domenica 25 dicembre 2016

Nessun commento:
Noi possiamo solo continuare pazientemente a seminare, loro faranno le loro scelte...
Cafasso Family




martedì 13 dicembre 2016

Dalla Cafasso... la storia di Kamau

Nessun commento:

Kamau è nato nel 1994, ultimo nato in una famiglia di 10 figli (8 maschi e 2 femmine). Ha lasciato la scuola quando era nella settima classe della scuola primaria per lavorare come bagnino a Malindi, sua città natale. Ma, così volle il fato, nel luglio 2010 un suo fratello maggiore venne coinvolto in una rissa di villaggio e Kamau e un altro fratello andarono in suo aiuto. La rissa durò un'intera notte. Sfortunatamente la donna al centro della rissa morì per le ferite che aveva riportato quella terribile notte. I tre fratelli furono arrestati, trattenuti al posto di polizia e alla fine dopo 8 mesi portati in tribunale. Furono accusati di omicidio e alla fine giudicati colpevoli di omicidio colposo. Nonostante le loro proclamazioni di innocenza suo fratello e un amico furono condannati all'ergastolo a Shimo la Tewa, Mombasa, mentre Kamau, minorenne, fu inviato al riformatorio Boston di Mombasa.


Nel 2013 Kamau finì di scontare la pena e avrebbe dovuto ritornare a casa, ma la voce che gli abitanti del villaggio lo aspettavano per esercitare su di lui 'la loro giustizia' pervenne all'ufficio di libertà vigilata. Gli abitanti del villaggio ritenevano che anche lui avrebbe dovuto essere condannato all'ergastolo. Nonostante le numerose visite da parte dei funzionari per riconciliarli e facilitare la sua reintegrazione, le minacce continuarono e furono considerate fondate.

Fu a quel punto che l'ufficio di libertà vigilata chiamò il SJCCH di Malindi e chiese il loro aiuto. Il SJCCH accettò Kamau nella speranza che la ragione avrebbe avuto la meglio tra gli abitanti del villaggio. Passarono i mesi ma la comunità rimase irremovibile. 
Il SJCCH mandò Kamau a un corso di formazione dove imparò la meccanica dei veicoli a motore e imprenditoria. Nel 2015 Kamau completò il corso e propose di vivere al di fuori del SJCCH perché stava per diventare maggiorenne. Trovò lavoro presso un cantiere edile del luogo e diventò finanziariamente indipendente.

Nel 2005 Kamau si impegnò a creare la propria famiglia. Andò parecchie volte di nascosto nel suo villaggio e alla fine trovò la propria compagna. Col tempo e con l'aiuto della sua famiglia e dei suoi amici portò avanti le trattative per il matrimonio e prese la ragazza per moglie. Andò parecchie volte a casa a trovare i suoi genitori che stavano diventando invecchiando, ma il desiderio di stare con loro ha giustificato i rischi corsi. Oggi Kamau è felicemente sposato ed è in attesa del suo primo figlio. Nel corso del periodo di reintegrazione Kamau ha portato parecchie volte sua moglie al SJCCH così che potesse sentire da loro la storia della sua vita. Ritiene che solo conoscendo la storia della sua vita, sua moglie lo amerà di più. Kamau ha riconosciuto che il SJCCH gli ha dato una seconda possibilità nella sua vita perché lo ha accettato quando tutti lo evitavano. 
"Le competenze e le conoscenze che ho appreso qui hanno fatto di me un uomo che teme Dio, che può vivere in pace con chiunque ovunque nel mondo. 

Che Dio benedica La Casa San Giuseppe Cafasso."

Se vuoi sostenere la Cafasso House...

sabato 10 dicembre 2016

Nessun commento:
 Cavalli e uccelli convivono pacificamente (Nairobi, Kenya)

E chi lo dice che due creature molto diverse non possano vivere in armonia?

(di calorose riflessioni mattutine di una muzungu* in terra africana)

__________
*muzungu è un sostantivo in lingua swahili che sta per "straniero, strano" ed è il nome con cui i keniani chiamano i bianchi. E a dirla tutta a me non è che piaccia tanto, ma si sa com'è, a forza di dirlo poi uno si sente proprio così, è la profezia che si autoadempie.



martedì 6 dicembre 2016

Matone ya maji

Nessun commento:
Matone ya maji.
Gocce d'acqua.

