala, in bagno e nella camera di P, e la loro eliminazione non è automatica. Probabilmente provengono dal sottotetto e dal malefico sgabuzzino, giakkè in un raid coordinato PaoloStefania, la fanciulla ne ha sciolti 5 in botta collo spray acido. Qdo Paolo li trova trai suoi vestiti, deve fare accorrere la coinquilina, la quale lo assiste trascinando lentamente il capo d abbigliamento in qestione fuori dalla casa. Qui va rigirato con il Bastone (Usa Bastone Con Pigiama, per esempio) e presto o tardi il Ragno zampetta verso la libertà di una morte per skiacciamento se sarete veloci a fargli zompare Paolo sopra.

Nella maggioranza dei casi, invece, qsti avversari sono visibili negli angoli delle pareti qdo in orari bui si entra in una delle 3 stanze sopracitate. Come avrete appreso, la città gode di 12 ore d calda luce, e 12 d freddo buio con un escursione termica improvvisa come qella di un presepe elettrico di Mondello. E quando le stanze rimangono al buio, le creature si muovono qatte e guardinghe x paralizzarsi all’accensione della luce (la modalità è la medesima d 1, 2, 3 stella). Bene: l’uccisione in qsti frangenti è + da studiare. Prendete Paolo & Ciabatta, affiancatelo alla parete e pestate; al primo tentativo non riuscirete ad uccidere il ragno ke slitterà di qke cm da una parte. La seconda volta ripetete il gesto direzionando all’ultimo tratto la ciabatta nella direzione in cui prima vera sfuggito il ragno. Oplà. Se Stè è in casa e la fate filmare potrete spedire il tutto al Ministro dell’Ambiente del Governo Zenawi, e prepararvi a conoscere le prigioni etiopi, giakkè si scoprirà ke qste razze sono date per istinte da alcune decine d anni.




Ultima nota: gli insetti sono molti, ed è facile ke ai nostri li colgano anke un po’ di allucinazioni giornaliere. Capiterà loro di prendere a ciabattate pezzi d’intonaco, Stefania si convincerà ke la materia prima del muro sia composta da zampe di ragno.. non vi preoccupate, fateli riposare e bòn. Anke x qsto, qdo combattete con Paolo, Zed o Ash, non rendicontate a Stefania tuttitutti i combattimenti; se siete in cucina con Paolo, e state per esempio lavando i piatti, e cè uno scarafaggio rosso sul muro e non riuscite a trattenervi dallo spetasciarlo colla spugnetta, non è necessario ke poi la collega lo venga a sapere. Sciacquate l’improvvisata arma e riprendete il lavoro: un anno in Etiopia è lungo, dura 13 mesi, non rendetelo ancora + lungo.


Ido Squall

giovedì 8 novembre 2007

To Nairobi...

Nessun commento:

Dopo la bellezza di tre settimane “kegnane” (in dellokese si dice così) forse era anche l’ora di mettere la testa in quel di Nairobi-town (che poi, tradotto, vuol dire: dopo tre settimane di durissimo e intensissimo lavoro finalmente siamo riusciti a prendere una giornata di riposo e svago! Eh eh…si scherza ovviamente…). Giusto per fare chiarezza…non è che io e Stefano, ops…io e “Teto” viviamo fuori Nairobi…semplicemente c’è la town (centrocittà) e al di fuori i suburbs (quartieri periferici, tra cui il nostro…KAHAWA!!!).


Assistiti dall’autista/amico/babysitter Ambros (si DEVE leggere con pronuncia alla milanese), unico africano nella storia a prensentarsi in anticipo a un appuntamento, prendiamo, per la prima volta nella vita, il mezzo di trasporto per eccellenza a Nairobi…il matatu (una sorta di minibus da 14 posti), ovviamente sempre stracolmo e mai troppo affidabile in quanto a tenuta (il nostro, dopo cinque minuti, si è improvvisamente fermato: non c’era più benzina…dopo la giusta attesa –ricordiamoci che siamo in Africa- l’autista è tornato con una tanica che ci ha permesso di ripartire…ma è normale così, per ogni matatu che funziona ce n’è sempre uno sul ciglio della strada in fase di riparazione con cinque o sei kegnani impegnati a tamponare le numerose falle del veicolo). Per non parlare dei veri e propri numeri dei conducenti nel pauroso traffico cittadino.


