domenica 10 settembre 2017

Piccoli scorci di un ancoraggio boliviano

Nessun commento:
E così, dopo tanta attesa, questa estate la nave del mio viaggio è attraccata ad un porto preciso, cercato e desiderato: ha delle coordinate geografiche ben definite, nonostante a me risultasse praticamente sconosciuto. Questo porto ha nome Bolivia.

La mia nave, che durante quest’anno e prima di questo attracco ha percorso tante miglia, ha intuito cosa le è davvero essenziale per andare avanti, ha cominciato a navigare nel mare aperto, riconoscendo l’importanza di alcuni porti quotidiani che ti danno rifornimenti per continuare verso un orizzonte saldo. Ma sulla cartina c’era una grande ‘X’ sulla Bolivia, un segno che avevo posto mesi prima: avevo il desiderio di mettermi a servizio degli ultimi, in una realtà che non fosse la mia e che mi permettesse di andare incontro a situazioni per me impensabili. 


Già, perché per incontrare qualcuno c’è bisogno di ‘andare’: incontrare implica muoversi, darsi da fare e rendere questo incontro possibile e fecondo. Non accade per miracolo. 

Ci vuole anche attenzione per incontrare una persona, vuol dire accoglierla e lasciare che si mostri per come è, senza volerla vestire con gli abiti che un giudizio prematuro ci porterebbe a metterle addosso. La Bolivia in questo mi ha messo alla prova: incontrare gli occhi di una ragazza della mia età malata di SLA, che rimarrà nella sua casa nel mezzo del nulla finché sarà la nonna a prendersi cura di lei, mi ha costretto ad accettare una situazione per me paradossale, dove la presenza dei miei compagni di viaggio e mia era sostanzialmente inutile. Mi ha fatto bene, questo sentirmi inutile, questa impotenza.. Mi ha ricordato che alcune volte non bisogna fare, bisogna esserci. E ci devi essere con tutto te stesso quando un altro ti si fa vicino, non basta un pezzettino: così come quel pomeriggio, nel nostro ultimo giorno a Cochabamba, dovevo esserci all’hogar Wasinchej (dal quechua, 'casa nostra’) per incontrare una ragazzina di nome Esperanza, il cui silenzio mi ha parlato e mi ha attratto come una calamita. Per circa mezzora, i suoi occhi, la sua voce e i suoi racconti sono stati il mio tutto. Mi sarei potuto fermare un altro mese ad ascoltare col cuore aperto e donare il mio tempo a lei e alle altre bimbe e ragazze dell’hogar, perché la qualità di quei momenti non si può tradurre con parole. Ho avuto la conferma ancora una volta e in modo nuovo come il tempo, la vita ha senso ed è piena solo nel momento in cui al centro c’è l’Altro. ‘La misura dell’amore è amare senza misura’ ha detto qualcuno tanto tempo fa, e lo trovo incredibilmente vero: se decidi tu a priori quanto vuoi donarti, parti limitato, rimani nel tuo guscio sicuro e non ti metti in gioco per davvero. Brutto no?
Siamo fatti per rischiare, per rischiare anche di non essere capiti e respinti: quante volte mi sono sentito osservato perché ero io il ‘gringo’, e se dai bimbi era uno sguardo di curiosità, in altri ho letto quasi un fastidio. Ma soprattutto, siamo fatti per entrare in relazione: in Bolivia, quando si incontra una persona conosciuta o meno ci si saluta in un modo per noi inusuale. Ma quando è stato il momento di salutarci prima di tornare in Italia, si è usato il linguaggio universale dell’abbraccio. E lì, in Bolivia, ho scambiato alcuni degli abbracci più belli di sempre, con i bimbi del doposcuola, con i ragazzi disabili di Danilo, con i miei compagni di viaggio. Talmente belli e importanti che, ripensandoci, ne sento ancora il calore e l’emozione.

