lunedì 16 novembre 2015

Scambio culinario, “Mambo!”, Matrimonio, Parigi, Flora Hostel: via libera ai pensieri!

Nessun commento:

Scrivo con calma, un po’ in ritardo rispetto a quanto mi ero prefissata ma siamo pieni di impegni.
Scrivo da casa, da sola, in quanto il piccolo uomo è andato a tastare il terreno a Nyeri, cittadina ai piedi del monte Kenya, e scrivo soprattutto dopo una colazione spaziale che mi sono cucinata con successo: Mandazi (triangoli fatti di farina, lievito, sale, zucchero e acqua e poi fritti)!...MmMmMm, buoni!
Per continuare con l’argomento…Appuntamento fisso per me a partire dalla scorsa settimana, o addirittura da quella prima, è di scopo culinario: un pomeriggio a settimana “organizzo” uno scambio culinario nella nostra cucina tra me e le due ragazze volontarie di Cafasso. Come chi mi conosce bene, mangiare cose strane, assaggiare e provare a cucinarle per me è veramente un’emozione! E così compro gli ingredienti che servono e poi ci si trova nella nostra casetta per un the (immancabile quando si invita qualcuno a casa qui in Kenya) con biscotti e poi si cucina! Fino ad ora lo scambio è stato un po’ ineguale: ho insegnato loro a fare il budino ed invece loro chapati, samosa e mandazi con grande successo!
È una cosa che mi dà molta soddisfazione cucinare e condividere le tradizioni in questo campo e questa settimana una delle due ragazze – Angeline – si è anche fermata a cena!
Chapati in arrivo...


Samosa di carne e di verdura, salame e grana! :)






















Colazione da signora: Mandazi
Cena con l'ospite d'onore!
















Tutte le mattine camminiamo su stradine sempre più infangate e tante volte sono mezza addormentata e parlicchio con Gialu. Un episodio che ci ha fatto ridere molto e ha dato un risvolto positivo alla giornata è accaduto la scorsa settimana in cui, sulla strada per Cafasso già in Kamiti, parlavamo di Rambo (non ricordo esattamente il motivo, presumo per il fatto di arrivare al lavoro già sporchi) e proprio mentre pronunciavo la parola “Rambo”, è passata una ragazza piuttosto carina e ha risposto “Poa!”…Io e Gianlu ci siamo trattenuti dal ridere subito in seguito alla risposta della ragazza in quanto, in realtà, qui tra i giovani e informalmente il saluto maggiormente diffuso è: “Mambo!”, “Poa!”.
Questo episodio è un po’ per dire che ci stiamo rendendo conto che forse, forse necessitiamo di un corso/qualche lezione di Swahili in quanto da soli o comunque solo parlando con i ragazzi in Cafasso non è abbastanza: ci dimentichiamo subito le parole che ci dicono se non le scriviamo e le parole in sé sono difficili!
Speriamo di trovare e iniziare ancora prima del rientro in Italia a sperimentarci un po’, tornando magari in un’aula dietro a dei banchi, ahah…
Peccato che il desiderio da parte di entrambi sia quello di conoscere sempre meglio il posto dove siamo “capitati” e di stare a contatto con le persone!
Via vicino a casa nostra


Campo da basket nella casa degli street children -
Ass. Papa Giovanni 23°



Sabato 14 siamo andati al nostro primo matrimonio qui in Kenya invitati con tanto di partecipazione piuttosto trash da una ragazza, figlia di una ufficiale nella prigione. Partecipiamo contenti di vivere questo momento meno formale con i ragazzi; ma, quando mi sveglio, piove tantissimo tanto che solo per arrivare a Cafasso ho le rane dentro le scarpe e l’acqua ha anche quasi trapassato l’impermeabilità della giacca a vento! Grazie al cielo incontriamo una volontaria che con la macchina ci dà uno strappo fino alla chiesa e, dopo la celebrazione, si va tutti e 11 con una macchina da 5 al ricevimento, che ridere!!! Arrivati lì mangiamo non molto ma ci divertiamo ad imitare i ragazzi e gli altri invitati a ballare e facciamo alcune foto…Ah, la preparazione per il matrimonio consiste nell’esserci fatti fare entrambi su misura degli abiti tipici ed io ho anche chiesto ai ragazzi di tagliarmi i capelli con un esito molto positivo!!!
I due sposi...
Il gruppo di rappresentanza di Cafasso al matrimonio!!!






