venerdì 22 luglio 2016

Come abbiamo fatto a ridurci cosi?

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Accendi la TV e senti solo morti, stragi, odio che si moltiplica ad una forza allucinante, che contagia chiunque, in qualsiasi angolo del mondo.
Io rimango attonita davanti allo schermo, bloccata a fissare quelle immagini raccapriccianti di vite umane distrutte e l'unico pensiero che mi passa per la testa è "come abbiamo fatto a ridurci così?".

Come è possibile che proviamo odio per gente che nemmeno conosciamo?
Com'è possibile camminare per le strade della propria città e avere il terrore anche solo di entrare in un bar, di attraversare la strada, di prendere la metropolitana?
Com'è possibile che centinaia di persone debbano essere costretti a lasciare la propria casa e il proprio paese natale perché è in corso una guerra che nessuno ha approvato?

Il mondo ora è ossessionato dalla paura, si è lasciato travolgere da essa, come una malattia contagiosa.
La paura è terribile, ti riempie di pregiudizi, di cattiveria, la paura fomenta l'odio e passa silenziosa tra la gente, mietendo vittime.
Credo che la paura non ti lasci scampo, si inietta nella tua mente e distorce la realtà; quando si ha paura vediamo tutto buio, negativo, denso di terrore.

Tra 9 giorni parto per la Georgia con Caritas Ambrosiana, parto per combattere la paura di ciò che è diverso, estraneo a noi. Parto perché credo che non ci sia cosa migliore che la conoscenza di altri popoli per abbattere i muri insormontabili che la paura ci sta costruendo attorno.
Parto perché ho bisogno di amore, di contagiare attraverso la gioia qualcuno che non conosco, di costruire rapporti di pace, con popoli lontani e dalla diversa lingua e cultura.

Ho bisogno di sentire che non può esserci solo odio, morte e terrore; ho bisogno di riscoprire la pace, perché so che l'amore vince su tutto.
Perché so che l'unica cura alla paura è l'amore.

E se ci siamo ridotti così è per mancanza di amore, soprattutto verso gli altri.


Jessica

martedì 19 luglio 2016

E' tutto un equilibrio sopra al..volemose bene!

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Carissimi, dato che mi piace partire sempre da fatti realmente accaduti neanche questa volta mi esimerò dal cominciare con questa modalità.. per un post bello lungo e po' pesante - ma d'altronde ho la pesantezza dentro.. e fuori! :)

Sabato scorso sono stata a trovare padre Angelo, un missionario della Consolata di 93 anni, che è quasi una leggenda qui a Mombasa. Si definisce più keniota che italiano considerando che è nel Paese da ben 53 anni!
Parla ancora perfettamente tre lingue (inglese, Kiswahili e italiano) e ha esordito dicendomi: "ma secondo te che lingua si parla nell’aldilà?! Sai, ci penso spesso all’aldilà, alla mia età, ma non mi affanno mica!”.
Amorevolmente dico che i missionari fanno parte di una categoria antropologica a parte.. e ne sono sempre più convinta! J

Abbiamo parlato un’oretta (ha parlato più lui a dire il vero) e poi mi ha portato in giro, con un certo orgoglio, per mostrarmi la nuova chiesa di Timbwani.. affabile, salutava e scherzava con tutti -“vedi, qui i bambini ti salutano.. mamma mia, sono stato in Italia per le vacanze l’anno scorso e ognuno va per la sua strada, nessuno ti saluta!”- camminava spedito.. un vecchietto arzillo e ancora lucido (che manda un sacco di email!!).

p. Angelo 

Nel discorso a ruota libera che abbiamo avuto, mi hanno colpito un paio di cose che padre Angelo ha detto e che vorrei condividere.
Insomma, uno da un missionario di 93 anni di cui più della metà spesi in Kenya (dove peraltro vuole finire la sua vita, come ogni missionario che si rispetti) si aspettava grandi discorsoni.
E invece mi ha messo davanti due "verità" all'apparenza banali, ma che invece.. più che altro si sono inserite in alcune riflessioni che mi porto dietro da un po’ e che partono da prima, fermentano in Africa con me e ritorneranno in Italia perché si possono applicare a tutti i luoghi della vita. 
Qualcuno potrà definirle un po' buoniste, altri provocatorie, molti potranno non condividerle ma sicuramente sono riflessioni sincere e personali.
  
