lunedì 4 luglio 2016

"Vi farò pescatori di uomini.. e di donne"

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Giovedì scorso mi sono fermata nella comunità di padri marianisti nostri vicini di casa per pregare insieme a loro il vespro. Ero l’unica donna insieme a quattro consacrati. Niente di strano, se non che verso la fine della preghiera c’era un versetto che diceva più o meno "come Simone, che Egli fece pescatore di uomini…" e dopo un paio di secondi di esitazione, il giovane brother, incaricato della lettura, ci ha tenuto ad aggiungere “pescatore di uomini.. e di donne!”.
Questo gesto ha suscitato un po’ l’ilarità generale perché sapevamo bene che in quel momento men significava genere umano piuttosto che uomini (intesi come sesso maschile), ma ho apprezzato la volontà del giovane novizio che, un po’ ingenuamente, ha deciso di aggiungere quella parola, “women”, in virtù della mia presenza femminile lì.. Non so se perché altrimenti mi sarei potuta offendere, o semplicemente per cortesia.. ma comunque l'ha fatto e l'ho ringraziato!

Andando oltre l’episodio in sé, s’intuisce come la questione del genere in Kenya sia molto importante e molto sentita, almeno dal punto di vista formale. Grazie alla Costituzione del 2010 sono state istituite nel Paese, specialmente in alcuni settori (come quello della politica, da sempre ambiente solo per uomini) le quote rose, e l'attenzione al cosiddetto gender balance e gender parity è sempre molto alta, specialmente negli uffici pubblici. È sancito dalla Costituzione, quindi è sacro. 
Però - e non voglio scatenare l'ira dei giuristi - una costituzione protegge le minoranze; una legge è creata per riempire un vuoto normativo o per regolare (in questo caso tutelare) qualcosa che in natura non è regolamentato. Quindi le donne sono tutelate dalla Costituzione. Il che, porta alla conclusione che qui, ma come altrove nel mondo (e non pensiamo che nel nostro Paese occidentale civilizzato spesso sia tanto diverso) le donne siano ancora una minoranza da tutelare.
Non sto partendo con un’arringa femminista (e pure se fosse considerata tale, amen), ma ci sono delle cose che veramente mi fanno incazzare - e concedetemi questa parola perché rende meglio il mio stato d'animo!!!
La cosa più recente è che stamattina, nel matatu, mentre dicevo al conducente che mi doveva del resto perché mi aveva fatto pagare ingiustamente di più, lui letteralmente mi ha IGNORATO. Io parlavo, e lui faceva finta di niente, come se io non esistessi.. e perché?! Perché ero una donna!!
Così come quando, in questi mesi, moderando dei workshop sul gender tra i giovani, ho sentito che la donna deve occuparsi della casa e dei bambini, che deve andare a prendere la legna per il fuoco perché per l’uomo sarebbe uno scherno agli occhi della società, che si paga la dote alla famiglia della donna per averla in moglie, che un uomo deve sposare una donna molto religiosa perché le preghiere delle donne arrivano prima di quelle degli uomini, che se anche una donna si smazza dalla mattina alla sera, si sveglia prima del marito e va a letto dopo, è lui che porta la pagnotta a casa e che quindi è meritevole di maggiore rispetto.
In alcune tribù, se nasce un maschietto si fa festa per giorni, ad una femmina non sono riservate altrettante attenzioni. Se sei una donna e fai parte di una famiglia povera, probabilmente i tuoi genitori ti spingeranno a prostituirti (ma qui possiamo aprire un capito a parte) per portare un po’ di soldi a casa. Se non ci sono abbastanza soldi, tra un fratello e una sorella, il prescelto per la scuola è l’uomo. In alcune parti del Kenya è ancora alto il livello di matrimoni precoci, le donne sono ancora sottoposte alle cosiddette mutilazioni genitali tipo l’infibulazione, la moglie serve a procreare, è di proprietà della famiglia dello sposo (perché se muore tuo marito vai a vivere sotto lo stesso tetto di tuo suocero) e la lista potrebbe essere ancora più lunga..







Tuttavia si sa che le donne sono più responsabili degli uomini ed è ampiamente riconosciuto, almeno nella cooperazione internazionale, che molti progetti riescono meglio se gestiti da donne. Ma, spesso,  purtroppo, le stesse donne, non sono coscienti dei loro diritti.




