lunedì 3 agosto 2015

Kenya: DAY #6 31-07

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Jane, la cuoca della parrocchia in cui siamo ospitati, questa mattina ci ha preparato una sorpresa. Per colazione oltre al solito tè abbiamo potuto assaggiare per la prima volta i Maandazi, delle specie di frittelle, e i Samosa, degli involtini di carne e cipolla.
Tutto molto buono, ed è così che troviamo la carica giusta per affrontare la dura giornata che ci aspetta.
Il saluto ai bambini della scuola elementare di Kamiti
Il saluto ai bambini della scuola elementare di Kamiti
Come al solito andiamo alla Cafasso House, e ci dividiamo in gruppi per le attività mattutine. Durante il tragito incontriamo di nuovo i bambini della scuola elementare che ci danno dei cinesi.
Io e Noemi siamo ancora al carbone con Little John e Samuel, ed iniziamo a lavorare esattamente come ieri. Questa volta però prestiamo più attenzione all’impasto, che ieri conteneva troppa terra e quindi faceva faticare a rimanere compatto.
Oggi invece riusciamo ad ottenere dei salsicciotti di carbone come si deve, e Felix quando passa ci fa i complimenti e ci dice che stiamo diventando professionisti. Felix viene a trovarci insieme ad un nuovo ragazzo che si unirà alla famiglia della Cafasso House. Anche lui come tutti arriva qui dopo aver scontato i 4 mesi alla Y.C.T.C..
Il nuovo ragazzo si chiama anche lui John, e questo fa nascere una divertente discussione su come chiamare i 3 John presenti nella casa. Scopro da Meshack, il migliore amico di Little John, che in realtà a lui questo
Big John
Big John
soprannome non va molto a genio. Lui e Meshack sono i più piccoli del gruppo, sia in età che in statura, e questa cosa a loro pesa molto.
Chiedo a Little John come vuole essere chiamato, e mi dice che il suo vero nome è Ngioroghe.
Ci riuniamo per il chai break, e Wolf presenta a tutti il nuovo arrivato. John è molto timido, non parla e si presenta a tutti dicendo solo il suo nome e la tribù di provenienza.
Più tardi scopriamo dai ragazzi che è normale, e che tutti i nuovi arrivati non parlano per le prime due settimane. Si può anche comprenderli, arrivando comunque da una prigione e dovendosi inserire in un contesto completamente nuovo come quello della Cafasso House.
Dopo la pausa ripassiamo insieme entrambe le canzoni imparate ieri, Camminerò e Jesus asante sana. Poi è l’ora dell’attività, e oggi per loro abbiamo portato tanti fili per fargli fare gli scoobydou. Ognuno di noi fa vedere il procedimento ad un paio di loro, e a parte qualche eccezione imparano tutti in fretta e l’attività sembra piacergli molto.
Per pranzo si unisce a noi anche Kevin. Nel piatto troviamo riso e fagioli, da condire a piacere con sale e peperoncino.
Subito dopo il pranzo ci prepariamo e usciamo da Kamiti insieme a Kevin, che ci accompegnerà a Nairobi Town. Incontriamo sulla strada un Matatu che si ferma e ci saliamo sopra.
Dopo un’oretta e mezza arriviamo a Nairobi, in pieno centro città.
Dentro al Matatu!
Dentro al Matatu!
La folla di gente che cammina per i marciapiedi è davvero spaventosa, e devi praticamente farti trascinare. Siamo un gruppo abbastanza numeroso, quindi siamo costretti a fermarci più volte per aspettarci tutti.
La prima tappa è in una specie di centro commerciale, dopo visitiamo due negozi di souvenir mentre aspettiamo Marta che con Kevin è andata a cambiare dei soldi.
Dopodichè partiamo di nuovo e passiamo di fronte alla Corte Suprema, dove si svolgono i processi. Tutti i ragazzi che passano dalla Y.C.T.C. sono passati anche da qui, e immaginarli entrare come imputati mi fa davvero strano.
Poco dopo siamo al centro congressi. La maestosità e la ricchezza di questo posto fa davvero strano, anche dopo soli pochi giorni a Kahawa West. Si tratta di un palazzo di 29 piani, con un ascensore centrale che permette di salire in cima alla modica cifra di 400 scellini (4€).
L’ascensore è velocissimo, e ci porta in cima davvero in poco tempo.
Una volta arrivati sul tetto, lo spettacolo è davvero meraviglioso.
Panoramica dal tetto del centro congressi
Panoramica dal tetto del centro congressi
Scendiamo a ci rechiamo a Uhuru Park, il parco principale della città. Ci prendiamo una bibita e riposiamo un attimo. Una comitiva di keniani in gita vuole fare una foto con noi, come se fossimo un’attrazione turistica.
Il centro congressi di Nairobi
Il centro congressi di Nairobi
Ci rechiamo alla cattedrale, e poi alle 18 e 30 siamo già affamatissimi. Prendiamo posto in un chicken and fries in cui ci saziamo con pollo e patatine fritte a volontà.
La sveglia domani è alle 5, quindi accelleriamo i tempi e cerchiamo subito un matatu che ci riporti a Kahawa West. Il viaggio di ritorno è particolarmente movimentato, con scorciatoie improvvisate su strade sterrate e sorpassi che non stanno nè in cielo nè in terra.
Ma in Kenya o ti muovi coi matatu o non ti muovi proprio, e l’esperienza tutto sommato risulta decisamente divertente.
Arrivati a casa dobbiamo preparare gli zaini e il materiale per il week-end che ci aspetta.
Andremo a trovare un centro di riabilitazione per bambini vittime di abusi a Kibiko, a circa 300 metri sul livello del mare rispetto a Nairobi. Praticamente in montagna.
Passeremo la giornata con loro e dormiremo lì, per poi partire la mattina presto alla volta di Korogocho per visitare la baraccopoli più grande di Nairobi insieme a Kevin.
Non potrò portare il computer con me, quindi questo week-end non potrò scrivere il post. Recupererò la domenica sera tornato a casa.
Questa notte dormo da solo, perchè anche il prete se n’è andato.
Sarà un week-end impegnativo e soprattutto toccante.
Mi mancheranno i Cafasso Boys.