1) “Ci vuole tanta pazienza.. bisogna volergli bene!”

Non c’è molto da aggiungere. Mi sembra abbastanza chiara come frase.. Ma non è un po' troppo semplicistica? .. eppure, quant’è difficile?! Quant’è difficile voler bene a chi ti trovi davanti solo per il suo essere umano alla pari di te?! c'avete mai provato? 
Non voglio sconfinare nel patetismo.. ma davanti a quelli che non riesco a capire, davanti a quelli che alcune volte proprio mi fanno girare le scatole, quando vedo limiti insuperabili e quando sentimenti negativi stanno per insinuarsi in me – perché lavorare con altri non è mai facile, figurarsi farlo in un contesto culturale totalmente diverso – il voler bene incondizionatamente è quello che mi ripeto spesso; e mi piacerebbe saperlo fare, perché forse è il metodo che salva la mia umanità e mi tiene con i piedi a terra.

Attenzione però!!! Voler bene per me non significa lasciar passare proprio tutto – questo potrebbe essere anche indifferenza o sintomo di una lusinghiera superiorità –  ma vuol dire cercare il confronto, dialogare sulle cose che secondo me sono sbagliate, o giuste, per cercare una ragione, almeno per provare a capire. E vuol dire anche correggere a volte, cosa che spesso fa male, da entrambe le parti, perché c'è il rischio di prendersi delle sberle clamorose e, poi perché chi è l’altro per potermi dire cosa devo o non devo fare?! Forse però, se l'accogliamo, questa sberla può anche farci crescere o quanto meno aiutarci nella riflessione, sempre in maniera biunivoca.

Insomma pazienza e bene richiedono un grande lavoro, ci si arriva per tentativi e fallimenti, tanti.. e credo sia un grande, lungo, mai finito esercizio umano!


E ci colleghiamo al secondo punto
  
2)“ è difficile, ma bisogna accettare le cose”

Le accettiamo nel senso che prendo l’accetta e rompo tutto?!? Ogni tanto capita di fare anche questi pensieri.. L’accettazione è una delle cose più difficili. Credo che ci voglia veramente un grande sforzo e una grande maturità umana. Anche qui, bisogna sempre fare i conti con se stessi. Frustrazione, rabbia, delusione. Quando penso di esserci, ci ricasco ogni volta. 
Ci sono obiettivamente delle cose che non dipendono da me ma che sono lì e posso solo accettare. Posso arrabbiarmi, posso strepitare, ma il dato oggettivo non cambia. E non l’ho deciso io. Allora veramente posso solo farmi mettere in discussione e lavorare su me stessa.

Quello che però mi chiedo è: qual è il limite tra l’accettazione reale e la rassegnazione?

Mi spiego. 

C’è sempre il forte rischio di partire con la presunzione di cambiare le cose: è la malattia del narcisismo e dell’autocompiacimento.
“Ma quanto sono bravi questi civilisti che vanno in giro per il mondo a salvare gente?!”
E' una delle frasi che mi fa venire abbastanza l’orticaria. Perché poi uno se ne convince.
E perché io sarei più brava, o moralmente superiore, di un commesso che fa il suo lavoro con passione e dedizione e in maniera egregia?!?! Chi li decide questi parametri?!
Spesso la realtà ci dice che torniamo a casa con la coda tra le gambe perché non è cambiato niente, ma anzi, prevale il senso d’inutilità ed è già tanto se almeno avvertiamo dentro qualche cambiamento.