Insomma…giungiamo in town. Avevamo alcune impellenze da sbrigare, tra cui acquistare un libro per l’apprendimento del kiswahili e…una chitarra per il sottoscritto (un invito per l’esimio collega Dell’Oca: quando passi da Nairhobi porta palline e palloni da giocoliere…io con la chitarra e tu con i tuoi numeri, calcistici e non, sbanchiamo la piazza!!!). Ma per il resto ci siamo proprio goduti una bella giornata da turisti. E tutto sommato la città si presta a questo scopo.


Merita una citazione l’argomento-sicurezza. Nairobi è detta anche “Nairobbery” (solo per Paolo: robbery means “rapina”) per l’elevato tasso di furti e truffe ai danni dei turisti. Proprio oggi, in un incontro-scambio avuto con alcuni comboniani, abbiamo conosciuto due volontarie italiane reduci, alla loro prima visita in town, da una mega-truffa con alcuni locali che si sono finti poliziotti (secondo ben informati forse erano veri poliziotti) che, intimando di arrestarle, hanno poi preso loro tutti i soldi. Ebbene…date le tante avvisaglie, io e Stefano eravamo assolutamente preparati a fronteggiare qualsiasi tentativo di raggiro. E, a dir la verità, in tanti ci hanno, più o meno, provato…ma non c’è stato proprio verso. Eh eh…curioso come, di fronte al tentativo di un uomo che, sostenendo che ci fossimo già conosciuti (forse in un’altra vita…), voleva che lo seguissimo, non so bene dove, per aiutarlo a riparare la sua auto (?!?!?!?!?!), e, dopo tanta insistenza, tanti tentativi, tante argomentazioni, ma soprattutto, dopo l’assoluta noncuranza mia e di Stefano, se ne sia andato lanciandoci un sonorosissimo “VAFF…beeeeeeeep…LO” in perfetta lingua italiana!!!


Saluti a todos, Ema

martedì 6 novembre 2007

Acque etiopi

Nessun commento:
S.P.P.C. Office, 16e37
Ok, si é fatto tempo. Precipito la telecamera, il microfono. Ke poi è la tastiera. Tastiamone il sound subacqueo. Giovedì 18 ottobre.

Forse li cercavo. Non che lo sapessi, s’intende. Però mi sa che avevo bisogno duna partenza del genere.

Se non mi spingeva in piscina io non ci sarei mai entrato. Camminavo intorno, cauto e piantato sulle mattonelle bourdeaux, guardando curioso gli altri bambini; al massimo mi sedevo e, dondolando un piede nell’acqua clorata, provavo ad immaginare come sarebbe stata quella freddezza moltiplicata per tutto il corpo; guarda: avrei potuto anke abbassare un pokino la gamba, in questo modo, x avere un’idea un attimo più… splash, ALLARME: un corpo estraneo sulla mia skiena, mano umana, mano d’istruttrice di nuoto, ha premuto improvvisamente, come si è permessa, mi ha ucciso, ora muoio, forse no. La pagano per farlo? Bel lavoro di (se qualcuno sa giocare a taboo le parole proibite sono: gabinetto inter cioccolata letame pampers) si è scelta. Che io non ci volevo venire, ma poi dopo la mamma mi compra le patatine fritte e allora.
Sono qua da 2 giorni. Il 1° ho dormito. O meglio, avrei potuto dormire, ma ero un po’ emozionato, così con Stefania abbiamo fatto un joco ke consisteva nel versare semi di legno in una piccola piattaforma bucherellata. In senso orario. In Costa d’Avorio lo chiamano “Auallà”, all’Italia basti sapere che non si tratta proprio di un impiego da ninja, è una sorta di “Non t’arrabbiare” africano. Take it easy. Ti ricordi ch’ero sfinito e non vedevo l’ora d arrivare x dormire? Appunto. Comunque il 1° è andato + o meno così.

