giovedì 1 febbraio 2018

TRA IL CIELO E LA PAZ: DOVE VITA E MORTE SI INCONTRANO

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La Paz:  circa tre milioni di abitanti, altitudine che varia dai 3500 ai 4100 metri, una distesa di case senza intonaco che ricoprono la valle, alcune aggrappate alla montagna non si sa dove e non si sa come. Alle spalle svetta imponente l’Illimani, che con i suoi 6532 metri è la terza cima della Bolivia. Freddo, sole, pioggia, salite e discese, cinesi, mercati, ancora mercati e popolazione Aymara, gli andini più tosti del Paese. Sono loro che hanno resistito più di qualsiasi altro gruppo etnico presente in Bolivia alla colonizzazione spagnola: sono abituati a vivere, coltivare, pascolare e tessere a oltre 4000 metri di altitudine, chi potrebbe fermarli? Di loro dicono che sono persone chiuse, a tratti scorbutiche, abituate a parlare poco (e ci credo…! Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che parlare e camminare nello stesso momento a La Paz è una prova da grandi sportivi), e che conservano con fierezza alcune antichissime tradizioni pre-colombiane, mescolandole con i riti cattolici.
Per meglio conoscere e comprenderne la cultura abbiamo quindi deciso di andare al Museo Etnografico (ben progettato e molto interessante!) e, la domenica, al cimitero centrale.


E qui alcuni penseranno: “quale macabra turba psichica affligge queste due ragazze in servizio civile?!” ma io vi rispondo: “nessuna, signori!”, per gli Aymara, la morte è un naturalissimo processo che fa parte dell’esistenza stessa, anzi, chi potrebbe parlare di vita se non ci fosse la morte? E il simbolo della Pachamama (che è Terra, vita, donna) -una spirale- ne è la spiegazione più completa: tutto è un unicum ma allo stesso tempo c’è un inizio e c’è una fine che non si distinguono, l'uno sussegue l’altro in un vortice di energia infinita. Chi può dire dove si comincia e dove si termina se siamo tutti parte di un cosmo sempre vivo, sempre in eterno movimento? 

Proprio per questo il cimitero è un luogo festoso da visitare, ricco di vita, dove chiunque può entrare con un paio di gelati in mano, dove alcuni ragazzi giocano a calcio, dove ci sono i bagni (per i bisogni dei vivi chiaramente), dove le persone si riuniscono per suonare allegre canzoni davanti al loculo del proprio caro.

Bagno per vivi in fondo a sinistra



Esattamente dei loculi vi voglio parlare: sono tutti piccoli, rettangolari, colorati. Sembrano delle vetrinette, o delle teche, e traboccano di oggetti, le cosiddette alasitas ovvero copie in miniatura di frutta, verdura, bottiglie di birra, soldi, cibo, che le persone collocano all’interno della tomba perché rappresentano le cose che più amava il defunto in vita e che il defunto continuerà ad amare “dall’altra parte”. Chi l’ha detto che il signor José non possa sorseggiarsi la sua bottiglia di cerveza in altre forme? O che la signora Maria non possa fumarsi le sue sigarette? I più temerari hanno addirittura infilato alimenti come caramelle, snack e piccoli paninetti.
E poi ci sono i fiori. Tanti, tantissimi, gialli, bianchi, rossi, mazzi piccoli, grossi, gigli, rose, crisantemi, girasoli… un turbinio di colori e profumi, mucchi di fiori anche per terra e tantissime persone intente ad innaffiare, invasare, tagliare, sistemare, comporre.




Per completare l’atmosfera, che vi assicuro essere di totale pace, sono stati dipinti su ogni parete dei murales da artisti provenienti da tutta la Bolivia. È stata un’idea del direttore del cimitero, realizzata grazie al collettivo "Perros sueltos" di Cochabamba, che ha organizzato questa iniziativa e che ancora ci sta lavorando*.
E’ strano, cammini per il cimitero e sei circondato da murales incredibili, alti, grandi, significativi, coloratissimi… e se un muro ancora non è stato dipinto, lo vedi lì, mezzo scrostato, triste, grigio, e non puoi fare a meno di pensare che per fortuna intorno c’è tanto colore.


"Riposo"

"Credere"


Può essere che gli Aymara siano persone chiuse e  silenziose però senza parole ci insegnano che si può vedere anche un cimitero con un’altra prospettiva: celebriamo con gioia la vita e celebriamo con altrettanta gioia chi non c’è più, perché in un’altra forma, a noi sconosciuta, ci è vicino e ci protegge, e sicuramente il 2 novembre scenderà come spirito dalle scalette di pane che vengono poste sulla sua tomba** e passerà a farci un saluto.



* Per maggiori informazioni e per vedere tutte le opere realizzate nel Cimitero di La Paz: www.perrosueltos.com 

**A La Paz si festeggiano i defunti  il 2 novembre e l’8 di novembre. Nello specifico, il 2, tra le varie offerte, vengono poste delle scalette fatte di pane all’interno dei loculi perché si ritiene che sia il giorno in cui gli spiriti scendono sulla Terra; l’8 invece è la “Fiesta de las ñatitas”, cioè dei teschi. Le persone portano i teschi dei propri defunti al cimitero, li coronano di fiori, talvolta gli mettono una sigaretta in bocca, gli occhiali da sole o un berretto e li fanno benedire con rito cattolico, affinché possano sempre vegliare, con alegria, sui vivi. 

martedì 30 gennaio 2018

IN NICARAGUA IL MACHISMO UCCIDE

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  Il sipario dell'anno 2017 ha difficoltà a chiudersi, è pesante ed è rosso più che mai. Ci sono delle donne sul palco, gridano. L'ultima voce che lancia un grido disperato è quella di Paola Bravo, ha il corpo sanguinante, un corpo accoltellato, un corpo che ci interpella e ci chiede giustizia.


