martedì 12 gennaio 2016

un Anno Unico e Speciale per ME: la mia quotidianità “Cafassiana”

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Inizia un altro anno, un nuovo anno: il 2016!
Come mi ha fatto notare il mio OLP (Operatore Locale di Progetto), quest’anno non è uno qualsiasi ma è speciale per me: sto vivendo in un altro continente, con un ragazzo che fino a tre mesi fa non conoscevo neanche e sto collaborando con St. Joseph Cafasso Consolation House, servizio che ho conosciuto tramite la lettura del progetto per il Servizio Civile all’Estero ”Impronte di pace 2015”.
Ho celebrato a Nairobi la fine dell’anno 2015 e l’inizio del 2016 in un pub vicinissimo a casa nostra a Kahawa West: abbiamo aspettato la mezza notte e poi alzato in alto la bottiglia di Tusker per festeggiare insieme ai locali presenti. In quel momento non ho prestato molta attenzione al fatto ma, ripensando ora a tutte le possibilità che avevo, ho portato avanti la mia decisione di spendere questo unico anno speciale per me nel luogo in cui ho scelto di vivere questa esperienza: il Servizio Civile all’Estero.
Il presepe...

e l'albero di Natale!

















 I primi giorni qui in Kenya mi sono stati utili per riambientarmi e per iniziare con calma a riprendere il ritmo sostenuto i due mesi precedenti.
Sono rimasta molto colpita in positivo su come abbiamo ritrovato la casa: pulita, in ordine e soprattutto con poche blatte (timore che avevo, non da sottovalutare!).
Già il 1° e 2° giorno del nuovo anno siamo andati per qualche ora a Cafasso per salutare la staff ed i ragazzi e farci aggiornare un po’ sulle novità e sui cambiamenti in atto. Un elemento che mi metteva un po’ in agitazione era il cambio di house-mother che, nonostante tutto, si è rivelato positivo in quanto la nuova donna sembra gentile, disponibile ed efficiente, oltre che ciò mi ha “spinto” ad avere una relazione di intermezzo tra i ragazzi e la nuova house-mother in quanto ho una, seppur minima, maggiore esperienza nel servizio e conoscenza dei ragazzi stessi.
Lunedì 4 gennaio abbiamo iniziato a pieno ritmo i lavori a Cafasso: qualche ora ad inizio giornata (tra le 9 e le 11) in shamba a vangare affianco ai ragazzi che, nel tempo in cui io vango una parte di aiuola, loro ne fanno il triplo rivoltando molta più terra della sottoscritta; poi pausa tè o porrige e altre due orette di lavoro ancora in shamba o a tagliare l’erba per le mucche, sfruttando l’ombra della stalla, o a dipingere la nuova casa degli ospiti.
Dopo pranzo, invece, visto il caldo prepotente, cerco di stare con i ragazzi che si dividono: chi dormicchia o si riposa in stanza, chi va in classe a leggere o a disegnare e chi va sotto l’albero di mango a giocare a carte.












Sono soddisfatta in quanto mi sento più libera di condividere anche i momenti di svago con i ragazzi, di porre loro domande anche sul loro passato e di scherzare o giocare a carte con loro anche se capisco ben poco in quanto tra loro parlano Swahili. Al contempo sono contenta di me stessa in quanto mi sono rafforzata fisicamente: prima di Natale non riuscivo a finire di vangare nemmeno una linea, mentre ora a intervalli riesco a farne anche molteplici; non riuscivo neppure a tagliare l’erba con una macchina specifica invece, questa settimana, sono riuscita anche per un po’ di tempo ad usarla dando il cambio ad un ragazzo che stava morendo dal caldo e dalla fatica.

Mi sento appagata anche perché i ragazzi ultimamente vengono a chiedermi cose non solo relative alla cucina e provano a coinvolgermi maggiormente nei lavori che prima non osavano nemmeno propormi (es. tagliare l’erba con la macchina).

Così come per me, anche tutti i bambini e i ragazzi frequentanti la scuola hanno iniziato un nuovo anno scolastico.
È stato molto bello ed emozionante vedere come, sebbene la cultura di base sia differente così come le usanze, il primo giorno di scuola (lunedì 4, martedì 5 o mercoledì 6, in base alle diverse scuole) i genitori hanno accompagnato i propri figli a scuola. L’immagine che ho davanti agli occhi è di mamme e/o papà che camminano sulla stradina sterrata all’interno del Kamiti compound con in spalla la cartella/zainetto del proprio figlio e lo accompagnano tenendolo per mano così da condividere questo importante momento per loro. Mi sono venuti in mente i miei primi giorni di scuola, così come il mio primo giorno a Cafasso.
Qui in Kenya, il sistema scolastico è differente dal nostro per cui l’anno scolastico inizia nel mese di gennaio per poi terminare nel mese di novembre dello stesso anno con lo svolgimento di una prova d’esame, qualora si debba passare dalla scuola di primo a quella di secondo grado o all’high-school o si cambi concretamente scuola. Gli studenti hanno una pausa di una settimana ogni tre mesi, quindi a marzo, giugno e settembre e le nostre “vacanze estive” corrispondono al periodo tra metà/fine novembre a inizio/metà gennaio. Per ultimo, ma non meno importante, e che ci ha piuttosto spiazzato è il fatto che gli esiti degli esami vengono fatti pervenire agli studenti, anche universitari, dopo circa tre mesi dalla data effettiva dell’esame quindi lo scolaro se deve passare di grado scolastico ha solo qualche settimana per decidere in quale scuola andare poi o se deve ridare l’esame stesso dopo qualche mese o l’anno successivo.
Un abbraccio, 
Ire