Al ricevimento incontriamo anche le due volontarie austriache che vengono da due settimane ogni lunedì a Cafasso ma solo per un mese e ci dicono se sappiamo qualcosa di quanto è accaduto a Parigi. Dopo il loro racconto rimaniamo basiti e quando siamo a casa ci colleghiamo subito per leggere alcuni stralci di notizia. Leggo l’articolo di Repubblica dal cellulare, tutto d’un fiato, facendo scorrere il dito sullo schermo e a volte mi blocco perché non escono le parole; finito l’articolo rimaniamo due o tre minuti in silenzio, fermi, immobili.
Spaventati? Preoccupati? Perplessi? Confusi? Sinceramente, non so da un nome a quell’insieme di emozioni provate in quegli istanti. Cosa sta succedendo nel mondo non so spiegarlo, ma sto osservando sempre più come è difficile stare insieme alle persone senza litigare: esempio lampante è Cafasso, dove 15/20 adolescenti di provenienza diversa vivono sotto lo stesso tetto ed è normale che a volte ci siano screzi e litigi. Ma come si fa ad arrivare a così tanto? Beirut, Parigi a distanza di soli pochi giorni!...
 
Kahawa West - nostro quartiere - vista dall'interno di Kamiti Prison
Ieri, domenica 15 novembre, ci troviamo presto con i ragazzi di Cafasso per andare al Flora Hostel, sede delle Suore della Consolata, per incontrare i giovani della parrocchia con cui il servizio è praticamente “gemellato”. Ci spostiamo noleggiando un matatu tutto per noi in quanto lo riempiamo ed i ragazzi aprono istintivamente tutti i finestrini: forse per la curiosità di vedere meglio cosa c’è fuori da Kamiti, io invece apprezzo la brezza che entra e la musica che si diffonde contagiando l’atmosfera di serenità e tranquillità.
È stata una giornata molto piacevole, sebbene lunga, vissuta in mezzo ai ragazzi cantando canzoni in swahili nel coro durante la messa, ballando con loro durante le prove per i balli della celebrazione, giocando a mimi e ad interpretare scenette, presentandomi per la prima volta completamente in lingua e condividendo con loro l’intera giornata.
Ho potuto percepire alcune volte un senso di inadeguatezza che provavano, in quanto si avvertiva una certa distanza nonostante la fascia d’età simile: il solo modo di vestire, gli oggetti posseduti (macchina fotografica, occhiali da sole, …).

Prove dei canti prima della messa al Flora Hostel
Recita del poem di Cafasso al Flora Hostel





















Tutaonana! (= A presto!)
Un abbraccio a tutti,

Ire

venerdì 13 novembre 2015

Fino a quanto possiamo essere relativi?

Nessun commento:



Quanto è difficile essere RELATIVI?
Si dice sempre di affrontare la differenza con relatività, ma fino a QUANTO possiamo essere relativi?
Partiamo con un bagaglio di certezze difficilmente sradicabili che ci rende complicato incontrare l’altro o conoscerlo.
Volontariamente non parlo di CAPIRE e comprendere.
Mi fermo ad un livello inferiore che semplicemente è avere la CONSAPEVOLEZZA che esiste un altro e ACCETTARNE l’esistenza, al di là di moralismi e attribuzione di valore.

…e anche chi cerca di incorporare questo relativismo con atteggiamenti e parole, rischia di essere presuntuoso nel definire l’altro “assolutista” e percepire se stesso come “relativista”. Si ricade nel circolo del pregiudizio e della sensazione di superiorità che ti trasforma in un “assoluto relativista”.

Sembra un pensiero contorto , o forse lo è.
La cosa strana è che questi TRIP MENTALI non nascono dallo scontro- incontro fra la cultura boliviana e quella italiana, come sarebbe più facile pensare!
Questi pensieri confusi e disordinati mi affiorano alla mente dopo una semplice cena, guarda un pò…tra tre italiani.

Ora, potrei andare avanti all’infinito a costruire castelli filosofici, ma non credo sia il caso…mi ritroverei in men che non si dica nel centro di cura psichiatrico più vicino! Se qualcuno vuole continuare dopo di me, si faccia avanti e mi faccia avere la risposta!
VI PREGOOO

Almeno da tutto sto disastro di flussi di neuroni possono nascere delle riflessioni un po’ più concrete!