Manifestante al corteo contro la violenza sulle donne, 25 Novembre 2017, Managua

     Paola Bravo, 32 anni, è l'ultima delle 63 donne ammazzate in Nicaragua nel 2017. Il numero delle donne uccise è in aumento rispetto all'anno precedente e il 2018 si è aperto aggiungendo un nuovo nome alla lista: Marcela Ramos Dávila, una cinquantenne uccisa a colpi di machete da un gruppo di uomini entrati in casa sua a Jinotega.


            Una marcia pacifica, ma gonfia di rabbia e d'indignazione


    Mentre la lista aumenta in maniera drastica, il governo non sembra avere idee molto chiare su come affrontare il problema dei femminicidi in Nicaragua, anzi pare voler ostacolare quei pochi focolai di resistenza che ardono in varie zone del paese. Il 25 Novembre del 2017, infatti, migliaia di donne e uomini sono sces* per le strade di Managua per chiedere giustizia per le decine di donne ammazzate durante l'anno. Una marcia pacifica, ma gonfia di rabbia e d'indignazione. Migliaia di voci all'unisono hanno gridato ¡Alerta: nos están matando! e preteso giustizia per Vilma Trujillo, bruciata sul rogo, così come per ogni altra donna violentata, per ogni donna fischiata per strada, per ogni donna assassinata, per ogni bambina che si è dovuta scontrare con la perversione adulta.

     Ogni corpo presente alla manifestazione ingombrava lo spazio sulla carretera Masaya, probabilmente troppo. Tutti quei corpi vigorosi venuti a denunciare, tutte quelle grida confuse eppure così chiare, infine, hanno disturbato qualcuno. A metà del percorso il corteo è stato bloccato da altri corpi, muniti di casco, mitra, tenuta antisommossa e indisposti al dialogo. Hanno bloccato con forza il fiume infuocato dei manifestanti impedendo a questi ultimi di terminare il percorso prestabilito.

Giovani attiviste al corteo internazionale contro la violenza sulle donne, 25 Novembre 2017, Managua



"Il governo è responsabile della violenza che subiscono le donne "


    Secondo Juanita Jiménez, la direttrice del Movimiento Autónomo de Mujeres, il governo non solo chiude entrambi gli occhi davanti ai crimini sulle donne, ma è anche responsabile di questa violenza. Secondo l'attivista, il governo minimizza la gravità della violenza e le denunce delle donne non vengono prese sul serio dalla Policía Nacional. Infatti, all'inizio del 2017, le prime quattro vittime di femminicidio avevano sporto denuncia di violenza alla polizia, ma sono state ignorate. Secondo la rivista argentina Latfem, questi atroci casi di femminicidio riflettono la misoginia in cui è immerso il paese, inoltre, l'impunità invia un messaggio di tolleranza agli aggressori e normalizza questi atti nel resto della società.

    In Nicaragua, così come in ogni altro paese dove il machismo s'impone e sopravvive adattandosi alla struttura, la vita delle donne è frustrante e lo diventa ancora di più quando non si è ascoltate. E allora a volte si preferisce tacere. Come dice Angela Davis nell'appello allo Sciopero Internazionale dell'8 Marzo, il silenzio sulle violenze non esiste semplicemente perché abbiamo paura o vergogna di parlare, il silenzio s'impone. Lo impone il sistema di giustizia penale che nega la possibilità di denuncia alle donne, attivando ulteriori livelli d'intimidazione e di violenza, lo impone il machismo di stato, lo impone un sistema economico e sociale che esclude le donne dal lavoro. 


                          La violenza machista ci riguarda tutti


    Angela Davis, Nancy Fraser, Linda Alcoff, Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya, Rosa Clemente, Zillah Eisenstein, Liza Featherstone, Barbara Smith e Keeanga-Yamahtta Taylor hanno pubblicato sul The Guardian, un Appello allo Sciopero Internazionale dell'8 Marzo 2018. Un appello contro la violenza machista, contro il silenzio forzato, contro il capitalismo che promuove disuguaglianza, razzismo e misoginia.

   Ci prepariamo dunque ad una giornata in cui gridare NO con la voce di Vilma, di Paola, di Marcela e di tutte le donne rimaste dietro il sipario rosso, ma le cui voci ancora ci tormentano. Queste donne protagoniste di un orrendo scenario chiedono aiuto al pubblico, gli chiedono di non voltare le spalle, di non restare indifferenti. La violenza machista ci riguarda tutti. Non restiamo indifferenti.



"This is a women’s march and this women’s march represents the promise of feminism as against the pernicious powers of state violence. An inclusive and intersectional feminism that calls upon all of us to join the resistance to racism, to Islamophobia, to antisemitism, to misogyny, to capitalist exploitation". 