La mia navigazione è ripresa già da un paio di settimane ormai; guardando indietro riconosco di aver portato a bordo un bagaglio enorme che verrà sempre con me, un bagaglio fatto di alcuni tesori preziosi che già custodisco con cura maniacale, e fatto anche di oggetti per il viaggio di cui posso scoprire l’utilità solamente continuando a solcare il mare. Ho trovato un paese molto complesso, molto variegato sia nell’aspetto naturale, del paesaggio ma soprattutto a livello umano. E come in ogni grande avventura, i paesaggi segnano gli occhi e la mente, mentre ciò che ci segna il cuore sono le persone che ci sono poste lungo il cammino.
Così è per me la Bolivia: nei miei ricordi e nel mio cuore scorrono tutte quelle situazioni, quelle storie, quegli occhi che hanno contribuito a rendere questa terra una tappa unica nel mio viaggio. 

Hasta pronto Bolivia querida, con la speranza che i mari e i venti permettano alla mia nave di gettare un’altra volta l’ancora nel tuo porto.

Alessio



Cara Georgia...ti ho incontrata veramente!!

Nessun commento:
Cara georgia,

Ormai sono passate più di due settimane da quando ti ho salutato. Il giorno in cui sono partita per questa avventura non sapevo cosa aspettarmi, chi avrei incontrato? Ora che sono tornata so di aver incontrato te nel volto di ogni persona che ha incrociato il mio cammino! Ti ho trovato nel saluto di Omar l'ultimo giorno al centro, nel grazie delle persone a cui abbiamo portato il pasto, nei palazzi fatiscenti, nella tua meravigliosa campagna con tramonti unici, nell'accoglienza di Padre Misha... un insieme di emozioni, a volte contrastanti, sono scaturite da questo incontro con te. Avevo paura, con il passare del tempo, di dimenticarmi ciò che ho provato e, invece, a distanza di giorni ripensando ad ogni momento di quelle giornate, sento le stesse emozioni. 


Cara Georgia sicuramente mi hai insegnato tanto: la bellezza della semplicità, il valore della dignità di chi vive con poco, il sorriso che non manca mai sul volto di bambini cresciuti in situazioni di difficoltà e molte altre sfumature di emozioni. 
Ho trovato te anche nell'incontro con i miei compagni di viaggio, prima semplici conoscenti e poi Amici. Georgia ci hai unito, ci hai fatto vivere un'esperienza vera, ci hai cambiato sicuramente. Per questo posso solo condividere due pensieri: prima di tutto un immenso grazie perché sono cresciuta dopo questo viaggio, mi hai donato un nuovo modo di leggere la quotidianità cercando di cogliere sempre nel negativo le piccole cose che ci danno gioia. In secondo luogo, ti prometto che la distanza non ci separerà, tutto quello che ho condiviso con te rimarrà per sempre nel mio cuore e probabilmente anche nella memoria dei bambini e delle persone incontrate. 

Spero a presto,

Valentina

Georgia: un incontro per crescere.

Nessun commento:
Quando mi sono messa a pensare cosa scrivere sull’incontro con l’altro, subito mi sono affiorati alla mente tanti volti di bambini … e ora con chi lo scrivo?! Potrei scrivere dell’incontro con Salome, una splendida ragazzina bionda dal carattere forte ed il cuore grande. Oppure con Melano, una dolce bimba dai capelli lunghissimi e con un sorriso incantevole. Oh, poi potrei scrivere anche di quello con Lolita! Quella pacioccona ma unica bambina, sempre pronta a prenderti in giro! 
Potrei scriverlo con mille altri ma, pensandoci a fondo, l’unico volto che mi torna di continuo alla mente è quello di una Donna. Una Donna che ho avuto l’occasione di vedere solo per poco tempo, solo per qualche giorno di campo. Una Donna umile, a nostra disposizione per l’intera giornata, che semplicemente puliva i posti che noi sporcavamo, lavava le pentole con cui a noi hanno cucinato da mangiare, disinfettava i bagni in cui noi andavamo.
Ricordo di aver chiesto qualcosa di lei a Giuseppe, ma quello che mi ha risposto probabilmente non avrei mai voluto sentirlo.