Kenya: DAY #5 30-07

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Nella camera dove dormo ora ci sono 4 persone, e del prete arrivato ieri sera non so davvero nulla. Quando mi sveglio trovo Bekele sveglio a sua volta che messaggia al telefono. Mi dice che oggi vuole venire con noi a visitare la Cafasso House, e gli dico che la partenza oggi è fissata per le 8.15.
Oggi come attività vogliamo preparare insieme ai Cafasso boys le tagliatelle col sugo. Quindi dopo una veloce colazione ci prepariamo e partiamo alla volta del mercato, dove compriamo gli ingredienti per preparare la pasta. Prendiamo 5 kg di farina, 10 cipolle e 80 pomodori (non li pesano, li contano). Carichiamo gli zaini ed entriamo a Kamiti, il quartiere carcerario.
Neomi e Little John preparano l'impasto per il carbone.
Neomi e Little John preparano l’impasto per il carbone.
Arrivati alla Cafasso House, siamo in ritardo con le tempistiche. Per preparare al meglio l’impasto, far bollire tutta l’acqua e tagliare le tagliatelle ci serve tanto tempo, e siamo in ritardo sulla tabella di marcia. Le attività del mattino però non si possono saltare, quindi come al solito ci dividiamo in gruppi.
Oggi c’è il cambio turno, e dalle mucche passo al carbone insieme a Noemi. Con noi ci sono Little John e Samuel, che velocemente ci spiegano il da farsi. In una capanna c’è un grosso mucchio di carbone comprato al mercato. Da quel carbone si ricava la cenere attraverso l’uso di un setaccio, e si riempie la carriola. Si aggiunge un po’ di terra e dell’acqua, e dopo bisogna mischiare il tutto in un impasto omogeneo.
Questo impasto, poi, viene modellato mediante l’uso di una macchina in cui si spinge la brodaglia attraverso un canale per creare dei salsicciotti di carbone. Questi vengono poi messi a seccare su una rete, per essere poi usati in cucina allo stesso modo in cui noi usiamo la carbonella.
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Mentre Noemi aiuta Samuel con questa macchina, io e Little John prepariamo l’impasto successivo. Setacciando il carbone, parlo con John del clima kenyota e lo confrontiamo con quello italiano. Per loro è il periodo più freddo dell’anno, e io sono in maglietta e pantaloni corti. Lui indossa un cappello di lana.
Ad ogni modo alla fine dell’attività ci raduniamo tutti per bere il chai, e iniziamo a preparare l’impasto delle tagliatelle. Diamo ad ognuno di loro una piccola parte dell’impasto, per poi unirlo tutto insieme successivamente. Hanno una forza impressionante e grazie a loro riusciamo ad ottenere un ottimo impasto, abbastanza omogeneo.
Patricia, la cuoca della Cafasso House, che prepara la carbonella per fa bollire l'acqua.
Patricia, la cuoca della Cafasso House, che prepara la carbonella per fa bollire l’acqua.
Dopodichè ci dividiamo i compiti e mentre qualcuno stende la pasta, altri la tagliano con il coltello per dare la forma delle tagliatelle, e altri ancora la ammucchiano in nidi per riporla sui vassoi.
Durante le attività della mattina Marta e Martina avevano intanto tagliato i pomodori e le cipolle e preparato il sugo.
L’acqua per la pasta fa fatica a bollire, ma il tempo scarseggia e riusciamo comunque a cuocerle. 4 kg di tagliatelle al sugo sono servite in tavola, e si uniscono a noi anche due guardie della prigione di media sicurezza. Alcuni di loro mischiano la pasta con l’avocado.
Dei 4 kg non avanza niente, e siamo tutti quanti strapieni, tanto da cambiare l’attività del pomeriggio. In origine dovevamo farli giocare a scalpi, e invece decidiamo di insegnare loro una canzone.
Scegliamo Camminerò, scriviamo il testo su dei foglietti e loro si impegnano moltissimo per impararla. Accompagno le prove con la chitarra, e il risultato finale è molto soddisfacente. Anche dopo le prove, loro continuano a canticchiarla mentre fanno altro, e questo ci fa molto piacere.
Ma anche loro vogliono insegnarci una canzone, ed impariamo Jesus asante sana, una canzone a due voci in cui tutti quanti cantano la voce principale ed Ezechiele fa la voce bassa.
Quel ragazzo ha un’estensione vocale incredibile, e anche qui il risultato è più che soddisfacente.
Usciamo all’aperto per imparare alcuni balli tipici, e per una buona mezz’ora balliamo e cantiamo con loro. I ritmi sono davvero molto coinvolgenti e, a parte qualche eccezione, loro sono tutti molto bravi.
Finiti i balli, salutiamo i ragazzi e ci dirigiamo verso una casa per orfani gestita dalla ONG Papa Giovanni XXIII, dove incontriamo Simone, un ragazzo italiano che vive lì da 4 anni.
Ci spiega cosa fanno lì, le attività e ci fa fare un tour della casa. Ci riuniamo tutti nel campo da calcio per altri balli e canti tipici. L’energia e il sorriso di quei bambini sono una cosa davvero incredibile.
Il foglietto preparato per me dai ragazzi, per farmi imparare la canzone.
Il foglietto preparato per me dai ragazzi, per farmi imparare la canzone.
Torniamo a casa e per cena c’è ugali con sukumawiki e carne. Con noi c’è anche Wolf, che questa sera dovrà stare in parrocchia per una riunione. Si unisce a noi anche Kevin che nei prossimi giorni ci porterà a Korogocho, la baraccopoli più grande di Nairobi.
Kevin mi insegna come si mangia l’ugali in Kenya con le mani, e la cena finisce con una discussione davvero profonda che tocca tanti argomenti, durante la quale a molti di noi compreso Kevin si gonfiano gli occhi.
Kevin è nato e cresciuto a Korogocho, e la sua storia è ricca di aneddoti e di un modo di affrontare la vita che ci lascia spaesati e perplessi. Parla inglese molto bene, rispetto a molti altri la cui pronuncia risulta a volte davvero incomprensibile.
Concludiamo il confronto promettendoci di continuare in un altro momento, e ci prepariamo per la nostra prima uscita serale a Kahawa West. Kevin e Morgan ci portano in una specie di pub, dove finalmente proviamo la Tusker, una birra prodotta in Kenya. Si balla, si beve, si mangia, si scherza e si ride.
Abbiamo un tavolo esattamente sotto una grossissima cassa che pompa musica a volume altissimo, e parlare tra di noi è difficilissimo.
20150730_213906Usciamo dal locale perchè alle 22:45 il watchman libera i cani da guardia.
Bekele è andato via e Steven pure, quindi questa notte in camera saremo solo io e il prete, di cui ancora non ho capito il nome. Quando rientro lo trovo ancora sveglio, e iniziamo a parlare delle nostre giornate.
Gli chiedo se è mai stato in Italia, e mi spiega che per i kenyoti ottenere la Visa per poter entrare in Italia è davvero difficile, ma che spera di riuscirci al più presto. Vuole visitare Roma e il Vaticano, e mi fa tantissime domande su Piazza San Pietro e su come funzionano le celebrazioni tenute dal papa.
Gli rispondo per quanto possibile, e dopo una buona mezz’ora di dialogo ci diamo la buonanotte.
Sono davvero stanchissimo, e arrivo alla fine di questo post davvero stremato.
Domani pomeriggio andremo a Nairobi town.
Io e Morgan!