Angela Davis, Women's March Speech




"Antipatriarca", Ana Tijoux 

domenica 28 gennaio 2018

BEIT BEIRUT O LE FERITE DI UNA GUERRA

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Nel cuore di Beirut, precisamente nel quartiere di Dowtown, sorge una decadente costruzione oggi nota come Beit Beirut, “la casa di Beirut”. Nessuno chiama più quell'edificio col suo vero nome, Palazzo Barakat, anche perché è ormai passato quasi un secolo da quando Nicholas Barakat, nel 1924, commissionò il progetto di questa dimora gentilizia. 

Palazzo Barakat era costituito da otto appartamenti abitati da alcune famiglie della classe media. L’edificio si affacciava sull'angolo formato da due delle arterie principali del traffico di Beirut: Independence Street e la Beirut-Damasco. Probabilmente negli anni Trenta la capitale libanese non era ancora coperta dal pesante velo di smog che si respira oggi e Palazzo Barakat non era esposto alle grida dei clacson come lo è ora. 


Palazzo Barakat doveva sicuramente catturare lo sguardo dei passanti. La pietra dal fragile colore giallo formava sottili colonne che ricordavano vagamente l’architettura greca. Sempre un ibrido, Beirut. Una città posta nel bel mezzo del Mediterraneo e che trae la propria identità dalle contaminazioni, dagli incroci e dagli stili commisti. E con le sue ariose facciate, Palazzo Barakat doveva sicuramente incarnare lo spirito beirutino: la ricchezza mostrata sempre con distratta eleganza. 

Poi accadde. Il 13 aprile 1975 il mondo finì e nessuno sembrava aspettarselo. Eppure la gente doveva sapere. Le guerre non scoppiano mai da un giorno all’altro. Serve ben più di una scintilla, più dei colpi di mitra che lacerarono l’aria di Ain El Rummaneh, quel giorno di primavera. 

Una guerra per procura, naturalmente. C’era Israele che stava cacciando il popolo palestinese dalla sua terra, la Siria con le sue mire espansionistiche e i precari equilibri confessionali in Parlamento. Le guerre scoppiano fra i potenti, ma sono i piccoli che le scontano. In Libano tutti cominciarono a sentirsi minacciati da tutti e nel ’75 iniziò il conflitto. 



Palazzo Barakat divenne suo malgrado un simbolo di guerra. La sua posizione, proprio in corrispondenza della Linea Verde, lo rese la postazione ideale per i cecchini. La sua architettura permetteva ai combattenti di nascondersi fra le sue colonne, di annidarsi nei suoi spazi interni. E da Sodeco altri guerriglieri rispondevano col fuoco, ferendo la facciata di Palazzo Barakat. 

Passarono gli anni e la guerra finì. Ma Beirut era stata ormai profanata. I lutti e le perdite portarono le varie comunità religiose ad autosegregarsi. Così Beirut Est divenne la roccaforte dei cristiani, mentre a Beirut Ovest trovarono rifugio i musulmani. Achrafieh e Hamra divennero i nuovi centri di una città ormai bicefala e Palazzo Barakat perse la sua centralità. 



Ecco cos’è Palazzo Barakat oggi. Una casa fantasma dalle cicatrici indelebili. Durante la ristrutturazione gli architetti hanno rinforzato il suo fragile scheletro con delle protesi di metallo. Ormai disabitato, Palazzo Barakat ha perso la sua alterigia nobile ed è diventato Beit Beirut, un museo della memoria. E con quella strana commistione di pietra e ferro, Palazzo Barakat è diventato ancora una volta lo specchio di Beirut, una città ibrida che si vuole moderna, ma che non riesce mai a sbarazzarsi del suo passato.



sabato 27 gennaio 2018

Ritorno a Cochabamba, dove la vita è imprevedibile!

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Ritornare per non smettere mai di imparare


Ritorniamo a Cochabamba, dopo un mese di rimmersione in Italia. Eravamo arrivate qui, a Cocha - come si dice in slang -, all’inizio di novembre e dopo quasi due mesi siamo tornate in Italia, tra vacanze e formazione. Uno shock

Non è semplice riuscire a entrare e stare in un paese come questo, una realtà molto diversa, per quanto segnata da un’influenza europea lunga  secoli.

 La Bolivia è uno dei Paesi del Sud America che più a conservato la sua storia e le sue tradizioni: il Quechua, l’Aymara sono alcune delle lingue che scorrono parallelamente al Castellano -guai a parlare di Spagnolo!-  e che si mescolano, pulsano, creando una tavolozza colorata nella quale ancora si sentono le radici di questa nazione.

Riunione parrocchiale del campo

Arrivata qui senza sapere una parola della lingua locale, ho scoperto la fortuna di stare tra persone che sono abituate a parlare lentamente, per farsi comprendere: non tutti i boliviani parlano infatti Castellano, come non tutti parlano Quechua o Aymara. Però ci si capisce: si fa attenzione ad esprimersi in maniera chiara, con un ritmo lento e a bassa voce.


Uno dei primi avvertimenti che ci è stato dato è stato infatti di non gridare mai - e per gridare si intende anche il tono di una normale conversazione italiana! -. Ricorda l'atteggiamento dei colonialisti, ci spiegano. Un altro motivo per cui quasi si sussurra, scandendo bene le parole.


L'idea però che oggi questo sia importante soprattutto per comprendersi a vicenda mi conquista di più: mi fa pensare all'unità di un popolo che supera le divisioni linguistiche e che, alla fine, sorride nella stessa lingua.



