sabato 24 giugno 2017

CANTIERE LIBANO 2017...e tornò con un falafel in mano (ovvero I nostri scali del Levante)

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Premessa: Arak per tutti a colazione (perchè il caffè arabo fa schifo)!

Ripenso con un sorriso a quando oggi, quasi per caso, mi sono ritrovato seduto al tavolo dei ragazzi che fra un paio di mesi partiranno per il Libano! Un gruppo dello strano e molto eterogeneo!

C'è chi, pur essendo pelato, ha portato come oggetto rappresentativo una spazzola! Chi, reminiscenza del passato, ha portato un tenero peluche di un orsetto che ha passato con lei la maggior parte della sua vita. Qualcun altro che, come segno di volontà e di forza ha deciso di rappresentarsi con una sigaretta elettronica. La schiettezza è rappresentata attraverso un cristallo di rocca, mentre la curiosità unita alla voglia di viaggiare attraverso un piccolo ciondolo di uno zaino.
Infine, “arriva” indirettamente anche l'oggetto di chi non c'era: degli occhiali, lenti per osservare il mondo.

Che cosa può accomunare queste persone così diverse? Perché hanno scelto di partire per il Libano? Che sia l'amore per l'ignoto e il fascino del Medio Oriente? Lo scopriremo assieme!! Qui da Bagdad a mare è tutto, INSHALLAH!!

Cantiere HAITI: prendi l'agenda, il tè, quel sasso e la farina...

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PREFAZIONE

Anche se è una delle cose più belle al mondo, non capita proprio tutti i giorni di trovarsi per preparare una partenza. Se poi la destinazione del viaggio è Haiti, l’adrenalina e la curiosità impazzano. 
Da un lato si cercano informazioni in ogni dove, dall’altro c’è la voglia di partire a Cuor leggero, pronte ad accogliere tutto quello che ci aspetta. 
Oggi però abbiamo deciso di condividere tra noi alcune linee guida, che pensiamo non possano mancare. Istruzioni di viaggio:
  • Prendi l’agenda. La tua solita Agenda, quella piena di appuntamenti. Chiudila, appoggiala sulla scrivania e dimenticati di scadenze ed impegni della vita cittadina. 
  • Prendi una bella confezione di Tè, ti aiuterà a condividere le esperienze con i tuoi compagni di viaggio. Ti darà l’occasione di fermarti a riflettere sulle emozioni che ti inonderanno. 
  • Sorseggiando la tazza di tè perditi a fantasticare su quel Sasso appoggiato sulla credenza; quella forma perfettamente tondeggiante ricorda quasi un piccolo mappamondo, ma con il vantaggio di non avere confini.
  • Non dimenticarti di portare con te la Farina e la pazienza del panettiere che fiducioso attende la magia della lievitazione. Nel frattempo avrai l’occasione di aspettare, dimenticando la solita devastante frenesia. 

Bene, gli elementi principali ci sono. Manca ancora qualche piccolo dettaglio ma possiamo dire di essere quasi pronte per Sconfinare alla volta del Caribe, Haiti ci aspetta. 


Giorgia, Dana, Giulia e Margherita

venerdì 23 giugno 2017

"ROMANZO NICARAGUA": Noi partiamo da qui..

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PREMESSA
Noi partiamo da qui..

Io parto da un’ agenda piena di impegni e da una vita frenetica. Ho bisogno di lasciare qui tutte quelle scadenze e quei tempi che ora caratterizzano la mia vita, scandendola quasi in maniera ritmica. Penso sia il momento di stravolgere e colorare questo ritmo che è mio e che mi piace, ma talvolta mi rende un po’ costretto. Vedo questo viaggio come un tempo in cui non c’è tempo, non ci sono date, non ci sono orari, ma solo un continuo e costante fluire di quella che è la vita, di quello che è il giorno e la notte di un posto nel mondo che non è il mio, ma in cui desidero immergermi alla ricerca di un nuovo tempo e di un nuovo respiro.

