domenica 30 marzo 2014

Georgia: back in the USSR

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L'atterraggio non è stato proprio una passeggiata, ma alla fine siamo arrivati in Gruzia stanotte con l'emozione di un doppio cambio di fuso orario in diretta: l'ora legale italiana (+1) + il fuso orario locale (+3) - l'ora legale locale che qui non viene applicata. In sostanza, ogni quarto d'ora chiedo a Matteo che ora è e che ora sarà in Italia.
Poche ore di sonno (diciamo dalle 7 alle 11 a.m, ora locale) e poi un primo giro per prendere confidenza con il Gurjistan. Anche stavolta (Elisa può testimoniare), siamo arrivati con il colbacco partendo da Milano in canotta e abbiamo fatto bene! Un potente vento gelido ci ha accompagnato tutto il giorno mentre la temperatura eterna non arrivava ai 3 gradi. Diciamo che non abbiamo avuto problemi a rimanere svegli.
Ma dove siamo arrivati?
Ecco la prima impressione (dal punto di vista dell'amico Vlad)




questa foto è un cameo per chi conosce la Moldova


Sergio e Matteo

Nicaragua: Mi vida....Qué vida!!!

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Mi vida....Qué vida!!!

Sveglia alle 6.15, colazione con Teo e poi dritti verso una Nueva Vida



Nuova                            
Unica
Emozionante
Veramente                
Affascinante

Viva
Intensa
Differente
Accogliente






E poi a casa....
Si ride, si scherza, si lavora, si condivide, si canta, si suona, ma soprattutto...

Ci si vuole bene!!!!





Questa è la mia quotidianità,
questo è quello che mi fa brillare gli occhi e mi riempie il cuore di gioia,
questo è quello che mi fa sorridere mentre affronto tutte le difficoltà!





Un bacio a tutti,
Ste :)


P.s.
Grazie Teo per avermi accompagnato nel "barrio" e per le foto! :*



sabato 29 marzo 2014

Nicaragua: Il Servizio Civile... una barzelletta??? :)

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Ci sono un'australiana, uno statunitense, un nicaraguense, un guatemalteco e 4 italiani in una caldissima casa di un piccolo quartiere di Managua.


L'Australiana, Betty, è una giovane trentenne che lavorerà con noi (a Redes) per un mese, ama viaggiare e documentare ciò che la colpisce con la sua bella macchina fotografica e sorride ogni volta che incrocia lo sguardo di qualcuno. Essendo arrivata da pochi giorni, questa era la prima volta che usciva di casa la sera e sono strafelice perché è riuscita ad integrarsi subito nel contesto e a farsi apprezzare da tutti per le belle sensazioni che ci ha fatto provare grazie alla sua intonatissima voce. 

Lo Statunitense, Sean, è un ventiseienne dell'Oregon con padre Irlandese che lavora da 3 anni a Ciudad Sandino per una ONG e ormai conosce il Nicaragua come le sue tasche. 
Tipo tranquillo e simpatico che ama condividere canzoni popolari, storie di vita e pensieri interessanti.


Il Nicaraguense, Felix, è un gentilissimo ragazzotto con il cappellino girato al contrario che lavora nel centro scolastico di Redes e a cui piace talmente tanto partecipare a questi momenti "mondani" che a fine serata lo ritroviamo in cucina a sistemare, lavare ed asciugare i piatti.

Il Guatemalteco, Josuè, è la classica persona buona, pacata e solare con cui hai la fortuna di condividere idee e progetti a lavoro e che riesce a trasmetterti tranquillità in ogni situazione e una felicità vera ed intensa semplicemente guardandoti in faccia.


I 4 Italiani ovviamente siamo noi (io, la Stefy, il Lele e la Fede) e beh, che dire, abbiamo deciso di organizzare una cena ,con serata a seguire, nella nostra Nicasa per rafforzare l'amicizia con Josuè e Felix e conoscere meglio la Betty e Sean.


Alcuni di voi sicuramente iniziando a leggere questo post avranno pensato: ma è davvero una barzelletta??? 

Assolutamento no!!! E allora perché questo post???

Perché questi sono gli ingredienti per una ricetta prelibata, per una cena con pietanze italiane ma storie internazionali, per un incontro tra culture totalmente differenti, per conoscere attraverso la musica, la chitarra e i canti le storie di questi ragazzi. Le storie di ragazzi come NOI!