P.S. Pitturando qualcuno è diventato più bianco di noi!!! J


venerdì 1 gennaio 2016

World Peace Day "Indifference is the biggest obstacle"

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Now that I'm back home in Italy and I'm spending some precious time with my family I cannot stop reminding myself of how fortunate I am to be able to do so, and to be surrounded by kind and supportive souls.

On this special occasion my thoughts go to the lovely people I met in Lebanon, girls and kids who live in the shelters where I work in Beirut and surroundings.

Dbayeh Palestinian Refugee camp, UNRWA

Even if I wish they all managed to go back to their countries, even if I wish everyone obtained their refugees visa, I know I cannot be naïve. Many of them are still there in those shelters. The majority is still waiting for their papers to be issued, waiting for their file to move forward, waiting for their case to be successful in court.. The word that resonates in their mind is WAITING...


"Waiting...It feels like being in prison"


And you, what are you waiting for? Is it something of this magnitude? Are you perhaps waiting to return to your beloved country? Or for a deadly war to cease?
If you are reading this post then the answer is most likely no. You are probably thinking of some new year resolutions that are from a different world, a completely different reality. Lose weight? Quit smoking? Join the gym? Save money? Better job?
Hey, I'm not blaming you for these, of course no.. I'm writing about such inconsistency just to make us reflect about it all. This is the world we live in, a world full of contradictions. However, we cannot be still, pretending what's happing outside of our box doesn't exist, that what you see on social media ceases when you turn off the tv. We need to talk about it. It's up to us to become a connector between very different worlds, very different realities. This is what I'm trying to do now: to bring testimony of the experience I live daily in Lebanon so that you can remind yourself to smile at the life you have, instead of worrying about superfluous things. And more importantly that those less fortunate need some proper consideration!

Before leaving Beirut to come to Milan I had a special day with the girls of one of the shelter. My colleagues and I organised a fun day of activities and games, a Christmas party. The ladies were very excited, some of them put make up on, they wore the best dresses they had; everything was done in order to forget for a day where they live, to put on stand by their problems and to just cherish for the time being.
In this one big room where everything happens we organised the party. We moved the chairs and we reshuffled them so to recreate a stage. A Christmas tree and the nativity scene were remembering the ladies that even though they think time has stopped in that one shelter, the world around them keeps moving fast, with the seasons changing and the festivities coming.

Girls from Kenya and Togo performing a typical dance

As soon as the music started Sarah, Mary, Ridjet, Akoss, Maribel etc..put their beutiful smile on their joyful faces. We played a variety of games, some girls told a few Christmas poems, other set up the live nativity scene, and we all danced, yes we danced.
The food that the director of the shelter prepared was once again amazingly tasty; her way of mixing and balancing species to create a unique taste is impressive.


A well deserved lunch

It was a simple day but it is often the simplest things that bear the purest, honest joy. Seeing these young girls that happy made me feel like what I'm doing, even thought of a simple nature, it is not in vain.





Customs and traditions- Ethiopia


"Learning english is useful for my future and makes me feel like time is running faster"



As Pope Francis said in the Angelus today INDIFFERENCE is the biggest obstacle to peace; it makes us only thing about ourselves and therefore it creates barriers, fears and closures of mind and heart. We should try to awaken to the injustices and suffering of our brothers and sisters, starting from those living in our cities, next door. We need to overcome a "globalisation of indifference" to dream of a more peaceful world.

This post is for those less fortunate who spent Xmas away from their beloved ones, for those who find it hard  to celebrate and those who had to flee their warm homes because of conflicts... On a similar note this post is dedicated to those suffering from the many injustices our world is facing today.

May peace prevail in the year ahead, may human kind stop hurting our Mother Earth.

Not everyone is lucky enough to smile today.
So keep smiling and keep reminding yourself how beautiful life is.
Be grateful for it, at every breath you take.