Io parto con una valigia che rappresenta tutto me stesso. Io con tutti i miei dubbi e le mie certezze, io con il mio lavoro e i miei svaghi, io con il mio sorriso e il mio desiderio di ricercare delle risposte, io con i miei limiti e le mie aspettative. Partire per lasciare qualcosa della mia valigia all'altro e partire per ricevere: questa è la mia idea del viaggio. Mi immagino di immergermi in uno scambio autentico tra quella che è la mia piccola valigia e quello che è il mondo che voglio scoprire. Nel mio lavoro è lo spazzolino il mezzo che utilizzo per creare un contatto tra me e la nonnina o il nipote: partire da una cosa semplice, come l’imparare a lavarsi i denti, fino ad arrivare a scambiarsi anche dei piccoli scenari di vita quotidiana, un qualcosa che ti viene affidato così, che prendi e porti a casa. Ecco, quello che vorrei è vedere questo spazzolino come il mio sorriso che arriva in Nicaragua per incontrare altri sorrisi e altri volti. Volti che dialogano e si lasciano un qualcosa a vicenda qualcosa che renderà sicuramente la mia valigia più pesante di come è partita, magari altri dubbi e altre domande, ma che sicuramente la renderà più colorata e più “viva” di come era partita. Con tutto il tempo poi, una volta giunto a casa, di risistemare i pezzi, i colori, i profumi, i pensieri, gli sguardi che vi sono rimasti intrappolati dentro, a volte senza nemmeno che me ne accorgessi.

Io parto da casa mia. In realtà ne ho due di case: una nella città in cui studio, casa dei miei amori, di nuove amicizie, della fatica e responsabilità di tutti i giorni, e la casa dove ho sempre abitato fin da bambina, quella con la mia famiglia, caratterizzata ogni tanto da qualche litigio, ma anche da tanta serenità e affetto. Forse il numero di case che si abitano è un qualcosa che non mi piace quantificare. Quello che penso è che nessuno abbia una sola e unica casa, ma ne abiti tante. Ne attraversa e vive diverse. Una rossa, una blu e l’altra gialla. Una casa la vedo un po’ come quel posto di mondo in grado di farmi sentire viva, di provocare nostalgia quando non c’è e di farmi anche piangere quando arriva l’ora della partenza. Un po’ quello che mi è successo a Nairobi lo scorso anno. Quella penso sia la mia terza casa nel mondo. Per me il vero viaggio è proprio questo: trovare una casa e farla mia. Io parto da qui con questo immenso desiderio di vivermi un pezzo di Nicaragua con le sue diversità, i suoi bambini, le sue incongruenze, le sue mille sfaccettature, i suoi odori e colori. Un posto a abitare e da “sentire”.

Io parto. Se parto. Perché qui, nella vita di tutti i giorni, sono sempre in ritardo. Prendo lo zaino pieno di sogni, di sassi e di sguardi e inizio a correre. Corro verso una nuova avventura, un mondo nuovo che mi stupirà e mi arricchirà. Non penso ci sia un tempo ideale e ottimale per incontrare nuovi posti e persone, non penso che parlando di viaggio si possa pensare di essere in ritardo o in anticipo. E proprio per questo mi piace viaggiare e pensare a nuove partenze. In questo non mi sento in ritardo, è un qualcosa che viene, così. È sempre il suo tempo.

Pronti? Partiamo da qui.. insieme.

mercoledì 21 giugno 2017

Capitolo 1 del "romanzo cantiere", Cantiere Georgia

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“Pronti, partenza, via!”

Georgia,
finalmente sappiamo dove sei. Ti abbiamo conosciuto un po’ meglio e ora siamo pronti per incontrarti veramente. Pronti per la tua focaccia succulenta e per le tue parole incomprensibili, per la tua accoglienza, ma anche per ogni ostacolo che dovremo affrontare.

Anche se singolarmente ci sentiamo un po’ insicuri, la condivisione col gruppo ci rafforza. Alla partenza mettiamo nella valigia un barattolo di voglia di fare, quattro paia di idee, una scatola di pazienza e una di capacità di adattamento, un tubetto di voglia di conoscere e condividere, ma lasciamo anche uno spazietto vuoto: servirà per quello che raccoglieremo e porteremo a casa.