Murale del gruppo Acciòn Poética de Cochabamba

Ma, al di là della lingua -dell’idioma, pardon!-, intendersi non è facile. Un gesto, un’espressione, la costruzione di una frase, tutto ha un peso nel creare relazioni. Ed è difficile capire come fare.


Dopo due mesi stavamo cominciando a percepire il ritmo con cui segnare il tempo di un saluto, di un buon giorno, del lavoro … e adesso si ricomincia, di nuovo a 2.560 metri di altezza e con 5 ore di fuso orario!



Uno degli aspetti che abbiamo subito dovuto metterci in testa in Bolivia è stato:

SCORDATI DI PROGRAMMARE!

O, detto in altri termini:

LA VITA E’ IMPREVEDIBILE. ACCETTALO!


E per me, abituata a progettare, calcolare soppesare i pro e i contro di ogni cosa, è stato un vero colpo! Ma una volta che ci si abbandona a questo flusso un po’ matto della vita in Bolivia, si trovano anche i suoi lati positivi.


Dovevamo tornare mercoledì 24 gennaio, tutto a posto, tutto pronto. Biglietti presi, visto fatto.


Il 22 ci scrive la nostra responsabile in loco: martedì ci sarà un paro general (un blocco generale della circolazione). Potreste avere dei problemi con i voli, non riuscire a tornare a casa ... e state attente.
Già, perché quando il clima si scalda non dobbiamo dimenticarci di essere gringos, ragazze bianche provenienti da un paese ricco.

All’inizio ci preoccupiamo, ma poi ci diciamo "Andiamo, e vediamo cosa succede. In qualche modo faremo". Arriviamo e lo sciopero era stato sospeso. Torniamo a casa sane e salve.


Eh sì: inutile preoccuparsi troppo. Anche da un giorno all'altro qui tutto può cambiare!!!




Chiara

venerdì 26 gennaio 2018

NUOVI ORIZZONTI MUSICALI

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Chi avrebbe mai pensato che un giorno mi sarei ritrovata a canticchiare una canzone in bengali? Fare il servizio civile a Beirut significa anche passare delle ore a creare playlist incredibili, con brani che spaziano dalla musica tradizionale bengalese alle più attuali ed energiche canzoni etiopi. 
Forse vi chiederete cosa c'entra Beirut con questa cantante. È presto detto. 
Quando delle giovani donne lasciano il loro paese, in questo caso il Bangladesh, per tentare di costruire un futuro migliore per sé e per i propri figli, accade che alcune (troppe) trovino nel loro cammino solo sfruttamento e violenza. Accade che la loro dignità venga calpestata e che il loro diritto ad essere trattate come persone venga meno. 

Abbiamo incontrato alcune di queste donne nei centri della Caritas per donne migranti, vittime di sfruttamento lavorativo, dove stiamo svolgendo il nostro servizio civile. Qui, nonostante le barriere linguistiche, riusciamo ad avvicinarci al loro mondo attraverso la musica. La musica ha la capacità di risvegliare ricordi assopiti, di riportarle per qualche minuto alla spensieratezza che forse hanno avuto o hanno sognato da bambine. E se regalare qualche ora di felicità e serenità significa ampliare i propri orizzonti musicali, allora noi siamo qui anche per questo. 

E così mi sembra doveroso condividere questa inaspettata sorpresa: Runa Laila.
Nata il 17 novembre 1952, è una delle più famose cantanti bengalesi, la cui fama è diffusa in tutto il Sud-est asiatico. Quando Rani la sente, non c'è più niente che la fermi. Ed ora la canticchio anche io, come se avesse sempre fatto parte del mio bagaglio musicale. 

mercoledì 24 gennaio 2018

KARIBUNI MOMBASA...di nuovo!

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SCE KENYA 2017- RIENTRO DI GENNAIO

Eccoci qua...finalmente dopo tre aerei (troppi), siamo ritornate alla nostra casa in Kenya...Mombasa!


È strano per la prima volta ritornare in un posto lontano dove ho fatto servizio...le altre volte anche se lo avrei tanto voluto è stato impossibile, ma diciamo che è andata bene così! 
Però, questa volta, ritornare mi ha suscitato emozioni che non avevo mai provato...la bellezza e lo stupore di atterrare in un areoporto a 6.200 km di distanza dall'Italia e sapere perfettamente dove andare, trovare all'uscita un volto amico e salutarlo, chiamandolo per nome davanti allo stupore di tutti...essere accolta con un sorriso e una stretta di mano che dicono "bentornata"; salire in macchina e dirigermi verso la città conoscendo perfettamente la strada che stiamo percorrendo e riconoscere i luoghi che incontriamo...
Che bello e che grande fortuna poter avere il privilegio di vivere e provare tutto questo!


Guardando la città dal finestrino dell'auto vedo un mondo conosciuto ma improvvisamente mi scopro sorpresa che possa esistere davvero...per un attimo per la mia mente sembra quasi impossibile che questa realtà, questo mondo altro che scoppia di vita esista nello stesso tempo in cui esiste il mio piccolo mondo in Italia...
Sembra così lontano e diverso dall'ordine, dalle regole, dalla routine europea che davvero mi chiedo come queste due realtà possano coesistere...eppure è così! Mentre in Italia la gente si starà sedendo ad un tavolo imbandito per la cena, qui persone si aggirano per le strade alla ricerca di chissà cosa, dormono per terra placando le fatiche della giornata, i banchetti di legno dei mercati sono chiusi e stranamente tetri senza la calca che li circonda di giorno, la discarica come al solito brilla dei piccoli focolari che bruciano l'immondizia e mandano un odore pungente ed inconfondibile...