Happy new year!
Michi :)

domenica 20 dicembre 2015

I COLORI DEL PERCORSO

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Tutte le mattine lasciamo la nostra abitazione a Kahawa West e, camminando per circa venticinque minuti, raggiungiamo la Cafasso house, luogo dove prestiamo servizio. Lasciandosi il cancello alle spalle la prima cosa che si nota sono i grigi palazzi, daltronde è una periferia, fatti di blocchi di cemento. Unica cosa che spezza il cupo grigio delle costruzioni sono i vestiti stesi sui balconi ad asciugare.Svoltato l'angolo si continua per la strada in terra battuta tra i primi baracchini che vendono un pò di tutto e mucchi di spazzatura che brucia, qua è cosa normale accumulare la spazzatura ai bordi della strada per bruciarla.


In soli cinque minuti oltrepassato un parcheggio per matatu (tipicamente bianche con una striscia gialla nel mezzo) ci si addentra nel mercato, qui colori ed odori si sovrappongono. Ci sono frutti che vanno dall'arancione, come il mango, al viola ,come il passion fruit. Sono presenti materiali per la casa dai colori più svariati, rosa, arancione o azzurro. Le pentole di tutte le dimensioni color metallo che riflettono il sole. Poco dopo dal mercato si passa alla strada principale sempre circondata da appartamenti che ,a differenza delle stradine secondarie, al piano terra contengono negozi di ogni tipo, materiale elettrico e meccanico, macellerie e supermercati, ristoranti e rivenditori di telefonia. I colori che troneggiano lungo questa strada sono il rosso delle insegne dei ristoranti, insegne marcate coca-cola, e il verde delle insegne Mpesa e Safaricom ovvero la compagnia telefonica che domina l'economia keniota, addirittura lo stadio principale è marcato Safaricom.

Strada principale
Ai bordi delle strade ci sono pozzanghere color nocciola, è periodo di forti piogge, da quando sono in Kenia non ho ancora visto il vero colore dell'acqua.

Cava di pietra 
Dalla strada principale ci si addentra nel compound dei carceri, un breve saluto alle guardie nella casetta di lamiera all'ingresso e subito ci si trova immersi in enormi campi di fagioli, crescono rapidi, si vedono solo loro per centinaia di metri. Questa è la zona più pacifica dei dintorni, ebbene sì, proprio il compound delle prigioni.


Poco dopo sulla destra vi sono le costruzioni che compongono il YCTC, un carcere minorile, davanti a queste costruzioni vi sono i campi di mais e sukumawiki dove lavorano i ragazzi con uniformi blu notte. Ci salutiamo sempre.
Passato il YCTC ci si addentra in un complesso di casupole alcune di cemento altre di lamiera prima di raggiungere la medium prison, dove ci sono persone con pene fino a dieci anni. Molti dei arcerati lavorano fuori, tagliando erba o sistemando le strade del compound. La maggior parte delle guardie li osserva mentre smanetta con gli smartphone.
Ora manca poco, un boschetto di alberi sottili sulla destra, e sulla sinistra il grigio muro alto una dozzina di metri della Maximun prison, fatto di pietre e cemento.
In breve si raggiunge la Cafasso house accogliente come sempre, muro giallo e verdi campi con varie coltivazioni.

E' un piacere stare qui, un'altra giornata ha inizio...

venerdì 18 dicembre 2015

Indonesia: Batik solidale

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Manca ormai poco meno di un mese al nostro rientro di metà servizio in Italia e ci stiamo muovendo per promuovere una piccola raccolta fondi, durante il mese di Gennaio quando saremo a casa.

Durante questi mesi abbiamo lavorato presso Caritas Sibolga, con sede a Gunungsitoli, piccola città principale sull'isola di Nias. 
L'idea che abbiamo proposto è stata quella di riuscire - tramite la vendita di borse realizzate artigianalmente in tessuto batik dalle ragazze che hanno frequentato il corso di cucito attivo presso il Caritas Centre (sono sei i corsi attivi attualmente: cucito, ricamo, trucco tradizionale, meccanico, computer e cucina) - a finanziare l'organizzazione delle attività sociali organizzate proprio dai corsisti presso strutture quali orfanotrofi o case di riposo sul territorio di Gunungsitoli.

Parallelamente, insieme alle ragazze ospiti del centro di riabilitazione Fodo, gestito da un gruppo di Suore Francescane, abbiamo realizzato zainetti e piccoli astucci, il cui ricavato dalla vendita sarà utilizzato per terminare i lavori di costruzione di un parco giochi per bambini, adiacente alla struttura.

Il nome della pagina Facebook che abbiamo creato è Batik solidale https://m.facebook.com/Batik-solidale-684731858296436/
Se vi piace qualcosa e volete aiutarci in questa avventura contattateci pure tramite Facebook, durante il mese in cui saremo a Milano potremo incontrarci per la consegna. 

Un caro saluto a tutti!





giovedì 10 dicembre 2015

"Quanto dista Roma dall'Italia?"

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sei sposata”
quanti figli hai?”
quanto dista roma dall'Italia?”
ma da voi ci sono gli street children?”
davvero c'è disoccupazione in italia?”
ci sono le sirene da voi?”
ma anche tuo padre è mzungu(bianco)?”