Insomma, sono gli ingredienti per una  serata fantastica!




Perchè il Servizio Civile è anche e soprattutto INCONTRO! :)


Un salutone e una buona notte,



Teo! :)

giovedì 27 marzo 2014

Cose di casa!

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Ecco il secondo post dalla Moldova..

Il comix è una semplice e carina per raccontare un piccolo frammento della vita quotidiana di Chisinau che si può riassumere in “sai quando ti svegli ma non sai quando arrivi in Diaconia”.

..Chisinau, i villaggi e in generale la società moldava sono ancora in gran parte un film straniero senza sottotitoli, per questo non mi lancio in commenti e riflessioni che potrebbero essere azzardati solo dopo un mese di servizio.

Lascio, quindi, spazio alla bellezza della vita ordinaria e specialmente ai miei due compagni di viaggio (Patty e Marco) che devono sopportare una coinquilina canterina e anche un po’ rompina!

Pa Pa,
Mary 

PS: clicca per ingrandire ;)



mercoledì 26 marzo 2014

Nicaragua: El Güis: un'oasi a Nueva Vida

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El Guis è un centro di attenzione specifica situato a Nueva Vida il barrio più povero di Ciudad Sandino (http://www.elguis.org/HTML/QuienesSomos.html). Questo centro per ragazzi disabili sarà il mio posto di lavoro per tutto il prossimo anno.


El Guis è uno sciame di ragazzi ululanti in una cornice di colori accesi. Esseri umani le cui storie sommano, la disgrazia di una disabilità, a quella di doversela trascinare per le polverose strade di Nueva Vida. Sono circa un centinaio, affetti dalle sindromi più disparate e problematiche. Ragazzi tanto diversi nell'esteriorizzare sensazioni, emozioni e bisogni e tanto simili nell'aver la necessità di farlo.
Chi non avrebbe bisogno di bere un bicchiere d'acqua? oppure andare in bagno senza farsi tutto addosso? Chi non ha il diritto di innamorarsi? Chi non ha diritto ad una vita dignitosa?
El Guis lotta quotidianamente per questo: regalare ai ragazzi strumenti per vivere una vita dignitosa.


Non è sempre facile farlo. Una manciata di professori, seppur volenterosi, si trovano a dover gestire classi numerose ed eterogenee. Si arriva a sera distrutti ma animati dalla speranza di aver fatto qualcosa di utile. Anche se i risultati, come ben sa chi lavora in questo campo, sono impercettibili, ciò che ti spinge avanti ogni giorno è l'affetto indescrivibile che questi ragazzi sanno regalare. Come se, tra il loro zoppicare e inciampare, abbiamo scoperto qualcosa che io, apparentemente normodotato, non ho ancora scoperto.
Ogni volta che vedo bambini vestiti di gioia, scivolare con una carrozzina per le stanze del centro, mi ritengo un privilegiato. La loro semplicità nell'essere felici è per me una grande lezione.
Una lezione che non mi stancherò di imparare.

Lele




martedì 25 marzo 2014

Nicaragua: Un mese di Nicaaa! :)

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Il 24 Febbraio 2014, alle ore 6:30 italiane, il primo dei numerosi aerei che ci avrebbe portato in Nicaragua si staccò "dolcemente" dal suolo e prese il volo.

Il 24 Marzo 2014, alle ore 18:30 Nicaraguensi, mi ritrovo con foglio e penna a scrivere di questo primo mese in America Centrale. 

E mi piace...


Subito si proiettano nella mia testa volti, immagini di attimi di vita, ingiustizie, risate, lacrime, sorrisi, perplessità, dubbi, criticità... emozioni tanto intense quanto stimolanti ed entusiasmanti che sto vivendo sulla mia pelle (d'oca). 

E mi piace...


Rapito da questa pioggia di pensieri, rifletto sull'ultimo devastante uragano (Mitch, 1998) e le numerose catastrofi che negli ultimi anni hanno colpito violentemente il Nicaragua, Managua e le sue zone circostanti e periferiche.
Rifletto sulle perdite umane, sul dolore dei sopravvissuti e di chi ci ha creduto o ci crede ancora in una " Nueva Vida". 
Quanta povertà, quanta fatica, quanta rassegnazione ma anche... quanto cuore! 

E mi piace...