Poi, piano piano, ci addentriamo sempre più nella città, superiamo il ponte di Nyali passando sopra l'oceano, svoltiamo per Kongowea e proseguiamo verso Nyali...la strada è ora libera...sfrecciamo su Links Road, guardando la fila ordinata di hotel lungo la spiaggia..."The voyager"; "Bahari beach",..."Mombasa beach"...ed eccoci arrivate!!!
Scendiamo qui...le guardie ci aprono il portone sorridenti e...siamo a casa!!!
KARIBUNI MOMBASA, di nuovo...e tranquilla Chiara...esiste davvero...e per altri 9 mesi è tutta da vivere!

Chiara Galla

lunedì 1 gennaio 2018

Due mesi di Moldova: un turbinio di pensieri e immagini

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E’ difficile trascrivere il vissuto di questi quasi due mesi in Moldova perché le sensazioni e le immagini che mi passano per la testa si sovrappongono in continuazione.
Dalle mamme del centro maternale alle prime armi con i loro bimbi che stanno imparando a conoscere, agli adolescenti che condividono le loro domande e i loro dubbi, alle contraddizioni quotidiane visibili ad occhio nudo, all’accoglienza che abbiamo trovato, ai parchi nel bel mezzo della città, al nostro cercare di farci capire in un rumeno terribile e alle risate che ne conseguono, ad un senza tetto che in un italiano maccheronico ci chiede come stiamo, alle chiese dai tetti dorati che spuntano tra i block sovietici, al verde infinito che si mescola con il marrone scuro della terra appena fuori dalla città, al festeggiare ogni occasione, alle casette colorate dei villaggi, alle decine di anziani che ogni giorno, con grande dignità, si mettono in fila per aspettare un pasto caldo...
Ma nel turbinio dei miei pensieri voglio fermarmi proprio tra questi anziani.
Tanti hanno lavorato una vita, c’è anche chi ha fatto la “badante” per anni in italia, per percepire una pensione di 60 euro al mese... Tra questi anziani vorrei riuscire a fare un “fermo immagine” sul viso di una signora che fin dal primo giorno mi ha colpita. 
Non so come si chiami ma so che dall’inizio, da quando io e la mia compagna di avventura ci siamo messe di fianco a questa lunga coda per scambiare “quattro chiacchiere”  nell’attesa del pasto da distribuire, mi é rimasta impressa. 
Con pochi di loro riusciamo ad avere una conversazione che vada al di là del saluto, un po’ per il nostro rumeno zoppicante, un po’ per l’impegno e la velocità che richiede la distribuzione del pasto, un po' perchè gran parte di loro sono russofoni. Ma lei, questa dolce signora, con un sorriso incredibile e con il viso avvolto da un foulard a fiori che fa intravedere la sua chioma bianca, è riuscita a farci capire di essere sordomuta, di avere a casa un marito allettato e di avere due figli. Non lo so proprio come abbiamo fatto a capirci ma ci siamo riuscite.

Da quel giorno la vedo e, tagliando un pezzo di pane o distribuendo il recipiente pieno di zuppa, riusciamo sempre a salutarci e quel suo sorriso pieno o la sua mano sventolante che saluta con energia, forse sarà poco, ma per me ha un valore davvero profondo.

A lei e alle tante storie incrociate in questi primi mesi...
"Amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore."    (A.Merini)

lunedì 25 dicembre 2017

Kenya: Buon Natale a tutti, davvero

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Buon Natale a tutti, davvero.

Buon Natale a Simon, che passerà il suo 15esimo compleanno a giocare a pallone tra le mura di un carcere minorile. Buon Natale al commerciante del negozio di telefoni che ha scoperto Simon con le mani nel sacco, che lo ha chiuso in uno stanzino fino all’arrivo della polizia. Buon Natale alla folla inferocita che si è divertita a pestarlo per rendergli meno noiosa l’attesa delle manette; a pestarlo con le stesse mani che oggi usano per scambiarsi la pace in chiese fatiscenti ma vive, in comunità povere ma gioiose. Buon Natale al giudice che tra una settimana dovrà emettere la sentenza sul caso di Simon.

Buon Natale al padre di Simon, ovunque egli sia. Chissà com’è non aver mai potuto conoscere il proprio padre e non averne mai sentito la voce ed i rimproveri. Chissà come dev’essere continuarsi a chiedere, come fa continuamente Simon, quali siano le ragioni che possano aver spinto suo padre a svanire nel nulla. Buon Natale alla madre di Simon, rimasta sola a prendersi cura di 9 bambini, un compito che da qualche parte può risultare difficile, mentre in una baraccopoli a volte si rivela davvero impossibile. Buon Natale a tutti gli 8 fratelli di Simon, 4 sorelle e 4 fratelli, tutti quanti più grandi di lui, nessuno che vive con la madre. Bambini e ragazzi randagi.

Buon Natale ai compagni di camerata di Simon, perché ne abbiano se non pietà almeno rispetto, che non approfittino delle sue debolezze, del suo essere piccolo, del suo essere fragile. Buon Natale alle guardie della prigione, perché se ne prendano cura, perché siano per lui la famiglia che non ha mai potuto avere.