Queste sono alcune delle tipiche folli domande che ci vengono fatte da quando siamo arrivate. E il problema è che è difficile rispondere. Se fossi in Italia magari riderei al solo sentirle, ma qui alcune non fanno poi tanto ridere. Però queste domande, e le relative risposte rappresentano un incontro. 
Mi sono interrogata spesso sul senso di cultura intercultura intracultura ma, come dire, finché non ti trovi nel mezzo a tutta questa roba non capisci fino in fondo. E tutt'ora continuo a chiedermi: cos'è la cultura? Che forma ha? È come uno zaino di cui ci portiamo il peso sulle spalle o come un paio di occhiali attraverso i quali guardiamo il mondo o come un corso d'acqua che cambia continuamente forma ma viaggia sempre sullo stesso percorso. Certo quest'ultima immagine sembrerebbe la più adatta all'incontro con le altre culture (immagino dei corsi d'acqua che si incontrano si mescolano si ridividono). E' anche vero però che l'acqua è un elemento troppo libero per paragonarlo ad una cultura che a volte sembra più una corda.

Ci provo con tutta te stessa ad essere priva di giudizi ad abbracciare la cultura che mi ospita con estrema umiltà apertura e voglia di imparare ma, ogni tanto, non posso fare a meno di arrabbiarmi, imbarazzarmi, sentirmi frustrata, spiazzata, meravigliata o senza parole. Quel poco che ho capito da quando sono qui è che devo togliere i miei occhiali e cambiare modo di vedere le cose. Ogni volta che mi sembra di aver capito qualcosa, sono costretta a cambiare direzione di pensiero e ricominciare il ragionamento da capo.

Ad esempio, una questione che mi ha profondamente spiazzato nonostante la mia preparazione, e mi fa salire una rabbia folle, è il convivere con bambini che vivono in strada. Gli street children. La società, la comunità, il vicino di casa, io stessa e il mondo intero, chiunque dovrebbe avere il dovere in quanto essere umano di aiutare e prendersi carico di un bambino che non ha una famiglia e un posto dove stare.
È contro natura per il mio modo di pensare, e invece qui è il quotidiano. E questo vale per gli slum, la gente che vive nelle discariche e molte altre forme di povertà estrema che si trovano qui. E questa povertà qui convive a braccetto con il lusso o comunque con certi stili di vita a là occidentale. Tra questi estremi ci sono io che non riesco a collegarli, non sono capace di capire come possano coesistere. Anche da ciò ho capito veramente quanto la nostra etica sia strettamente collegata alla piccola realtà nella quale viviamo. Molto probabilmente non devo capire, solo accettare questa realtà così com'è, ma anche questa non è cosa da poco.

Poi per esempio rimango colpita, non in senso negativo, dalla apparente inerzia di molti uomini che se ne stato tutto il giorno fermi sdraiati da qualche parte o a giocare a dama. È strano da vedere per me che vengo da una società nella quale se non corri sei un vagabondo, uno scansa fatiche, un poco di buono. Da noi tutto è scandito da orari: quelli delle lezioni, del treno, del cinema, del lavoro...
 Qui il tempo ha un senso diverso e quando provo a pianificare qualcosa c'è un imprevisto che fa sballare i miei piani. E anche la reazione della gente alle avversità è una cosa che mi stupisce enormemente. E non sto parlando di fatti gravi, solo di cose semplici della vita di ogni giorno: l'autobus che prendi fa un incidente, si incaglia in una delle immense voragini della strada, viene fermato dalla polizia che fa scendere tutti oppure si ferma in mezzo al niente tra Malindi e Mombasa e non riparte più (parlo per esperienza personale...). 
Ecco la gente in questo caso che fa? Niente. Si ferma e aspetta che tutto si risolva. Nessuno urla, nessuno impreca, nessuno perdere la pazienza. Tutti aspettano che la situazione si risolva. Perché qui in Africa prima o poi sembra trovarsi una soluzione per tutto. E le attese vuote sembrano non dar fastidio proprio a nessun mentre a me hanno sempre creato una certa dose di ansia.

In ultimo, mi meraviglia la città in cui vivo. Mombasa è un luogo dalle mille facce che mi stupisce in continuazione. Giri l'angolo e sembra di stare in Medio Oriente, poi nella savana africana, in un villaggio masai, in un resort extralusso di qualche isola caraibica, di fronte alla peggiore discarica o in India a pregare in un tempio indu. Qui convivono 42 tribù con altrettante lingue diverse e un discreto
numero di religioni e usanze religiose diverse, tutte le gradazioni di pelle che si possono immaginare e tanto altro ancora. E tutto ciò avviene in maniera naturale. Vedere queste interazioni ha su di me un effetto molto potente perché ritengo di appartenere ad una cultura generalmente omogenea e omogeneizzante. Lo società in cui vivo richiede la omologazione a valori, tradizioni e interessi comuni e poco differenziati. E l'integrazione è una parola spesso priva di significato concreto o comunque che contiene molti ambigui significati.