I ragazzi con cui stiamo lavorando la Stefy ed io (con la fondamentale coordinazione e collaborazione di Marisela, Josuè e Marcel), ne hanno viste, passate e vissute veramente di tutti i colori, ma ciò non toglie loro la voglia di provare a credere nuovamente, nel proprio "piccolo", ad un'alternativa di vita.
E' questo che ci/mi spinge nel centro Redes de solidaridad a creare sempre nuove iniziative formative, ludiche e di sensibilizzazione affinché Nueva Vida possa essere, per questi ragazzi e le loro famiglie, motivo di rinascita. 

E mi piace...



Certo, alcune situazioni e domande a cui non riesco a trovare soluzioni e risposte fanno un po' male dentro, però grazie all'approccio con cui ho deciso di vivere questa esperienza, al tempo di riflessione personale, allo svago e alla condivisione con i miei compagni di viaggio, riesco a metabolizzare le sensazioni trasformandole in energia per continuare a creare qualcosa di estremamente semplice, piacevole e costruttivo.

E mi piace..




In questo mese e in questi ultimi 4 giorni in El Salvador, riecheggiava spesso nella mia testa il ritornello di una canzone che poneva due complesse domande che rappresentano perfettamente l'affresco dei miei pensieri e che mi sento di condividere in questo momento. Io non sono ancora riuscito a trovare le risposte e sinceramente penso che non ve ne siano di definitive, giuste o sbagliate, ma molteplici e pronte a generarne di nuove...

" Dove si va
Come si fa
a stringere la vita intanto fuori scoppia la notte?
Dove si va 
Come si fa
se vivere da queste parti è come tirare a sorte? "


" Forse " Monsenor Oscar Romero ha risposto esplicitamente con la sua vita... 

E devo ammettere che, mi piace...




Un sorrisone e un abbraccio fortissimo,

Teo! :)




P.S. Stefy, Fede, Lele ed io ci siamo recati in El Salvador 4 giorni per assistere e vivere in prima persona la commemorazione dell'anniversario della morte di Monsignor Oscar Romero, prete e vescovo assassinato il 24 marzo 1980 a San Salvador durante la celebrazione di una messa a causa del suo nobile e ripetuto impegno nel denunciare le violenze sociali, fisiche ed economiche della dittatura del suo paese.

Dopo un'accurata trascrizione del materiale raccolto, a breve, seguirà sicuramente un post comunitario sull'interessante figura di Romero nel contesto salvadoregno.




domenica 23 marzo 2014

Bolivia: Un veloce ritratto di Cochabamba

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Incominciamo con un po’ di dati:

·         30h è quanto è durato, secondo un calcolo approssimativo, il nostro viaggio. Nel calcolo sono compresi i tempi di attesa e i ritardi.

·         4 sono i voli presi e sempre 4 sono le volte che abbiamo dovuto passare i controlli per il bagaglio a mano. Per fortuna il bagaglio da stiva ci è stato spedito direttamente a Santa-Cruz.

·         NIENTE è quello che abbiamo visto durante il viaggio. Né lo spettacolare (così mi han detto) arrivo all’aeroporto di Lima, né Amsterdam, né Santa Cruz né l’oceano Atlantico.

·         2 sono le persone che abbiamo conosciuto durante il viaggio.

E qui mi fermo perché il numero di fusi che abbiamo cambiato non lo so calcolare e perché una volta arrivati nella sterminata Cochabamba è impossibile tenere il conto di qualsiasi cosa. Basta pensare che secondo il censimento del 2007 contava 896 097 abitanti, mentre invece secondo il censimento del 2012 aveva già 1.758.143. Lo spettacolare sviluppo, secondo gli abitanti, è dovuto in parte alle politiche del governo Morales, in parte alle attrattive che la città esercita sui campesinos e in parte al narcotraffico, di cui a quanto pare Cochabamba sta iniziando a divenire un importante snodo. Non esistono, per colpa di questo suo repentino e continuo sviluppo mappe aggiornate della città, infatti un turista, che dovesse avere la sfortuna di trovare alloggio fuori dalla seconda cerchia, si troverebbe fuori da ogni mappa.

L’arrivo in aereo a Cochabamba è l’unico che sono riuscito a gustarmi, Cristina invece dormiva, ed è a dir poco spettacolare. La città si trova nel mezzo di una conca a 2570 metri SLM, è completamente circondata dalle Ande, e intorno a sé non ha niente, o quasi, magari di solito esistono altri pueblos, ma ora la stagione delle piogge ha praticamente sommerso tutta la zona attorno.