Per esempio, posso partire dicendo che mettersi in contatto con l’altro non è mai facile. A volte lo è un po’ di più, magari per sensazioni di “pelle”, a volte lo è di meno.
È difficile l’incontro e non credo esista una modalità scientificamente provata essere adatta per tutti, con tutti e in qualsiasi momento ( A.A.A. cercasi risolutore di conflitti!).
Forse, partendo dall’esperienza personale, ciò che penso si possa fare è provare a essere APERTI e a LASCIARSI VIVERE dalle cose, dalle situazioni, dalle persone; SOSPENDERE IL GIUDIZIO di pancia, EVITARE INUTILI PARAGONI, RIFUGGIRE LE CRITICHE.
Almeno in un primo momento, nella fase dell’incontro.
Accogliere tutto; così come un computer, registrare “dati”.

Poi però, ritorniamo ad essere UMANI, non ancora immuni da ragioni, sentimenti ed emozioni.


Bene. Ora il mio cervello ha bisogno di zuccheri…ARRIVO BISCOTTI!!!!

Ps. Mettete in pausa il cervello con le prossime immagine e state solo a guardare­­­.

Una giovane artista di strada nel centro di Cochabamba
Mercato di Santa Barbara
A volte Chiesa, a volte scuola
Dia de los muertos. Desaparecidos.

 
Case nella zona Sur de Cochabamba


giovedì 12 novembre 2015

Mekatilili, una storia di resistenza kenyota

Nessun commento:
Pochi giorni fa Angela e io siamo state a Malindi, alla scoperta dei progetti dell'ONG Coast Inter-faith Council of Clerics Trust con cui collaboreremo in quest'anno. Questa si occupa tra l'altro portare avanti una serie di progetti sociali che abbiano come approccio quello della collaborazione tra appartenenti a fedi diverse per la costruzione di una società più pacifica e inclusiva. www.cicckenya.org 


Per prima cosa, siamo andati a visitare un centro culturale della tribù Mijikenda intitolato a Mekatilili” di cui vi dirò qualcosa tra poco.

I Mijikenda sono un gruppo etnico di origine Bantu  presente soprattutto sulla costa del Kenya e praticano una religione animista tradizionale. La tribù dei Giriama è quella più numerosa tra i Mijikenda. Questa popolazione viveva (e in alcune zone rurali vive ancora) in capanne di legno e paglia nelle quali tengono al sicuro anche tutti i loro averi e i loro animali durante la notte.


Nella loro religione i sacerdoti hanno un ruolo molto importante. Quando uno di loro muore viene sepolto sotto un albero che incorporerà il suo spirito e diventando quindi un luogo di culto, un luogo di contatto con Dio. Le loro icone sacre sono delle asticelle di legno che rappresentano ognuna un diverso spirito divino.

Una questione di particolare interesse che è venuta fuori è il ruolo degli anziani all'interno della tribù. Se da una parte questi sono molto rispettati perché dotati di particolari sensibilità, dall'altra negli ultimi anni sono in costante pericolo. Gli anziani, infatti, possono facilmente essere accusati di stregoneria, anche solo per uno sguardo storto alla persona sbagliata, e per questo uccisi. Questo centro ha tentato dal 2010 (anno in cui le uccisioni son state più di 300!!) di “salvare” degli anziani in pericolo: quelli che vengono allontanati dalle famiglie o che sono ritenuti in pericolo vengono presi in carico e qui vivono serenamente i loro ultimi anni.