E ora via! Non ci resta che aspettare trepidanti il 28 luglio. Ci riconoscerai perchè saremo carichi di valigie, di sorrisi e di entusiasmo.

See you soon.
I tuoi ragazzi

Premessa al "romanzo cantiere", Cantiere Georgia

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Ci troviamo il 27 di maggio,
per partire ci vuole coraggio!
Con bussola e cartina possiamo arrivare
dove il cantiere dobbiamo fare.
Con armonica e bacchette possiamo suonare
e con le scarpette vogliamo ballare.
Una volta arrivati alla casetta
ci sfameremo con la forchetta.
Dipingeremo col pennello
ciò che vedremo di bello.
Scriveremo un libro per raccontare
e useremo un segnalibro per ricordare;
narreremo la nostra storia
di bellissimi giorni di gloria.
Così partiremo per la Georgia,
che il nostro anima già ci forgia.
Anche Lea col suo ciuccio ci terrà compagnia.
Pronti, partenza, via!!!

martedì 20 giugno 2017

Cantiere Milano: questa era la premessa al nostro romanzo...

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Cara mamma, oggi, 27 maggio 2017, sono stato concepito, qua però è tutto buio, sento solo il battito del tuo cuoricino e la musica che ascolti quando cerchi un po' di pace dopo una giornata di lavoro. Piano piano sto crescendo (e anche a me piacciono i Nirvana) e mi diverto un sacco a nuotare nel tuo pancione, non so se senti i miei calcetti. Oggi ho sentito te e papà fantasticare sul mio nome e sul mio futuro. Se mi senti, mi piace molto il nome proposto da papà, però io suggerirei il nome Stella: mi piacerebbe venire al mondo per portare un po' di luce e "spendere la mia vita per gli altri". Oggi ti ho sentito mentre suonavi al pianoforte uno dei tuoi spartirti preferiti: sei proprio come una matrioska, ogni giorno da scoprire.
Ogni giorno assaggio cose nuove, tutte che mi piacciono, non vedo l'ora di venire al mondo per conoscere gente nuova, per lasciarmi arricchire dagli altri, per conoscere meglio me stesso ma anche gli altri. Ti prometto che sarò disponibile all'ascolto e al rapporto empatico nella piena accettazione dell'altruità. Cercherò di mettere da parte i miei egoismi e pregiudizi, riconoscere l'altro nella sua singolarità specifica, valorizzandolo uomo, donna, crederete o non credente che sia.
So che tu mi sarai accanto, mi aiuterai, mi mi stringerai e mi terrai la mano. Cammineremo insieme sull'asfalto di questa Milano... "mani, prendi queste mie mani, fanne vita, fanne amore, braccia aperte per ricevere chi è solo; cuore prendi questo mio cuore, fa' che si spalanchi al mondo, germogliando per quegli occhi che non sanno pianger più"




domenica 18 giugno 2017

Nou pataje lajwa ki nan kè nou!

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Ieri, sabato 17 giugno c'è stata la gita finale con i bambini di Kay Chal mattina. La scuola è finita e con lei quella parte di quotidianità che in parte ha segnato la mia presenza in questo Paese.

Ho già spiegato tante volta cosa sia Kay Chal mattina e anche cosa abbia rappresentato per me ma le emozioni e le sensazioni che ho provato ieri sul pullman pieno di bambini che cantavano e ballavano forse non le avevo mai provate prima tra le corse della quotidianità e le mille cose da fare.

I giorni che hanno preceduto questa uscita mi avevano già preannunciato quanto sarebbe stata ricca e densa di emozioni questa esperienza. Infatti siamo dovuti andati, insieme ai maestri, nelle case di diversi bambini per cercare di convincere le persone con le quali vivono (che ancora una volta ricordo non essere i genitori di questi bambini ma solo persone che li hanno presi in carico) a lasciarli venire e a concedere loro una giornata di svago e di pausa dai lavori domestici che sono costretti a fare.
Abbiamo pensato ad un programma molto ricco per mostrare ai bambini più cose possibili...il memoriale del 12 gennaio 2010, che è stato costruito con la volontà di accogliere tutti i corpi di chi è rimasto vittima del terremoto tremendo che ha colpito il paese in quella data, Archaie e la piazza in cui Katrin Flor ha cucito la bandiera haitiana, il mare a Sentar e lo splendido monastero benedettino sui monti.