Dato per scontato che riusciamo ad accettare la situazione così com'è, a ridimensionare le nostre aspettative rispetto al cambiamento, mi chiedo se però devo accettare incondizionatamente anche quello che ritengo moralmente inaccettabile, o che comunque mi turba molto.

Si parla spesso di cambiamento, ma se in nome dell’accettazione non si avvia mai un processo, allora questo cambiamento ci sarà mai? 
Non è un po’ arrendersi alla logica del “ma tanto le cose si fanno così, ma tanto il mondo va così…”?!
Dietro questo tipo di ragionamento potrebbe celarsi il pericolo dell’assuefazione ad un mondo ingiusto, il rischio dell’arrendevolezza e della rassegnazione che potrebbero sconfinare nell’indifferenza. O, ancora potremmo rassegnarci per pigrizia. A volte avviare processi è molto faticoso, perché richiede tempo, tanto tempo, energie, forse lotte contro i mulini a vento senza alcun minimo progresso.. mentre spesso  vorremmo tutto e subito ( magari più per appagare il nostro ego).  

Qualcuno potrebbe obiettarmi: ma chi sei tu/chi siamo noi per dire cosa è giusto e sbagliato?!
Verissimo!! Ma almeno sollevare la questione senza la pretesa di insegnare niente a nessuno.. almeno ragionarci insieme.. si può fare?!

Quando ancora mi arrabbio davanti a certe cose e poi ci ripenso, prima mi arrabbio di nuovo perché non ho saputo accettare la situazione, ma poi un po' sono contenta, perché, per come sono fatta, vuol dire che non sono assuefatta; magari sbaglio, ma lo trovo un bene. Forse non mantengo i modi da principessa (che comunque non mi appartengono molto.. ma non preoccupatevi perché non ho picchiato nessuno!!) ma dentro vuol dire che si smuove qualcosa. E mi fa sorridere quando i miei amici si arrabbiano ancora.. non perché sia sadica, ma perché mi dà speranza! 
(ovvio, poi bisogna imparare a gestire con serenità la cosa, però intanto intravedo la speranza di chi ci crede ancora).

Allo stesso tempo ho imparato a fare i conti col fatto che non si possa aiutare a tutti i costi chi non vuole essere aiutato, ma credo comunque che le porte debbano sempre restare speranzosamente aperte, non per insegnare ma per accogliere, senza giudicare. 

Belle parole, eh?! Ma difficile nei fatti, perché è sempre un equilibrio tra chi sono e cosa non sono, tra cosa vorrei e cosa non c'è, tra i miei limiti e le mie speranze, tra me e il resto del mondo.
Però alla fine, mi dico anche che se uno mai si mette in cammino mai raggiunge la meta.. 


Alla luce di queste riflessioni, mi risuonano dentro le parole di Annalena Tonelli, il cui libro mi sta accompagnando in questo ultimo periodo in Kenya. 
Annalena è stata una missionaria laica cattolica che ha speso la sua vita nel deserto con i musulmani, da sola, lavorando e curandone migliaia, senza voler convertire nessuno. E stata uccisa mentre faceva quello che amava. Lei ha avuto il coraggio e l’umiltà di dire “Io sono nessuno”, nonostante il grande lavoro,  riconosciuto anche a livello internazionale. 
Tra l’altro p. Angelo l’ha conosciuta personalmente ed ero molto gasata!

Tra le tante cose che scrive c'è questo:

“Il più grande sbaglio, il più grave delitto è quello di pretendere di risolvere i problemi, di presumere di avere le capacità di farlo, bisogna accettare di fare un poco per pochi, per quei pochi che il Signore ha messo sul nostro cammino, ma quel poco bisogna farlo bene, con la massima dedizione, con la più rigorosa onestà, con tutto l’amore possibile del proprio cuore”


Ecco, forse è così. In Kenya, a Milano o ovunque.