Poi c’erano Maurizio Il Capo e i Due Kegnani ke han perso il volo… e anke qui, non è che l’abbiano proprio perso. Non è tecnicamente corretto scrivere così. Il volo è partito in anticipo d’un paio d’ore senza dir gnente, capita. A te è mai capitato? A me no. Ai kegnani una volta. A Maurizio due. Forse allora è uno dei 4 ke? Non sta  a me. Fattostà ke mentre il loro aereo decollava erano a ridere con me d Stefagna: men3 le controllavano il passaporto 1 virus paralizzò il computer del suo funzionario aeroportuale. Avrei riso meno qdo lo stesso virus avrebbe bloccato il mio intestino, ma in qel momento ero ancora Qello Ke Non Si Ammala Mai.


A dirla popo tutta non è neanke esattissimo sostenere ke i compari kenioti (c’è la regola: se ci fanno una bella figura si scrive “kegnani”, altrimenti “kenioti”) sian completamente esenti da.. (inferno innocente Alfredo tribunale confessione): lo stewart ha provato a spiegargli ke dovevano imbarcarsi, imaerearsi. Ma Emanuele, the best anglophone among us (e da qua si capisce comè ke Sara m’ha omaggiato di un tipico prodotto di artigianato locale: una collana Etiope, composta da piccole punte cui è attaccato un medaglione metallico, molto tradizionale, con incisi in ordine: il mio nome, il mio indirizzo qua ad Addis, il suo numero di telefono e la scritta in amarico “TI SUPPLICO RIPORTAMI A CASA”. Così se lo dovessi perdere melo riportano o kiamano lei ke sa la lingua. Basta parentesi, interrompono il discorso), ma Emanuele, scrivevo, non ha voluto sentir ragioni. Non era in effetti concepibile a 4 piccole, aguzze menti occidentali come le nostre, che un aereo partisse prima. A maggior ragione essendo le nostre menti cresciute a pizze ingollate durante italike interminabili attese in ogni luogo, specie dove c’è un mezzo d trasporto da prendere. Maurizio, sornione, probabilmente lo sapeva (l’alternativa sarebbe dare anke a lui della piccola mente, e la mia non mi pare gerarchicamente la posizione + confortevole x farlo, considerato che lui ha in mano il mio biglietto di ritorno. O dovevo averlo io? Stefààniaaaaa…) ma tuttosommato gli garbava una giornata ad Addis.

Bello, però, ke sia partito prima? Sì, bello ke abbiam passato una giornata d + insieme, ma bella intendo proprio l’idea del partire prima. Melo vedo il capitano ke butta un occhio dietro, ci sono già un po’ di viaggiatori e magari lui a Nairobi se arriva presto va a vedersi la partita di rugby subacqueo e allora toglie il freno a mano e fa un fiskio alle hostess ke vadano giù di mimo. Prima parti, prima arrivi, è scientifico.


Tergiverso? Tergicristallo? Sono qua da 2 giorni. Il 1° avrei dovuto dormire. Il secondo non avrei potuto farlo.

Il terzo sono andato a visitare il carcere di Sheno.

Forse li cercavo. Quando non sai cosa cerki fino a qdo non lo trovi (tipo volevo scrivere Oceanomare, non lo sapevo e  poi l’ho letto). C’inciampo contro in una camerata, durante il giro di visita alla prigione. La camerata. Una stanza un po’ grande per 2 persone, meno per 200. Lunga, con 2, 3 file parallele di giacigli ininterrotti. Come tripli letti a castello a venti piazze, e però ad ogni piano si dorme in 50. Beh, io son lì con 2 suorine in borghese d qelle ke prima d spedirle sulla Terra le han calate nell’acciaio fuso, la pubblicità della nike dovrebbero farla loro mica Cantona. Invece ke sollevarsi il colletto della maglietta, loro solleverebbero gli angoli della bocca. Beh, son lì con loro ke mica lo capisci ke son suore e con il vicedirettore ke mica lo capisci kè un vicedirettore. Io me  lo aspetterei quantomeno un po’ burbero un vicedirettore dun carcere etiope, molto burbero un direttore. Più burbero 6, + l’arrampicata sociale alla torretta del penitenziario è easy… Beh, lui non è berbero; e neanke burbero. O meglio, non mi sembra. In partenza devo stare attento alla parvenza.