Cochabamba è l’imperfetta sintesi tra modernità e ruralità. E’ una città tutto sommato moderna, con un esteso servizio di trasporto pubblico, fatto da Micro, taxi Trufi e taxi le cui tariffe sono decise dai tassisti e mercanteggiate con i clienti (di tutto questo magari ne parlerò meglio in un altro post). Inoltre Cochabamba può vantarsi di un’importante diffusione di internet, molte piazze sono dotate di WI-FI pubblico, che io non sono ancora riuscito a beccare; ha servizi di ristorazione aperti a qualsiasi ora del giorno; ha ospedali e cliniche private; supermercati ed enormi centri commerciali; i suoi abitanti sono tutti in giro con uno smartphone e se non ne hanno uno possono usufruire di uno degli innumerevoli internet point; ma… c’è sempre un ma. Sembrerebbe che la sua popolazione non voglia proprio adattarsi alla modernità e conduca una resistenza, neanche troppo passiva, al XXI secolo. Così possiamo osservare le due facce della medaglia. Da una parte il loro vivere “rilassati” li permette di vivere con più tranquillità e serenità, senza stressarsi come facciamo noi in Lombardia e li permette di dedicarsi di più a se stessi e al parlare con le persone, ma dall’altra parte li pone un attimo fuori contesto e li espone a tutti i pericoli della modernità, come ad esempio, pensare al telefono o alla macchina, non come a degli strumenti da utilizzare ma piuttosto come degli status simbolo, c'è chi prende lo smartphone di ultima generazione e poi non ha i soldi per permettersi la spesa; come anche il loro “vivere spensieratamente” e alla giornata non li fa pensare a  prevenire i danni procurati da “emergenze cicliche” (ossimoro).Sembrerebbe che la Bolivia si sia trovata per sbaglio nel 2014, e che siccome oramai si trovava qui ha alzato le spalle e ha detto: Vabbè proviamoci…

Cochabamba per il momento sembrerebbe la città dei paradossi, del tutto e niente e così i suoi abitanti che guai a fermarli per chiedergli un’informazione perché sono capaci di trattenerti mezz’ora a parlare di niente, perché sono una popolazione abbastanza riservata e diffidente ma che prova piacere nel parlare. Oppure non ho mai visto una popolazione tanto attaccata alle tradizioni, a “quello che si è sempre fatto”, all’apparire ligi all’etichetta ma che nello stesso tempo è capace di presentarsi con tre quarti d’ora di ritardo ad un appuntamento o di non presentarsi del tutto.

C’è voglia di vita, è un paese che canta, balla, esce alla sera… ma allo stesso tempo non sai se canta e balla per riempire il vuoto che la modernità sta creando all’interno della società.

Quando si esce alla sera non si può fare a meno di osservare che di fianco ai locali, in mezzo alla onnipresente spazzatura ci sono per terra madri vestite tradizionalmente che con i propri bambini cercano di vendere accendini ai giovani. Come anche non si può fare a meno di osservare che gli stessi giovani che all’uscita del locale facevano una gran figura rispetto a chi era nella strada, poi a casa non vivono in una situazione propriamente idilliaca. E non si può fare a meno di storcere un po’ il naso di fronte ad uno stato che si dice per il popolo, ma che ha ancora tanto da camminare in tale direzione.


Boh non credo di poter rendere l’idea della complessità, della meraviglia e nel frattempo della miseria di questa città con queste mie poche e confuse righe, non mi rimane che invitarvi a vedere di persona. Ma forse, per poter vedere tutto quello che vi ho descritto vi basterebbe uscire di casa e aprire bene gli occhi, e non sto parlando delle meraviglie geografiche della regione. L’Italia non è molto diversa, il fatto che i parametri di ricchezza e di sviluppo siano differenti e i nostri un po’ più alti, non ci pone al sicuro dalle emergenze sociali ed economiche, anzi in molti casi sono le stesse, quello che cambia è solo il contesto.

sabato 22 marzo 2014

Ti va di danzare?