E mentre continuo a ragionarci, aspetto che p. Angelo mi invii una delle sue email.. :)
Angela 

domenica 17 luglio 2016

Mica sfere Pokè

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Dopo una lunga attesa, qualche giorno fa è finalmente uscito Pokemon Go. Per le strade si iniziano a incontrare ragazzi di ogni età che vanno alla ricerca delle creature del nuovo gioco per Android.
In fondo è una novità carina: con il GPS del cellulare puoi rilevare la tua posizione e andare a caccia  dei Pokemon che si nascondono tra le vie della tua città. Il mondo diventa un mega game boy! Puoi scovare uno Charizard tra le montagne o un Bulbasaur nel centro commerciale. È un buon pretesto per fare un giro, organizzare una gita fuori porta o spingersi un po’ più in là del pub sotto casa.

È innegabile che sia anche un po’ inquietante però: si assottiglia sempre più irrevocabilmente il confine tra realtà e finzione. Quello che esiste, quello che c’è di concreto e tangibile è sempre meno distinto da quello che non è reale, frutto della fantasia e dell’ingegno umano.

Ci sono momenti, come per Pokemon Go, in cui la finzione entra concretamente nella realtà della tua serata e l’intangibilità di milioni di pixel sembra tanto vera quanto la schiuma della birra che stai bevendo.
Invece ci sono momenti in cui accade il contrario, quando non è la finzione a sembrare reale ma la realtà a sembrare finzione. La tua vita ti sembra un gioco, uno scherzo ideato da qualche visionario informatico giapponese. Due sere fa hanno annunciato il golpe in Turchia e l’evidenza delle risate degli amici e delle pedine del Monopoli  ha perso di consistenza. 
Non ti sembra vero. 
La realtà stessa perde di veridicità, pare tanto assurda quanto l’improbabile esistenza di Pikachu. Non è possibile!
Non è più solo “un amico del vicino era a Bruxelles il giorno dell’attentato” o “il ragazzo della mia compagna di corso ieri era a Nizza”. 
Questa volta siamo noi. 
Siamo noi che tra due settimane facciamo scalo proprio lì, proprio nell’aeroporto di Istanbul. È il nostro viaggio in Libano in pericolo. Il fulcro attorno a cui girano le nostre scelte da qualche mese a questa parte. Studio un sacco per riuscire a dare l’esame a luglio così parto tranquilla, faccio babysitter così riesco a mettere da parte un po’ di soldi per coprire almeno una parte delle spese, mi ritaglio un po’ di tempo così posso esercitarmi con l’ukulele per portarlo con me.. ma che senso ha?

Non mi sento pronta a rinunciare al nostro viaggio. La follia di questo mondo impazzito mette in dubbio la realtà della mia vita.


Ma qua si tratta di carri armati, mica di sfere Pokè.


Cla

mercoledì 6 luglio 2016

Aiutare gli altri (in ogni circostanza?)

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Voglio condividere con voi un episodio avvenuto oggi che mi ha dato modo di riflettere molto.

Premetto che essere a Cochabamba come serviziocivilista nella commissione  mi sta permettendo di conoscere e vivere molte situazioni e dinamiche tipiche della realtà boliviana, dove il mio "esserci" è davvero a 360 gradi senza essere incasellato sempre e per forza in un ruolo e un posto (e, per quanto all'inizio mi sembrasse un po' disorientante, adesso ci ho preso gusto e c'è sempre molto da imparare).




Situazione:
il comitato/gruppo Caritas della parrocchia "x" oggi aveva la sua riunione settimanale di coordinamento e io e una mia collega siamo andate a fare "seguimiento", ovvero una visita in cui ascoltiamo e vediamo un po' l'andamento del gruppo, i punti di forza, le difficoltà, il calendario delle attività.

