lunedì 3 agosto 2015

Kenya: DAY #0-1 25/07-26/07

DAY #0

L’aereo Egypt Air, con destinazione Il Cairo, decolla alle 18 con qualche minuto di ritardo.La mia tendenza a procrastinare ogni fatica mi porta a dover iniziare da zero una relazione su un laboratorio per l’università, con scadenza domani, senza la quale non vedrei riconosciuti i crediti.Per cui tra bambini egiziani urlanti mi ritrovo a smanettare con il mio computer, risicato nei pochi centimetri dello sbilenco tavolino assegnatomi. Ovviamente la scadenza a domani non poteva motivarmi abbastanza da finire sul volo il lavoro, ma questo lo vedremo più avanti.
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Arriviamo in Egitto alle 21:30, e aspettiamo nell’area di transito l’apertura del gate B3 da cui partirà il volo per Nairobi. C’è un po’ di apprensione perchè i voli per Nairobi potrebbero subire cancellazioni, dato che Obama da buon nipotino ha deciso proprio questa settimana di andare a trovare la nonna nella capitale. Cosa non si fa per la mancia..Seduti per terra giocando a carte conosciamo Matteo e suo padre (un chirurgo romano che da anni fornisce assistenza medica tra il Sudafrica e il Kenya) che come noi sono diretti a Nairobi.Il figlio Matteo si unisce a noi e passiamo del piacevolissimo tempo che ci fa arrivare all’1:20 senza nemmeno accorgercene.

DAY #1


Sarò sincero: di questa traversata non ho molto da raccontare, assorto com’ero da un sonno profondo. Quando mi sveglio siamo a 20 minuti dall’atterraggio, alle 7 e 10 del mattino.
Usciti dall’aereo, mi rendo conto di quanto il mio outfit (pantaloncini corti e t-shirt) fosse inadeguato. Un freddo inattesto sferza sulle mie gambie, costringendomi a rivedere il mio abbigliamento con un godevolissimo strep tease all’accoglienza dell’aeroporto.

Compiliamo un paio di moduli e ci misurano la febbre per controllare se portiamo con noi Ebola.
Ma stiamo tutti bene, paghiamo i 40€ di visto, diamo le nostre impronte digitali e recuperiamo tutti i bagagli! Insomma, tutto per il verso giusto.
All’uscita dall’aeroporto troviamo la nostra coordinatrice, Marta, che ci aspetta per guidarci verso Kahawa West. Ci salutiamo con Matteo e suo padre, scambiandoci indirizzi e un arrivederci: forse passeranno da Nairobi tra qualche giorno, e nel caso ci verrebbero a salutare. Vedremo più avanti se sarà davvero così.

Assieme a Marta ci dà il benvenuto Mathew Kibe, il coordinatore dei progetti per gli orfani di Kahawa West.
Il pullmino che ci porta a Kahawa West viene letteramente sommerso dai nostri bagagli, e noi ci arrangiamo stretti, ma comunque comodi, sul fondo.
In Kenya la guida è a senso inverso, e questo fatto sommato alla poca grazia con cui guidano, rende l’esperienza stradale vicina a quella di un parco giochi.
In Kenya la corruzione è un problema serio e largamente diffuso, anche e soprattutto tra le forze dell’ordine. Difatti non lasciamo nemmeno la strada dell’aeroporto che ci vediamo costretti, per motivi poco chiari, a lasciare una “mancia” ad una poliziotta per poter continuare il nostro viaggio.
Nel tragitto osservo intorno a me le prime avvisaglie di una nuova cultura, tutta da scoprire ed interpretare. Sento anche le palpebre calare, ma la posizione non mi permette di dormire.
Sulla nostra destra riusciamo a notare qualche zebra, le prime della mia vita.

Arriviamo a Kahawa West, e veniamo accolti nella parrocchia.
E’ domenica, e la messa è già iniziata. Anche se a dirla tutta bisognerebbe trovarle un nome tutto suo, perchè il concetto di messa a cui siamo abituati noi non rende bene l’idea.
Forse “festa” sarebbe più azzeccato.
Ad ogni modo, un sacco di bambini popolano il cortile della parrocchia e iniziamo a salutarli e presentarci. Scarichiamo dal pullmino i bagagli e li portiamo nelle nostre stanze. C’è una camera per le ragazze e una per i ragazzi, per cui mi ritrovo da solo in un camerone da 18 posti letto, con bagno privato.