Gocce d'acqua che scendono incessanti dagli occhi stanchi di questa donna.
Occhi di chi ne ha vissute molte e viste di più.

Occhi che ti guardano e sembrano dire: io non so più cosa fare, aiutatemi.

Una donna, una nonna. Disarmata di fronte all'ennesimo guaio del nipote, disarmata di fronte alla vita che l'ha vista crescere in una baraccopoli, che ha visto morire sua figlia per avere in eredità un nipote arrabbiato con se stesso e col mondo.

K. è una di quelle persone che ti prendono a pugni in pancia ancora prima di conoscerlo.
K. non ha nemmeno 17 anni e ha visto e fatto talmente tante cose, belle e brutte, che ne potrebbe avere sessanta.


K. viveva in baraccopoli con i nonni, anziani, poveri, stancati da una vita di stenti al limite della sopravvivenza.
K. lo cercano in tanti, per fargliela pagare. Per questo la sicurezza ha dato un po' di soldi ai suoi nonni, per tenerlo lontano dallo slum. Altrimenti, dicono, we shoot, spariamo.

K. non voleva uscire dal carcere minorile, perché temeva per la sua vita.
E le ha provate tutte. Ha rubato prima al maestro e poi al catechista, stando ben attento a farsi beccare, per prolungare la sua permanenza fra le sbarre.

Quando K. ha capito che lo avrebbero comunque liberato, ha implorato di venire in Cafasso. Ne abbiamo parlato. Sembrava una situazione troppo difficile per una struttura come Cafasso.
Che si fa?

Arriva la notizia: K. ha provato a togliersi la vita in carcere.
La differenza di sensibilità fa sì che io veda le foto scattategli subito dopo.
Quella notte non riesco a chiudere occhio, figuriamoci lui.

K. arriva in Cafasso. E' un bambino nel corpo di un uomo. Ha un sorriso luminoso e fa sempre delle facce sciocche.
K. è grande, è alto. I pantaloni sono troppo corti, le ciabatte almeno un centimetro più piccole dei suoi piedoni, le maglie una taglia in meno.
Sembra che chi doveva provvedere a lui non si sia accorto che è cresciuto. Forse non se n'è accorto nemmeno lui.

Venerdì mattina Joseph, il coordinatore, mi scrive: vieni appena puoi, abbiamo un problema con tre ragazzi.
Volo in Cafasso. M., J. e K. hanno comprato della droga e ne hanno fatto uso la sera prima.
Sono incredula. Sono stata sempre con loro il giorno prima, come cavolo hanno fatto ad acquistare la sostanza?
Comunque ormai la frittata è fatta. Arriva la mamma di M., lui l'ha materialmente comprata, non ci sono alternative, la sicurezza non ne vuole sapere. E' fuori.
J. viene ripreso, ma lui è tanto tempo che è qui, lo conoscono bene, sanno della sua fragilità e scelgono di dargli una seconda chance.

E' il turno di K.
Arrivano i suoi nonni. Scarpe bucate e occhi lucidi.

Matone ya maji. Gocce d'acqua dagli occhi mentre raccontano di come K. minacciava i vicini per avere i soldi per bere e fumare.
Vediamo le foto della loro casa. Una stanza con le pareti di lamiera.

Piange questa nonna affranta. Non ha le forze per affrontare anche questa, non ha le forze per provvedere a se stessa, figuriamoci al nipote.
Piange forte, ma con dignità.

Piange anche K.

Piange il bambino restato senza mamma.
Piange il ragazzo che ha dovuto imparare a cavarsela da solo.
Piange il nipote che ha ferito i nonni per l'ennesima volta.
Piange K. perché sa che comunque quelle due persone, anziane e povere, sono tutto ciò che gli è rimasto.

La vita non è stata gentile con te, K.
Spero che tu riesca ad essere gentile con te stesso, e ti prometto che farò di tutto per far sì che questo accada.