Ieri ho visto bambini che non erano mai usciti dalla capitale da quando ci erano entrati per venirci a vivere, ho visto dei bambini pazzi di gioia all'idea di fare una gita insieme ai loro compagni, liberi per una giornata da tutti i pesi e dalle preoccupazioni, hanno cantato a voce piena per tutto il viaggio e nonostante questo hanno conservato un po' di voce per manifestare il loro stupore una volta arrivati al mare...che tanti di loro vedevano per la prima volta.

Alcuni si sono gettati nell'acqua senza paura altri invece in un primo momento erano terrorizzati all'idea di entrare in quella pozza enorme salvo poi scatenarsi una volta scoperto che non era niente di pericoloso.

Trenta bambini nell'acqua che ci saltavano addosso chiedendoci di portarli sulla nostra schiena e di farli “nuotare” insieme a noi...io che sono cresciuta al mare e che non ricordo il giorno in cui l'ho visto per la prima volta, beh ieri l'ho riscoperto come una cosa meravigliosa!
E poi i monti, camminare per un pezzo di strada insieme ai bambini per mano che scoprivano che lontani dal caos della capitale si sentono gli uccellini cantare, si possono trovare delle qualità di fiori e di piante molto belle...e ancora le api, che i monaci benedettini allevano e curano per produrre del miele buonissimo, e come si produce il miele??  viva la curiosità.

Ieri sul pullman tornando a casa ho sentito di aver concluso un capitolo della mia vita con la fine di Kay Chal mattina, ho trovato con questa esperienza una trentina di fratellini e sorelline più piccoli, ho trovato dei colleghi più esperti ai quali mi sono appoggiata e ho chiesto aiuto quando avevo bisogno e altri alle prime armi come me con i quali sono cresciuta e mi sono confrontata.
Ho trovato una bella famiglia capace di condividere la gioia che ha dentro (pataje lajwa ki nan kè) cosa non facile in questo paese così strano e controverso.
Ho visto le situazioni più difficili che hanno mosso in me tanti quesiti e tanti dubbi e mi sono trovata a ragionare su come intervenire insieme ai miei colleghi, ho visto le case dei bambini e le sistemazioni discutibili nelle quali sono stati costretti ad adattarsi, ho medicato le ferite provocate dalle “amorevoli” persone con cui vivono e nonostante questo ho conosciuto la dignità del rialzarsi ogni volta e del r-esistere nonostante tutto, beh imparare questo da bambini di 9 o 10 anni ti smuove dentro parecchie emozioni...

Kay Chal mattina mi ha cambiato la vita in qualche modo che ancora non capisco bene ma che sicuramente sarà in positivo. E allora...
Grazie.

Silvia

sabato 17 giugno 2017

Hakuna unga

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"Hakuna unga"
(Non c'è farina)

Foto da: http://www.grace4needy.com/projects/food/

L'alimento principale in Kenya è l'ugali, una specie di polenta, più asciutta e meno cotta, che solitamente si accompagna alla sukuma wiki, una verdura verde che cresce con molta facilità (sukuma wiki in swahili letteralmente significa "spingere la settimana", inteso come praticamente l'alimento per la sopravvivenza).

La pesante carestia che sta colpendo l'Africa Orientale, dovuta principalmente alla violenta siccità che sta dilaniando l'Est Africa da più di un anno, ha inficiato in maniera profonda la coltivazione e la produzione di mais, e di conseguenza la farina per preparare l'ugali.

Un paio di giorni fa stavo tranquillamente facevo la spesa al Cleanshelf, il piccolo supermercato di Kahawa West, e insieme a me c'era Angeline, una delle volontarie di Cafasso, che controllava se ci fosse la farina, per prenderla eventualmente per i ragazzi.