Nemmeno il tempo di aprire la valigia e di lavarsi i denti, che ci troviamo in uno stanzino assieme al coro che animerà la messa successiva, quella delle 11.
Spero di riuscire a registrare e caricare un video per farvi assaporare la bellezza delle loro voci e dei loro canti. Ci sono 3 messe durante la mattina, ed ognuna ha un coro diverso. Il coro in questione era composto da circa 25 persone tra donne e uomini.
Finite le prove andiamo insieme a loro nella chiesa principale, che a colpo d’occhio può contenere forse più 500 persone. Appena entrato, la cosa che colpisce di più la mia attenzione è una batteria, che poi verrà effettivamente utilizzata durante la celebrazione.
La messa è in swahili, per cui seguiamo il rito principalmente facendoci trascinare dai loro canti e dai loro balli. Verso la fine Marta è intervenuta presentandoci alla comunità.

L’appuntamento successivo è alle 4 con Felix e Wolfram, social workers della Cafasso House, dove passeremo la maggiorparte del nostro tempo qui a Nairobi prima di trasferisci a Mombasa.
Ma prima ci gustiamo il nostro primo piatto africano: riso bollito, zuppa di verdure ben cotte e carne. Oltre al cibo in sè, sono l’unico del gruppo a seguire il consiglio di Marta e a mangiare come si mangia in Kenya: con le mani. La mano destra è per il cibo, quella sinistra è per il bicchiere.
Tra gli sguardi divertiti delle mie compagne di viaggio, mi gusto il pranzo convincendomi a mangiare in questo modo per tutta la mia permanenza in Kenya.
Il companatico è preparato dalla cuoca della parrocchia.

Nelle due ore libere dopo pranzo, mentre le mie colleghe si concedono un meritato riposo, io mi vedo costretto a finire il mio lavoro per l’università: riesco ad ultimarlo e ora rimane solo il problema di come riuscire ad inviarlo al professore. Ma una cosa alla volta: siamo in Africa no?
Parlando di qua e di là, sembrano avercela un po’ tutti con Obama, che con questa sua visita ha praticamente bloccato Nairobi per 3 giorni.

L’incontro con i due educatori della Cafasso House è stimolante, e non vedo l’ora di incontrare quei ragazzi. Detta in breve (nei prossimi giorni dedicherò un post per spiegare bene il contesto), passeremo del tempo insieme a ragazzi dai 17 ai 21 anni ex-detenuti del Y.C.T.C. (Youth Correctional Training Centre), il carcere minorile.
Oltre a questo, parliamo anche delle nostre aspettative per queste settimane e di cose più pratiche relative alla permanenza.
Dopo l’incontro, andiamo per la prima volta in città. Anche qui, dedicherò più avanti un post dettagliato su questo argomento. Ci colleghiamo in un internet point, e riesco finalmente ad inviare il mio lavoro. Compro una sim locale, ma ancora non posso usarla perchè devo caricare il credito e farla tagliare, e quanto penseranno i nostri gentilissimi amici della Cafasso House.



Prima di tornare a casa per cena, passiamo a casa di Wolf, uno dei due ragazzi: un piccolo loft con un grande letto, un divano, un tavolino e una piccola cucina. Nient’altro, ma lui è felice. E più sereno di me. Ci prepara i pop-corn, li finiamo e allora ce ne prepara altri da portare con noi a “casa”.
Per cena ci sono ugali e sukumawika, entrambi piatti tipici. Il primo è una polenta molto farinosa, che rientra nella dieta tipica locale come per noi la pasta. Il sukumawika sono delle erbette bollite che ancora non sono riuscito ad identificare.
Sta di fatto che mi piacciono entrambe tantissimo, e finisco la mia prima cena africana con le mani sporche e il sorriso sulle labbra.
Qualche chiacchera, ci prepariamo il tè e ognuno nelle proprie stanze.
Sono le 21:30, e scopro con piacere che non sarò solo nel camerone: con me ci sarà Steven, il “factotum” della parrocchia.
Alle 22:53 scrivo quest’ultima frase, augurandovi una buona notte come me l’ha augurata Steven: “Lala Salama!“

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