Se vuoi sostenere la Cafasso House...

lunedì 5 dicembre 2016

La storia di noi due

Nessun commento:
Il romeno, che brutta bestia! A parte che a volte pensiamo non sia così necessario per noi impararlo, poiché da quando siamo arrivate sempre più persone ci chiedono di insegnare loro l'italiano e volenterose iniziano a sfoderare un vocabolario di tutto rispetto. L'apice l'abbiamo raggiunto con Adriano, tassista incontrato settimana scorsa che, una volta capito che siamo italiane, ha iniziato a raccontarci la sua passata permanenza di sette anni in Italia; in particolare la città che l'ha ospitato non è stata a lungo un mistero grazie al suo marcato accento romano, che è esploso in tutta la sua portata in un’esclamazione di fronte alla notizia della nostra lunga permanenza in Moldova: "Ammazza oh!"
E dopo il tassista moldavo che parla un romeno romano, pensavamo di averle viste tutte, e invece...

Mentre partecipavo alla mensa mobile ho conosciuto un signore sulla cinquantina che ha attirato la mia attenzione chiamandomi "bambina". Anche questo signore si è mostrato desideroso di imparare l'italiano, poiché vorrebbe venire nel nostro paese. Possiamo dire che possiede una base d' italiano, anche se è costituita per lo più da parole e citazioni provenienti da canzoni di nostri illustri cantanti.. Infatti il mio amico ama molto la musica italiana, in particolare Celentano, Gianni Morandi, Pavarotti, Toto Cutugno e il mitico Pupo. Un giorno mi ha raccontato la sua storia, ovviamente non del tutto compresa a causa della mia ancora scarsa conoscenza del romeno; ho intuito che non ha più una casa, ma vive in un garage, per un incendio causato dai suoi ex vicini. Purtroppo non è riuscito a farsi risarcire e nel raccontarmi la dinamica ha ripetuto più volte la parola “mafia”, per poi concludere dicendo: "Da voi in Italia, mafia piccola, da noi in Moldova, mafia grande. Se hai i soldi qui non hai problemi." Non c'è niente da fare, ci hanno tolto anche questo primato! Ora sta lavorando qualche giorno a settimana facendo le pulizie per mettere da parte i soldi per un nuovo appartamento e per pagare un avvocato.

Mercoledì scorso, giorno non molto positivo al lavoro, ero particolarmente scoraggiata per la lingua, poiché è frustrante non riuscire a comunicare, soprattutto per una logorroica come me. Inoltre l’assenza di comunicazione verbale mi sembrava impedisse una comunicazione per me fondamentale, cioè quella della mia persona, che più di tutto mi interessa. Mentre rimuginavo su questo pensiero è arrivato il mio amico, che appena mi ha visto ha richiamato la mia attenzione gridando: "La Storia di noi due". Mentre consideravo fosse un’affermazione ancora un po' prematura, nonostante la mia evidente preferenza per lui, il mio amico ha tirato fuori da un sacchetto un vinile, il tutto accompagnato dalla colonna sonora: "Gelato al cioccolato dolce e un po' salato tu, gelato al cioccolato". Non ci potevo credere! Era il vinile di Pupo, edizione russa e molto datata direi, vedendo l'immagine sulla copertina di un giovanissimo Pupo, quasi irriconoscibile. Un vero pezzo d’epoca! Ho scoperto così, che la frase con cui mi aveva chiamato è il titolo di una canzone presente nel vinile.

Ovviamente mi sono commossa. Sapevo quanto il mio amico ci tenesse ai suoi vinili, consumati dai suoi quotidiani ascolti. Questo episodio mi ha riconfermato il perché sono venuta qui e mi ha ridato un po’ di fiducia, anche per quanto riguarda la lingua. Infatti ho pensato che in fondo ci sono altri modi di comunicare, che ci sembrano meno incisivi, ma non lo sono: un sorriso, un gesto, un’attenzione, il tuo essere una presenza costante, possono trasmettere molto. E il rapporto nato tra me e il mio amico ne è la prova. 