Kenya: DAY #4 29-07

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Mi sveglio un po’ più in botta del solito, probabilmente la stanchezza inizia a prendere il sopravvento. Dopo la colazione ci prepariamo e andiamo alla Cafasso House, questa volta con del materiale per un’attività che svolgeremo nel pomeriggio.
Io mentre carico la carriola di letame a Samuel.
Io mentre carico la carriola di letame a Samuel.
Ma la prima parte della mattina è dedicata al lavoro, e ci dividiamo ancora negli stessi gruppi di ieri. Stavolta con noi alle mucche c’è Tam, che ci fa lavorare molto più di Ezechiele ed Enoc.
Ma ad un certo punto mi allontano dal gruppo per aiutare Samuel e Andrew a trasportare il letame dalla baracca delle mucche ad alcuni campi, usando delle carriole.
Andrew mi dà i suoi stivali, e io mi trovo letteralmente nella merda fino al collo.
Facciamo un po’ a turni, c’è chi carica le carriole col letame e chi lo trasporta fino al campo. L’odore che mi si attacca addosso mi accompagnerà per tutta la giornata, ma il tempo passa in fretta tra sorrisi e canzoni. Do anche da mangiare alle mucche il cibo precedentemente tagliato.
Alle 10 e mezza torniamo alla casa per il chai, e subito dopo iniziamo un attività che i ragazzi ci hanno molto richiesto: vogliono insegnarci a fare i braccialetti!
Loro sono molto bravi, e ognuno di noi ha un “maestro” personale che gli spiega passo passo il procedimento. Dopo qualche difficoltà iniziale, riusciamo tutti a capire come funziona e iniziamo a lavorare coi fili colorati che abbiamo portato dall’Italia.
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Dopo un’oretta ci fermiamo e andiamo in cappella tutti insieme, per la preghiera. Quest’ultima è in swahili ma fortunatamente è accompagnata da numerosi canti, che rendono il momento molto bello e particolare. Dopo la preghiera arriva l’ora del pranzo, e mangiamo gidheri, un piatto composto da fagioli, mais e patate. Il tutto condito a piacere da un ottimo peperoncino locale.
Dopo pranzo continuiamo per un po’ i nostri braccialetti, ma poi li mettiamo ancora in pausa per iniziare l’attività che abbiamo preparato per i ragazzi. Abbiamo portato con noi dei pezzi di tela su cui dovranno disegnare l’animale che vorrebbero essere. L’idea a loro piace molto e
Io e Little John durante l'attività di disegno.
Io e Little John durante l’attività di disegno.
quindi si mettono all’opera. Ognuno di noi segue un ragazzo e lo aiuta con le tempere ed il disegno.
Io seguo Little John, chiamato così perché alla Cafasso House ci sono due John e lui è il più basso dei due.
John decide di disegnare un elefante. Mi chiede se è possibile avere un modello, e io cerco un immagine col telefono e gliela mostro. Prende il lavoro molto sul serio, e rimane concentratissimo per tutto il tempo. L’attenzione che tutti i ragazzi dedicano ad ogni cosa che proponiamo loro è quasi disarmante, e non smette mai di stupirci.
Prima disegnano la sagoma dell’animale con la matita, e poi lo colorano con le tempere. Little John è molto bravo, e disegna un elefante con delle proprozioni molto reali. Sembra davvero orgoglioso e soddisfatto del suo lavoro, e il suo viso si riempie di gioia. Mi ringrazia per essere stato con lui, e io gli faccio i complimenti per l’ottimo lavoro.
Il primo allenamento del Cafasso Team!
Il primo allenamento del Cafasso Team!
Finita l’attività, ce n’è subito un’altra: ieri dopo la partita mi avevano chiesto di fare loro da allenatore e di allenarli come squadra di calcio. Allora ci rechiamo tutti al campo e io e Francesca, che ha giocato a calcio, facciamo loro da allenatori per un’oretta.
Anche qui, la facilità nel gestirli e la loro attenzione a tutto quello che diciamo continua a sembrarci incredibile, e il nostro primo allenamento finisce tra mille sorrisi e con la loro richiesta di un bis.
Torniamo alla Cafasso House per prendere le nostre cose e li salutiamo. Lasciamo lì i braccialetti per continuare domani. Quando torno incontro Felix e gli chiedo se gli è piaciuta l’attività che abbiamo fatto fare ai ragazzi e se i disegni sono di suo gradimento. Mi risponde che è stata un’ottima attività, perchè dal tipo di animale scelto dai ragazzi si possono scoprire molte cose sulla loro personalità. Ci fa anche qualche esempio, e noi ascoltiamo molto interessati e constatiamo quanto di vero ci sia nelle sue parole.
Al ritorno sono distrutto. Ci fermiamo in un baracchino fuori dalla parrocchia per comprare due bottiglie di bibite da bere tutti insieme: siamo in calo di zuccheri.
Io, Chiara e Francesca incontriamo Padre Alex e ci fermiamo a parlare con lui fino all’ora di cena. La conversazione assume la forma di una divertentissima lezione di inglese per Francesca, e a noi si unisce anche Bekele, il seminarista che da ieri dorme nella mia stanza insieme a Steve.
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Per pranzo ci sono i chapati con piselli e carote. Sono affamatissimo e spazzolo il mio piatto con gusto. Non rimaniamo in cucina come al solito perchè siamo davvero tanto stanchi.
Nella camera delle ragazze riguardiamo per foto che Marta ci ha fatto durante la giornata, facendoci delle grasse risate.
Mentre scrivo questo post, Bekele già dorme. Steve è appena arrivato con un nuovo compagno di stanza. Di lui non so nulla, mi ha solo detto che è un prete. Domani lo conoscerò meglio.
Domani faremo le tagliatelle al sugo con i ragazzi della Cafasso House.