Buon natale perché in fondo è un augurio che si meritano un po’ tutti, davvero, persino Babbo Natale. Rivolgo un enorme augurio di Buon Natale anche lui, convinto come sono che quest’anno, in questa santa notte, abbia trovato il tempo di bussare in case senza porta, di far battere cuori senza speranza, di portare finalmente il Natale dove la calda voce di Bublè non riesce ad arrivare.

Buon Natale a Simon in particolare, e alle decine di centinaia di migliaia di Simon sparsi per il mondo. Buon Natale a Simon anche se oggi sul campo saremo avversari, prigionieri della YCTC contro ex-prigionieri di Cafasso. Sperando prima che il giudice, a cui auguro di nuovo Buon Natale e buon appetito, abbia pietà di lui. E poi sperando di poterci giocare di nuovo, con Simon, ma nella stessa squadra. Perché a Cafasso si può essere famiglia, e una famiglia è quello di cui un ragazzo di 15 anni ha bisogno. Nel caso, ti aspettiamo.

Buon Natale alla mia di famiglia, ai miei amici, ai miei nemici, tutti così lontani ma alcuni davvero molto vicini. Buon Natale perché probabilmente non ve l’ho mai detto. Buon Natale proprio perché a me non è mai piaciuto. Questa volta ho deciso di scriverla a tutti voi la letterina, e non a Babbo Natale. Perché se mi riesce difficile credere a lui, trovo molto più facile credere in voi.

a presto,
Giacomo Centonze

domenica 24 dicembre 2017

Le decorazioni di Natale

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Ho sempre trovato strano festeggiare il Natale con il sole, in Italia. Figuratevi qui! 
Chiudete gli occhi e provate ad immaginare di trovarvi davanti all'albero di Natale il 25 agosto. Ecco, l'effetto iniziale è un po' questo …
In realtà la cosa bella è che ... Natale è Natale dappertutto! 

A dire il vero, però, di questo natale africano vorrei raccontarvi qualcosa di più! Vorrei raccontarvi cosa vede e vive il mio cuore. E vorrei farlo a partire da una frase di Martin. 
Martin non è una persona qualunque. Mi sorprende chiamarlo per nome, amichevolmente. Perché Martin Kivuva è l'Arcivescovo di Mombasa. Un tipo senza dubbio carismatico, pragmatico, attento e intelligente. Con lui abbiamo condiviso diversi momenti pre-natalizi di festa. Eppure, non dimenticherò facilmente una sua frase, pronunciata ad un grande evento, davanti ad un folla silenziosamente attenta (non era mica così pochi minuti prima, quando uno strambo vescovo evangelico faceva il suo show sul palco). Il nostro vescovo, dopo aver pregato, ha fatto un discorso semplice, commovente e intenso. Ad un certo punto ha detto: LE DECORAZIONI DI NATALE SIETE VOI! 

Ma ci pensate?! Come cambia il Natale se al posto di curarci solo di fiocchi, palline e addobbi luccicanti, impariamo a lasciare da parte il materialismo per goderci la vera gioia del Natale. Le decorazioni di Natale siamo noi?! Come è possibile?! Perché!?

Le decorazioni di Natale siamo noi. Bianchi, neri, cattolici e non, italiani, keniani: le decorazioni sono tutte le persone che incontriamo. Perché con la nostra presenza adorniamo la vita del mondo. 
Le decorazioni di Natale sono i bambini dei rescue centers di Mombasa che cantano in coro davanti all'albero di Natale illuminato. Perché con la loro presenza testimoniano che la speranza di vivere in armonia non è vana.
Le decorazioni di Natale sono anche gli uomini che, a piedi nudi, di corsa, spingono o trascinano i caretti, colmi di sacchi o carichi di tank d’acqua, in mezzo al traffico mattutino. Perché con il loro lavoro quotidiano sono segno di forza e tenacia. 
Le decorazioni di Natale sono le mani dei bambini che ti cercano quando cammini nei quartieri più popolari, solo per stupore e curiosità di vedere un “musungu" inoltrarsi sulle loro stesse strade. Perché con la loro presenza regalano saluti e sorrisi di tenerezza che comunicano tutta l’ingenuità e la purezza dei più piccoli.
Le decorazioni di Natale sono i colleghi di Caritas Mombasa, che iniziano ad averti davvero a cuore e ti insegnano qualche parola in kiswahili così che tu possa sentirti a casa e far capire agli altri che non sei un turista qualsiasi. Perché con la loro presenza rendono il cammino più sereno e sicuro, ricordandoci che è possibile vivere da fratelli e amici veri con gli tutti gli esseri umani. 
Le decorazioni di Natale sono i bambini del Mahali Pa Usalama che saltano di gioia quando arriva il bus che li porta in piscina, per una giornata di festa eccezionale - come succede ogni volta che varchiamo il cancello del centro per trascorrere una giornata con loro. Perché con la loro presenza, ogni giorno, ad ogni istante, ti ricordano quanto il nostro cuore ha bisogno di sentirsi amato.
Le decorazioni di Natale sono i nuovi amici che ti accompagnano in Old Town per non farti andar da sola - come Virginia, (forse) l'unica donna driver di un tuk tuk, che ci porta a far shopping e a fine giornata ci regala il braccialetto del Kenya; o come Ian, un giovane cattolico, molto impegnato in parrocchia, che passa un'intera giornata con noi a Fort Jesus e poi ci accoglie in casa sua, dove sua mamma ci attende per offrirci una soda. Perché con la loro presenza sono segno di un’amicizia possibile e di un’accoglienza straordinaria e inaspettata, che non bada a spese!
Le decorazioni di Natale sono i canti durante la messa, sempre belli, partecipati e intonati. Perché con il loro ritmo fanno sempre vibrare il cuore. 
Le decorazioni di Natale, qui, sono anche i matatu colorati, ognuno con il suo stile, tutti con la musica che risuona ad alto volume, che circolano sulle strade. Perché son sempre pronti per portarti a destinazione e rendono variopinta la città.
Le decorazioni di Natale sono, senza dubbio, i nuovi cestiti spuntati sulle strade di Nyali - davanti ai quali ti sorprendi e inizi a credere che davvero la gente potrebbe imparare a non buttare in giro qualsiasi cosa, così che le strade non siano più coperte da plastica e spazzatura. Perché ti fanno respirare aria di cambiamento e speranza per il futuro. 
Le decorazioni di Natale, allora, sono anche tutte le cose che non vorresti vedere: come la strada che dalla parrocchia di Kongowea porta a casa del nostro amico (che poi è una delle tante), tutta coperta di bottiglie, sacchetti, rifiuti e immondizia di ogni genere, che ormai sembrano aver trovato il loro posto e son un tutt’uno con la polvere che ricopre le superfici. O ancora, come i bambini che spingono la mamma in carrozzina, le (troppe) persone senza arti che chiedono l’elemosina in città, i ragazzi vestiti di stracci sdraiati per strada, i bambini che ti chiedono cibo appena fuori dal supermercato e quelli che si portano in giro la tanica in cerca d’acqua. Perché semplicemente ci sono, ti interpellano, suscitano domande e ti danno l’opportunità di diventare più responsabile nel tuo stile di vita. 