Per questo mi sento spesso in difetto, come se la mia cultura di appartenenza non fosse abbastanza allenata all'incontro con questo mondo e questo immenso agglomerato di culture, apparentemente schizofrenico ma, in un suo modo bellissimo, dotato di incredibile armonia. Riassumendo, il rapporto della mia cultura, qualunque forma essa abbia, è fatto di costanti contraddizioni, momenti bellissimi di incontro e meraviglia e momenti di forte rabbia e frustrazione. 




Sarà questa costante contraddizione che mi rende ogni giorno più affamata di stare qui. 

Mari

lunedì 7 dicembre 2015

Haiti: Giù al Nord

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"La prossima volta che mi parleranno di Salerno - Reggio Calabria sorriderò. Anche da questo punto di vista il Servizio Civile è terapeutico"

A metà novembre siamo stati per qualche giorno in trasferta nel nord-ovest haitiano. Anche se dell'Haiti che siamo abituati a vivere e vedere qui in capitale ha poco a che fare.
Partiamo dalla missione degli Scalabriniani in un bel gruppetto. Oltre a me, Laura e Marta ci sono Davide (SCE della Papa Giovanni XXIII), Elisa e Luca, suoi parenti. Special guest; don Claudio - fidei donum a Mare Rouge - e don Antonio, responsabile della pastorale missionaria della diocesi di Milano.

Foto di gruppo (quasi al completo) in pieno stile coloniale francese
In due ore arriviamo a Gonaives. Qui ci aspetta un cambio d'auto che ci accompagnerà fino a Mare Rouge. E' da questo momento che rivivo in prima persona tutto il tempo speso a giocare a Colin McRae Rally alla Playstation da adolescente! Davanti a noi quattro ore di viaggio su strade bianche con qualche lingua di asfalto qua e là....il resto è sterrato e vibrazioni !

Quando si dice che "l'importante è il viaggio e non la meta"....in questo caso entrambi! I paesaggi incontrati cambiano in successione come delle scenografie in uno spettacolo teatrale: zone sconfinate di verde, saline, zone più aride, tratti di percorso costeggiando il mare....per poi arrivare ad appoggiare i piedi sulla terra rossa.

I cosiddetti "bloquis" e "desord" della capitale sembrano un lontano ricordo. In queste zone al massimo si incontrano jeep e pickup fermi a bordo strada per cambiare pneumatico oppure camion che, oltre al materiale trasportato, danno uno strappo ad un folto gruppo di persone incastrato in ogni dove.

Dopo una veloce sosta a Tiriviere - dove abbiamo avuto modo di vedere la scuola e il dispensario da poco costruito - arriviamo alla parrocchia di Mare Rouge. Qua ad accoglierci ci sono altri tre fidei donum ambrosiani: don Levi, don Mauro e Madda.

Le persone incontrate al nostro passaggio sembrano accennare con maggiore disponibilità un saluto o una specie di sorriso. Saranno le dimensioni meno metropolitane dei villaggi da cui passiamo oppure l'abitudine a veder girare per le strade dei bianchi...chi lo sa?
Rimanendo comunque dei "moun blanc" (letteralmente uomo bianco...niente a che vedere con il famoso marchio di penne), siamo sorpresi nel sentirci rivolgere anche un "nou bel!" da parte di alcune donne impegnate a lavare i panni nel fiumiciattolo che stavamo guadando.
Il problema è che in creolo "nu" viene usato sia per la prima persona plurale sia per la seconda.

Ci piace vedere il bicchiere mezzo pieno e interpretarlo come un "siete belli!". C'è sempre una prima volta !




A Mare Rouge, oltre a trascorre un pomeriggio con i ragazzi della parrocchia, abbiamo avuto modo di conoscere l'Aksyon Gasmy: un'associazione costituita da volontari e professionisti haitiani (artigiani, fiseoterapisti, maestri) che seguono da vicino la realtà dei bambini con disabilità presenti in più villaggi della zona.

Il giorno successivo è già tempo di spostarsi. 




Dopo un'oretta di strada raggiungiamo Mole Saint Nicolas, località toccata dal nostro Cristoforo Colombo durante il suo viaggio verso le Indie.
Qui siamo accolti da una simpatica comunità di suore italiane provenienti da differenti congregazioni.

La domanda allora è sorta spontanea: ma quante congregazioni femminili esistono nella chiesa? Rimarrà un segreto o Piero Angela sarà in grado di dircelo prima o poi?

Al momento le suore di Mole si sono limitate a spiegarci le caratteristiche di ogni congregazione di appartenenza.
Misteri della chiesa a parte, la loro piccola comunità - situata in un luogo così bello ma altrettanto dimenticato di Haiti - ci ricorda l'importanza di vedere, in tutte le cose, prima ciò che ci unisce e successivamente ciò che ci rende diversi.