Kenya: DAY #3 28-07

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Dopo aver scritto il solito post, ho avuto un incontro ravvicinato con una zanzara grossissima all’interno della zanzariera in cui dormo. L’ho addirittura fotografata, mentre cercavo di capire il da farsi. Il tutto è finito con un brutale assassinio della stessa utilizzano il cuscino. Steve ogni mattina si sveglia alle 5 per aprire tutte le porte della parrocchia, siccome la prima messa è ogni giorno alle 6. Questa mattina ha fatto particolarmente casino, svegliandomi. Nonostante questo il sonno è stato piacevole e ristoratore, e la stanchezza del giorno prima è già passata. Marta mi sveglia alle 7, e sono pronto in pochi minuti. Vado in cucina per la colazione ma non trovo nessuno, dato che le ragazze sono ancora in camera. Ne approfitto per rileggere e controllare quanto ho scritto la notte precedente, e mi rendo conto di quanto possa essere utile un diario per conservare al meglio le proprie emozioni e i propri ricordi. Dopo colazione ci prepariamo per recarci alla Cafasso House, dove ci aspettano i ragazzi per le attività. Appena arrivati ci dividiamo in 3 gruppi. Il primo aiuterà alcuni ragazzi a rimuovere le erbacce dal grande orto che circonda la casa, il secondo starà con altri Cafasso boys a lavorare con il carbone, per creare delle specie di salsicciotti di carbone che usano per cucinare. Non sono stato in questi gruppi, per cui non posso ancora spiegarvi bene in cosa consiste quest’attività.
Io e Francesca che tagliamo le piante di mais per le mucche.
Io e Francesca che tagliamo le piante di mais per le mucche.
Il mio gruppo, il terzo, si occupava degli animali. Di fianco all’orto c’è uno stabile con 2 mucche, 2 vitelli e 2 capre. Il nostro compito è quello di tagliuzzare erbacce e spighe di mais per darle da mangiare agli animali. Questo avviene tramite una macchina, in cui da un lato si spinge dentro la spiga e dall’altro una lama azionata da una ruota sminuzza il tutto. In gruppo con me c’è Francesca, e insieme riusciamo a conoscere meglio alcuni ragazzi. Assieme a noi ci sono Ezechiele e Enoc. Ci insegnano una canzone in kiswahili, mentre continuano incessantemente a sminuzzare mais. Girare quella ruota è davvero faticoso, e loro lo fanno con una facilità disarmante. Io e Francesca aiutiamo per quanto possibile e il tempo passato insieme è davvero piacevole. Alle 11, sono finite le attività e andiamo tutti in casa per bere il Chai, un buonissimo tè col latte. Viene a trovarci Angelo, che vive qui in Kenya da due anni con la moglie e la figlia appena nata.Provo ad insegnare loro a suonare i cucchiai, ma con scarsi risultati. Solo Big John e Duke riescono nell’impresa. Ma il ritmo ormai è nell’aria, e portano un bongo e si dà il via alle danze.Questi ragazzi ballano tutti in un modo straordinario, hanno davvero il ritmo nel sangue. A pranzo la cuoca ha preparato i Chapati, praticamente delle piadine, accompagnate da un legume non ancora identificato e delle cipolle. Ne mangio ben due piatti, e la cuoca ne è ben contenta. Come al solito le porzioni dei Cafasso Boys sono spropositate. Dopo pranzo ci rechiamo alla Y.C.T.C. per una partita di calcio tra i Cafasso Boys e i giovani detenuti della Y.C.T.C.. I ragazzi della Cafasso si salutano con le guardie del carcere minorile che li ha ospitati per 4 mesi. Ridono e scherzano, il clima è talmente disteso e sereno da sembrare surreale. Ci rechiamo verso il campo da calcio all’interno della prigione, e incontriamo i detenuti in divisa blu inginocchiati in file ben ordinate, sotto la sorveglianza delle guardie.
Io con alcuni Cafasso boys mentre ci dirigiamo alla Y.C.T.C.
Io con Enoc, Duke, Andrew e John mentre ci dirigiamo alla Y.C.T.C.
Il Cafasso Team!
Il Cafasso Team!
Con il nostro arrivo c’è il rompete le righe, e tutti insieme andiamo al campo. Tutto è organizzato al meglio per il match: ogni squadra ha la sua divisa con maglietta e pantaloncino, e i ragazzi della Y.C.T.C. hanno addirittura tutti le scarpe uguali da calcio, con i tacchetti. Questa cosa mi spaventa parecchio, siccome io farò parte del Cafasso Team. Le mie paure si rivelano fondate all’inizio della partita, quando mi accorgo di come il nostro calcio sia veramente molto tecnico rispetto al loro, basato quasi completamente sulla fisicità. Io non reggo il confronto con i loro contrasti, e la maggiorparte delle entrate sono ben oltre il limite del regolamento. Ma il tutto risulta davvero molto divertente e nonostante il Y.C.T.C. team ci abbia battuto 5 a 1 (con qualche goal fantasma) i sorrisi non mancano. Quanto corrono! Io ho il fiatone e loro sembrano avere ancora benzina per un’altra partita. Finita la partita salutiamo i ragazzi della Y.C.T.C. e torniamo alla Cafasso House, prendiamo le nostre cose, salutiamo i Cafasso boys e torniamo verso la parrocchia. Sulla strada ci fermiamo a comprare delle ciabatte da tenere alla Cafasso House per non sporcare all’interno con le scarpe. Marta, Francesca e Valentina continuano le loro compere al mercato mentre io con Alice, Chiara, Martina e Noemi torniamo nelle nostre stanze. Uso questo tempo libero per fare il bucato, e lavare le scarpe di tela che ho stupidamente scelto per questa giornata, non sapendo di dover stare in mezzo alle mucche.
Alcuni giovani detenuti della Y.C.T.C.
Alcuni giovani detenuti della Y.C.T.C.
Per cena la cuoca ci fa una sorpresa: pasta col ragù! Una delle migliori paste cucinate da locali che io abbia mai provato all’estero. Ci rifocilliamo e durante il pranzo ci scambiamo le impressioni sulla giornata, e programmiamo cosa fare domani. Io, Martina, Noemi e Valentina giochiamo a monopoli, mentre le altre si dedicano a scala 40. Durante la partita arriva Steve e mi dà due notizie: la prima è che da giovedì a domenica non ci sarà, perchè sarà a trovare la sua famiglia. Invita me e tutto il gruppo a unirsi a lui, ma purtroppo i nostri impegni ci costringono a declinare l’invito. La seconda notizia è che stanotte si unirà in stanza un’altra persona: è Bekele, un seminarista etiope ospite della parrocchia. Prima di mettermi al computer passo una buona mezz’ora a parlare con lui. E’ molto gentile ed una persona davvero interessante. Torna Steve e insieme mi invitano alla messa delle 6. Ci scambiamo la buonanotte. E anche oggi è finita. Quant’è bello il Kenya.