domenica 4 dicembre 2016

Bolivia e nuvole,,

Nessun commento:
Da quando son arrivata i miei sensi  non hanno avuto riposo, sono in “modalitá Bolivia”.
Quando prendi un qualsiasi mezzo di trasporto a Cochabamba per scendere devi chiedere all’autista di fermarsi “a la esquina”, all’angolo, perfavore. E qua gli angoli delle strade sono pluridimensionali: accolgono cani, venditrici ambulanti , cuochi on the road con rispettiva cucina on the road!, improvvisati addetti pronti a cambiarti la valuta, tutto nel metro cubo di un marciapiede, lo stesso in cui tu vorresti scendere. Camminando cerco di non inciampare nei marciapiedi che spesso sono rialzati, crepati da grosse radici di alberi in fiore o occupati da cani. Ma vengo anche puntualmente distratta da polli allo spiedo, pedoni con zuppe pret a porter in sacchetti di plástica colorati-qua ogni sorta di piatto, e sottolineo PIATTO non panino, puó essere insacchettato!- studenti in divisa, poliziotti in uniforme, allarmi delle macchine, clacson dolci perché qua non si suona per impazienza, 
ma per far presenza .

Poi in questo primo periodo per me Cochabamba è stata ‘vento’: instancabile vento che a seconda  di dove mi trovi, odora di terra o d’inquinamento, di grigliata o di frittura, di pane, di animali, di carta appena stampata, di lana d’alpaca bagnata o di cuoio, insomma immaginate un odore e quello c’è. 

Il solo odore che il vento porta raramente con sé é quello dell’acqua.  
“Mira, qui è così, si fa nuvoloso, le nubi s’ingrigiscono, promettono acqua. Ma poi, lo sentite? arriva (il vento) e si porta via tutto.”

Venerdí notte ha piovuto: non sono cochala- di Cochabamba- ma svegliata dalla violenza di una pioggia random, mi sono sentita cosí confortata da quel fragore! Finalmente piove. Credo sia durato poco, troppo poco sicuramente per risolvere la siccitá che questa cittá sta vivendo. Peró almeno sabato  mattina il vento profumava di umiditá.



Y tu, lo riesci a scorgere un'angolo di marciapiede?
-Foto del 23 novembre 2016, scattata da Lanzillotto-

"Nou se Kay Chal...Kay Chal se nou"

Nessun commento:

Primo dicembre...centesimo anniversario della morte di Charles de Foucauld, fondatore dell'ordine delle Piccole sorelle del Vangelo, coloro che hanno dato vita a Kay Chal.

Inutile dire che questo avvenimento ha risvegliato l'animo festaiolo di tutti noi...e allora oggi, sabato 3 dicembre si è dato il via ad una festa senza precedenti.

Circa 350 bambini del quartiere, ovviamente volti noti dei pomeriggi di kay chal, con circa 40 giovani animatori, io e Federico, Marta, Suor Luisa e tutto lo staff del centro, sta mattina di buon'ora ci siamo messi in marcia verso la nostra destinazione....Il centro San Luis de Gonzaga per festeggiare adeguatamente la ricorrenza!

Subito la scout che è in me ha temuto il peggio per la gestione degli spostamenti e invece i ragazzi hanno creato una perfetta fila tenuta insieme dagli animatori, cosa che ci ha permesso di arrivare alla meta sani e salvi senza dispersi.

La giornata è andata avanti tra partite di calcio, basket, danze, esibizioni di capoeira e poi sì....c'è stato anche uno spettacolo di teatro nel quale io stessa ho recitato insieme al giovane animatore che tiene il corso di teatro a Kay Chal e al mio collega Federico.
Questa questione merita una breve parentesi, infatti voi tutti vi chiederete come possiamo aver recitato in uno spettacolo di teatro quando ancora stiamo imparando la lingua....ecco... abbiamo avuto l'onore di essere i “primi stranieri a poter recitare in uno spettacolo presentato da Kay Chal” (cit. una serie di animatori molto sorpresi alla notizia della nostra partecipazione) però...c'è un però, ovviamente “siccome il nostro ACCENTO non è ancora perfettamente haitiano” (altra citazione degli animatori...notare la finezza nel farci notare che ancora non abbiamo superato l'esame di creolo) ci è stato concesso solo di esibirci in un “mimo”...un mimo molto ben riuscito comunque!!