A Mole abbiamo avuto la fortuna di navigare  sopra uno splendido lembo di mare che separa le due piccole penisole, il cosiddetto canale del vento.


Giunti su una di queste due estremità abbiamo incontrato alcune persone che vivono in questo spazio lontano dal centro abitato di Mole. Sono famiglie che vivono per lo più di pesca.

Incontrando proprio uno di loro che stava rientrando con il carico di pesci tra le mani veniamo a conoscenza che la scuola presente nel villaggio non è più in funzione. I maestri se ne sono andati perché non ricevevano più lo stipendio. Chi può e vuole frequentare la scuola deve raggiungere il centro abitato di Mole....non proprio dietro l'angolo.


Con tanti pensieri nella testa facciamo rientro alla comunità delle suore. Giusto il tempo per un bagnetto e una foto di gruppo. Il giorno successivo, di buon ora, ci aspetta un bel viaggetto: direzione Port au Prince!


Matteo



sabato 5 dicembre 2015

PIU' VICINO AL CIELO

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Sono due mesi di Moldova, due mesi lontano da casa, due mesi di una nuova quotidianità che poi mi fa sentire a casa anche qui.
E, inevitabilmente, non riesco a non pensare a tutti quelli che una casa non ce l’hanno. Allora i miei pensieri si focalizzano sulle facce, ormai diventate familiari, di un gruppetto di senzatetto che tutti i pomeriggi aspettano da noi un pasto caldo; meglio se è una zuppa, che con questo freddo pungente  ti riscalda pure un po’. Nella mia testa li ho soprannominati “la famiglia dei Boschettari”, perché più che la mancanza di una casa, che anche quella è fondamentale, mi fa più paura pensarli soli, la notte, senza neanche un viso a cui pensare.
E confesso che a volte ci penso, alla classica domanda che nasce spontanea su tutti noi quando ci troviamo davanti ad una persona sporca, coi vestiti bucati e la barba troppo lunga: ma come ha fatto a finire in strada? Avrà fatto degli sbagli? Più di quanti tutti i giorni ne facciamo noi? (Che poi: chi giudica a chi giudica?)
La risposta non ce l’ho, e va bene così, magari un giorno saranno loro a raccontarmelo, ma solo perché lo vorranno. Magari non me lo diranno mai, ma per me è lo stesso. 



Nel frattempo mi fermo e mi metto a guardare i loro occhi vispi; negli occhi non c’è sporcizia, non c’è nessun abito bucato o una barba incolta. C’è solo un uomo. E mentre si avvicina con la mano tesa, non sono sicura che abbia fame solo di cibo. Mi piacerebbe mettere nel piatto anche una carezza affettuosa, un abbraccio caldo e un po’ di sogni per il futuro. E’ così bello poter permettersi il lusso di pensare al domani, chissà come se lo immaginano loro; e se provano paura o rassegnazione, non è proprio giusto: il futuro deve essere di tutti.

Mentre ha preso il suo piatto e si è seduto a mangiare, però, ho fatto un’altra scoperta: tra me e il Cielo c’è un tetto di mezzo, invece lui.. Lui è più vicino al Cielo!


I discorsi di due grandi

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Il Pontefice e Il Fundi: come parlare ai giovani
The Holy Father, His Holiness Pope Francis – il Pontefice – è venuto anche qui in Kenya dal 25 al 27 novembre ed anche i servizio civilisti presenti nel paese sono andati a sentirlo!!!
Venerdì 27 novembre ci alziamo di buona mattina, sebbene il discorso sia alle 10.00 e lo Stadio sia a soli 20 minuti di matatu da casa nostra: si prospetta un delirio nello stadio stesso e per strada. Fatto sta che alle 6.30 prendiamo il matatu ed effettivamente ci sediamo alle 9 dopo una serie di code e controlli, quindi la nostra previdenza è stata ricompensata.
Al contrario di ieri alla messa in Università, il Papa ritarda un pochino e prendiamo qualche goccia di pioggia, poi il cielo si apre ed esce fuori un sole bello caldo. L’atmosfera però è già calda, solare, gioiosa, armoniosa, felice di per sé: c’è musica; un uomo incita la folla in Kiswahili e ci si scalda facendo una serie di “ole” che partono da una parte dello stadio fino all’altra, da brividi sulla schiena per il perfetto coordinamento!
E, finalmente, il Pontefice arriva: mani in alto, folla in delirio… Dopo poco Papa Francesco inizia il suo discorso conciso, breve e verso mezzogiorno guarda l’orologio chiedendo a noi giovani se abbiamo fame perché è quasi ora di pranzo e quindi a breve concluderà il ragionamento.
Quello che più mi ha colpita dal discorso di Francesco è stata la sua chiarezza e trasparenza riguardo il tema della corruzione e del creare relazioni vere, concrete, di vicinanza.
La corruzione è ovunque anche in Vaticano; è qualcosa che mangia da dentro e le persone corrotte non vivono la loro vita in pace. [..] La corruzione non è un cammino di vita ma un cammino di morte. […] La corruzione è come zucchero, dolce, facile; ti piace, è ovunque ma alla fine ti rovina da dentro come il diabete e così anche il paese diventa diabetico”.
Questi sono alcuni appunti che ho preso direttamente allo Stadio Kasarani, confrontati con quanto scritto nel giornale settimanale The EastAfrican (November 28 – December 4, 2015).
E poi il Papa continua dicendo che le espressioni facciali, le parole, i sorrisi servono per comunicare anche con i bisognosi e le persone non accettate dalla società. Si sofferma sui giovani e sui bambini, così come sugli anziani, dicendo che ciascuno deve fare tutto in suo potere per difendere la famiglia e “Se non ricevi amore, dona amore; se sei da solo, cerca gli altri”.
Ecco che allora conclude chiedendo a noi giovani di prenderci per mano, tutti insieme, perché “Noi siamo tutti una nazione, e così è come i nostri cuori dovrebbero essere”.