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“Per essere un buon danzatore, con Te come con tutti, non occorre sapere dove la danza conduce”

Mi chiamo Fabio e ho deciso di imparare a danzare.
Ok, chi mi conosce sarà già scoppiato a ridere visto che non sono famoso per i miei leggiadri movimenti...
No, non sto frequentando nessun corso di danza o cose simili!
Ho deciso di imparare a danzare facendo il Servizio Civile con Caritas Ambrosiana, si, perché il Servizio Civile con Caritas ti insegna a danzare con la vita.
Il luogo dove sto prendendo “lezioni” si trova a Milano presso l’Associazione La Grangia di Monluè, un centro di seconda accoglienza per persone richiedenti asilo politico. 
E’ un luogo particolare perché c’è la possibilità di poter ascoltare diversi tipi di musica….

C’è chi pensa che per saper danzare bisogna per forza muovere bene il proprio corpo. 
Io non credo.
Sento che c’è un altro modo. 
Voglio cercarlo, e se non c’è voglio inventarlo.
Si, come diceva Madeleine Delbrel:

“Lascia che noi inventiamo qualcosa per essere gente allegra che danza la propria vita con Te”.



Per fare ciò non ci sono gesti fisici o passi particolari da saper fare.
Bisogna essere disposti a lasciarsi trasportare da una musica diversa, nuova, che ci guida oltre le nostre certezze.
Musica che proviene dalle persone che incontriamo, che sono più in difficoltà; 
spesso è una musica che non siamo abituati ad ascoltare..forse perché parliamo troppo..
Osservando i passi lenti e spesso incerti che muovono questi ragazzi, sembrano difficili da imparare, forse perché facciamo finta di avere fretta e non abbiamo tempo..
Ascoltando i suoni silenziosi che emettono queste persone, non è facile, ma ci lasciano senza fiato quando li sentiamo..forse perché loro hanno ascoltato i suoni cupi della guerra..
Sto imparando che ognuno di noi è uno strumento in grado di donare suoni unici, capaci di far danzare chiunque voglia ascoltarli.

“Insegnaci a indossare ogni giorno la nostra condizione umana, come un vestito da ballo”

Sto imparando a danzare, chi l’avrebbe mai detto!


Fabio.

giovedì 20 marzo 2014

"Speri di ritornare nel tuo paese di origine"?

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"Do you hope returning back to your country of origin?"

Che provenga da una radio, da una Tv di passaggio o dalle urla di un bambino,  che sia  su un taxi o per strada, la parola "Sūriyā", Siria, compare in ogni frase pronunciata, con un tono tra il rassegnato e l'allarmato.

Siamo di ritorno da due giorni di "lavoro" a Ballouneh, una trentina di km nell'entroterra collinare rispetto a Beirut.  Keserwan, la regione dove ci troviamo, assiste quotidianamente all'arrivo e allo stanziamento di centinaia di siriani in fuga dal conflitto.  Ci troviamo all'interno del centro, stanziato dal Caritas Lebanon Migrants Center, dedicato alla ricezione delle domande di aiuto umanitario da parte delle decine di famiglie che ogni giorno affollano l'ufficio.

Siamo dunque "osservatori privilegiati" di una realtà che va ben oltre le pieghe di un questionario di quattro pagine e che riesce ad oltrepassare le barriere linguistiche i anche solo attraverso una smorfia, un movimento degli occhi.
E ripenso subito al padre di famiglia sedutosi davanti a noi: viene da Homs, dove ha lasciato un'attività e una casa. O meglio, quanto rimane della propria casa.
"Bum Bum Bum" non è il classico rumore che senti nei cartoni animati: il "bum bum bum" sussurrato da chi ha visto sgretolarsi il tetto sopra le proprie teste ha un qualcosa di terribilmente penetrante. Come è violento lo scoppio che ha causato il ferimento degli arti di due dei suoi tre figli, ancora oggi in preda a stress, crisi di panico e frequenti incubi notturni. Una situazione  che l'ha visto costretto a lasciare tutto e portare moglie e figli al di là del confine, dove, tra lavoretti e prestiti, si cerca di assicurare loro un presente al riparo dal conflitto.
Un presente dicevamo; perché alla domanda riguardo a come e dove veda il proprio futuro , gli occhi si alzano e si illuminano ripensando immediatamente a quanto lasciato, a casa. E suona perfino fuori luogo e scontato chiederlo dalla nostra comoda sedia, dalla nostra posizione di semi-spettatori comunque esterni alla tragedia. 


Riguardo la pila di questionari sui tavoli e ci vedo centinaia di storie e di drammi che nessun foglio può contenere e nemmeno sintetizzare in alcun modo. 