L’8 marzo ho marciato con alcune di loro per strade di Mombasa. Non sono solita a espormi così tanto: in Italia non ho mai partecipato ad una manifestazione, perché probabilmente non ne sentivo l’urgenza, per quanto, e chi mi conosce lo sa, sia sensibile a certi temi.
Ma qui.. qui tutto ha assunto un altro significato.!!



Quest’anno l’ho sperimentato più volte sulla mia pelle: se parlo, spesso non mi ascoltano, o mi ascoltano dopo, e non perché parli troppo e risulti fastidiosa (potrei capirlo e anche condividerlo) ma perché sono una donna, e, a volte, mi salva solo l’essere bianca.. 
E per me il diritto di espressione è sacrosanto!



Qui ho incontrato molte donne valide, che si battono per il loro diritti e non hanno paura ad esporsi. Però nascere donna in molte parti del mondo è ancora considerata una sfortuna e io proprio non ce la faccio ad accettare questa idea!


Mi piacerebbe che la forma istituzionale diventasse sostanza; mi piacerebbe che le tante parole di cui si riempie la bocca, ovunque, fossero realmente tradotte in azione; e non pretendo di essere eguagliata a un uomo, perché per me la diversità è ricchezza, ma io pretendo, o quanto meno mi auspico, di avere le sue stesse possibilità.

Insomma, qui si sconfina e si va in un discorso più ampio che riguarda un valore per me fondamentale: quello della LIBERTA'! Io vorrei semplicemente vivere in una società dove ci sia la libertà di poter scegliere per me che donna essere. 
E, ancora oggi, questa libertà è spesso negata. 
Non cerco vittime e colpevoli e non ne faccio una questione puramente di genere maschile o femminile, quanto piuttosto una questione di.. umanità!! La strada è ancora lunga e, appunto, non riguarda solo le donne o gli uomini come entità separate: riguarda tutti, indistintamente. 
Io di risposte non ne ho, ma come donna, come cittadina, come cristiana e cattolica, mi sento di affermare che, probabilmente, solo educandoci reciprocamente al rispetto della DIGNITA' UMANA possiamo sperare in una società più equa, dove per equità, intendo, ancora una volta, l’accesso alle stesse possibilità. Sta poi a me decidere, cosa farne. Ma a queste possibilità devo poterci arrivare.

Angela


sabato 2 luglio 2016

Un cowboy nell'armadio

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In camera ho un armadio bianco. È molto grande, copre la superficie di quasi tutta la parete sinistra della stanza. Cinque ante, due ripiani, quattro cassetti e un sacco di mensole. La prima volta che l’ho visto è stata ormai quasi un anno fa, quando vagavo di casa in casa nell’afoso agosto patavino, alla ricerca di un posto dove stare per iniziare la mia avventura da universitaria fuori sede. Sinceramente non l’avevo neanche notato, questo armadio, dopo il quarto appartamento ispezionato nel giro di una sola mattina. E la prima volta che l’ho dovuto riempire non è stato uno scherzo: “Allora Marti, io prendo i due cassetti sotto e tu i due sopra?” “Sì e tu il ripiano sopra e io quello sotto” “Perfetto! Cavolo aspetta, ma abbiamo solo tre grucce?”


Piazzi i calzini in fondo al cassetto. Dopo capisci che non ha senso che stiano dietro le coperte di cambio:  quelle non le usi mica tutti i giorni. Riponi le camicie sulla mensola in alto in alto, ma poi ti rendi conto che neanche le vedi e ogni mattina è una scommessa sapere quale sta in cima alla pila.

Mettere la cosa giusta al giusto posto. E aprire al momento giusto il giusto cassetto.

A volte mi sembra che la vita funzioni come un armadio. 
Hai un certo numero di spazi e sta a te decidere come disporre le cose. Se mettere lo studio nell’anta grande o in quella piccola. Se impilare la famiglia sopra gli amici o viceversa. Poi compri un nuovo cappello e decidi di metterlo a lato della sciarpa, così come inizi un nuovo corso di Zumba e lo metti di fianco al portar fuori il cane. Magari alcune magliette ti hanno stancato, proprio come la pallavolo, e decidi di cacciarle nell’angolo per far posto a canottiere nuove. Per non parlare dei catastrofici cambi di stagione: preso da foga maniacale prendi e sbatti tutto il guardaroba invernale in puzzolenti scatoloni di plastica finchè non passa questo caldo infernale. Come quando non superi un esame o litighi col fidanzato e hai una gran voglia di buttare tutta la tua vita in un sacchetto di plastica senza neanche metterci un foglietto profumato dell’Ikea.