“La sua storia è semplice. Un giorno per strada l’hanno fermata con i fucili un gruppo di uomini e l’hanno portata via. Be, il resto puoi immaginarlo, l’hanno costretta e... quella lì è sua figlia.”


A queste parole mi si è gelato il sangue. Volevo correre in bagno a vomitare. Andare ad abbracciarla forte.  Sentivo la rabbia crescere.
Ma sono rimasta lì, immobile, come pietrificata. Era solo il terzo giorno di campo.
Avevo mille domande, mille riflessioni da fare. Quella fatidica e a volte stupida domanda che ti rimbomba nel cervello..” perché?”. Perché è successo, perché nessuno per la strada si è mosso, perché le persone sono in grado di compiere un gesto tale, un gesto così folle?
Tanti perché ma nessuna risposta. Solo il silenzio per riflettere sulla Forza, sulla Grandezza e sul Coraggio, che ha avuto e che ancora Lei possiede, di crescere una figlia e vivere a servizio degli altri.
Questa Donna non è più uscita dalla mia testa. Pochi giorni dopo è partita per andare al paese, ma per me è diventata un pensiero fisso, la mia testa non se ne voleva dimenticare. Tutt’ora non se ne è dimenticata e, sono certa, non se ne dimenticherà.

Marta

venerdì 8 settembre 2017

"Chi sei?"

Nessun commento:

Curiosità, è questo il fuoco che ci dà energia, che ci spinge oltre noi stessi, alla scoperta di nuove persone, nuove storie, nuove realtà. In questo siamo tutti uguali, intendo noi esseri umani, bipedi pensanti e viventi; c’è chi ha più legna per tenerlo vivo, chi ne ha meno, chi non sa di averne, ma tutti abbiamo almeno un fuocherello dentro che vive.

I bambini sono un po' l’incarnazione di questa curiosità, non importa in  che parte del mondo vivano, che lingua parlino, o quanti vestiti abbiano, perché comunque avranno una cosa in comune, nel mondo loro sono i “nuovi”, gli ultimi arrivati, quelli che ancora non sanno bene dove si trovano, non sanno dei lontanissimi confini che li separano dagli altri bambini, quelli che hanno una domanda per ogni cosa che non conoscono e non si vergognano mai ad esprimerla, quelli che basta un sorriso e sono tuoi amici. “Dov’è l’Italia? Cosa si magia là? Ci sono tante ragazze con gli occhi chiari? Tu potresti essere mia madre?” Queste sono solo alcune delle domande che mi sono state poste durante il cantiere, e la cosa che più mi trovava stupita ogni volta, erano quegli occhietti neri, profondi, intensi che non si distoglievano dai miei e stavano in attesa, un’attesa talvolta indefinita, data dalla mia momentanea sorpresa, sorpresa sì, perché davanti a dei bambini alti un metro e una vigorsol io ero nuda, spogliata di ogni pregiudizio, etichetta o corazza e con una semplicità disarmante erano lì, ancora in attesa, pronti ad abbracciarmi in tutto il mio essere diversa da loro, nel mio essere “choca”, nel mio essere bianca, nel mio non saper parlare bene la loro lingua e anche nel mio essere un po’ stravagante, con una rotella fuori posto, perché sì, chi va in Bolivia una fuori posto ce l’ha per forza.

Sinceramente non ho sempre avuto una risposta pronta alle loro domande: “se tu fossi Dio, e potessi fare ogni cosa, cosa cambieresti della Bolivia?” oppure “mi puoi portare in Italia con te?”  forse proprio perché ad alcune una risposta non ce l’avevo. Ma questi occhietti mi hanno fatto pensare e desiderare un bambino dentro ognuno di noi; sarebbe bello ogni giorno essere un pochino quelli “nuovi”, quelli curiosi, quelli che non hanno paura di uno sguardo diverso, ma che anzi hanno voglia di entrarci dentro, di afferrarlo e farlo proprio per capire le strade che quello sguardo ha attraversato, visto, vissuto prima di arrivare lì di fronte a loro. Ho incrociato molti occhi in quest’esperienza, ognuno con una storia, con un perché, con qualcosa da offrirmi qualcosa di nuovo, ognuno con un approccio diverso e sono davvero grata per questo, perché là fuori ci sono delle persone veramente fantastiche che fanno della loro vita la missione verso l’altro, per l’altro e con l’altro e non importa quanto la curiosità richieda fatica e coraggio perché alla fine ogni sforzo sarà in qualche modo appagato.