Forse li cercavo. Ero lì da 2 giorni. Non sai ke li cerki fino a quando… trovati. Le esaurienti parole in amarico coinciso del vice direttore sono esaurite, alcuni secondi per roteare lo sguardo nella stanza. Poi roteo il collo, e c’è un inmate. Un carcerato, un prigioniero,un detenuto, un condannato. Ma uno, eh, non 4. Reo di qualcosa? No… cosa c’entra? Dipende, non necessariamente. Occhi negli occhi (..), duri come il diamante, ci posso fare la punta della matita. Comè possibile? Abba Girma nel suo briefing  sopravvivenza m’ha avvertito: “Non saprai mai cosa pensa di te la gente: non siamo europei, faccia e mente sono scollegati. E in + noi sappiamo cosa pensi tu, e ti sorridiamo se ci sorridi”. Orcaz, almeno i bosniaci erano ermetici ma portavano a spasso una maskera truce, ke t ricordava ke non erano x forza entusiasti d sentire cos avevi da dire.  Qua invece è + complesso perchè le persone si mostrano miti, anke nel carcere paion tranquille. Non credo qdi ke lui fosse stanco d esserlo, semmai era stanco d sembrarlo. Aveva rinunciato per qualche respiro a sfoggiare dei lineamenti innocui, per scandirli. E ki t’incontra mentre li scandisce? Paolino. Ancora + facile ke li scandisca dopo avermi visto. Non perché sono io, non credo. O forse sì ma.

Nei suoi occhi c’è scritta una cosa e la so senza leggerla, ma la sa lui e la sapete anke voi. E non ha senso parlare di politica internazionale, ma neanke in inglese, anzi, non ha senso parlare proprio. Specie il 3° giorno ke sono qua. Il senso qui è unico e va da lui a me. Non son concessi feedback.
Perché sei qua?

Melo kiedi tu ke forse non hai scelto di essere qua. E comunque non hai scelto di trovarti la mia bella faccia di fronte.

Già. Telo dico ke questavolta le patatine fritte non c’entrano?

Paolo

colazione da Gemini

Nessun commento:
mentre i nostri cari kenioti piantano grano a piedi scalzi, paolo rimane fuori dalla “disco più in” di addis con un rotolo di carta igienica e i boliviani si mangiano i manicaretti della nonna luisa..e dal nicaragua tutto tace..la fra che non si ammazza certo di lavoro decide che forse non è più il caso di andare in giro con le scarpe rattoppate e piena di fiducia si avventura in città..

la prima tappa è stata il mercato...beh sì un po' mi sono persa però ho anche scoperto che quelle scarpe col taccone e la punta lunghissima che qui hanno praticamente tutti e che io vorrei provare sono quasi passate di moda così un po' rattristata mi sono spostata sulla via principale dove ogni centimetro quatrato compresi i marciapiedi è ricoperto di negozi di tutti i tipi aperti praticamente sempre..quindi mi sono detta vuoi vedere che non le trovi le scarpine lì??

mi stupisce come possano esistere tanti negozi che vendono le stesse cose precise identiche, mi stupisce che le cose di “qualità” vengano dall'Italia e mi vergogno che per un paio di scarpe che da noi costerebbero 100 euro qua se ne chiedono almeno 150, per un cappotto invece 600..peccato che gli stipendi siano un decimo di quelli italiani.. mi stupisce soprattutto come i prezzi siano proibitivi per molti (anche per me!) e bassi per pochi altri che invece potrebbero comprarsi tutto..

e poi all'improvviso è arrivato babbo natale..sì sì proprio lui quello con la barba e il vestitone rosso quello che beve la famosa bibita con le bollicine..beh in questo non voglio essere polemica però immaginate la mia faccia quando il 3 di novembre mi sono girata e ho visto un negozio pieno di babbi natali...non me lo aspettavo mica io!