Non è facile gestire un armadio. Io ad esempio sto imparando solo ora a chiudere le ante. Il mio ragazzo mi rimprovera sempre ogni volta che vede che le lascio socchiuse. Anche nella vita trovo difficile aprire un cassetto alla volta: aprire, chiudere, aprirne un altro, chiuderlo. Mi lascio prendere dall’entusiasmo e voglio fare tutto, scegliere sia i pantaloni che le mutande in contemporanea così va a finire che mi vesto un po’ a caso. Però a volte è difficile affrontare le cose con ordine, dare priorità ad un impegno e solo dopo prestare attenzione allo scaffale!

Adesso fremo per aprire lo sportello grande anche se è ancora tempo di concentrarsi sul cassetto degli esami. Ma non resisto più! C’è qualcosa lì dentro che mi sta chiamando. Mi chiama da tutta la vita forse. Anni fa era solo un sussurro, il brusio dei folletti che vivono tra la polvere e i guanti. Poi è diventata sempre più intensa, profonda, e da anni riecheggia incessante dai visceri del mobile. Solo pochi mesi fa mi sono convinta a darle retta e ho preso la decisione di partire per un Cantiere della Solidarietà con Caritas Ambrosiana, ad Agosto, in Libano.

Alcuni la chiamano “vocazione” per il volontariato, un po’ come quella che ti spinge ad entrare in seminario. Ecco, direi che una voce in un mobile non è esattamente comparabile alla Voce di Dio. Però in effetti io sento qualcosa che “vocat”. È qualcosa di più simile a una di quelle dichiarazioni sibilline mistico-esistenziali che rivela il cowboy dai baffi bianchi nei film americani. Non sai bene come interpretarle, ti lasciano lì un po’stranito a guardare il vecchio che galoppa verso il deserto. Razionalmente non le comprendi. Ma una parte di te le capisce eccome. Non viviamo soltanto pensando, nella vita non prendiamo solo scelte sensate. Perché dopo mesi di studio non preferisco lucertolare sotto il sole? Non lo so! Ma è quello che voglio, che provo, sulla mia pelle.


Non so spiegare logicamente perché lo faccio, non riesco a dare una risposta sensata. Posso dire perché non lo faccio però: non lo faccio perché penso di poter salvare il mondo. Non lo faccio tanto per fare qualcosa di alternativo. Non lo faccio per amore del rischio, né per far vedere come sono coraggiosa ad andare nel Paese vicino alla guerra Siriana, né per farmi ammirare ben che meno compatire. Non lo faccio neanche perché spero di cambiare la vita a qualcuno.

Però lo faccio. E lo facciamo in tanti.
Forse è questo che conta.

Magari dentro quest’armadio non troveremo Narnia, ma il cowboy mi ha detto che non ci deluderà.

Cla :)

giovedì 30 giugno 2016

"Infettarsi" di vita

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-Zia, dove vai quest'estate?
-In Libano, vicino alla Siria.
-Ma in Siria c'è la guerra: puoi prenderla!
-Prenderla? Ma non è mica una malattia!
-E invece si. Io e Pietro ne abbiamo discusso. E' un virus che entra nel cuore della gente e li fa combattere.
(M., 9 anni)

E se la guerra fosse un virus?
Come un brutto raffreddore che siamo convinti passerà, ma anzi che guarire si annida dentro di noi, impadronendosi di tutto quello che sentiamo. Diventa così forte che quasi ci dimentichiamo la ragione del primo starnuto, come ci siamo infettati e perché non ci siamo curati. All'inizio pensavamo di poter tenere tutto sotto controllo. Ad ogni sguardo di invidia e di cattiveria ci ripetevamo che sarebbe stato "solo per quella volta". Ma poi non è stata più una volta, ma un'altra ancora, e ancora, la guerra ci è entrata dentro e noi l'abbiamo lasciata fare. E' quasi diventata un'abitudine, un'abitudine del cuore. 
E come si fa a liberarsi da un'abitudine del cuore?