Kenya: DAY #2 27-07

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La sveglia è alle 7, ma ci svegliamo alle 7 e mezzo. Siamo in ritardissimo sulla tabella di marcia: a quell’ora la colazione (pane, tè e uova sode) è già pronta e tra poco Wolf passerà a prenderci per portarci nel quartiere carcerario. Il sole splende forte e fa meno freddo di ieri.
Ci si muove a piedi, e costeggiando il mercato entriamo all’interno della recinzione che circonda il quartiere: al suo interno sono situate i 3 carceri (quello minorile, di media e di massima sicurezza).
Nella Y.C.T.C. entrano i ragazzi minorenni colpevoli di reati minori, per scontare una pena standard di 4 mesi. Il carcere di media sicurezza è per pene fino a 10 anni, dopodichè c’è la massima sicurezza. In Kenya esiste la pena di morte, ma non è praticata: il presidente attraverso periodiche amnistie converte tutte le sentenze di pena capitale in ergastolo.
Entriamo nel quartiere carcerario seguendo un sentiero che si sviluppa prima intorno ad un’enorme sterpaglia, per poi entrare nel vero e proprio quartiere. Una guardia sorveglia l’ingresso. C’è una specie di cava dove i prigionieri della prigione di media sicurezza stanno spaccando le pietre al sole , e non riesco a non pensare ad Aldo Giovanni e Giacomo.
Le guardie sono gentili, ci sorridono e ci salutano.
Sulla nostra destra, più avanti, troviamo l’orto dove lavorano alcuni ragazzi della Y.C.T.C., sempre supervisionati da una guardia (senza armi).
Arriviamo davanti al portone della Y.C.T.C. ed entriamo accolti dalla guardia dell’ingresso, un gigante buono che ci dà il benvenuto e spende per noi poche ma intense parole. Ci dice di sentirci liberi, che detto da una guardia carceraria fa sempre un certo effetto. Ci dice che il nostro arrivo è una benedizione per il Kenya, come anche l’arrivo di Obama. Portare speranza è una cosa meravigliosa. Ieri ha piovuto per una mezz’oretta, più a lungo del solito: unita alla visita di Obama, quella pioggia per loro ha assunto un significato molto particolare.
Aspettiamo più di mezz’ora davanti alla guardiola, all’interno del cancello. Intorno a noi passano i giovani detenuti, vestiti tutti di blu, ognuno con un compito particolare.
Incontriamo il direttore della Y.C.T.C. che ci dà il benvenuto, e la responsabile delle attività svolte dai ragazzi durante la giornata. Qui inizia il nostro tour tra le strutture della prigione, a partire dalla cucina dove incontriamo 3 ragazzi che stanno cucinando l’ugali per tutti, in quantità industriali. All’ingresso mi hanno ritirato il telefono, ma avrei voluto farvi vedere con quale forza un ragazzo girava quella polenta usando un enorme bastone di legno.
L'ingresso principale della Cafasso Consolation House
L’ingresso principale della Cafasso Consolation House
Poi entriamo in biblioteca e nell’aula computer, dove 2 ragazzi stanno imparando ad usare Office.
Quindi entriamo nei loro dormitori: per intenderci, una camerata stile Full Metal Jacket, con bagni annessi. Niente di eccezionale, ma veramente pulito e ben curato. La struttura può ospitare fino a 100 ragazzi.
Torniamo vicino all’ingresso e attraversiamo un altro cancello, che ci porta in un recinto dove alcuni ragazzi si stanno occupando di mucche, conigli, capre e vitelli. Incontriamo Sister Arachele, missionaria della Consolata che si occupa della Cafasso House. Tutta l’area aldilà del cancello con cui si arriva agli animali sarà destinata ad ospitare anche giovani ragazze: ad oggi, infatti, non esiste carcere minorile femminile. La struttura è già stata ultimata, e a breve le ragazze si trasferiranno qui.
Usciamo dalla Y.C.T.C., riprendo il telefono e ci dirigiamo verso la Cafasso House, passando per il quartiere carcerario dove vivono le guardie con le loro famiglie. Passiamo davanti alle due prigioni di media e massima sicurezza. In giro per tutto il quartiere si incontrano i prigionieri della prima mentre svolgono attività supervisionati dalle guardie. I detenuti in massima sicurezza non possono mai uscire dalla prigione.
Passiamo davanti ad una scuola pubblica primaria, dove studiano un migliaio di bambini. Vestiti di blu anche loro, ci accolgono urlando e accalcandosi alla recinzione. Per loro tutti i bianchi sono cinesi, perchè da lì recentemente devono essere venuti degli operai per qualche lavoro. Sta di fatto che ci urlano “Chinese! Chinese!” mentre noi ci guardiamo perplessi.
Arriviamo alla Cafasso House, che è la struttura dove vengono accolti alcuni ragazzi della Y.C.T.C. che hanno finito il periodo di detenzione di 4 mesi, e che hanno alle spalle una storia familiare particolarmente difficile. La struttura è operativa dal 2005 e da allora ha ospitato più di 200 ragazzi con ottimi risultati di reintegrazione e reinserimento nel contesto lavorativo e sociale.
Entriamo nella struttura e ci offrono dell’acqua (per bianchi) e del succo d’ananas. I ragazzi non sono in giro per la struttura per svolgere le loro attività, quindi li aspettiamo una mezz’oretta chiaccherando con Felix e Wolf, che ci hanno accompagnato fino a qui.
Ed eccoli arrivare.
Ci salutiamo, le prime occhiate sono ambigue, entrambi stiamo tastando il terreno. Noi, dal canto nostro, sappiamo che loro stanno aspettando la nostra visita da mesi, e che stamattina si sono svegliati alle 4 di mattina per prepararsi, pieni di aspettative. Un rapido giro di nomi, e si è pronti per pranzare tutti insieme.
Nel piatto abbiamo riso, fagioli e patate. Come al solito, mangio più veloce di loro.
Ma non più di loro: al prossimo pranzo farò una foto delle loro porzioni, una cosa veramente impressionante. Le nostre porzioni sono di molto inferiori.Tutto molto buono, comunque.
Finito il pranzo ci deliziano con una poesia recitata da loro in gruppo, che ho filmato col telefono e che caricherò tornato in Italia. Uno di loro, William, chiede di potersi esibire ancora e ci recita da solo una sua poesia.
Ora siamo tutti in cerchio, e uno alla volta sia noi che loro ci alziamo e ci presentiamo dicendo chi siamo, cosa ci piace fare e cosa ci aspettiamo dall’esperienza. Anche qui, molti interventi dei ragazzi sono stati davvero toccanti.
Felix mentre ci presenta la Cafasso House
Felix mentre ci presenta la Cafasso House
Ma i ragazzi sono ancora troppo timidi e silenziosi: bisogna giocare per rompere il ghiaccio.
Abbiamo portato due palloni, e ci trasferiamo nel field, un mega campo con le porte per giocare a calcio. Ma il campo è troppo grosso per noi, quindi portano dei birilli e iniziamo la partita. Sono l’unico maschio, quindi Italia-Kenya è cosa impossibile. Mischiamo le squadre e giochiamo senza sosta per quasi tre quarti d’ora. Risultato: il ghiaccio è rotto e il feeling oramai è assodato. Grazie alla partita ho già imparato i loro nomi e, per la cronaca, ho fatto valere il buon nome del calcio italiano.
E pensare che Felix, arrivando al campo, mi diceva che il calcio è semplice perchè non si tratta di tecnica: devi solo cercare di fermare la palla, e di calciarla. Se solo fosse stato un esordiente nei S.S.Martiri..
Dopo la partita siamo stanchi morti, ma dobbiamo andare a visitare la baraccopoli di Kahawa West. Ci accompagnano Mike e Denny, il quale è un esempio vivente di quanto la Cafasso House faccia per i suoi ragazzi: infatti Denny ha completato il suo percorso e ora vive autonomamente.
Entrambi vivono nella baraccopoli, quindi ci affidiamo a loro e li seguiamo tra i vicoli in lamiera fino ad una mensa per anziani costruita da missionari italiani anni prima.
Visitiamo un po’ di case, e Denny ci invita anche nella sua. Parliamoci chiaro:è una camera più piccola di quella di Wolf di cui vi ho parlato, in lamiera e con struttura in legno. Però anche in questo caso lui è felice. Ci mostra con orgoglio la licenza appena conseguita di elettricista, grazie alla quale potrà migliorare la sua condizione, e un giorno magari uscire dalla baraccopoli.
Con Mike usciamo dalla baraccopoli, appena fuori, dove coltiva un campo di sukumawiki (erba tipica locale, ingrediente principale dell’omonimo piatto) che vende a prezzo ribassato agli abitanti della baraccopoli.
Parlano inglese, ma non quello che senti nei telefilm o che parlava la tua professoressa alle superiori. La pronuncia è completamente diversa, e abituarcisi sarà una gran bella sfida.
Ad ogni modo, ho chiaccherato a lungo e senza problemi con Mike (persino di donne) lungo la strada per tornare in parrocchia.
Una volta arrivati, decido accompagnare Marta a cambiare i soldi di tutto il gruppo.
Marta conosce un posto qui vicino, ma Felix non si fida e preferisci accompagnarci lui stesso (sveglio dalle 5 di mattino e in piedi con noi da tutto il giorno) ad una mezz’oretta di distanza, usando un Matatu.
I matatu sono i mezzi di trasporto pubblico, e sono dei pullmini da 12 persone (ufficialmente) guidati in modo a dir poco frenetico da autisti con licenza. Spenderò sicuramente altre parole su questo mezzo di trasporto in un nuovo post, perchè meritano più spazio di quello che riescirei a dare in questo momento.
Arriviamo ad un grande centro commerciale, i cui ingressi sono presidiati dalla polizia.
Mentre Marta fa la coda in banca per cambiare i soldi, io e Felix andiamo in un negozio di telefoni a ricaricare la sim comprata ieri. Tornando a casa, vicino alla parrocchia riesco a farmi attivare internet sul telefono: finalmente posso caricare il blog!
Tornati a casa mangiamo tutti insieme, e il menù è lo stesso del pranzo.
Siamo davvero stanchi, e vogliamo tutti andare a letto. Ma prima, ci raccogliamo tutti insieme per condividere i momenti che più ci hanno colpito della giornata. Domani la sveglia è ancora alle 7.
Steven, nonostante si svegli alle 5 del mattino, rientra sempre più tardi di me.
Non vedo l’ora di domani.