Le decorazioni di Natale sono loro: uomini, donne, giovani, adulti, bambini, suore, preti, mamme, padri, orfani. Gente semplice e accogliente che è curiosa di vederti, ti chiede da dove vieni e come ti chiami, e sempre si dice disponibile e pronta a condividere con te momenti di vita quotidiana, ti invita a casa o spera di rivederti. Gente che vive con "poco", ma ne gode come fosse molto. Gente che forse non avrei mai incontrato e nemmeno immaginato, se non avessi avuto l’opportunità di esser qui. Gente che ogni giorno si impegna a vivere. Gente che ogni giorno può insegnarci a vivere. 

Spesso il Natale per noi diventa altro. È facile dimenticare che Natale in realtà è condivisione fraterna, è ritrovarsi insieme per vivere in armonia, è semplicemente gioia. È facile dimenticare che il Natale ci richiama alla povertà, perché anche Dio ha scelto di farsi piccolo e nascere in una mangiatoia, non in un gran hotel a cinque stelle. È facile dimenticare che il Natale non è frenesia, perché la fretta non è benedizione (come dicono qui: "haraka haraka hakuna baraka"): Gesù nasce e tutto si ferma, perché tutti accorrono a Lui, con il meglio che hanno. È facile dimenticare che il Natale non è sperperare, ma ritrovare l’essenziale. 

Qui, tutto quel che c'è non è scontato: per ogni cosa sempre si ringrazia e si prega, grati a Dio per tutto ciò che si ha. Qui, se dici che torni a casa, in Italia, tutti ti dicono "say hi to your parents" e ti augurano un "safe jorney": perché l'attenzione all'altro è profonda e pura. Qui a Natale l'importante non è aver regali da scartare, ma andare a messa (sempre indossando il vestito migliore) per celebrare il Natale, cioè la vita. Qui, anche l'acqua e la luce, la famiglia, i vestiti puliti, il cibo quotidiano non sono scontati: se ne puoi godere, non li sprechi, ne hai cura, ne sei profondamente grato. 

Allora, cari amici a casa, vorrei augurarvi di ritrovare il Natale. Vorrei augurarvi di far festa, a Natale, grati per tutto quel di cui potete godere. Vorrei augurarvi di far festa, a Natale, con la gioia di chi si sorprende di esser circondato di bene e amore. Vorrei augurarvi che il Natale sia festa, non un solo giorno, ma tutto l'anno, nella semplicità della vita quotidiana. Sia Natale sempre! E, voi, abbiate cura di essere le decorazioni di Natale che illuminano le giornate dei vostri cari e delle persone che incontrate. Siate decorazioni di Natale: rendete belle le vostre vite, adornate il mondo! 

Buon Natale,
Greta

venerdì 22 dicembre 2017

Contraddizioni

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Beirut è piena di contraddizioni. Non c’è parola che riassuma meglio la prima impressione che questa città trasmette quando ti trovi di punto in bianco immerso nelle sue vie, così simili e al tempo stesso così diverse da ciò a cui il nostro occhio occidentale è normalmente abituato. Contraddittorie sono un po’ tutte le città moderne, spazio per eccellenza dell’incontro tra ricchezza e povertà, luogo dove milioni di individui di diversa provenienza ed estrazione sociale si trovano a convivere lato a lato, dove miriadi di storie individuali e collettive si incrociano, e le differenze balzano subito all'occhio, colpiscono, lasciano spiazzati. Eppure a Beirut, città uscita da quindici anni di guerra civile e da diverse invasioni straniere, l’ultima avvenuta solo una decina di anni fa, queste contraddizioni appaiono elevate all'ennesima potenza,  i contrasti emergono ovunque: tra gli edifici che riempiono la città, tra i mezzi e le persone che la popolano, negli spazi che la compongono, tra la città e la geografia circostante.