Ma non divaghiamo torniamo alle scarpine..ad un certo punto sono entrata in un portone che sembrava l'ingresso di un negozietto e invece dentro era una cosa gigantesca pieno di banchetti tipo al mercato...Gemini si chiama..

allora un po' timorosa ma curiosissima mi ci sono avventurata ed ad un certo punto ho anche cercato di comprare qualcosa sofderando le uniche quattro parole di romeno imparate..solo che lì mica parlano tutti russo??? ohi ohi!

Ma io non mi sono fatta prendere dal panico e volevo portare avanti la mia missione..fino a che nell'ennesimo banchetto di scarpe alzo la testa e trovo un sacco di lampadari..che chiaramente non potevano essere lì solo di bellezza..scarpe e lampadari...allora ho capito che questa città non può fare altro che stupire..

poi stremata dalla giornatina sono tornata a casa..del pullman vi racconto la prossima volta..

Sabato magari con un dizionario russo-italiano ritento lo shopping non si sa mai che trovo il lampadario che mi piace!!

fra

lunedì 5 novembre 2007

Da Addis a Milano passando da mosca

Nessun commento:

Avrà 7 anni, ei nostri volti sono praticamente adesi, a 4 millimetri di vetro l’uno dall’altro (Roberto D’Avanzo suda). Una distanza inespugnabile. Una distanza culturale. Ci sono esseri volanti ke trascorrono ore ad andarci a sbattere contro, dicono: “Com’è possibile? Io sono una mosca, vedo di là ma non vado di là, non riesco, ke ccaspita succede?”. Il mistero della trasparenza: o qualcuno gli rimuove la lastra ostacolante o la mosca presto o tardi farà il giro da un’altra stanza. Mosca estrarrebbe il pendolino, Vespa cerkerebbe le porte in mezzo alle quali collocare un plastico per spiegare agli italiani la situazione. E io? Lo spacco quel vetro? Qualcuno melo apre? Devo passare per un’altra parte? Ke differenza c’è tra me ed una mosca? Se volassi cambierebbe qualcosa? E se volessi?

Lei è una talentuosa attrice. Io dico che diventerebbe anke una portentosa regista. Maurizio, in visita pastorale, è seduto davanti sul sedile del copilota e sparla senza filtro dell’Area Internazionale di Caritas; quando s’interrompe, e lo so. Il paradosso è difficile da sostenere a lungo: lei è lì fuori, appiccicata al finestrino all’interno del quale io appoggio la testa. È vicinissima, tenta di entrarmi nella coscienza passando dal canale uditivo. Pronuncia colla sua vocina un tedioso sortilegio amarico: le parole non le riconosco ma il messaggio credo sia: “Dammi un birr, perfavore, ricco uomo bianco. Ho fame”. Un birr ammonta ad 1\13 d euro, 7 centesimi e 69, in caduta libera. In precedenza sia io ke Maurizio avevam tentato di farla desistere, cosa c’è di poco chiaro nella parola “No”?

C’è che ci troviamo contro una verità, e quando joki contro la verità se 6 bravo puoi puntare al pareggio. O almeno, io non conosco nessuno ke abbia mai propriamente vinto contro la verità. La postulante sa benissimo ke a un certo momento corrisponderà un punto di rottura; ci saremo rotti a sufficienza e saremo disposti a pagare per liberarci, per scollarla dal vetro, per cacciarla nel cestino del desktop inconscio. E riavere la mia vita dove l’avevo lasciata: proseguire la conversazione comodo, dalla parte calda del finestrino. Agghiacciante. Dov’è la mia cerebralità a difendermi? No, il Vangelo non c’entra, tienilo fuori, non può essere semplificato così. Perché il Vangelo è complesso, giusto? È un messaggio articolato intendibile solo da colti studiosi. Ho colto giusto, nevvero? È cultura alta e va interpretato. O è cultura altra, ke è meglio interpretare, si sa mai ke dica qcsa d veramente scomodo?