Ho un augurio per l’umanità ed è questo; abbiate il coraggio di far uscire quel bambino, perché vi porterà in luoghi e da persone incredibili, che accenderanno la vostra anima, donandovi uno sguardo nuovo, il vostro e il mondo diventerà un po’ più piccolo, un po’ più vicino, un po’ più casa.

“Che mi sia consentito di scoprire e volere l’uomo, ovunque esso si trovi.”
Sere, Bolivia

giovedì 7 settembre 2017

CAPIRE CAINO - riflessioni sul Libano

Nessun commento:
Mi è stato chiesto di condividere una riflessione finale sul cantiere in Libano. Molto di quello che vorrei dire è già stato scritto con parole migliore dai miei compagni , c’è però un pensiero ,tra i tanti, che vorrei condividere qui.


In Libano si impara cosa vuol dire “l’altro”. Altro è chi sta fuori dai nostri confini . Lo percepiamo filtrato da delle sovrastrutture che trovano radice non solo nell ignoranza e nel luogo comune , ma anche in mitologie createsi in tempi ormai offuscati dai secoli .L’ altro ci appare come una maschera del teatro antico , stereotipo di una determinata categoria umana , immutabile .L’altro è fondamentalmente distante, ciò che gli succede non riusciamo a sentirlo sulla nostra pelle . Ciò che gli facciamo non è criticabile con le stesse categorie morali che usiamo per i ‘’nostri’. L’ altro non viene considerato come umano in quanto tale , ma come nostra simmetrica antitesi .
 L’alba e il tramonto .

Risultati immagini per lebanese phalangeIn Libano i confini tra gruppi di altri sono ben evidenti , incisi sui muri dei quartieri appartenenti alle diverse comunità , come a marcare il territorio . Muri concettuali e fisici, dietro i quali si fece e si farà trincea nel momento dello scontro . Potrei raccontarvi tanto , della mitologia guerriera ed eroica . Di quando Bashir fu paragonato a Cristo , dopo esser deflagrato nella sua macchina , lasciando di sè solo un dito sanguinante , ma devo essere sintetico .

 E’ scontato dire che per abbattere i muri serve l’incontro. Ma perché questo non avviene? perché si continua a preferire lo scontro con il diverso. A volte mi viene da credere che la speranza sia per gli illusi. E’ dalle prime poesie scritte nella storia dell’uomo che si denigra la guerra , ma è dalle prime cronache che questa è presente. Empiricamente , siamo bestie; altrimenti non avremmo bisogno di santi. Questo è perché, forse,sofferenza genera sofferenza . Tra ‘’altri’’ si instaurano ruoli differenti . La vittima e il carnefice. Ed è come se chi soffrisse , chi è stato vittima , avesse voglia di diventare carnefice. Mi è stato detto che bisogna sempre andare alla radice del problema per trovare una colpa . Forse è vero , ma a me di questo discorso frega poco: il risultato , tanto , è sempre lo stesso.
Passano gli anni e il filo conduttore di sangue vede sempre alternarsi sofferenza e rabbia. Rabbia e sofferenza . Il vero sentimento della vittima è la rabbia. Schizofrenia , tensione , rabbia e voglia di rivalsa , di questo è fatto chi soffre.
Tutti questi sentimenti però , si riflettono sugli altri e a loro volta generano sofferenza. Ovvio no? gli altri. E’ proprio perché si riflettono sugli altri che non ce ne accorgiamo , che non ce ne curiamo .