Mekatilili, personaggio storico che ha dato nome al centro, è stata la prima donna a essersi ribellata alla colonizzazione britannica nel 1913. La sua storia dice che un comandante britannico fosse andato nel suo viaggio a reclutare uomini da mandare in guerra a ovest del Kenya. 
Questa donna, vista l'inerzia degli uomini del suo villaggio decise, di affrontare i britannici personalmente, ma non conoscendo la lingua usò gli animali per farsi capire. In una cesta portò una gallina con i suoi pulcini davanti al comandante e lo invitò a prendere un pulcino. La mamma chioccia inferocita attaccò la mano del comandante. Con quest'espediente Mekatilili fece capire al comandante britannico che se avessero preso i loro figli, le donne del villaggio sarebbero scese 'in guerra' per difenderli. La storia continua con Mekatilili che viene incarcerata per ben due volte in luoghi lontani dalla sua tribù e per due volte riesce da sola a evadere e tornare a casa a piedi.
Non so quanto di vero e quanto di leggendario ci sia, resta il fatto che una donna è ricordata come uno dei primi eroi della resistenza kenyota e del risveglio del popolo Mijikenda contro i dominatori britannici. Un donna, ripeto. Mi sembra un fatto importante da ribadire più e più volte perchè la società kenyota vista la sua forte struttura patriarcale, come moltissime altre - ancora troppe, ha bisogno di una differente narrativa sulla donna è quasi sempre l'ultimo anello su cui si ripercuote tutta la violenza e la frustrazione sociale e individuale. 

E poi è sempre bella una storia di resistenza, figuriamoci se ha una donna come protagonista.


Momento imbarazzo: 
Giriama Girls ;)


Mari

Sulle sfumature del verde

2 commenti:
Quanti verdi esistono in natura? 

Secondo Wikipedia sono 35, di cui tre sono asparago, mirto e polpa di lime... Beh, fino ad ora non mi ero mai posta il problema, nonostante il verde sia sempre stato uno dei miei colori preferiti.

Poi sono piombata a Nueva Vida, baraccopoli di lamiere e mattoni, nuova vita e speranza per quasi 10.000 persone: famiglie fuggite dalle sponde allagate del Lago di Managua. Madre Natura che si nutre: in quel caso con un uragano, novembre 1998, Mitch lo hanno chiamato. Sono passati 17 anni e la gente di Nueva Vida è ancora là, in attesa di un futuro migliore.

Ma il mio primo ricordo del barrio non sono le condizioni precarie delle case e delle persone; non l'immondizia e sporcizia in mezzo alla quale i bimbi giocano scalzi; non le strade di terra battuta circondate da rigagnoli d'acqua di un colore indefinito e a volte interrotte da pozze enormi; non la discarica e le donne e i bambini che vi si recano ogni giorno a dividere “l'ancora vendibile” dal “per sempre perduto”; e nemmeno la puzza, certi giorni fortissima, di fogna e di cose andate a male.
Il mio primo ricordo di Nueva Vida sono gli alberi. Alberi altissimi e forti, palme di ogni tipo, cespugli dai colori sgargianti, tipi di cactus mai visti prima. Certe stradine sembrano vere e proprie gallerie nella giungla con piante che si intrecciano a formare un tetto, non c'è casa che non abbia un arbusto o un cespuglio particolare a protendere la sua ombra sulla porta d'entrata.

Il verde, o meglio, i verdi sono ovunque in questo paese. Enrique, il direttore di Redes de Solidaridad, dice che in Nicaragua la Natura nasconde la povertà. Ha usato un'espressione molto bella per descrivere il concetto: “el verde que se come todo”. Il verde che si mangia tutto. Me lo immagino un po' come il Nulla che ne “La Storia Infinita” inghiotte territori e spazi ad una velocità spaventosa, lasciando gli abitanti di Fantàsia impotenti difronte alla sua forza. Solo che nel caso del Nicaragua l'effetto è piacevole.

Tutti i martedì e giovedì pomeriggio io ed Elisa apriamo la biblioteca del Centro Escolar di Redes perché anche chi non studia nel Centro possa usufruire dei libri. Tutti i martedì e giovedì pomeriggio, terminati i compiti, i bambini ci chiedono di poter disegnare. Tutti i martedì e giovedì pomeriggio mi ritrovo a collezionare disegni di vulcani e foreste, fiumi e laghi, fiori e alberi. A volte ci sono case e persone, ma la natura è immancabile, come lo sono le diverse sfumature di verde.




Il primo pomeriggio di biblioteca spiavo i piccoli artisti aggirandomi per la stanza; uno di loro teneva due pastelli verdi in mano, uno più scuro e l'altro più sgargiante, e li fissava, pensieroso e concentrato. In quel preciso momento, per la prima volta in vita mia, mi sono chiesta: “quanti verdi esistono in natura?”

Poi mi sono resa conto che nonostante la semplicità della domanda sono dovuta arrivare fino in Nicaragua per poterla formulare. E la cosa mi strappa un sorriso, che sicuramente almeno una delle 35 sfumature di verde la contiene.

martedì 10 novembre 2015

STORIA E SPERANZA...