Ma se la guerra ci infetta, non può infettarci anche la vita buona?
Forse che la speranza, la gioia, l'amore, la solidarietà, facciano più fatica a farsi largo nel cuore rispetto alla guerra? Allora forse infettarsi di vita buona è una scelta. Una scelta sincera, voluta, coraggiosa, da prendere ogni giorno, perché altrimenti la guerra si farà padrone di noi. E se funziona come un virus, con il nostro scegliere infetteremo anche gli altri. Anche loro, forse, sceglieranno di non lasciare annidare la guerra nei loro cuori.
E se dessimo vita a una vera e propria epidemia?

Io parto per infettarmi e, perché no, anche infettare.
Infettarmi di vita buona, ma anche di guerra. Perché non si può chiudere la guerra fuori dagli occhi e lontano dal cuore e far finta che non esista. Perché la guerra esiste. Che sia quella delle bombe e dei soldati, quella dell'ingiustizia e del razzismo, quella dell'ignoranza e della povertà, quella del potere e dell'avidità.
Voglio infettarmi della vita, in tutti i suoi lati, quelli più belli e quelli più bui. Per poi scegliere di non lasciare vivere dentro di me la guerra, voglio poterla circondare di vita buona.
Voglio infettare della vita buona che ho incontrato lungo la mia strada fino a qui. Voglio portare le storie e i gesti e il bene delle persone che hanno fatto un pezzo di strada insieme a me per poter dire a chi incontro che la vita buona esiste. La generosità, la solidarietà, l'amore sono cose vere, non solo parole dei libri delle fiabe. 

Forse, un giorno, tutti noi sceglieremo la vita buona, spegnendo e zittendo quella guerra che nasce nei nostri cuori. E forse, quel giorno, sarà la vera rivoluzione.


Giu :)

venerdì 24 giugno 2016

AAA Cercasi: CiViLtA' della TeNeReZza...

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“C’è una bella differenza tra pacifismo e non violenza. Oggi viviamo in un sistema profondamente violento, essenzialmente violento, patriarcale e maschilista, da cui dobbiamo uscire per approdare a una civiltà della tenerezza.” Korogocho di Alex Zanotelli p.151


Una foto fa aprire un’inchiesta sulla violenza della polizia in Kenya

[articolo di Internazionale 30/5/2016]

Il 16 maggio il caposervizio della sezione fotografica dell’Associated press in Africa orientale, Ben Curtis, stava seguendo le proteste contro la commissione elettorale a Nairoibi, in Kenya, quando ha visto la polizia che picchiava i manifestanti.
Una delle immagini che ha scattato durante le proteste ha documentato la brutalità delle repressioni in maniera così evidente, che il capo della polizia è stato convocato per un’inchiesta interna. Secondo la commissione nazionale del Kenya per i diritti umani, si è trattato di abuso di violenza e violazione dei diritti umani.

La foto cha ha fatto aprire l’inchiesta sulle violenze della polizia keniana, scattata il 16 maggio 2016 a Nairobi. - Ben Curtis, Ap/AnsaLa foto cha ha fatto aprire l’inchiesta sulle violenze della polizia keniana, scattata il 16 maggio 2016 a Nairobi. - Ben Curtis, Ap/Ansa
La foto cha ha fatto aprire l’inchiesta sulle violenze della polizia keniana, scattata il 16 maggio 2016 a Nairobi. - Ben Curtis, Ap/Ansa
La foto cha ha fatto aprire l’inchiesta sulle violenze della polizia keniana, scattata il 16 maggio 2016 a Nairobi. (Ben Curtis, Ap/Ansa)
Manifestanti scappano dai lacrimogeni della polizia, durante le proteste a Nairobi, in Kenya, il 16 maggio 2016. - Ben Curtis, Ap/AnsaL’uomo della foto è stato inizialmente dichiarato morto, mentre più tardi la radio nazionale ha dato la notizia che è ancora vivo. Si tratta di Boniface Manono, 36 anni, e vive nella baraccopoli di Kibera. Manono ha raccontato di aver provato a fuggire, ma quando è inciampato i poliziotti hanno cominciato a colpirlo mentre era steso a terra. Ha ricevuto otto colpi finché il bastone si è spezzato. In quel momento sono arrivati altre due poliziotti e hanno continuato a colpirlo. Poi un agente è intervenuto e ha fermato le violenze.
Il 23 maggio i keniani sono tornati in piazza in diverse città del paese. I manifestanti, guidati dal leader dell’opposizione Raila Odinga, accusano i componenti della Independent electoral and boundaries commission (Iebc) di non essere imparziali. Odinga sostiene che la Iebc sia favorevole al presidente Uhuru Kenyatta e che non possa quindi garantire l’equità alle prossime elezioni.
Manifestanti scappano dai lacrimogeni della polizia, durante le proteste a Nairobi, in Kenya, il 16 maggio 2016. (Ben Curtis, Ap/Ansa)
Durante gli scontri in Kenya sono morte almeno tre persone. Due sono morte a Siaya, nell’ovest del paese, dove gli agenti in tenuta antisommossa hanno dichiarato di aver sparato per legittima difesa. Nella vicina Kisumu una persona è morta per un trauma cranico cadendo mentre fuggiva dai gas lacrimogeni sparati dalla polizia.