Constatato che la farina non fosse arrivata, ci siamo avvicinate alla cassa e proprio in quel momento uno dei dipendenti del supermercato è entrato portando alcune confezioni di farina.
Angeline mi ha presa per mano e mi ha trascinata all'inseguimento del ragazzo, dicendomi "vieni, in fretta, che se ne può prendere solo uno a testa!".
Io sono stata letteralmente trasportata da un gruppo numeroso di persone che inseguiva la farina.
In qualcosa come 20 secondi è stata distribuita tutta la farina che era arrivata.
La gente si spintonava, allungava le mani, urlava, insultava, per due chili di farina.
Io per fortuna ero in prima fila, perché tonta come sono mi sarei sicuramente fatta "fregare" il posto.

Uscita dal supermercato ero frastornata, sorpresa e sconvolta allo stesso tempo.
Non ho mai vissuto un'esperienza del genere, dove la gente si spintona per il cibo.
Fuori le persone si chiamavano al telefono per dirsi: "è arrivata la farina, corri!" (anche se ne frattempo era già finita).

E ho pensato a cosa potrebbe voler dire per me in Italia.
Ho pensato che l'unica coda per aspettare qualcosa l'ho vista in qualche telegiornale quando facevano vedere chi aspettava l'ultimo modello di i-phone.
Ho pensato a come potremmo sentirci noi, arrivando al supermercato e trovando lo scaffale della pasta vuoto.
Ho pensato che quando noi andiamo al supermercato possiamo scegliere fra 8 marche di pasta, di mille formati e grani diversi.
E ho pensato alla gente che si spintonava per la farina.

Ho pensato che noi ci lamentiamo se non troviamo quella o quell'altra marca di burro.
Mentre qui non hanno tempo di pensare alle marche, o se la farina sia o meno integrale o biologica.
Qui pensano che non hanno l'alimento principale per sopravvivere, e quindi quando arriva, sono disposti a tutto per accaparrarselo.

Tante cose sono difficili da accettare, dopo 8 mesi in Africa.
È difficile accettare che a volte si apre il rubinetto e l'acqua non scende.
È difficile accettare di trovarsi insetti e topi in casa.
È difficile accettare alcune dinamiche, tanto troppo distanti da quelle a cui siamo abituati.

Ma la cosa più difficile da accettare è l'ingiustizia, e l'iniquità.
Perché fra pochi mesi tornerò ad avere l'acqua e vivrò in una casa confortevole.
Ma l'ingiustizia qui resterà, e la gente continuerà a spintonarsi per avere due chili di farina.

lunedì 8 maggio 2017

Siccità, land grabbing ed elezioni: gli ingredienti perfetti per un disastro

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Il Kenya sta affrontando un periodo di profonda tensione, provocata da svariati elementi che messi nel calderone sembrano essere la ricetta perfetta per una potente esplosione.

Le prossime elezioni, previste per l'8 agosto, in un clima già surriscaldato per la siccità che ha colpito tutta l'Africa Orientale, stanno favorendo una violenza crescente, riaccendendo i conflitti su base etnica e contro i ricchi proprietari terrieri colpevoli di land grabbing.

Le popolazioni nomadi che sopravvivevano grazie alle stagioni delle piogge, si sono ritrovate da più di un anno a combattere contro la siccità e a spostarsi lontano per cercare acqua, purtroppo senza successo. Allo stesso tempo, però, riserve fertili e enormi di proprietà di ricchi terrieri, pullulavano di erba verde e acqua; questo ha fatto sì che i nomadi iniziassero a sconfinare nelle proprietà private, per nutrire ed abbeverare il bestiame. Proprietari e guardie (in alcuni casi addirittura l'esercito-vedi news) hanno perciò iniziato a difendersi, scacciando pastori e bestiami e dando di conseguenza vita ad episodi violenti che hanno portato addirittura alla morte di alcune persone ed al ferimento di altre (vedi news 1, 2, 3).