(Questo si fa perchè la commissione Caritas Parroquiales (formata in questi mesi anche da me e Francesca) a livello centrale coordina, forma e segue i vari comitati Caritas che si formano in ogni parrocchia.
Negli anni sono nati parecchi gruppi parrocchiali di Caritas, ognuno con il proprio referente, la suddivisione degli incarichi, ognuno con la sua storia e le sue caratteristiche, legate tanto alle persone che ne fanno parte, ma anche alla zona della città in cui è sorto.)

Questo comitato parrocchiale di Caritas il martedì si occupa, oltre alla riunione, di distribuire una borsa di viveri alle persone più bisognose della zona (individuate negli anni grazie a visite domiciliari).

Oggi, lista alla mano, una signora del gruppo accoglieva gli utenti, controllava il nominativo, lo spuntava dall'elenco e consegnava la borsa.
Nel mentre, abbiamo iniziato la riunione con gli integranti del gruppo e tutto filava liscio con i vari punti dell'ordine del giorno, fino a quando...
...è entrata una signora, dall'aria spaesata.
Visibilmente "borracha" (ovvero ubriaca).

Incontrare persone ubriache durante il giorno è una cosa a cui ormai mi sono (quasi) abituata qui a Cochabamba, ma quando sono donne mi fa sempre un po' strano, per di più in questo caso era anche anziana.

Il nominativo della signora era nella lista, quindi teoricamente avrebbe avuto diritto alla sua borsa di viveri, ma la sua condizione "alterata" ha fatto sì che il gruppo le abbia detto di ripassare la settimana successiva, destando una reazione di rabbia da parte della signora.
Ha iniziato ad accusare il gruppo di non fare il proprio dovere, ha detto piangendo che non avrebbe saputo cosa mangiare se non avesse ricevuto questa borsa di viveri (e il gruppo ha replicato che se lei ha trovato i soldi per comprare da bere, di sicuro troverà i soldi per procurarsi del cibo), ha poi ricordato che erano mesi che non veniva a ritirare la sua borsa e che quindi ne aveva diritto a tutti i costi. Ha minacciato di non andare via dalla stanza.
Insomma, a metà ha anche ammesso di aver bevuto (dopo averlo negato per un bel po' di tempo). 
 
Io in tutto ciò vedevo:
  • da una parte un gruppo che aveva preso una posizione, ovvero il fatto di aiutare sì, ma a certe condizioni;
  • dall'altra parte un'anziana fuori di sè, ma che reclamava per un suo diritto, in quanto facente parte di una lista.
La situazione stava degenerando, fino a quando è arrivato un prete che l'ha saputa gestire:
ha preso in disparte la signora, le ha parlato con molta cura, l'ha convinta ad andare fuori a parlare con lui.
Poi è tornato, ha detto al gruppo di darle comunque una borsa di viveri in quanto sarebbe stato l'unico modo per far sì che la situazione non peggiorasse. 
La signora, dopo aver ricevuto la borsa di viveri dal prete, è poi rientrata nella stanza, si è scusata per aver alzato la voce, ha ringraziato e se ne è andata.

Il prete ha spiegato al gruppo che in queste situazioni non bisogna mai porsi "contro", ma assecondare, evitando lo scontro, per poi affrontare il discorso con la persona interessata in un momento in cui lei è lucida.

Il focus della riunione è quindi diventato:
Fino a quando un aiuto è dovuto? 
 Ci sono dei limiti nell'aiutare?
 E ancora: 
aiutare sempre e in modo indiscriminato è assistenzialismo o è giustizia?

Il prete ha affrontato questa riflessione portandoci la sua testimonianza di vita, 
dicendoci poi che è nostro compito aiutare, e che il modo in cui vengono usati gli aiuti che si danno dipende da chi li riceve, noi non abbiamo molto potere su questo e non sta a noi giudicare.