Nessun commento:
Giornata soleggiata, molto calda nella quale il vento non si palesa. Io e Enock stiamo lavorando alla guest house quando mi rivolge una domanda alla quale è difficile dare una risposta:<<cosa ne pensi del Kenia??>> per non dare una risposta scontata gli dissi che c'erano molte cose belle ed interessanti che mi incuriosivano e affascinavano, mentre vi erano altre cose che non mi piacevano e non capivo. <<Tipo??>> ribattè subito.



Risposi che non mi piaceva che andando al mercato molti venditori vedendo la mia pelle bianca triplichino il prezzo dei vari prodotti.
Dopo aver annuito con la testa mi disse che quando passa un bianco molti lo vedono ancora come un colonizzatore dato che qua la colonizzazione è stata molto forte ed ha lasciato ferite profonde nel cuore e nella mente della gente, in passato sotto il dominio inglese il paese era suddiviso in distretti e ogni persona di colore doveva viverci e lavorare all'interno senza poterlo abbandonare pena l'arresto.
Dopodichè nei pressi del Mt Kenia iniziò a prendere forma un movimento indipendentista, dopo una lunga guerra di liberazione finalmente il kenia divenne indipendente.
Tutto ciò ha lasciato forti cicatrici ed è per questo che l'uomo bianco è visto male da molti, tuttavia hai notato che noi ti abbiamo accolto calorosamente perchè sei venuto qua con buone intenzioni, lavori qua al mio fianco, non mi dici cosa devo fare ma lo fai insieme a me.


Quello che mi ha detto è vero, ma è altrettanto vero che in Kenia vi è la mentalità che l'uomo bianco è ricco per definizione e ciò fa si che parecchi tentino di approfittarsene. Ora è difficile capire dove sta il confine fra le due cose.

L'unica cosa che possiamo fare è sperare che col nostro lavoro e il nostro buon comportamento qualcosa riguardo al pensiero che hanno sull'uomo bianco cambierà...


domenica 8 novembre 2015

Basta con lo spreco!

Nessun commento:
 
Avreste mai pensato di essere richiamati da un trancio di pizza, nel bel mezzo del Decumano di Expo?  
'La protesta del cibo', organizzata da Caritas, proprio davanti all'Edicola, venerdì 16 ottobre, è stato uno dei momenti più divertenti e nello stesso tempo coinvolgenti pensati da Caritas per l'evento Expo. 
 
Quanto cibo... molte volte troppo, esagerato, nei nostri piatti... tanto che non riusciamo a finirlo e poi, senza un briciolo di rimorso, lo gettiamo in pattumiera. 
 
Si calcola che ogni anno lo spreco domestico costi nel mondo 550 miliardi e ai soli italiani 9 miliardi. 
Secondo dati della FAO a livello mondiale si sprecano 1,3 tonnellate di alimenti, circa un terzo della produzione totale di cibo destinato a consumo umano.E solo una piccola parte, poco più del 6%, è donata ad enti caritativi e quindi recuperata. 
 
Nella Giornata mondiale dell'Alimentazione, un carrello strapieno di cibo e radiocomandato a distanza, si muoveva tra le tante persone, suscitando stupore e curiosità.
Poi, ecco alcuni alimenti (realizzati in maniera stupefacente da Sara Palmieri, in Servizio Civile presso l'Edicola Caritas e ora a 'Braccio di ferro' di Baranzate), che si arrabbiavano con i visitatori, spronandoli ad evitare lo spreco del cibo. Il divertente flash mob pensato da Caritas è stato accolto da molte persone,
compresa una scuola, con applausi, che si sono unite al coro 'Basta con lo spreco!', ritrovandosi coinvolte in un momento particolare, sorprendente. Al termine dell'evento, 'latte', 'pizza', 'formaggio' e 'sushi', insieme ad alcuni volontari Caritas, hanno consegnato a tutti un piccolo volantino. 'Passa all'azione', 7 azioni per 7 giorni sono piccoli consigli per la lotta allo spreco alimentare e alla fame nel mondo: giorno 1 'Evita lo spreco', giorno 2 'Coltiva la pace', giorno 3 'Evita la cattiva finanza', giorno 4 'Fatti prossimo', giorno 5 'Consuma responsabilmente', giorno 6 'Chiedi una finanza più giusta', giorno 7 'Non essere ingordo'. 