Kenya: DAY #1 26-07

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DAY #1 26/07
Sarò sincero: di questa traversata non ho molto da raccontare, assorto com’ero da un sonno profondo. Quando mi sveglio siamo a 20 minuti dall’atterraggio, alle 7 e 10 del mattino.
Usciti dall’aereo, mi rendo conto di quanto il mio outfit (pantaloncini corti e t-shirt) fosse inadeguato. Un freddo inattesto sferza sulle mie gambie, costringendomi a rivedere il mio abbigliamento con un godevolissimo strep tease all’accoglienza dell’aeroporto.
Compiliamo un paio di moduli e ci misurano la febbre per controllare se portiamo con noi Ebola.
Ma stiamo tutti bene, paghiamo i 40€ di visto, diamo le nostre impronte digitali e recuperiamo tutti i bagagli! Insomma, tutto per il verso giusto.
All’uscita dall’aeroporto troviamo la nostra coordinatrice, Marta, che ci aspetta per guidarci verso Kahawa West. Ci salutiamo con Matteo e suo padre, scambiandoci indirizzi e un arrivederci: forse passeranno da Nairobi tra qualche giorno, e nel caso ci verrebbero a salutare. Vedremo più avanti se sarà davvero così.
20150726_083906Assieme a Marta ci dà il benvenuto Mathew Kibe, il coordinatore dei progetti per gli orfani di Kahawa West.
Il pullmino che ci porta a Kahawa West viene letteramente sommerso dai nostri bagagli, e noi ci arrangiamo stretti, ma comunque comodi, sul fondo.
In Kenya la guida è a senso inverso, e questo fatto sommato alla poca grazia con cui guidano, rende l’esperienza stradale vicina a quella di un parco giochi.
In Kenya la corruzione è un problema serio e largamente diffuso, anche e soprattutto tra le forze dell’ordine. Difatti non lasciamo nemmeno la strada dell’aeroporto che ci vediamo costretti, per motivi poco chiari, a lasciare una “mancia” ad una poliziotta per poter continuare il nostro viaggio.
Nel tragitto osservo intorno a me le prime avvisaglie di una nuova cultura, tutta da scoprire ed interpretare. Sento anche le palpebre calare, ma la posizione non mi permette di dormire.
Sulla nostra destra riusciamo a notare qualche zebra, le prime della mia vita.
Arriviamo a Kahawa West, e veniamo accolti nella parrocchia.
E’ domenica, e la messa è già iniziata. Anche se a dirla tutta bisognerebbe trovarle un nome tutto suo, perchè il concetto di messa a cui siamo abituati noi non rende bene l’idea.
Forse “festa” sarebbe più azzeccato.
Ad ogni modo, un sacco di bambini popolano il cortile della parrocchia e iniziamo a salutarli e presentarci. Scarichiamo dal pullmino i bagagli e li portiamo nelle nostre stanze. C’è una camera per le ragazze e una per i ragazzi, per cui mi ritrovo da solo in un camerone da 18 posti letto, con bagno privato.
Nemmeno il tempo di aprire la valigia e di lavarsi i denti, che ci troviamo in uno stanzino assieme al coro che animerà la messa successiva, quella delle 11.
Spero di riuscire a registrare e caricare un video per farvi assaporare la bellezza delle loro voci e dei loro canti. Ci sono 3 messe durante la mattina, ed ognuna ha un coro diverso. Il coro in questione era composto da circa 25 persone tra donne e uomini.
Finite le prove andiamo insieme a loro nella chiesa principale, che a colpo d’occhio può contenere forse più 500 persone. Appena entrato, la cosa che colpisce di più la mia attenzione è una batteria, che poi verrà effettivamente utilizzata durante la celebrazione.
La messa è in swahili, per cui seguiamo il rito principalmente facendoci trascinare dai loro canti e dai loro balli. Verso la fine Marta è intervenuta presentandoci alla comunità.
L’appuntamento successivo è alle 4 con Felix e Wolfram, social workers della Cafasso House, dove passeremo la maggiorparte del nostro tempo qui a Nairobi prima di trasferisci a Mombasa.
Ma prima ci gustiamo il nostro primo piatto africano: riso bollito, zuppa di verdure ben cotte e carne. Oltre al cibo in sè, sono l’unico del gruppo a seguire il consiglio di Marta e a mangiare come si mangia in Kenya: con le mani. La mano destra è per il cibo, quella sinistra è per il bicchiere.
Tra gli sguardi divertiti delle mie compagne di viaggio, mi gusto il pranzo convincendomi a mangiare in questo modo per tutta la mia permanenza in Kenya.
Il companatico è preparato dalla cuoca della parrocchia.
Nelle due ore libere dopo pranzo, mentre le mie colleghe si concedono un meritato riposo, io mi vedo costretto a finire il mio lavoro per l’università: riesco ad ultimarlo e ora rimane solo il problema di come riuscire ad inviarlo al professore. Ma una cosa alla volta: siamo in Africa no?
Parlando di qua e di là, sembrano avercela un po’ tutti con Obama, che con questa sua visita ha praticamente bloccato Nairobi per 3 giorni.
L’incontro con i due educatori della Cafasso House è stimolante, e non vedo l’ora di incontrare quei ragazzi. Detta in breve (nei prossimi giorni dedicherò un post per spiegare bene il contesto), passeremo del tempo insieme a ragazzi dai 17 ai 21 anni ex-detenuti del Y.C.T.C. (Youth Correctional Training Centre), il carcere minorile.
Oltre a questo, parliamo anche delle nostre aspettative per queste settimane e di cose più pratiche relative alla permanenza.
Dopo l’incontro, andiamo per la prima volta in città. Anche qui, dedicherò più avanti un post dettagliato su questo argomento. Ci colleghiamo in un internet point, e riesco finalmente ad inviare il mio lavoro. Compro una sim locale, ma ancora non posso usarla perchè devo caricare il credito e farla tagliare, e quanto penseranno i nostri gentilissimi amici della Cafasso House.
20150726_143339Prima di tornare a casa per cena, passiamo a casa di Wolf, uno dei due ragazzi: un piccolo loft con un grande letto, un divano, un tavolino e una piccola cucina. Nient’altro, ma lui è felice. E più sereno di me. Ci prepara i pop-corn, li finiamo e allora ce ne prepara altri da portare con noi a “casa”.
Per cena ci sono ugali e sukumawika, entrambi piatti tipici. Il primo è una polenta molto farinosa, che rientra nella dieta tipica locale come per noi la pasta. Il sukumawika sono delle erbette bollite che ancora non sono riuscito ad identificare.
Sta di fatto che mi piacciono entrambe tantissimo, e finisco la mia prima cena africana con le mani sporche e il sorriso sulle labbra.
Qualche chiacchera, ci prepariamo il tè e ognuno nelle proprie stanze.
Sono le 21:30, e scopro con piacere che non sarò solo nel camerone: con me ci sarà Steven, il “factotum” della parrocchia.
Alle 22:53 scrivo quest’ultima frase, augurandovi una buona notte come me l’ha augurata Steven: “Lala Salama!