Questo è uno degli esempi di articoli di giornale riguardo notizie in Africa – Kenya -, ma ce ne sono tantissimi altri localizzati in Europa come a Parigi, Svizzera, Milano ed anche in America Latina.
Tornando alla mia breve esperienza keniota di questi primi dieci mesi, mi vengono in mente molte situazioni violente a cui ho assistito e ne sono stata parte.
Questo pensiero ha iniziato a prender piede nel mese di Marzo appena prima di partire per le vacanze in Tanzania e Zanzibar con due amiche; ho iniziato ad interrogarmi sul fare servizio: sul ricevere e sul dare gratuitamente, ma fino a quando ci si annulla? Come si fa a porre un limite al dare/darsi? Quando bisogna pensare solo a se stessi? E tante altre domande…
Arrivata a Zanzibar mi sono detta: “Basta pensieri, voglio solo farmi coccolare dal mare cristallino, dai coralli, dalla sabbia bianchissima e dal silenzio che regna!”.  
E … invece No!
Sono rimasta colpita da alcune scene piuttosto limpide di turismo sessuale (anche tra bianchi/bianche che vanno in terra africana per lavori nel sociale) e sono stata “scavallata” (termine tecnico suggerito dal fratello) della mia borsetta di ritorno al campeggio dal ristorantino di una Mama molto gentile.
Tornata a Nairobi dopo le ferie, ho incontrato un amico e ho cercato di godermi un fine-settimana di svago.
E … invece No!
Mi sono fatta spiegare il motivo del suo viaggio in Kenya e mi ha raccontato dell’ultimo rinoceronte bianco sulla terra e di come viene protetto; alla fine del suo racconto però il focus era completamente cambiato: il gruppo di guardie che protegge ogni giorno quest’animale ha ucciso a sangue freddo durante la notte un gruppo di bracconieri che aveva cercato di entrare nell’area protetta.
Qui un link piacevole e allo stesso tempo interessante da leggere:

A contrasto di tutto ciò, hanno iniziato a venirmi alcuni dubbi sull’uomo bianco, sulla colonizzazione, su come il popolo bianco ha sottomesso in maniera violenta quello nero e di come il passato si ripercuote sul presente.
A gennaio ho scritto in un post in cui raccontavo che uscendo da casa vedevo di continuo genitori che accompagnavano i propri figli a scuola, portando loro la cartella e la mattina quando ho la possibilità e voglio iniziare con carica positiva la giornata cerco di uscire alle 7.30 così da vedere questa scena.
E … Sì!
Quest’immagine rimane impressa nella mia mente e mi trasmette energia, mi stampa letteralmente un sorriso sulla faccia.
Dopo circa dieci mesi che vivo a Nairobi, o comunque nella sua periferia, è raro che mi accorga di coppie, giovani, adulti o anziani, che si tengano per mano o mostrino dei gesti di affetto in pubblico.
E … Sì!
Mi succede a volte di vedere molto più spesso due ragazzi giovani camminare mano nella mano oppure uomini adulti aprire la porta alla donna che lo accompagna o farla salire prima sul matatu. Questo mi ricorda i momenti di felicità tra le coppie della mia famiglia: le carezze tra i miei nonni, i baci tra i miei genitori e soprattutto la relazione con il mio ragazzo, che mi manca.
Insomma, molto probabilmente, non è d’usanza della cultura keniota fare regali.
E … Sì!
Io ne ho ricevuti ben due di numero!!! Il primo (la mia prima sottogonna bianca rifinita con pizzo) l’ho ricevuto come regalo a sorpresa da una Mama, ovvero dall’house-mother di Kibiko, una comunità vicino a Nairobi che ospita ex-bambini di strada provenienti dallo slum di Korogocho. Il secondo (un mazzo di 15/20 rose colorate) me lo ha donato una coppia in una stradina del centro città senza un motivo preciso.
Senza doverlo dire: ho ricevuto due regali bellissimi, è vero anche che mi accontento con poco ma è stato fantastico veramente ricevere da quasi sconosciuti un qualcosa per me stessa, anche per valorizzare il mio essere femmina e donna, cosa che a Cafasso tralascio un po’.