In questo clima, già teso e colmo di violenza, i politici locali stanno correndo verso le elezioni di agosto, che si preannunciano particolarmente delicate, soprattutto per il vivo ricordo di ciò accaduto nel 2007.

Rispetto ad un primo momento dove sembrava netta la vittoria di Uhuru Kenyatta, presidente uscente, la competizione si è riaperta dopo che, alla fine di aprile, il principale partito d'opposizione, l'ODM, capitanato dallo storico leader Raila Odinga, è riuscito ad accordarsi con numerevoli piccoli altri partiti, promettendo più equità e più dialogo fra le diverse componenti e tribù, e garantendo una posizione fra quelle più ambite ad ogni rappresentate delle minoranze (vedi news).

Il clima è però di forte tensione, e lo dimostrano gli epidosi violenti che hanno caratterizzato tutto il periodo delle primarie, durante le quali sono stati molteplici i brogli e i tentativi di corruzione e di compravendita dei voti (vedi news 1, 2).

La situazione è delicata e pesante, il Kenya ha la possibilità di distinguersi come paese unito sotto ideali e valori che vadano oltre i conflitti etnici e le violenza, vedremo se accetterà questa sfida.

domenica 7 maggio 2017

Diri ak pwa, ovvero arroz con habichuelas: un viaggio oltre la frontiera.

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Quando tutto sembrava pronto per partire, mi è stato annunciato, con estrema casualità, che finalmente avrei potuto incontrare il vescovo, proprio la mattina della mia partenza. Così questo momento solenne si è incastrato tra una messa, uno zaino da preparare, il serbatoio da riempire con la bottiglietta di plastica e un simpatico prete che mi parla della canzone di San Damiano. E’ un buon modo per iniziare il mio primo viaggio da sola su quest’isola. Non solo per le benedizioni del Monseigneur, ma anche per cominciare apprezzando l’imprevisto. Certo, con questo secondo anno ai tropici ci sono ormai abituata, ma il fatto di viaggiare lo rende un fattore supremo, al quale non ci si può sottrarre barricandosi in un luogo sicuro, bisogna giocare. 

Nonostante gli avvertimenti di un collega della Caritas Spagnola, l’equipe animazione di Caritas Port-de-Paix sembra non voler credere che la strada del nord, che da Anse-à-Foleur porta a Limbé e a Cap Haïtien, sia davvero così impercorribile, fomentando così la mia fretta di partire: ed è così che mi trovo con Karl, l’autista, su un sentiero di montagna difficilmente praticabile anche a dorso di mulo. Ma proprio la sua esperienza e le benedizioni del vescovo ci permettono di arrivare sani e salvi dopo 5 ore a Cap Haïtien, con solo una gomma a terra e un pezzo dell’auto (di cui non capisco il nome) da riparare. La scorciatoia, che avrebbe dovuto dimezzare il tempo di percorrenza rispetto alla strada tradizionale, ha quasi allungato il viaggio, ma il paesaggio mozzafiato ha ripagato ogni goccia di sudore freddo. Le Kay pay, cime avvolte nelle nuvole, alberi da frutto, faraglioni e mare, una baia segreta dove forse un giorno avrò il coraggio di lanciarmi con la tavola da surf, e poi una brusca e casuale interruzione. Una liscia lingua di cemento taglia la giungla per meno di 10 kilometri. Cos’è questo miraggio fitzcarraldiano? Il paese di origine di un senatore, mi dice Karl, divertito dal fatto che ancora io mi stupisca di queste cose. 

Questo lirismo bucolico scompare del tutto avvicinandosi a Cap Haïtien, la città simbolo della storia di questo paese. Ci sono le strade asfaltate, addirittura con la doppia linea, gente che corre, anche una blan in pantaloncini minimali con un cane al guinzaglio! Resto incollata al finestrino, meravigliata. Lasciando il Far-Nouest di Haiti mi rendo conto delle diverse realtà che sono questa terra, ma lo shock vero e proprio resta ancora da assaporare.