Insomma...come direbbero qui la giornata è andata bene e “tout bagay yo se bien passe” (non garantisco che ciò che ho scritto sia corretto) ma quello che veramente voglio dire di questa giornata è che è stata una gioia per gli occhi, vedere tutti quei bambini e quei ragazzi divertirsi e ridere  insieme mi ha fatta esplodere di contentezza... ma soprattutto è stata una gioia per il cuore...con tutte le cose difficili che si vedono qui come si fa a non adorare tutto ciò che le Piccole sorelle e i ragazzi del quartiere hanno costruito? Come si fa a non sentirsi orgogliosi di farne parte?

Ogni giorno di più mi sento a casa in questo posto, ogni giorno di più scopro una quotidianità che è così diversa da quella che ho conosciuto fino ad ora ma che mi piace immensamente, ogni giorno di più scopro che sto trovando amici meravigliosi capaci di insegnarmi cose bellissime sulla vita e nonostante ci siano tante cose che ancora non ho capito di questo paese e di questa realtà così complessa, una cosa ce l'ho ben chiara:

                                          “Nou se Kay Chal...Kay Chal se nou!!!”
                                           

A presto.

Silvia

martedì 29 novembre 2016

#Ni Una Menos# Le donne del Nicaragua scendono in piazza contro il femminicidio!

Nessun commento:
"Un gobierno que no castiga la violencia contra las Mujeres...Es cómplice de los delitos", "No son arrebatos, son asesinados" questi alcuni dei cori gridati dalle donne, dalle/dai trans, dalle lesbiche. dai gay e dagli uomini scesi in piazza il 25 di Novembre a Managua, in occasione della giornata internazionale del No alla violenza contro le donne. In Nicaragua nel 2016 sono state registrate dagli osservatori delle donne 50 casi di femminicidio che per la statische della polizia nazionale sono invece solo 8, dato che è indice di un altissimo livello di impunità.
La data del 25 Novembre fu stabilita nel 1881, quando a Bogotà si tenne il primo incontro femminista LatinoAmericano e fu scelta in memoria delle tre sorelle Mirabal, assassinate quello stesso giorno del 1960 a causa della loro strenua lotta contro la dittatura di Trujillo nella Repubblica Domenicana.
 La violenza di genere e la sua espressione più tragica, il femminicidio, non sono e non devono essere intese come una mera questione domestica, privata.
Per questa ragione le femministe nicaraguensi in vista del 25 Novembre hanno scritto un comunicato dal titolo " per un posizionamento femminista difronte alla situazione nazionale", che va ben oltre la denuncia della violenza privata e allarga lo sguardo, da tematiche prettamente di genere, a problematiche economiche, politiche e sociali più ampie che non sono e non devono essere sconnesse dalle prime.
 Le questioni chiave sono la penalizzazione dell'aborto terapeutico e lo smantellamento della "Ley 779", legge integrale contro la violenza di genere, misure che colpiscono maggiormante le donne povere, le indigene, le afrodiscendenti, le contadine, le donne con handicap, le sex workers, le migranti, le lesbiche e le trans. Poi, a partire da qui, il ragionamento si amplia arrivando a comprendere nell'analisi molte altre tematiche come l'alto tasso di disoccupazione, di lavoro precario e informale; la tendenza del governo a privilegiare l'investimento di grandi capitali, a scapito dello sfruttamento della mano d'opera; la corruzione e il rafforzamento di una logica autoritaria; la farsa elettorale; la tendenza ad un riarmo e ad una militarizzazione, in un Paese dove ancora sono aperte le ferite della guerra degli anni 70/80 e il ricordo di una lunga dittatura.
Il movimento femminista nicaraguense così, oggi come per i trent'anni passati, prende parola, schierandosi contro ogni forma di dominio e autoritarismo, a partire da quello dell'uomo sulla donna, in un Paese, come il Nicaragua, dove un machismo esasperato è dominante in tutte le sfere della societá.
Il 25 e il 26 Novembre sono scese in piazza le donne di molte città dell'America Latina al grido di "Ni una menos", richiamandosi al movimento iniziato in Argentina tempo fa contro il femminicidio.
 Ispirate dalle donne latinoamericane anche in Italia una piattaforma ampia ed eterogenea ha costruito una grande manifestazione per questa data.
Da Roma a Managua un'unica lotta, per la libertà e l'autodeterminazione della donna contro ogni forma di patriarcato...e soprattutto perchè: "ni una màs, ni una màs, ni una asesinadas màs."