P.S. Era da un po’di tempo che continuavo a dirmi e a dire: devo ri-iniziare a scrivere sul blog, ma…blocco della scrittrice?!? Connessione internet?!? Poca voglia?!? Mancanza di tempo?!?…
Bah, vedetela un po’ come volete
J
Ora mi fido dei Cantieristi che in sette potranno scrivere molto più di me e Gianlu messi insieme!!!

giovedì 23 giugno 2016

Ad agosto vado in Libano. “Ma chi te lo fa fare?”

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Stupore, paura, ammirazione, scherno, a volte indignazione: le reazioni di amici e parenti alla notizia di una tua prossima partenza per il Libano sono molto variegate ma allo stesso tempo monotone, spente, scondite, inappropriate. 



“È pericoloso!”


Ma va? E io che pensavo di andare ad Ondaland. Che poi, se ci si pensa bene, all’oggi cosa non è pericoloso? Ci sarebbe da chiudersi in casa e vivere di stenti, di tragitti brevi casa-lavoro-casa, divano-bagno-cucina, tv-pc-smartphone: ma forse il pericolo è proprio quello, no? Forse è più pericoloso non lasciarsi trasportare dalle proprie inclinazioni. E se corpo e mente ti dicono di partire, tu giustamente parti: altrimenti sarebbe “pericoloso”.


“Ma lì ci sono la guerra, l’Isis, le bombe, i neri, i dinosauri…”


Ma va? Che poi a rispondere così sembra che io stia sottovalutando la minaccia, autoproclamandomi come l’eroe coraggioso a dispetto di tanti codardi. Beh, così non è. Ognuno trova il proprio coraggio nel quotidiano, nell’inseguire i propri obiettivi. Ma se il vostro non è uguale al mio, non prendetemi per scemo o per spericolato. Voglio farlo, ho l’opportunità di farlo e quindi lo faccio. Ho alle spalle Caritas, un’organizzazione molto solida e ben affermata sul territorio, che si occupa e preoccupa di tutto quanto concerne la nostra sicurezza. Non sto partendo zaino in spalla verso l’ignoto: c’è dietro un progetto di formazione preliminare che ti prepara e ti assiste in tutte le fasi.


“Ti ammiro, usi l’unico mese di ferie per il volontariato”


Sì, è così, potrei sicuramente spendere quel tempo in maniera più convenzionale. Ma sfatiamo un mito: non parto per salvare il mondo, non parto solo e soltanto per gli altri: parto in primo luogo per me stesso. Non parto con pacchi di lasagne precotte da distribuire ai bambini che si vedono nelle pubblicità all’ora di pranzo, come non parto per fermare le guerre, le bombe, l’Isis e i dinosauri. Parto per ascoltare, quindi per ricevere: credo nelle persone e in tutto quello che mi potranno regalare raccontandomi la loro storia, consegnandomela in dono perché io possa, tornato a Legnano, montare lenti nuove sugli occhiali da cui guardo il mondo.