Posso calarmi nei patetici panni della vittima: il vero povero sono io, piccola. Sono io che provengo dalla società del benavere, e tu ke conosci il benessere. Io dipendo dai miei consumi, dalle mie proprietà, dai miei sogni con logo; beata la tua libertà, e beata te ke sei capace d accogliere con gratuità. La mia lietezza ha la data di scadenza, dev’essere rimpinguata quotidianamente, un’idrovora. Tu sopravvivi nelle relazioni, conosci la vita. Ancora qualke riga e son capace d invidiarti.

leina

Uff, sbocco, mi districo da qsta dicotomia erroneamente impostata (iuuhhuu) e rifletto ke questioni irrisolte han preso il volo con me, clandestine trai 30 kg d valigie e ora sela sbrazzano x Addis Abeba come amici immaginari al mio seguito, con un particolare: sono grandi il doppio d come li avevo lasciati; ingigantiti da una certa discriminazione razziale maskerata. Pochi giorni dopo avrej portato l’immondizia di casa ai bidoni della pattumiera (un compito di grave responsabilità che Stefania mi ha affidato confidando nelle mie potenzialità); giacciono questi, romboidali come enormi caccia imperiali aperti, abbandonati ai lati della nostra somala via. Sono perennemente strapieni: una mattina son passato di lì, ho visto ke li avevano svuotati, son ripassato dopo un’ora ed erano di nuovo zeppi. Illusioni ottike. Beh, mi avvicino coni miei 3 sakketti d skifo, qdo un ragazzino salta giù dalla cima di uno dei cumuli odorosi e mi si porta discretamente incontro, un po’ a lato. Non serve un master in antropologia culturale per identificare la sua richiesta.

E io faccio finta di niente. Faccio brillantemente finta di niente. Non ci penso molto, viene così, istintivo.

Oplà, scaglio i miei rifiuti sopra la nave madre di una tribù d moske e inverto la rotta. Dopo una decina d metri mi giro, i sakketti stan venendo ravanati e non è un x-file pronosticare ke saranno anke trai + preziosi della giornata. Per fortuna non ho assistito ad una contesa tra + ragazzini per il diritto alla prima perquisa. E non sono ragazzini, amico, sono bambini. Ma io non ci riesco, i bambini jocano, tutt’al + sono anestetizzati dalla tele, ma non sguazzano nella monnezza. Vero? Torno a casa. Non vorrej lezzare oltre quella porzione di mondo colla mia hypocrisia. Tipo: fai quello ke vuoi colla mia immondizia, ma aspetta almeno ke io mi allontani. Mi sa ke a Milano io quei sakketti li avrej consegnati al piccolo rom.. Ma mi sa anke ke qa li consegnerò. Il tempo di trovare dei puntifissi.

scialuppa di salvataggio?
Se non mangiavo il prosciutto cotto nel piatto di plastica argentea, Suor Gianpaola mi invitava a pensare ai bambini africani ke morivano d fame. E qualcuno trai + audaci le poteva rispondere “E portaglielo, ai bambini africani”. La reazione era rivoluzionaria, ma non illogica: mica dovevamo diventare obesi come piccoli yankee x’ ci veniva detto ke da un’altra parte del pianeta qualcuno non sarebbe morto se avesse avuto quel piatto; quasi fosse colpa nostra. Senzi d colpa. Al fine d ponderare melio lo studio di fattibilità del pranzo successivo, sotto lo sguardo materno di Sister Gianpaola: “È fattibile ke io mangi ciò?”. Ora se volessi educarmi allo stesso modo (se fossi 1 bambino) potrej kiedermi qualcosa tipo “Mangia, dài, pensa ai tuoi vicini di casa”. Già, po3j uscire e dar via la mia terrificante carne in scatola avanzata.

Oh, ieri l’ho quasi fatto. Mi sono alzato da tavola, ho preso il piatto, Stefania (+ attenta all’igiene) m’ha invitato a mettere il cibo in un tovagliolo, e l’ho portato nel nostro cortile. Dopo alcune ora il gatto aveva quasi sciolto la carta a furia di leccare, niente avanzi degli avanzi per le moske.