Grattacieli altissimi ed edifici moderni disegnano il profilo della città. Eppure, spesso essi sorgono al lato di edifici vecchi e malandati, a volte a pochi passi da case diroccate, alcune delle quali portano ancora i segni di proiettile lasciati dagli anni di guerra. Passeggiando per le sue vie, ci si imbatte spesso in case abbandonate o inagibili, eppure in tutta la città si continua a costruire edifici nuovi, le gru si innalzano al cielo, segnando gli scorci che questa città regala.














Nei quartieri più ricchi locali alla moda in stile occidentale riempiono le strade. A Mar Mikhael, zona di Beirut famosa per la movida notturna, decine di locali ben curati ed arredati con gusto – molto hipster – offrono cibi e bevande di tutti i tipi. Gli interni ordinati e raffinatamente curati nei particolari urtano però con l’ambiente esterno, spesso trasandato e lasciato all'incuria. I marciapiedi sono frequentemente sconnessi e tappezzati di escrementi dei cani portati a passeggio, i bidoni dell’immondizia sistemati lungo la strada in maniera approssimativa, i rifiuti abbandonati per strada. Soprattutto, migliaia di fili elettrici tirati da una casa all'altra ricoprono le strade ed i vicoli, si ingarbugliano attorno ai pali della luce senza apparente logica.





Nei bar e nei pub di Hamra, altra zona famosa per i suoi locali, la gente beve e si diverte, mentre sui marciapiedi circostanti donne siriane circondate da tanti figli, alcuni neonati, fanno l’elemosina, i bambini più grandicelli ti rincorrono, chiedendoti di comprar loro un gelato o qualche caramella. Le strade della città sono percorse da SUV nuovi ed ingombranti – come altrove, la dimensione della macchina sembra un modo per ribadire il proprio status sociale – e da macchine sportive, truccate e rumorose.  I motori potenti e le dimensioni ingombranti delle macchine sembrano però alquanto superflui e poco funzionali, in una città le cui le strade interne sono strette e fittamente parcheggiate e quelle principali sono sempre intasate dal traffico, in cui rimanere imbottigliati è la norma. Nelle stesse strade in cui questi macchinoni cercano di muoversi è possibile incontrare carretti trainati a mano, persone che vendono grano turco bollito ed altri cibi economici, o altri baracchini mobili dove puoi comprare un caffè turco a mille lire (poco più di 50 centesimi di euro). Lo stesso caffè, se comprato nel centro commerciale di Ashrafiyyeh, una delle zone più benestanti della città, può costare cinque o sei volte tanto. I prezzi oscillano in alto e in basso a seconda del quartiere, ed anche la geografia urbana cambia con essi. Esempio lampante è il centro città, completamente diverso dai quartieri limitrofi. Interamente ricostruito dopo la guerra, avrebbe poco da invidiare ai centri storici di tante città europee, con i suoi portici e i suoi edifici eleganti in pietra giallo sabbia. Ma, a causa della speculazione edilizia che ha accompagnato la ricostruzione ed il conseguente aumento dei prezzi, il centro appare oggi desolato, quasi fantasma: le persone che camminano per le sue vie si contano sulle dita di una mano, molti dei negozi e dei bar che dovrebbero animare i suoi portici sono chiusi in attesa di un proprietario, le vetrine impolverate e gli interni lasciati all'incuria. Malgrado le poche persone, le strade sono strettamente sorvegliate da numerosi militari, che camminano fiaccamente per le vie semi deserte.











D'altronde, l’esercito è la manifestazione più tangibile dello Stato libanese, che appare allo stesso tempo estremamente presente ed estremamente assente. Presente nei posti di blocco, nei numerosi militari armati che si incrociano per le strade, nei mezzi blindati che si trovano in giro, come il carrarmato piazzato in mezzo alla rotonda di Daura. Presente anche nella sua forma simbolica: le bandiere con il cedro si vedono ovunque, alcune sventolano enormi come quella in piazza Sassine, una più piccola si muove sui faraglioni di Rauche. Ma assente nella dimensione dei servizi offerti al cittadino, visti il costo altissimo del sistema sanitario, le carenze nella fornitura di elettricità ed acqua, i limiti dei trasporti pubblici. 








Infine, i contrasti sembrano innati persino nella morfologia nel territorio in cui Beirut sorge. Essa è infatti adagiata sul mare ma circondata dalle montagne, basta poco più di mezz'ora di macchina per passare da zero a mille metri, dalle spiagge alle foreste di conifere. Montagne che, a differenza di quelle a cui i nostri occhi sono normalmente abituati, sono però fittamente costruite e popolate, di notte si accendono e migliaia di puntini gialli le illuminano.






Tutte queste sono solo alcune delle contraddizioni racchiuse in Beirut,  città che offre tanto ma pretende tanto, che tanti amano e tanti detestano. Quanto a me, per il momento mi mantengo neutrale, cerco di divincolarmi nel traffico, esploro a piedi la città per tentar di comprenderla. Tra qualche mese, saprò dire a quale dei due gruppi appartengo.