Stiamo assistendo ad una tragedia di dimensioni oltre il drammatico e la vediamo scorrere davanti ai nostri occhi: spettatori semi-impassibili di un'emergenza dilagante che  prende sempre più la forma di un infausto quotidiano. 


lunedì 17 marzo 2014

Il Servizio Civile dona valore...senza confini!

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È venerdì mattina. Ed è tutto tranquillo, come sempre il venerdì. 
Certo, il telefono squilla sempre, tanto che ormai il suo suono me lo sogno anche di notte. 
Ed infatti, eccolo che suona, per l’ennesima volta. 

Rispondo e la signora che mi parla dice che vorrebbe lasciare dei vestitini per bambini al nostro guardaroba. Le dico di passare al pomeriggio, ma lei non può. Potrebbe solo tra mezz’ora e non vuole lasciarli nei cassonetti (quelli gialli!) perché Sai, sono della mia nipotina e vorrei proprio consegnarveli a mano. 

Mi intenerisco (che poi, non ci vuole molto!) e le dico che Sì, va bene, la aspetto io.. anche se il suo ‘fra mezz’ora’ coincide con la mia pausa pranzo.

Ed è così, che per ingannare questa attesa mi metto a leggere i post dei ragazzi in servizio civile all’estero.. chi in Bolivia, chi in Nicaragua, chi in Libano.. e mi ritrovo a pensare che forse avrei dovuto avere più coraggio e partire perché forse mi sto perdendo delle cose belle stando a Lecco.. 

Allora mi fermo e mi metto a pensare
A che cosa è il coraggio. E a che cosa sono le cose belle. 
E mi rispondo che Coraggio è Rimanere. È accogliere. È ascoltare

Ascoltare chi ti racconta la sua storia di fatiche e di solitudini, che difficilmente riesce a mimetizzarsi con il paesaggio ricco e brianzolo in cui si muove. 

Accogliere, senza difese, chi arriva in Italia perdendo quel poco (che poi è sempre anche tanto, quasi da diventare un ‘troppo’) che aveva, in Moldova, in Nicaragua, in Libano.. 

Rimanere per cercare di dare a chi arriva qui, almeno una volta, la possibilità di credere che anche se la vita spesso è brutta, regala sempre una nuova primavera. 

E poi penso a che cosa sono le cose belle e lo faccio riguardando alle mie ultime settimane.


E così mi rispondo che le cose belle sono la giornata all’Eremo di San Salvatore in compagnia degli ospiti del Rifugio Notturno di Caritas, allietata dalle poesie di Sergio e dai racconti di Leo; sono le giornate di formazione che noi milanesi abbiamo condiviso con quel gruppo di squinternati che sono i ragazzi in servizio civile a Bergamo (insieme a Verona e Pavia); sono le parole che don Luigi Ciotti ha detto, anzi ha urlato, a tutti noi durante la giornata a Genova per ricordare San Massimiliano, patrono degli obiettori di coscienza, ovvero: “Avete fatto una scelta meravigliosa!!”.


Le cose belle sono tutti i volontari che ogni giorno, qui, mi coccolano perché, in fondo, sembro un po’ la nipotina di tutti; le cose belle sono le persone che vengono al Centro di Ascolto e prima di uscire dicono Grazie, per avermi ascoltata, mi piace venire a parlare con voi; le cose belle sono le persone che si rassicurano quando dico loro che, se non hanno un documento che ci servirebbe, lo potranno portare anche un’altra mattina perché, tanto io sono qui tutti i giorni. Le cose belle sono tutti quei momenti in cui mi accorgo di essere un piccolo seme di speranza in un Paese in cui non è vero che va proprio tutto male

Nel frattempo è passata mezz'ora. La signora che aveva chiamato è arrivata, mi ha sommerso di ringraziamenti per averla aspettata e mi ha lasciato un sacco pieno di vestiti per neonati. Li guardo. E con dolcezza penso alle mie nipotine. Da sempre desiderate e poi, quasi da un giorno all'altro Nate. E allora concludo, pensando all'inverno lungo che la mia famiglia ha affrontato e alla nuova primavera che, finalmente, è arrivata e che mi rende sempre più convinta che Sì, l’inverno finisce. È faticoso resistergli, può durare anche anni e il suo vento freddo ci può far scendere lacrime amare. Ma ad un certo punto, sicuramente, finisce. E l’importante è non smettere mai di desiderare la primavera.

Irene Colombo
[SCN, Centro di Ascolto Caritas Decanale Lecco]