Quindi sì, parto per volontariato, ma vi assicuro che non sarà affatto un sacrificio. Sarà anche relax, divertimento, gruppo, sorrisi, canti, balli. Quello che cerco è la genuinità del rapporto tra persone.
Giacomo

martedì 21 giugno 2016

Pronti, via #SconfinHaiti

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Manca poco

Ci siamo

E siamo carichi a mille


 




 Letizia, Marta, Stefania, Francesco






domenica 19 giugno 2016

ITALIA: un viaggio a km zero!

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Costruire una casa in Cile? Necessario.
Assistere i malati in Camerun? Indispensabile.
Animare i pomeriggi dei bambini in Romania? Riempie di gioia.
Ma..sei sicuro che il tuo aiuto non possa servire anche qui, in Italia?
Noi siamo i cantieristi di Milano e presteremo servizio presso i centri di Caritas Ambrosiana dedicati alle persone in situazioni di grave emarginazione adulta, senza lasciarci scoraggiare dal caldo afoso di un agosto in città! Proporremo attività ludiche e ricreative agli ospiti del centro diurno La Piazzetta, del Refettorio Ambrosiano e del Rifugio Sammartini.

Loro hanno le età più varie, tanti uomini e alcune donne, italiani, ma anche stranieri, tante storie inaspettate e simili alle nostre, forse più di quanto pensiamo.

Noi siamo sette, giovani di tutte le età, più donne che uomini, italiani di nascita ma cittadini del mondo, con qualche esperienza da condividere e tanta voglia di viverne di nuove!

Siamo Ilaria, Valeria, Giorgia, Giulia, Benedetta, Stefano e Daniele:

Noi siamo quelli per cui #sconfinare significa #restare.

Pronti per viaggiare, cambiare, interrogarci, ad un passo da casa nostra! 

Marocco : CdS 2016 - Maghrebini on the road

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N.B. :
post da destra a sinistra – Sì. Ci siamo già acculturati
I nomi arabi tradotti rispettano il senso etimologico italiano.
  Ci conosciamo da 50 ore (a star larghi).

Francesca – Mu‘allima (“Socia”) : dictum vitae “minchia sì”. Detta anche “la veterana”, ci farà scompisciare dal ridere, a suon di beat-box durante le Messe. Amante della televisione trash italiana, ci stupirà con “effetti speciali”. KABOOM.    

Serena – Farah (“Gioia”) : psicologa del gruppo, amante del guano di piccione. Eletta all’unisono (proprio all’unisono!) e a caso cuoca del gruppo. Prova grande pena per gli “animali malconci”.

Beatrice – Tuba (“Beata”) : cuore che bela. La sportiva del gruppo nonché protettrice delle sbarbine. Potenziale: è in grado di svegliarsi con un’energia devastante, risveglio muscolare  assicurato a suon di yoga.

Stefania – Malika (“Regina”) : eletta anche lei all’unisono (e a ragione) come contabile del gruppo. Navigata dei Cantieri e pronta a sconfinare. Potenziale: buone doti nella contrattazione selvaggia.

Federica – Umm Salam (“Mamma della Pace”) : dictum vitae: “birretta?”. Sarta del gruppo. Motivazioni personali: in cerca di prestante sceicco, offresi per tre cammelli (trattabili). Potenzialità: big mama del gruppo

Caterina – Salafa (“Pura”) : giurista della cumpa. Depositaria della ragione, colei che sussurra ai migranti. Potenzialità: Libera nos a malo dalle prigioni marocchine.

Michela – Malāk (“Angelo”) : dictum vitae: “andiamo  a comandare!” (con annesso balletto). Infermiera del gruppo nonché grande cestista. Per ogni riccio un capriccio.  

Simone Samī - (“Dio ascolta”):  Una barba intorno ad un uomo. Senza cuffia rotatoria, si è fatto male prima, per non fare danni dopo. Custode delle quote rosa. Potenziale: speriamo di non perderlo tra i beduini.

Davide – Habibi (l’amato) : di origine austro-ungarica, non verrà sicuramente scambiato per autoctono. Potenzialità: il poeta equilibrato, epistassi improvvisa, gentilezza diffusa.

Don Luca (Abuna) – dictum vitae: “Bagnetto?” il prete del gruppo, volpino del deserto. Potenzialità: a sorpresa.

Riccardo - Ba Ghali (papà ricco). Sommo promotore della sobrietà del gruppo.
Multi lingue e multi tasking e poli strumentista, rumorista e imitatore. HAH! Potenzialità: bussola del gruppo.  