Venerdì 4 dicembre, giorno come tutti gli altri, unica eccezione è che oggi si cercherà di portare a termine la costruzione della nuova stalla a Cafasso.
La campana che avvisa che il pranzo è pronto suona alle 12.30, ma nessuno dei ragazzi, contrariamente al solito, si muove dalla posizione in cui è: i ragazzi, i fundi (esperti/tecnici), Gianluca, Felix sono tutti a lavorare sotto la stalla cercando di sollevarla di circa un metro, un metro e mezzo dalla posizione di partenza. Non vedendo arrivare nessuno anche noi donne (House-mother, sister, Angeline ed io) e dopo aver preparato i piatti, ci rechiamo anche noi alla stalla per osservare il lavoro: tutti concentrati, ciascuno al proprio posto, un vero e proprio gioco di squadra perfetto.
Circa un’ora dopo, quando tutta la costruzione è messa a norma, il capo fundi comunica ai ragazzi che ora si può correre a mangiare in quanto molto affamati, ma che nessuno dovrà lasciare la sala da pranzo prima che lui dica alcune cose. La curiosità nasce in tutti, ma vince la fame: tutti di corsa in sala da pranzo!
Ecco che Waboni, così è il nome del capo fundi, esce dalla stanza da pranzo e vi ritorna con due casse: una piena di pane e l’altra di bibite in completo silenzio, la suspance e l’interesse aumenta.







Passa tra i ragazzi un foglio bianco con al centro un piccolo pallino nero e Waboni ci interpella chiedendoci cosa vediamo e rispondiamo: “Un pallino nero disegnato su un foglio bianco”.
Ecco che il fundi inizia, quasi come un grande saggio, a parlare: abbiamo visto e dedicato attenzione tutti subito al punto nero e il foglio bianco è stato tralasciato in secondo piano; questo è un po’ un paragone della nostra vita poiché la vita è come se fosse il foglio bianco pieno di esperienze da fare e vivere ma noi ci soffermiamo la maggior parte sui punti neri, ovvero quelle delusioni, quelle preoccupazioni e quelle difficoltà che ci preoccupano.
Quindi, tornando al foglio, i punti neri sono una parte insignificante del foglio ma questi occupano la maggior parte dei nostri pensieri quotidianamente, lasciando poco spazio ai momenti positivi; ci ha invitato quindi a dedicare maggior attenzione e cogliere prevalentemente il bianco rispetto al nero, le risorse degli altri in questo caso rispetto alle loro mancanze.













Poi Waboni ci ha mostrato un coperchio pieno di fango e ha chiesto cosa vedevamo, la risposta ovvia di tutti è stata: “Solo del fango”; invece muovendo il fango c’era al di sotto un pezzo di carta che sembrava un semplice foglio con delle scritte sopra ma, lavandolo con acqua, in realtà era una banconota. Ciò a significare che se non poniamo attenzione nelle e alle cose non ci accorgiamo nemmeno del loro valore e di come in fretta, solo con del fango, le cose stesse possono cambiare valore se non valorizzate.
La reazione dei ragazzi è stata di grande ed immensa sorpresa alla fine e di ascolto completo durante tutto il discorso del fundi!


Un abbraccio a tutti,
prestissimo ci si rivede!

Ire


martedì 1 dicembre 2015

Chi ha ragione? Ovvero Pacala e Tandala

3 commenti:
L’identità nazionale è una questione aperta in ogni Paese del mondo e la Moldavia non fa eccezione. Come si vedono i cittadini moldavi? Chi ha ragione?