Un modo originale per ammonire contro l'insensato spreco di cibo.

lunedì 2 novembre 2015

Quando Piove Bianco

Nessun commento:
Quante le prime sensazioni ed emozioni del primo mese di servizio civile; bellissime, belle, alcune un pochino meno belle, a volte più semplici, altre volte un po’ più difficili. Quello che è certo è che ogni settimana e ogni giornata sono sempre segnate da nuove scoperte: nuove parole rumene, nuove abitudini moldave, nuovi sapori, nuove percezioni e nuove domande; per le risposte c’è sempre tempo.

Quando ho saputo che sarei partita per un anno in Moldova, ho sentito di aver raggiunto una meta, ma mi sbagliavo: questo è tutto un inizio. Quello che è venuto prima è bellissimo, per me importante e necessario, ma non è abbastanza. E meno male.



Quante cose ci sono in questa primissima parte di.. inizio.

C’è la meraviglia, che è fatta di sei giovani ragazze con sorrisi bellissimi e una dolcezza incredibile, che hanno conosciuto quella sofferenza che proprio nel mondo non dovrebbe esistere mai; che ogni volta che le abbraccio le stringo più forte, come se così potessi trasmettergli per osmosi almeno un po’ di tutto quell’amore e quella gentilezza che a me non sono mai mancate.

È la tenerezza di un centinaio di uomini che ogni giorno si mettono in fila per aspettare con ordine e dignità un pasto caldo; quante emozioni e quante lezioni dietro quei volti che mi guardano in silenzio.

C’è anche l’arte dell’arrangiarsi, quando voglio parlare della neve, ma non so proprio come si dice; e allora improvviso con un: “quando piove bianco”, perché quello incredibilmente lo so dire.

È l’affetto di un’associazione che mi accoglie, che fuori fa freddo e la temperatura è già sotto zero, ma poi mi basta un sorriso o una parola gentile e come per magia sento che alla fine anche al ghiaccio mi ci posso pure abituare. (Spero!)

C’è il provare ad accettare il mio silenzio, quando vorrei tanto raccontare qualcosa, spiegare il mio pensiero, ma la lingua è diversa e proprio non lo posso fare. E questo mi mette con le spalle al muro, perché devo trovare un altro modo, che non sia la parola, per far capire agli altri quello che sono.

È vivere la trafila per ottenere il permesso di soggiorno, e per quanto per me non sia poi così complicato (resto comunque un’italiana), capisco quanto siano stretti gli abiti, quando provo a mettermi nei panni degli altri.

C’è la conferma della consapevolezza che mi porto dietro da sempre e che è la mia forza: la mia famiglia. Che possiamo essere lontani migliaia di chilometri, ma siamo sempre stretti stretti tra noi.

E’ tornare a casa la sera, vedere un cielo che toglie il fiato con la luna là in alto che mi accompagna in silenzio nel tragitto verso casa; allora alzo gli occhi al cielo e so che per ora bastano solo tre parole: andrà tutto bene.


domenica 1 novembre 2015

Appunti dei primi giorni a Beirut

Nessun commento:

E' domenica pomeriggio e sono passate poco più di tre settimane da quando ho percorso i miei primi passi a Beirut.
In realtà non erano proprio i primi, dato che durante un viaggio di qualche tempo prima in Libano c'ero già stata, ma anche se qualche strada era già familiare adesso guardo tutto in un'ottica molto diversa, pensando all'anno di servizio civile che mi aspetta.  
E' difficile raccontare le prime impressioni di una città così particolare, ed è un'impresa titanica riordinare i tanti pensieri e le emozioni di questi primi giorni. 



Beirut non è una bella città, o perlomeno non rientra in alcuno dei canoni di bellezza standard.
E' caotica e incasinata, piena di odori sgradevoli, immondizia ammassata per strada e immondizia bruciata.




Il centro della città è quasi tutto ricostruito, pieno di palazzoni vuoti e strade deserte.
Il souk del centro non ricorda per niente i mercati delle città mediorientali, piene di spezie profumi e vita di strada. E' un enorme centro commerciale all'aria aperta, con tanto di Starbucks e negozi di alta moda.