Kenya: Viva L’Africa

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THE FACT
Oggi, 26 luglio, per la prima volta l’Africa mi ha affettuosamente accolto tra le sue braccia.
Sono in viaggio come volontario per conto di Caritas Ambrosiana a Nairobi, in Kenya, nell’ambito dei progetti umanitari chiamati “Cantieri della Solidarietà” che vengono organizzati per l’estate in vari paesi del mondo.Il mio gruppo è formato da 7 ragazze/i, e una coordinatrice.Probabilmente la sfida più grande sarà quella di sopravvivere alla convivenza con 7 esemplari di sesso femminile, e per giunta senza alcuna spalla maschile a condividere con me questa fortuna.Ma la fortuna vuole che il gruppo, maschile o femminile, ha già ingranato.La complicità non manca, l’affiatamento è alto e la voglia di fare di certo non manca.Insomma, siamo carichi.
image
Purtroppo (o forse no) nella parrocchia di Kahawa West in cui siamo ospitati non c’è l’ombra di una connessione internet, per cui mentre cerco di organizzarmi in tal senso tengo aggiornato questo diario in attesa di poterlo pubblicare as soon as possible.

Kenya: DAY #0-1 25/07-26/07

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DAY #0

L’aereo Egypt Air, con destinazione Il Cairo, decolla alle 18 con qualche minuto di ritardo.La mia tendenza a procrastinare ogni fatica mi porta a dover iniziare da zero una relazione su un laboratorio per l’università, con scadenza domani, senza la quale non vedrei riconosciuti i crediti.Per cui tra bambini egiziani urlanti mi ritrovo a smanettare con il mio computer, risicato nei pochi centimetri dello sbilenco tavolino assegnatomi. Ovviamente la scadenza a domani non poteva motivarmi abbastanza da finire sul volo il lavoro, ma questo lo vedremo più avanti.
20150725_164518
Arriviamo in Egitto alle 21:30, e aspettiamo nell’area di transito l’apertura del gate B3 da cui partirà il volo per Nairobi. C’è un po’ di apprensione perchè i voli per Nairobi potrebbero subire cancellazioni, dato che Obama da buon nipotino ha deciso proprio questa settimana di andare a trovare la nonna nella capitale. Cosa non si fa per la mancia..Seduti per terra giocando a carte conosciamo Matteo e suo padre (un chirurgo romano che da anni fornisce assistenza medica tra il Sudafrica e il Kenya) che come noi sono diretti a Nairobi.Il figlio Matteo si unisce a noi e passiamo del piacevolissimo tempo che ci fa arrivare all’1:20 senza nemmeno accorgercene.

DAY #1


Sarò sincero: di questa traversata non ho molto da raccontare, assorto com’ero da un sonno profondo. Quando mi sveglio siamo a 20 minuti dall’atterraggio, alle 7 e 10 del mattino.
Usciti dall’aereo, mi rendo conto di quanto il mio outfit (pantaloncini corti e t-shirt) fosse inadeguato. Un freddo inattesto sferza sulle mie gambie, costringendomi a rivedere il mio abbigliamento con un godevolissimo strep tease all’accoglienza dell’aeroporto.

Compiliamo un paio di moduli e ci misurano la febbre per controllare se portiamo con noi Ebola.
Ma stiamo tutti bene, paghiamo i 40€ di visto, diamo le nostre impronte digitali e recuperiamo tutti i bagagli! Insomma, tutto per il verso giusto.
All’uscita dall’aeroporto troviamo la nostra coordinatrice, Marta, che ci aspetta per guidarci verso Kahawa West. Ci salutiamo con Matteo e suo padre, scambiandoci indirizzi e un arrivederci: forse passeranno da Nairobi tra qualche giorno, e nel caso ci verrebbero a salutare. Vedremo più avanti se sarà davvero così.

Assieme a Marta ci dà il benvenuto Mathew Kibe, il coordinatore dei progetti per gli orfani di Kahawa West.
Il pullmino che ci porta a Kahawa West viene letteramente sommerso dai nostri bagagli, e noi ci arrangiamo stretti, ma comunque comodi, sul fondo.
In Kenya la guida è a senso inverso, e questo fatto sommato alla poca grazia con cui guidano, rende l’esperienza stradale vicina a quella di un parco giochi.
In Kenya la corruzione è un problema serio e largamente diffuso, anche e soprattutto tra le forze dell’ordine. Difatti non lasciamo nemmeno la strada dell’aeroporto che ci vediamo costretti, per motivi poco chiari, a lasciare una “mancia” ad una poliziotta per poter continuare il nostro viaggio.
Nel tragitto osservo intorno a me le prime avvisaglie di una nuova cultura, tutta da scoprire ed interpretare. Sento anche le palpebre calare, ma la posizione non mi permette di dormire.
Sulla nostra destra riusciamo a notare qualche zebra, le prime della mia vita.

Arriviamo a Kahawa West, e veniamo accolti nella parrocchia.
E’ domenica, e la messa è già iniziata. Anche se a dirla tutta bisognerebbe trovarle un nome tutto suo, perchè il concetto di messa a cui siamo abituati noi non rende bene l’idea.
Forse “festa” sarebbe più azzeccato.
Ad ogni modo, un sacco di bambini popolano il cortile della parrocchia e iniziamo a salutarli e presentarci. Scarichiamo dal pullmino i bagagli e li portiamo nelle nostre stanze. C’è una camera per le ragazze e una per i ragazzi, per cui mi ritrovo da solo in un camerone da 18 posti letto, con bagno privato.