https://lamericalatina.net/2016/11/25/niunamenos-dal-nicaragua-lallarme-contro-il-governo-reazionario-della-dinastia-ortega/



lunedì 28 novembre 2016

Marocco: i frutti dei fichi

Nessun commento:
Carissimi tutti,

circa tre mesi fa i carissimi Bu.Ca. (buoni cantieristi) lasciavano definitivamente il suolo marocchino, dopo alcune settimane itineranti estremamente intense. Da Bu.Co. (buon coordinatore), è stato davvero un piacere leggere i tanti post scritti, le tante riflessioni portate avanti, gli sforzi di comprendere davvero l’esperienza vissuta; di “portare a casa” questa “solidarietà geometrica” di cui si parlava tempo fa. Ho aspettato giustamente un trimestre prima di scrivere questo post, spinto dalla convinzione che alcune riflessioni sono ancora più preziose se consegnate “a freddo”, e mosso dalla certezza che se una cosa veramente “ci sta a cuore”, la si riporta al cuore (re-cordis) nel tempo, la si lascia fruttificare in se stessi.
Per questo, mi piacerebbe condividere anche con voi quelle tre riflessioni consegnate ai ragazzi durante l’eucarestia finale, poche ore prima di decollare. Tre spunti su tre temi che ci hanno accompagnato nel nostro itinere. Affinché ci possano guidare nella nostra vita qui, nella nostra quotidianità.

Prima settimana:  migrazioni sconfinanti

Di migranti, di storie strazianti, di muri, di reti, di leggi, di documenti mancanti, di ferite ne abbiamo sentite abbastanza. Eppure Inma, che naviga in questa disperazione ogni giorno, ci ha consegnato così, quasi di sfuggita, ma con un sorriso amaro, queste parole:

“altri soldi per costruire un altro muro, sì, dietro questo … sì … ma chi vuoi fermare? La Storia non si ferma certo davanti a un terzo muro …”.

Questa è la prima riflessione che mi piace portare a casa. Questa certezza di Inma, che tanto mi ha ricordato la canzone di De Gregori. Una canzone che ci chiama a gran voce:

La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare.
La storia non si ferma davvero davanti a un portone.
La storia dà i brividi, perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.

Seconda settimana: alterità inconfessate

Il secondo fil rouge del nostro CdS è stato il concetto di alterità, la diversità che abbiamo incontrato in Marocco, da nord a sud, dalla cosmopolita Tangeri, alla tranquilla Rabat, alla sperduta Midelt, fino alle tradizionali città di Fez e Meknès. E ancora, l’alterità berbera di Tatiouine, l’alterità migrante, l’alterità religiosa cristiana in un contesto musulmano, la nostra alterità di italiani in un paese ospite. La frase della settimana era “Je est un autre” (parafrasando, “Il mio essere è l’altro”), un po’ più ambiziosa del “je suis Charlie” o “je suis Paris” di turno. Eppure quanto ci ha riempito questa alterità? La frase che mi piacerebbe consegnarvi è di Mohammed (ovviamente!), il receptionist dell’ostello di Rabat, che, assaporando un Tajine, ha detto: “Nella differenza sta la Misericordia”. Ecco, che sia questa sua frase il nostro sestante nel mare dell’Alterità.