Traetene ciò ke, allungo una battuta di Jack Folla in un dialogo (non c sono vetri ke tengano alla fine del mondo).

- Sta x venire l’Apocalisse e non ho niente da mettermi.
- Ah, e quando arriva?
- Boh..
- Oh, allora c’è tempo..
- Io vado a fare shopping


paolo

venerdì 2 novembre 2007

AMICIZIE DA COLTIVARE...

Nessun commento:
Eccomi qua...dopo qualche giorno di assenza dal blog è giunto il momento di ragguagliarvi un po' sulla situazione qui in quel di Nairobi.

Innanzitutto un invito a Paolo...tranquillizza mia mamma!!! Dopo la “Lettera al Direttore” mi ha chiamato e mi ha detto: “Cosa è successo?” “Sta male?” e io a tener botta ma a un certo punto mi fa “Ma Paolo è normale?”...non ho saputo rispondere...

Insomma quando la conta dei ragni ti dà un po' di tregua bastano due righe e la fai contenta!

Ma torniamo a noi....

Oggi vi racconterò del nostro primo incontro informale con i Cafasso Boys...ora vi domanderete: “Ma chi sono sti Cafasso Boys?”.

Sono dei ragazzi che dopo aver trascorso 4 mesi al YCTC (Youth Correctional Training Center), unico carcere minorile in Kenya per chi compie il primo reato di lieve entità, hanno avuto la possibilità di entrare a far parte della St. Joseph Cafasso Consolation House.

La casa è stata aperta nell'Aprile del 2006 su idea di Sister Raquel, la nostra “capa” (senza offesa Maurizio...), e ha come obiettivo un positivo reinserimento nella società di questi ragazzi.

Dove eravamo rimasti...ah al primo incontro informale coi ragazzi. Informale perchè fino a quel momento gli incontri erano sempre stati “ufficiali”, con tanto di presentazione e quanto ne segue...ma questa volta siamo arrivati di sorpresa!!!

Arrivati alla casa vediamo che 3 dei 7 ragazzi che abitano la struttura sono intenti alla semina del grano. Ci avviciniamo per salutarli e intanto scruto la loro “attrezzatura”...allora ci sono due zappe, dei semi di grano di pannocchie vecchie ma soprattutto mi chiedo: “Dove sono le scarpe?”...niente, tutto a piedi nudi...certo qui la primavera è appena iniziata ma sono le 3 di pomeriggio e a sensazioni siamo più vicini ai 30° che ai 25°.

Non facciamo in tempo a salutarli e vedo che Emanuele si toglie i sandali e “apparentemente” disinvolto raggiunge i ragazzi nella shamba...sarà che avrà i piedi “testati” dal cammino di Santiago di questa estate ma apprezzo il coraggio!

Passano forse 30 secondi e un ragazzo mi fa “Go ahead!”...mi giro ma non c'è nessuno...mi tocca...mi tolgo prima le scarpe, poi le calze e infine mi arrotolo i pantaloni fino alle ginocchia...sono pronto!

Il primo passo è un po' come quando si va al mare a fare il bagno...con l'alluce tasto il terreno per sentire la temperatura...alla fine mi faccio forza e affondo/sprofondo il mio primo passo nella shamba...poi il secondo, il terzo e...sono arrivato da loro. Non è stato così terribile, anzi la sensazione è piacevole anche se bisogna stare attenti alle vecchie sterpaglie e ai sassolini che se ti finiscono sotto i piedi...son dolori!

A questo punto la curiosità è tanta perciò proviamo a dare qualche zappata ma la carenza di forza e soprattutto la paura di affettarci qualche dito dei piedi ci fanno ripiegare sulla semina...alle zappe ci pensano loro che sono più esperti!

Il lavoro è questo: uno davanti con la zappa che zappa e dietro, in questo caso noi, c'è chi semina...quindi buttare tre semini di grano nella buca e coi “piedini” ricoprire di terra il tutto.