Nemmeno il tempo di aprire la valigia e di lavarsi i denti, che ci troviamo in uno stanzino assieme al coro che animerà la messa successiva, quella delle 11.
Spero di riuscire a registrare e caricare un video per farvi assaporare la bellezza delle loro voci e dei loro canti. Ci sono 3 messe durante la mattina, ed ognuna ha un coro diverso. Il coro in questione era composto da circa 25 persone tra donne e uomini.
Finite le prove andiamo insieme a loro nella chiesa principale, che a colpo d’occhio può contenere forse più 500 persone. Appena entrato, la cosa che colpisce di più la mia attenzione è una batteria, che poi verrà effettivamente utilizzata durante la celebrazione.
La messa è in swahili, per cui seguiamo il rito principalmente facendoci trascinare dai loro canti e dai loro balli. Verso la fine Marta è intervenuta presentandoci alla comunità.

L’appuntamento successivo è alle 4 con Felix e Wolfram, social workers della Cafasso House, dove passeremo la maggiorparte del nostro tempo qui a Nairobi prima di trasferisci a Mombasa.
Ma prima ci gustiamo il nostro primo piatto africano: riso bollito, zuppa di verdure ben cotte e carne. Oltre al cibo in sè, sono l’unico del gruppo a seguire il consiglio di Marta e a mangiare come si mangia in Kenya: con le mani. La mano destra è per il cibo, quella sinistra è per il bicchiere.
Tra gli sguardi divertiti delle mie compagne di viaggio, mi gusto il pranzo convincendomi a mangiare in questo modo per tutta la mia permanenza in Kenya.
Il companatico è preparato dalla cuoca della parrocchia.

Nelle due ore libere dopo pranzo, mentre le mie colleghe si concedono un meritato riposo, io mi vedo costretto a finire il mio lavoro per l’università: riesco ad ultimarlo e ora rimane solo il problema di come riuscire ad inviarlo al professore. Ma una cosa alla volta: siamo in Africa no?
Parlando di qua e di là, sembrano avercela un po’ tutti con Obama, che con questa sua visita ha praticamente bloccato Nairobi per 3 giorni.

L’incontro con i due educatori della Cafasso House è stimolante, e non vedo l’ora di incontrare quei ragazzi. Detta in breve (nei prossimi giorni dedicherò un post per spiegare bene il contesto), passeremo del tempo insieme a ragazzi dai 17 ai 21 anni ex-detenuti del Y.C.T.C. (Youth Correctional Training Centre), il carcere minorile.
Oltre a questo, parliamo anche delle nostre aspettative per queste settimane e di cose più pratiche relative alla permanenza.
Dopo l’incontro, andiamo per la prima volta in città. Anche qui, dedicherò più avanti un post dettagliato su questo argomento. Ci colleghiamo in un internet point, e riesco finalmente ad inviare il mio lavoro. Compro una sim locale, ma ancora non posso usarla perchè devo caricare il credito e farla tagliare, e quanto penseranno i nostri gentilissimi amici della Cafasso House.



Prima di tornare a casa per cena, passiamo a casa di Wolf, uno dei due ragazzi: un piccolo loft con un grande letto, un divano, un tavolino e una piccola cucina. Nient’altro, ma lui è felice. E più sereno di me. Ci prepara i pop-corn, li finiamo e allora ce ne prepara altri da portare con noi a “casa”.
Per cena ci sono ugali e sukumawika, entrambi piatti tipici. Il primo è una polenta molto farinosa, che rientra nella dieta tipica locale come per noi la pasta. Il sukumawika sono delle erbette bollite che ancora non sono riuscito ad identificare.
Sta di fatto che mi piacciono entrambe tantissimo, e finisco la mia prima cena africana con le mani sporche e il sorriso sulle labbra.
Qualche chiacchera, ci prepariamo il tè e ognuno nelle proprie stanze.
Sono le 21:30, e scopro con piacere che non sarò solo nel camerone: con me ci sarà Steven, il “factotum” della parrocchia.
Alle 22:53 scrivo quest’ultima frase, augurandovi una buona notte come me l’ha augurata Steven: “Lala Salama!“

domenica 2 agosto 2015

E Georgia fu!!! Finalmente!!!

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e Georgia fu! Finalmente!!!
dopo 36 ore ,di cui 24 a Fiumicino, i nostri eroi arrivano a destinazione e senza farci mancare nulla la valigia della nostra Eleonora deve ancora arrivare...



Guidati dal nostro cicerone padre Misha e con un pulmino che solo Dio sa come cammina ancora siamo giunti nella capitale Tbilisi! Dove siamo stati accolti con gelato e con la sua vivace vita mattutina, strombazzate di auto che manco fossimo a Milano
Milano ed erano solo le 06.30!!! 
Poi finalmente una santa doccia ed un letto ci hanno tolto lo la stanchezza delle infinite attese!
Al nostro risveglio (14:00) i nostri gia' cari amici georgiani ci hanno accolto con un pranzo che sembrava di essere ad un banchetto nuziale! Contrariamente a quanto pensassimo si mangia davvero bene! Le nostre donne pensavano sarebbero tornate con qualche chilo in meno e invece!?!? Non crediamo proprio sara' cosi'!
Belli caricati di cibo e con l'abbiocco impellente ci siamo diretti in centro per una visita al vescovo Giuseppe che ci ha deliziato con consigli e racconti e metafore sulla terra georgiana e la sua cultura.
Dopo il momento di formazione ci siamo goduti una piccola passegiata durante la quale il "patato" padre Misha ci ha dato nuovamente conferma dell'ottima cucina georgiana con carne alla griglia, patate, birra e il khinkali che ha ustionato la maggior parte delle nostre mani ma soddisfatto tutti i nostri palati!!! Quindi abbiamo concluso la serata con una affascinante vista dall'alto di Tsiblisi.
S P E T T A C O L A R E!




Poi tutti a nanna...

Il sabato e stata una sciallissima giornata culturale, abbiamo visitato tre monasteri ortodossi, anzi due poiche' in uno non ci hanno fatto entrare a causa del vestiario non adeguato. E non poteva mancare una tappa in un ristorante in cui ci hanno riempito con altre specialita' georgiane come il khachapuri un panino ripieno di formaggio fuso che una volta addentato ti fa entrare in una fase di estasi culinaria durante la qualenon ti interessa piu' del mondo circostante. A pancia piu' che piena ci siamo rimessi in viaggio con il nostro pulmino in direzione di Arali la prima tappa del nostro cantiere. Appena giunti ambrava di essere a casa propria, la gente ti salutava come ti conoscesse gia da giorni e subito un primo bimbo curioso si e' appropriato di alcuni nostri cantieristi a giocare a sasso carta forbice. La giornata si e' conclusa con una cena tranquilla, due chiacchiere tra amici e una bella nanna! Il primo impatto con questo piccolo paese e' stato piu' che positivo, se questo e' l'inizio non immaginiamo come sara' passare qui una intera settimana, non vediamo l'ora di metterci in gioco! Al lavoro!

ps: un grazie alla tastiera in cirillico...

MARCO