Ora seri: siamo pronti a partire, con lo zaino in spalla, che aspetta di essere riempito. Gruppo eterogeneo ma affiatato, soffriremo il caldo, ma non la noia. Salamelecchi marocchini per concludere: giorno di bene, giorno di luce, giorno di gioia. Ma’a Salama. 
      
Al-Selfie al-maghrebino

Maldive? No, MOLDOVA!

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Quest’estate pensavamo che saremmo finite su una bella spiaggia assolata con un mojito  in mano. E invece no! Eccoci qua quasi pronte a partire per questo Paesino semisconosciuto: la Moldova, dove del mare neanche l’ombra!


Ma come siamo arrivate all'inizio di quest’avventura?
Io, Silvia, la prima di tante, da ingegnere edile a astrofisica e infine studentessa di portoghese, ho deciso di mettermi in gioco, da panda color giallo, per conoscere un posto di cui non conoscevo proprio nulla.
Io, un’altra Silvia, parto un po’per fuggire, un po’ per scoprire (e scoprirmi), un po’ il perché non lo so bene neanche io. Forse per questo ho scelto un Paese di cui ho solo da scoprire.
Io, Chiara, affascinata dall’Est Europa, parto per curiosità e per mettermi in gioco in un’esperienza per me completamente nuova.
Io, Martina, se fossi un fiore sarei il girasole che, instancabile e silenzioso, cerca sempre il sole. Ed è così che mi definisco: una ragazza in continua ricerca, desiderosa di ripartire quest’estate per una nuova meta, un nuovo viaggio in un Paese tutto da scoprire.
Io, Anna, curiosa di conoscere e cominciare questa esperienza a stretto contatto con una realtà diversa dalla nostra.
Io, Irene, da piccola volevo fare il soldato: non per fare la guerra, ma per portare la pace. Oggi parto alla ricerca della pace e pronta ad accogliere l’inaspettato che la Moldova mi vorrà offrire.
Io, Silvia, la piccola del gruppo, sogno un Cantiere da tanto. Da paleontologa a giudice a medico, i miei sogni sono tanti e confusi: spero che questa esperienza sia utile per conoscere me stessa e chiarire ciò che mi frulla nella testa.
Chiudo io, Giulia, che a parlare di me sono pessima! Infatti ho cercato di  sabotare l’idea di presentarci singolarmente ma ops, le mie compagne non hanno sentito ragioni. Quel (poco) che so della Moldova lo devo alle mie ragazze della scuola d’italiano, quindi parto un po’ per verificare, un po’per curiosità, un po’ per dare una scossa alla mia quotidianità e un po’ per “pareggiare alcuni conti”…vedremo!

Pronte? 3…2…1…SI PARTE!



PRONTI, PARTENZA.... BOLI - VIA!!!

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Reduci da tre intensi giorni di formazione e dopo aver ricevuto un assaggio di Bolivia (la botta di vita del Mate di foglie di coca) grazie alla mitica Piera e preziose informazioni sul cantiere dalle nostre coordinatrici Francesca e Lucia in diretta esclusiva da Cochabamba... possiamo dirci pronti.
Pronti per cosa?
Pronti per affrontare un’orda di bambini iperattivi.
Pronti per difenderci dalle scimmie molestatrici.
Pronti  per un viaggio della durata di circa 21 ore (con la speranza di non perderci in aeroporto viste le premesse…).
Pronti per farci inondare dalla musica, dai colori, dal folklore della grande festa di agosto di Cochabamba.
Pronti per raggiungere Hermana Cherubina a 4000 metri di altezza!!

.…pronti per tantissime altre cose e per tutto quello che verrà!

Nelle nostre valigie non mancheranno il giga materasso di Michela (e i due fondamentali cuscini se no chi riesce a dormire?!), i broccolamenti di Pietro che mannaggia a lui se non passa Procedura Penale, l’importantissima carta d’identità di Francesca (la più anziana del gruppo ma che nonostante tutto deve ancora dimostrare la sua maggiore età) e infine, dato il grande numero di bergamaschi a Cochabamba, un travestimento per Laura, che invece è bresciana fes e in netta minoranza ( e comunque chi non salta tifa l’Atalanta).

Los Quatro Fantasticos estan listos!