...e io come mi sarei comportata?
...e voi
  
A presto,
Lucia 

lunedì 4 luglio 2016

"Vi farò pescatori di uomini.. e di donne"

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Giovedì scorso mi sono fermata nella comunità di padri marianisti nostri vicini di casa per pregare insieme a loro il vespro. Ero l’unica donna insieme a quattro consacrati. Niente di strano, se non che verso la fine della preghiera c’era un versetto che diceva più o meno "come Simone, che Egli fece pescatore di uomini…" e dopo un paio di secondi di esitazione, il giovane brother, incaricato della lettura, ci ha tenuto ad aggiungere “pescatore di uomini.. e di donne!”.
Questo gesto ha suscitato un po’ l’ilarità generale perché sapevamo bene che in quel momento men significava genere umano piuttosto che uomini (intesi come sesso maschile), ma ho apprezzato la volontà del giovane novizio che, un po’ ingenuamente, ha deciso di aggiungere quella parola, “women”, in virtù della mia presenza femminile lì.. Non so se perché altrimenti mi sarei potuta offendere, o semplicemente per cortesia.. ma comunque l'ha fatto e l'ho ringraziato!

Andando oltre l’episodio in sé, s’intuisce come la questione del genere in Kenya sia molto importante e molto sentita, almeno dal punto di vista formale. Grazie alla Costituzione del 2010 sono state istituite nel Paese, specialmente in alcuni settori (come quello della politica, da sempre ambiente solo per uomini) le quote rose, e l'attenzione al cosiddetto gender balance e gender parity è sempre molto alta, specialmente negli uffici pubblici. È sancito dalla Costituzione, quindi è sacro. 
Però - e non voglio scatenare l'ira dei giuristi - una costituzione protegge le minoranze; una legge è creata per riempire un vuoto normativo o per regolare (in questo caso tutelare) qualcosa che in natura non è regolamentato. Quindi le donne sono tutelate dalla Costituzione. Il che, porta alla conclusione che qui, ma come altrove nel mondo (e non pensiamo che nel nostro Paese occidentale civilizzato spesso sia tanto diverso) le donne siano ancora una minoranza da tutelare.
Non sto partendo con un’arringa femminista (e pure se fosse considerata tale, amen), ma ci sono delle cose che veramente mi fanno incazzare - e concedetemi questa parola perché rende meglio il mio stato d'animo!!!
La cosa più recente è che stamattina, nel matatu, mentre dicevo al conducente che mi doveva del resto perché mi aveva fatto pagare ingiustamente di più, lui letteralmente mi ha IGNORATO. Io parlavo, e lui faceva finta di niente, come se io non esistessi.. e perché?! Perché ero una donna!!
Così come quando, in questi mesi, moderando dei workshop sul gender tra i giovani, ho sentito che la donna deve occuparsi della casa e dei bambini, che deve andare a prendere la legna per il fuoco perché per l’uomo sarebbe uno scherno agli occhi della società, che si paga la dote alla famiglia della donna per averla in moglie, che un uomo deve sposare una donna molto religiosa perché le preghiere delle donne arrivano prima di quelle degli uomini, che se anche una donna si smazza dalla mattina alla sera, si sveglia prima del marito e va a letto dopo, è lui che porta la pagnotta a casa e che quindi è meritevole di maggiore rispetto.
In alcune tribù, se nasce un maschietto si fa festa per giorni, ad una femmina non sono riservate altrettante attenzioni. Se sei una donna e fai parte di una famiglia povera, probabilmente i tuoi genitori ti spingeranno a prostituirti (ma qui possiamo aprire un capito a parte) per portare un po’ di soldi a casa. Se non ci sono abbastanza soldi, tra un fratello e una sorella, il prescelto per la scuola è l’uomo. In alcune parti del Kenya è ancora alto il livello di matrimoni precoci, le donne sono ancora sottoposte alle cosiddette mutilazioni genitali tipo l’infibulazione, la moglie serve a procreare, è di proprietà della famiglia dello sposo (perché se muore tuo marito vai a vivere sotto lo stesso tetto di tuo suocero) e la lista potrebbe essere ancora più lunga..