Il giorno dopo parto in autobus alla volta di Santiago de los Caballeros, Repubblica Dominicana. La strada che porta al confine ha veramente pochi buchi, ed il paesaggio che si attraversa percorrendola sembra appartenere ad un’epoca diversa rispetto a quella alla quale i miei occhi ( e la mia schiena)  si sono abituati in missione per il nordovest con la Caritas di Port-de-Paix. E poi passiamo Ouanaminthe, la città che “bouje toutan”, dove si mangia il cavallo e le luci sono accese anche di giorno. Nessuna di queste leggende è a prima vista vera, sono quasi delusa. Dopo il controllo alle due dogane dove poliziotte quasi simpatiche eseguono una perquisizione meticolosa delle valigie sospette (chi sa perché solo quelle degli Haitiani) possiamo ritornare sull’autobus, passando attraverso le barricate dei ragazzini che ci chiedono il pranzo al sacco che sanno benissimo essere dispensato da Caribetours.

Al di là c’è Dajabón, dove la spazzatura lascia spazio magicamente a uno scenario rurale pettinato, casette colorate e paesini sperduti non molto interessanti, ma che sembrano ridere. Dopo qualche ora siamo a Santiago, con la sua periferia assolata e sorniona. Devo cambiare dei dollari per prendere i prossimi mezzi, così mi mandano in una stanza a vetri dove c’è una coda infinita, ma dove mi trovo direttamente e  spinta dalla folla davanti alla cassiera. Pensando di essere sulla stessa isola di Haiti mi aspetto che sia una tattica di scippo o qualche fregatura, ma niente di male succede, solo qualche risata della gente sorpresa che io non sia americana. Il viaggio continua fino a Cabarete, una piccola mecca caraibica per gli sport acquatici.

La spiaggia di Cap Haitien, Haiti

Playa del Encuentro, Repubblica Dominicana
Belle case, resort, supermercati, ristoranti, bancarelle, negozi di souvenir, locali per ogni gusto, che se li si guarda bene più o meno tutti uguali. Ragazzine mulatte con gli occhi blu, bambini poliglotti, coppie miste di ogni età e provenienza, mozzarella italiana. Ma per me, soprattutto una spiaggia  che ogni mattina viene ripulita da una piccola squadra piuttosto sorridente. Ci sono cinque baracchini che affittano tavole da surf, vegetazione tropicale, belle onde e qualcuno sempre disponibile ad offrire un passaggio o a scambiare due parole. E poi nessuno mi urla più blan per la strada, anzi la gente sembra divertirsi cercando di capire la provenienza del mio accento.

Dovrei essere felicissima, penso: surf, pizza, gelato e frutta, riposo, nuovi amici. Ma le prime sensazioni che provo vedendo l’altra metà dell’isola sono una certa rabbia e un certo sconcerto.
Questa volta le differenze non sono qualcosa che leggo in un libro sul PIL dei due paesi, sulla storia della colonizzazione o qualche altra verità raccontata, ma sono emozioni suscitate da una realtà che vedo, sento e annuso. Certo, sono sicura che sotto la patina d’oro delle zone turistiche dominicane ci siano ingiustizie e nicchie di povertà,  ma vivo immediatamente di pancia il confronto, e quello che percepisco sono crudeli diseguaglianze.

In pochi giorni ho incontrato diversi lavoratori haitiani, ma è con Mesye Roro che ho passato un’ora a parlare nel cuore della notte. Mi ferma per chiedermi, sinceramente incuriosito, perché cammino sempre e non lo fermo mai. E’ un taxista di moto, di notte, un muratore di giorno. Dopo cinque anni di questa vita non è ancora riuscito a pagarsi il mezzo con il quale lavora. E’ così che capisco perché gli unici che chiedono l’elemosina da queste parti sono dei neri mutilati. I lavoratori haitiani sono impiegati a delle condizioni durissime soprattutto nel settore delle costruzioni, dove è facile farsi male, oppure nei campi. Li ho sentiti descrivere più volte dagli stranieri che vivono qui, che magari hanno attività, con parole di elogio come grandi lavoratori, più educati e raffinati dei dominicani. Eppure qui, oltre a scontare il prezzo di una vita faticosissima, sono vittime di razzismo ed episodi di violenza.