Il nostro “lavoro” è durato un oretta e mezza circa, giusto il tempo farci diventare i piedi belli rossi ma soprattutto per iniziare a conoscere i ragazzi con i quali staremo per tutto il prossimo anno...e da quel poco/tanto che ho capito mi sembra di poter dire che sono proprio simpatici e ben disposti nei nostri confronti.

Insomma i primi semini sono stati buttati...alla prossima!!!

Stefano

giovedì 1 novembre 2007

Cochabamba, Bolivia, primi passi da occidentali (Europei).

Nessun commento:
4 ottobre 2007, Marco (25, ingegnere gestionale) e Giulia (27, scienze della comunicazione), SCE in erba, giungono a Cochabamba, BOlivia.

Un po' di più della città e della cultura boliviana, i due l'hanno conosciuta grazie a una Cochabambina incontrata durante il viaggio: lei, Miranda, faceva ritorno alla terra natìa dopo sette anni vissuti a Bergamo insieme alla famiglia di cinque figli.

Scesi dall'aereo, frastornati, ci togliamo in fretta gli strati di abiti autunnali italianissimi per sentirci un po'più locali: 2600 metri di altezza, sì, ma con il secco e il caldo di un luglio siciliano.

Pochi minuti di attesa e arriva Padre Eugenio: bergamasco, direttore e uomo tutto fare della Caritas di qui, nostro primo essenziale punto di riferimento. Saliamo sul suo furgone nero e vissuto (alla A-team), una corazza che nesconde andinissime fantasie interne, e arriviamo al nostro alloggio.

Beh, in questo primo periodo, vivremo niente-po-po-di-meno-chè presso il Vescovo di Cochabamba, Monsignor Tito: lui, impegnatissimo, c'è poco, lo incontriamo solo durante qualche pasto; ma la sua casa è grande e accoglie altre volontarie italiane - Ester e Alessandra - qualche Padre e due studenti di teologia con cui sperimenteremo il nostro tentennante spagnolo..e poi c'è l'immancabile "perpetua" Luisa, che cucina come le nostre nonne quando i quattro salti in padella non entravano nelle nostre TV..

La giornata si conclude alla pizzeria "Sole Mio", di origine napoletano - ligure, dove ci sbaffiamo una gustosa pizza cucinata a forno a legna. Padre Eugenio non manca di spiegarci perchè ci abbia portato lì: pare che le altre cucine locali avrebbero avuto standard igenici poco tollerati dal nostro stomaco immacolato.."mah, sperimenteremo" ci siamo detti io e il Marco.

Quella notte abbiamo provato a dormire, ma il fuso orario ha svegliato alle 3 e 30 la Giulia!

più fortunello il Marco: il gallo sotto la sua finestra gli ha cantato il buongiorno alle 4..

Ora dice che si è abitauto (ma non escludo che, al gallo, gli abbia tirato il collo)

Altre:

Nei giorni seguenti, scopriamo che i panni ce li dovremo lavare perchè la lavatrice della casa funge solo da mobile. Per questo, al momento, è in corso un'azione diplomatica volta a spingere il Padre-Amministratore della casa di MOnsignor a fare il grande acquisto per i giovani volontari (che forse esportano un po'di bamboccianesimo): d'altra parte siamo ormai una forza numerica piuttosto nutrita e, anche per questo, potremmo spuntarla...

INoltre e perfortuna, le volontarie conosciute, hanno ben presto pensato di aggiornarci sui costumi toilettistici locali. Data la precarietà delle fogne della città, dovremo ricordarci di gettare la carta igenica - piuttosto ruvida - nei cestini e non nel water: se facciamo il contrario i cessi si intasano.. e sturarli non è molto piacevole (parola di Ester, la volontaria)..

Infine, abbiamo iniziato sin dal giorno successivo al nostro arrivo, a visitare qualche realtà in cui potremmo iniziare a lavorare a partire da gennaio: le carceri. Questa esperienza "diversa", però, la raccontiamo un'altra volta!

UN saluto
Giulia