Tuttavia si sa che le donne sono più responsabili degli uomini ed è ampiamente riconosciuto, almeno nella cooperazione internazionale, che molti progetti riescono meglio se gestiti da donne. Ma, spesso,  purtroppo, le stesse donne, non sono coscienti dei loro diritti.




L’8 marzo ho marciato con alcune di loro per strade di Mombasa. Non sono solita a espormi così tanto: in Italia non ho mai partecipato ad una manifestazione, perché probabilmente non ne sentivo l’urgenza, per quanto, e chi mi conosce lo sa, sia sensibile a certi temi.
Ma qui.. qui tutto ha assunto un altro significato.!!



Quest’anno l’ho sperimentato più volte sulla mia pelle: se parlo, spesso non mi ascoltano, o mi ascoltano dopo, e non perché parli troppo e risulti fastidiosa (potrei capirlo e anche condividerlo) ma perché sono una donna, e, a volte, mi salva solo l’essere bianca.. 
E per me il diritto di espressione è sacrosanto!



Qui ho incontrato molte donne valide, che si battono per il loro diritti e non hanno paura ad esporsi. Però nascere donna in molte parti del mondo è ancora considerata una sfortuna e io proprio non ce la faccio ad accettare questa idea!


Mi piacerebbe che la forma istituzionale diventasse sostanza; mi piacerebbe che le tante parole di cui si riempie la bocca, ovunque, fossero realmente tradotte in azione; e non pretendo di essere eguagliata a un uomo, perché per me la diversità è ricchezza, ma io pretendo, o quanto meno mi auspico, di avere le sue stesse possibilità.

Insomma, qui si sconfina e si va in un discorso più ampio che riguarda un valore per me fondamentale: quello della LIBERTA'! Io vorrei semplicemente vivere in una società dove ci sia la libertà di poter scegliere per me che donna essere. 
E, ancora oggi, questa libertà è spesso negata. 
Non cerco vittime e colpevoli e non ne faccio una questione puramente di genere maschile o femminile, quanto piuttosto una questione di.. umanità!! La strada è ancora lunga e, appunto, non riguarda solo le donne o gli uomini come entità separate: riguarda tutti, indistintamente. 
Io di risposte non ne ho, ma come donna, come cittadina, come cristiana e cattolica, mi sento di affermare che, probabilmente, solo educandoci reciprocamente al rispetto della DIGNITA' UMANA possiamo sperare in una società più equa, dove per equità, intendo, ancora una volta, l’accesso alle stesse possibilità. Sta poi a me decidere, cosa farne. Ma a queste possibilità devo poterci arrivare.

Angela


sabato 2 luglio 2016

Un cowboy nell'armadio

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In camera ho un armadio bianco. È molto grande, copre la superficie di quasi tutta la parete sinistra della stanza. Cinque ante, due ripiani, quattro cassetti e un sacco di mensole. La prima volta che l’ho visto è stata ormai quasi un anno fa, quando vagavo di casa in casa nell’afoso agosto patavino, alla ricerca di un posto dove stare per iniziare la mia avventura da universitaria fuori sede. Sinceramente non l’avevo neanche notato, questo armadio, dopo il quarto appartamento ispezionato nel giro di una sola mattina. E la prima volta che l’ho dovuto riempire non è stato uno scherzo: “Allora Marti, io prendo i due cassetti sotto e tu i due sopra?” “Sì e tu il ripiano sopra e io quello sotto” “Perfetto! Cavolo aspetta, ma abbiamo solo tre grucce?”


Piazzi i calzini in fondo al cassetto. Dopo capisci che non ha senso che stiano dietro le coperte di cambio:  quelle non le usi mica tutti i giorni. Riponi le camicie sulla mensola in alto in alto, ma poi ti rendi conto che neanche le vedi e ogni mattina è una scommessa sapere quale sta in cima alla pila.