Beirut è la città del simbolo, delle statue religiose e delle bandiere colorate, che rappresentano partiti politici o identità religiose.





Ogni quartiere è stigmatizzato dalla propria appartenenza, anche se spesso moschee e chiese convivono negli stessi spazi creando apparente confusione.



E' anche la città delle contraddizioni, della ricchezza ostentata con yacht e Ferrari tra famiglie di profughi che vivono e dormono per strada.


Anche se all'apparenza sembrerebbe poco ospitale e ancor meno attraente, nasconde una propria bellezza intrinseca carica di storie e vissuti che la rendono affascinante.

Tra il grigio dei palazzi si intravede il mare blu, tra la puzza di monnezza si sentono i profumi dei narghilè accompagnati da un caffè turco al tramonto e tra il rumore del traffico e dei camion che risalgono a fatica strade troppo in salita si sente il muezzin cantare dai tanti minareti che si allungano verso il cielo. 





Megan





sabato 31 ottobre 2015

“…Quello che lasci tu lo conosci, quello che trovi vale di più…”

Nessun commento:
Il titolo fa parte di una canzone ("Esci dalla tua terra e va'") che cantavo spesso a messa nella mia parrocchia d’origine a Milano e che recentemente mio papà, in una lettera, mi ha citato…

Andiamo e torniamo da Cafasso ogni giorno a piedi: è bellissimo, tante volte stiamo in silenzio zizzagando tra diverse pozzanghere e arrivo il più delle volte al lavoro già sporca, mi piace proprio finire dentro le pozze e avere le mezze pedule alte come scarpe con i tacchi per il fango che rimane attaccato sotto! J
Beh, è iniziata la stagione delle piogge: ogni giorno a partire dalle 16.30/17 piove molto fino quasi al mattino.
In un pomeriggio di pioggia...matatu che fanno lo slalom tra le pozzanghere...
...e così anche i piki-piki si attrezzano alla pioggia :)
 E questo è il risultato fuori da casa nostra…
Gianlu che chiude il portone!
Molte cose sono già cambiate e ho iniziato a vivere una quotidianità un pochino più definita al lavoro, a casa, con Gianlu ed anche con me stessa.
Lo scorso fine settimana mi sono data a compere “folli”: sono andata alla ricerca di alcune cose per la casa al mercato in mezzo alle bancarelle delle cose usate e non, contrattando per cercare di spendere il meno possibile (il mio lato T-rex si fa sentire anche qui, anche se alcune cose sono piuttosto essenziali). Ora abbiamo tutto il necessario per cucinare: pentole e attrezzi culinari, anche tipici come la padella ed il mattarello per fare il chapati; abbiamo poi la tovaglia, i tovaglioli di stoffa, le stoviglie per sei persone, il filtro dell’acqua ed anche spezie varie.
Signore e signori, abbiamo anche il mini-pinner Ariete: scoperta degli ultimi giorni in casa che il grande Gianlu ha aggiustato!!!

 















Anche a Cafasso il mio compare si sta dando molto da fare per aggiustare ogni cosa: forni, lavatrice, frigorifero, lavandini, … tanto che l’house-mother una volta mi ha detto che Gianlu è una benedizione per il servizio in quanto non potrebbero permettersi una persona che esca a riparare gli elettrodomestici e quindi lo fa lui molto volentieri.

Abbiamo sistemato, pulito e piantato semi che il mio compare si era portato dall’Italia e anche un albero del frutto della passione, due fiori belli colorati e a breve pianteremo dei semi di girasole! E, sorpresa per entrambi, è stato il ritrovamento di ben quattro geranei dietro la nostra bellissima casetta in giardino che abbiamo messo all’ingresso, va solo capito quando fioriranno.
La nostra porta d'ingresso con i geranei...
e la casetta in giardino ancora tutta da arredare!
Sto imparando a vivere un po’ più con tempi africani: di giorno in giorno e senza alcuna fretta, hakuna matata! Non abbiamo ancora internet, ma sono state costruite le mensole per il mio armadio, purtroppo però sono un po’ troppo grandi quindi bisognerà sistemarle, con calma tutto si sistemerà, basta crederci.

A ciascuno la sua amaca!


Ho iniziato a prendermi del tempo per me, per scrivere ogni tanto e staccare la spina: ho già ultimato un libro iniziato una settimana fa scarsa e riesco a svaccarmi una mezz’oretta ogni tanto sull’amaca a sonnecchiare, guardare il vento tra i rami degli alberi nel nostro giardino, grandioso!