Statua di Stefan cel Mare, simbolo della Patria Moldova
Alcuni si considerato moldavi al 100%, alcuni si considerano romeni,  altri ancora si considerano russi (e per questo non vogliono imparare la lingua romena, la lingua ufficiale della Moldova sin dal 1989). I primi pensano che la Moldavia abbia il diritto e il dovere di esistere come Stato a parte, i secondi pensano che sarebbe meglio per tutti riunirsi alla Romania, gli ultimi vorrebbero far diventare la Moldova un’appendice della (loro) cara vecchia Russia. Chi ha ragione?


Mappa della Transnistria
La Moldova ha al suo interno un territorio che ufficialmente fa parte della sua Repubblica ma che in realtà si è auto-proclamato Stato indipendente: la Transnistria. Poco importa se nessuno lo ha riconosciuto come Stato autonomo, questo Paese (?) si sente ancora troppo legato all’URSS o a quello che ne rimane, cioè la Russia attuale, per poter far parte della Moldova. Per questo la Russia finanzia le casse di questo “staterello” la cui economia, appunto, dipende de facto dai finanziamenti russi e dal traffico di armi (di cui la Transnistria è abile produttrice).

Questo territorio gode di leggi proprie, frontiere proprie, moneta propria. I suoi cittadini hanno la carta d’identità transnistriana ma, a livello internazionale, sono considerati cittadini moldavi. Le loro automobili hanno la targa transnistriana, possono circolare (perché tollerate dalle autorità) sul suolo moldavo ma non possono assolutamente andare all’estero (ufficialmente, quella targa non esiste). La Moldova rivendica l’appartenenza di quella regione, la Russia invita i propri cittadini ad andare in vacanza e, magari, trasferirsi in Transnistria per aumentare la propria influenza. Chi ha ragione?

Bandiera "ufficiale" della Transnistria

Targa della Transnistria





Difficile capire una volta per tutte chi ha ragione, ma ci si prova.


Nel frattempo riporto qualche storiella di Pacala e Tandala, due personaggi tipici della letteratura Moldava. Sono i classici furbetti/ladruncoli ma, in fondo in fondo, bonaccioni che ispirano sempre la simpatia del lettore. Chissà mai che non possano aiutare a capire meglio la realtà moldava?

Il ricco è ricco dappertutto
Viveva una volta in un paese un uomo rispettabile. Un bel giorno – non si capisce come e perché – si ammalò e i famigliari lo trovarono morto stecchito nel suo letto.
Gli fecero il funerale e lo portarono al cimitero. Ma al momento di calarlo nella fossa avvenne un miracolo: il morto si alzò dalla tomba, si fece il segno della croce e incominciò a raccontare tutto quello che aveva visto nell’altro mondo.
Che cosa era successo? Come mai? Aveva perso i sensi.
Ora, la moglie del più ricco del villaggio venne a sapere che un uomo era resuscitato e lo mandò a chiamare. Lo fece entrare nella corte e gli domandò se avesse visto suo marito nell’altro mondo.
-          Eh! Signora mia, sì che l’ho visto quel riccone di tuo marito. È ricco anche là.
-          Bene! E che cosa faceva? – domandò la riccona, tutta contenta per il fatto che il marito era ricco anche nell’altro mondo.
-          Niente! Il tuo riccone giaceva su un letto di ferro in mezzo alle fiamme e non faceva nulla, mentre io, che anche lì facevo il servo, mettevo la legna per alimentare il fuoco. Vedi, un vero signore è signore dappertutto.

Illustrazione di Pacala e Tandala
Mi porta via il vento
Un ladro si intrufolò nell’orto per rubare un cavolo. Il padrone se ne accorse e lo colse sul fatto.
-          Ladro, cosa fai qui?
-          Il vento mi porta via e allora mi sono aggrappato a questo cavolo per non volare via.

Il servo arguto
Un possidente doveva decidere se tenere il servo per tutto l’invero o se licenziarlo. Nel cortile c’era un gatto e il padrone domandò:
-          Ehi, Pacala, guarda là in cortile cosa c’è?
-          C’è un gatto, padrone.
-          Ma no, Pacala, non è un gatto, è un orso.
-          Padrone, non può essere, io ci vedo bene, è un gatto vero e proprio, - rispose il servo, che non capiva le intenzioni del padrone.
-          Pacala, se insisti a dire che non è un orso ti licenzio perché non sei obbediente.
-          Bene, padrone, è un orso, ma è  piccolo.
Il padrone capì che il servo era arguto e gli fece il contratto per tutto l’inverno.
Quando venne la primavera, la stagione in cui i mungitori erano pagati bene, l’arguto servo volle mettere alla prova il padrone. Sul tetto della casa c’era lo stesso gatto del precedente colloquio e il servo disse:
-          Padrone, guarda, sul tetto c’è un orso!
-          Sei ubriaco, Pacala? Non è un orso, è un gatto.
-          Padrone, se non è un orso me ne vado e non lavoro più per te.
Il padrone, che aveva bisogno di un servo, rispose:
-          Hai ragione, Pacala, è un orso, ma piccolo.