Mettere la cosa giusta al giusto posto. E aprire al momento giusto il giusto cassetto.

A volte mi sembra che la vita funzioni come un armadio. 
Hai un certo numero di spazi e sta a te decidere come disporre le cose. Se mettere lo studio nell’anta grande o in quella piccola. Se impilare la famiglia sopra gli amici o viceversa. Poi compri un nuovo cappello e decidi di metterlo a lato della sciarpa, così come inizi un nuovo corso di Zumba e lo metti di fianco al portar fuori il cane. Magari alcune magliette ti hanno stancato, proprio come la pallavolo, e decidi di cacciarle nell’angolo per far posto a canottiere nuove. Per non parlare dei catastrofici cambi di stagione: preso da foga maniacale prendi e sbatti tutto il guardaroba invernale in puzzolenti scatoloni di plastica finchè non passa questo caldo infernale. Come quando non superi un esame o litighi col fidanzato e hai una gran voglia di buttare tutta la tua vita in un sacchetto di plastica senza neanche metterci un foglietto profumato dell’Ikea.


Non è facile gestire un armadio. Io ad esempio sto imparando solo ora a chiudere le ante. Il mio ragazzo mi rimprovera sempre ogni volta che vede che le lascio socchiuse. Anche nella vita trovo difficile aprire un cassetto alla volta: aprire, chiudere, aprirne un altro, chiuderlo. Mi lascio prendere dall’entusiasmo e voglio fare tutto, scegliere sia i pantaloni che le mutande in contemporanea così va a finire che mi vesto un po’ a caso. Però a volte è difficile affrontare le cose con ordine, dare priorità ad un impegno e solo dopo prestare attenzione allo scaffale!

Adesso fremo per aprire lo sportello grande anche se è ancora tempo di concentrarsi sul cassetto degli esami. Ma non resisto più! C’è qualcosa lì dentro che mi sta chiamando. Mi chiama da tutta la vita forse. Anni fa era solo un sussurro, il brusio dei folletti che vivono tra la polvere e i guanti. Poi è diventata sempre più intensa, profonda, e da anni riecheggia incessante dai visceri del mobile. Solo pochi mesi fa mi sono convinta a darle retta e ho preso la decisione di partire per un Cantiere della Solidarietà con Caritas Ambrosiana, ad Agosto, in Libano.

Alcuni la chiamano “vocazione” per il volontariato, un po’ come quella che ti spinge ad entrare in seminario. Ecco, direi che una voce in un mobile non è esattamente comparabile alla Voce di Dio. Però in effetti io sento qualcosa che “vocat”. È qualcosa di più simile a una di quelle dichiarazioni sibilline mistico-esistenziali che rivela il cowboy dai baffi bianchi nei film americani. Non sai bene come interpretarle, ti lasciano lì un po’stranito a guardare il vecchio che galoppa verso il deserto. Razionalmente non le comprendi. Ma una parte di te le capisce eccome. Non viviamo soltanto pensando, nella vita non prendiamo solo scelte sensate. Perché dopo mesi di studio non preferisco lucertolare sotto il sole? Non lo so! Ma è quello che voglio, che provo, sulla mia pelle.


Non so spiegare logicamente perché lo faccio, non riesco a dare una risposta sensata. Posso dire perché non lo faccio però: non lo faccio perché penso di poter salvare il mondo. Non lo faccio tanto per fare qualcosa di alternativo. Non lo faccio per amore del rischio, né per far vedere come sono coraggiosa ad andare nel Paese vicino alla guerra Siriana, né per farmi ammirare ben che meno compatire. Non lo faccio neanche perché spero di cambiare la vita a qualcuno.

Però lo faccio. E lo facciamo in tanti.
Forse è questo che conta.

Magari dentro quest’armadio non troveremo Narnia, ma il cowboy mi ha detto che non ci deluderà.

Cla :)