Terza settimana : dialogo interreligioso

Il terzo grande argomento che ha impregnato il nostro viaggio marocchino è stato il dialogo interreligioso e, nello specifico, le relazioni tra una “Chiesa di frontiera e totalmente in uscita” e il suo anfitrione, il mondo musulmano. Siamo passati per alcuni luoghi chiave di questo dialogo continuo, abbiamo ascoltato e letto testimoni preziosi e uno di loro, Frère Christian de Chergé, monaco di Tibhirine, ci ha consegnato una frase da conservare per bene: ci parlava di un una scala doppia, di quelle che poggiano a terra su due punti, con la parte alta che tocca il cielo, formando dunque una specie di triangolo. Il credente cristiano sale da un lato, quello musulmano dall’altro, ognuno con il suo metodo, la sua Via. Al salire sempre più vicini a Dio, ci si ritrova, inevitabilmente, più vicini all’altro. E viceversa. Su quella scala doppia noi cantieristi marocchini, guarda te il caso, ci siamo saliti pochi giorni dopo aver letto quel testo mistico. Già! Perché, con buona pace della 626, l’imbianchino di Meknès aveva soltanto delle scale così, e per pitturare il soffitto, non ci resta che salire in coppia su queste scale e tenersi in equilibrio a vicenda, con i nostri rulli che sbatacchiavano  un po’ contro muro, un po’ nel vuoto. E che brividi quando dall’altra parte della scala l’altro si muoveva senza avvisare. Questa è la frase-immagine che porterei a casa: una scala sulla quale siamo chiamati a salire, corresponsabili, interreligiosamente, dell’altro.    

Tre frasi, tre immagini, tre semi (di fico di Volubilis?) da coltivare in noi, da ripiantare qui, nella nostra quotidianità e per cui ringraziare. Perché, come ci ha detto Frère Joel : « Tout est Grâce ».


R


mercoledì 23 novembre 2016

Di elezioni e cieli stellati

Nessun commento:

E’ strano …

E’strano Haiti, è strana questa realtà, è strano vivere queste giornate proprio qui.

Da domenica scorsa stiamo  vivendo il fermento elettorale del Paese: i candidati hanno ultimato le loro campagne elettorali e in strada non si vedono che cartelloni inneggianti a Jude Celestin, piuttosto che Jovenel Moise, passando per altri candidati.

Ci sono ragazzi haitiani che volevano andare a votare e ce ne sono, molti, che non sono andati, perché la fiducia nella politica e nei candidati è praticamente nulla. Un po’ come in tutto il mondo diciamo … però qui ad Haiti è strano, perché da domenica sera, finite le elezioni, sono iniziati i disordini. Tensioni, traffico, atti intimidatori, rivoluzioni invocate, Aristide, nostalgico dittatore, che rivuole il potere, la polizia che è autorizzata a intervenire per tutelare le votazioni. Intanto, noi siamo qui a casa in attesa di notizie, scalpitanti e pronti a ritornare a Kay Chal: i ragazzi ci mancano, sarebbe bello essere lì con loro.  Comunque, fino a domenica  non si saprà nulla e bisognerà attendere i risultati.

E’ belo però …

Perché in tutto ciò, la vita continua, continua qui nella missione, in cui noi prepariamo materiale e attività per Kay Chal; continua nel villaggio qui vicino, dove la gente continua a giocare a calcio, basket, studiare nella biblioteca del centro; continua in città, dove, ci racconta suor Luisa, al nostro centro i ragazzi, magari un po’ meno, vengono comunque.

E’ semplicemente vita, ed è bello perché ti accorgi che nulla può fermarla. Ed è bella.

E’ strano però …

In tutto ciò fermarci ieri sera a guardare il cielo stellato, così bello, così pieno, così dolce. Così vivo, quasi se ne infischiasse di Aristide; delle tensioni; della politica, dei disordini. Ma così vicino a ognuno di noi, a ogni haitiano che lotta e si districa in questo paese così sfortunato, ma abitato da un popolo forte, resistente, che continua a ripartire da zero, anche di fronte a tornado, terremoti, colera, dittatori, fame: gli haitiani ripartono da zero ogni volta, con dignità, e non si può  arrendersi.

Ringrazio per avere la fortuna di vivere queste sensazioni, emozioni forti, belle, anche queste difficoltà e queste paure, cercando, pian piano, di comprendere, ma soprattutto apprendere da questa gente.

Fede Uez