I  turisti che incontro, ma anche diversi giovani stranieri che vivono e lavorano a Cabarete, pensano che quando dico Haiti io intenda Tahiti, e si sorprendano del fatto che per arrivare qui non abbia dovuto prendere navi o aerei.

Girando tra i negozietti di souvenir, è impossibile trovare una maglietta o una borsa con la mappa ricordo delle vacanze diversa dal classico “moncherino”: c’è solo la metà destra di Hispaniola, ma chi se ne accorge? Pochi hanno coscienza di dove si trovano.
Di solito la reazione dei Dominicani quando mi chiedono da dove vengo è quella di cambiare argomento, sull’altra metà dell’isola cade il silenzio.
Ogni  mattina presto prendo la guagua per andare a surfare, un piccolo bus che sfreccia a più non posso stipando gente ad ogni fermata, sul quale incontro sempre gli stessi tre signori ricurvi con i loro sacchetti degli attrezzi. Come se ci conoscessimo facciamo sempre qualche piccolo discorso in creolo. E’ terribile l’impressione infastidita che mi sembra comparire sul volto degli altri passeggeri, soprattutto un gendarme che torna a casa ogni mattina dopo il turno notturno.
Nell’immaginario collettivo, Haiti, sinonimo di sciagure naturali e miseria, e la Repubblica Dominicana, meta  di villaggi turistici e navi da crociera, non possono essere sulla stessa isola.  



Eppure di Hispaniola si tratta. Un giorno a Playa Encuentro, per la prima volta, un Dominicano mi fa qualche domanda su Haiti. Il  tema è la cucina criolla, e il mio amico sembra incuriosito quando gli racconto, stupita dal fatto che non lo sappia, che anche “di là” la sinfonia di base è la stessa: diri ak pwa haitiano, arroz con habichuelas dominicano, riso e fagioli, tanti tipi diversi di fagioli. Questo è in realtà il piatto tipico di molti paesi dei Caraibi e del Sud America. I fagioli sono nativi americani, ma non il riso, che è stato introdotto dai colonizzatori europei, accompagnando gli schiavi che venivano strappati all’Africa occidentale, dove era già la pietanza di base. Un’identità triangolare, tra Europa, Africa e America che è frutto degli anni della colonizzazione. E se il cibo è elemento dell’identità culturale, esiste su quest’isola un substrato comune. Eppure questa  terra  ha alle spalle una storia difficile, di divisione ed ostilità, che si fa eco nella diseguaglianza di oggi tra i due paesi.


Haiti, un tempo la ricca Perla delle Antille, lottò per la sua indipendenza e la ottenne 60 anni prima della Repubblica Dominicana. Entrambi i nuovi stati si confrontarono dall’inizio del loro cammino solitario con la fatica di dover pagare il debito dovuto alla loro indipendenza a Francia e Spagna, poi le dittature e le occupazioni americane.
Ma oggi Haiti è un pase dipendente, che arranca per un piatto di riso al giorno, dove la schiavitù non è mai del tutto finita. Invece la Dominicana, che appare con la sua bella faccia da paradiso caraibico, attrae migliaia di turisti ogni anno, e cammina. I soldi non sono tutto, ma  PIL annuo pro capite di Haiti è 813 dollari, quello della Repubblica Dominicana è di 7116. 

E così faccio un sacco di domande, alle quali non ho ancora trovato risposte. Ma una cosa è certa…quando a Cabarete la radio della guagua ha trasmesso “Pa gad alem”, una canzone haitiana molto in voga al momento, ho sentito il cuore riempirsi di emozione. Mi sono guardata intorno cercando un segno di condivisione sul volto dalla gente, che è invece rimasta impassibile, non capendo forse neanche che si trattasse di creolo. Dopo tre mesi mi sono innamorata di Haiti, o forse sto imparando ad amarla, con tutti i suoi difetti e contraddizioni.



* Grazie a Sandro e Daniel per avermi aiutata con le immagini