Nei molteplici messaggi, che mi arrivano dalle persone che mi sono vicine, mi vengono domandate molto spesso due cose, dopo il chiedermi come sto e come mi trovo in un altro continente e con il mio compare piccolo-uomo: “Iniziato il lavoro? In cosa consiste?”.
Ecco, ora proverò a scriverlo non solo per voi che mi leggete ma anche per rimettere in ordine le idee che mi frullano in testa…
Abbiamo creato una certa routine: sveglia alle 7.40, colazione, alle 8.30 usciamo di casa e, dopo la passeggiata di una mezz’oretta di buon passo, alle 9 siamo a disposizione a Cafasso.
E qui cerchiamo di metterci all’opera seguendo i lavori che fanno i ragazzi o che lo staff ci dice essere utili. I compiti e le mansioni sono molto diverse tra loro:
  • Shamba (= cortile/orto in swahili), in cui si semina, si vanga e ci si prende cura dell’orto in generale;
  • Animali (capre, mucche, vitelli, conigli, galline);
  • Costruzioni in quanto Cafasso si sta rinnovando ed ingrandendo: stanno/stiamo costruendo un nuovo posto per gli attrezzi, una casetta per gli ospiti e tutti gli spazi per gli animali così da poterne comprare altri;
  • Brikets, ovvero dei salsicciotti di carbone, acqua e sabbia che i ragazzi fanno poiché rende meglio del legno;
  • Cucina, in cui principalmente se ne occupano l’house-mater e una ragazza volontaria ma a volte mi intrufolo a vedere cosa mettono sui fornelli, o meglio dire sul fuoco;
  • Classe, ovvero una stanza vicino all’ufficio dove i ragazzi con l’aiuto di un’altra ragazza volontaria fanno i compiti, studiano e si preparano per gli esami di fine anno.
In neanche due settimane, ho avuto l’occasione di girare e provare tutte le mansioni seguendo e affidandomi ai ragazzi di Cafasso, dopo l’approvazione di Felix – nostro responsabile qui a Nairobi. Ho iniziato in shamba a piantare semi di girasole, pulire dalle erbe selvatiche il pezzo di terreno dedicato ai pomodori, ho provato a vangare ma facevo troppa fatica; ho dato da mangiare a mucche e vitelli. Ho assistito chi preparava il cemento passando loro le taniche d’acqua o spostando, almeno provandoci, pesantissime carriole piene di sabbia o sassi o cemento; ho lavorato con due coppie un’intera giornata per fabbricare i brikets, diventando tutta nera come il carbone. Infine, forse dove mi sono sentita più a casa, ho fatto compagnia all’house-mother in cucina a preparare il chapati per tutti (abbiamo usato 5/6 kg di farina), a dividere i fagioli dai fili d’erba o semplicemente rassettare e lavare i piatti.
Così come Gianluca ed io cerchiamo di girare ed assaggiare ogni mansione durante la settimana, così anche i ragazzi sono tenuti a fare, avendo quindi una/due sessioni di manual work ogni giorno e la restante da spendere in classe.
Mangiamo insieme ai ragazzi e stiamo incafasso fino alle 16/17 per poi tornare a casa e lavare i panni/fare la spesa/curare l’orto/svaccarci!
Ormai un must di tutti i giorni è cenare come i nonni alle 7.30 massimo così da prendere alle 8 una tisanina/infuso di erbe magiche, che secondo Gianlu ci faranno scampare ogni malattia qui, e nel frattempo vederci un film per poi andare a nanna.
Una piccola parte della shamba di Cafasso e le "vecchie" stalle delle mucche e delle capre
Tea break alle 11a.m. con salame di cioccolato gentilmente offerto da "La Bettola"
E per finire Gianlu al lavoro: mastro Carpentiere!
Ah, ho fatto una piccola scommessa tra me stessa: prima della fine dell’anno del servizio civile riuscirò a sollevare un sacco di cemento da 100kg!!!...E’ necessario se sto a Cafasso, mi piacerebbe cercare di sperimentare tutte le mansioni che i ragazzi sono tenuti a fare, oltre che metter su un po’ di muccoli! J


Un abbraccio a tutti, belli e brutti!

Ire