Nel 1982 , Beirut era spaccata a metà : a est i cristiani a ovest i musulmani ; nel mezzo la puzza di carogne lasciate a marcire sotto il sole , i cecchini e miriadi di simboli e bandiere delle varie fazioni. L’alto comando israeliano decise quindi di bombardare la parte ovest . I palazzi crollavano schiacciando chi ci abitava . Non ci piace pensarlo , ma morivano tutti ,in maniera indistinta. Abbiate coraggio , fate lo sforzo di pensare chi puo morire quando una città viene bombardata. E in che modo muore ? come si muore sotto le macerie di una scuola ? Questo è quello che succede agli altri.

 Il giornalista Robert Fisk , nel suo storico ‘’il martirio di una nazione’’ , chiese al generale Avneri , allora a capo dell aviazione israeliana , com era possibile che il popolo israeliano , dopo aver sofferto tanto , avesse potuto fare ciò . Voglio condividere con voi la sua risposta.

‘’Le dirò una cosa sull olocausto.Sarebbe bello credere che le persone che hanno sofferto molto siano state purificate dalla sofferenza.Ma succede esattamente il contrario , diventano peggiori.Il dolore corrompe. C’è qualcosa nella sofferenza che genera una sorta di egoismo. Herzog (il presidente israeliano) ha tenuto un discorso nell ex campo di concentramento di Bergen-Belsen , ma ha parlato solo degli ebrei. Come ha potuto non menzionare gli altri -i molti altri- che avevano sofferto in quel luogo? Le persone ammalate , quando soffrono , riescono a parlare solo di sé stesse.E quando al tuo popolo è successa una cosa talmente mostruosa , hai la sensazione che nulla sia equiparabile a quella catastrofe. Hai una specie di diritto morale , il permesso di fare tutto quello che vuoi - perché niente è paragonabile a quello che ti è successo. ‘’

Dalle macerie e dalle sofferenze del Libano bombardato nacque il movimento di liberazione Hezbollah , che dopo mesi di guerriglia popolare riuscì a liberare il paese.

 Se vi capita di andare in Libano , non dimenticate di visitare il museo di Hezbollah. Sulla cime di una collina c’è il mausoleo ai martiri ; sul fondo , in una buca di cemento sporca e cupa , quel che resta di un carro armato israeliano. Prestate allora attenzione quando vi diranno :
 ‘’Li , in cima alla collina , noi ; qui , in fondo , nelle macerie , loro . La libertà e l’oppressione .
 L’alba e il tramonto’’.



Zeno

mercoledì 6 settembre 2017

Moldova 2017 - Videodiario

Nessun commento:

Questo video è per tutti i ragazzi che hanno vissuto l'esperienza , per le giornate di nostalgia.
Ma è anche per i curiosi che vogliono avere un assaggio di cosa sono i Cantieri della Solidarietà .



Clara

Con il cuore sempre là

Nessun commento:

È proprio così: il mio cuore è rimasto in Moldova. Ora che sono tornata a casa ogni singolo gesto e parola ricorda la Moldova. Una bellissima terra che mi ha colpito tanto. Un paese povero, arretrato ma che ha tanto da insegnare e raccontare ad ognuno di noi. I paesaggi infiniti, le distese di natura, un cielo di piccole casette avvolgeva sempre i nostri orizzonti: davano un senso di tranquillità e di infinito che a fine giornata serviva proprio. Nelle due settimane ho incrociato molti sguardi di bambini, di anziani, di lavoratori, di uomini di fede ortodossa che mi hanno aiutato a riflettere. Ma l'incontro che mi ha cambiata è stato quello con un piccolo bambino di Ratus: Kirill. Un bambino di 7 anni, con 4 sorelle: insomma, proprio un piccolo ometto. Non avrei mai immaginato che un'incontro così mi avrebbe cambiata e fatto provare forti emozioni.


Quanta spensieratezza vedevo nei suoi occhi, quanta ingenuità, e bontà. Kirill voleva sempre giocare, sorridere, scherzare, correre, arrampicarsi fino alle ultime ore della sera. Come è successo l'ultimo giorno di campo. La nostra tabara a Ratus era solo la mattina, dalle 9 alle 12. Il piccolo Kirill, sapendo che l'ultimo giorno non poteva essere presente, venne a salutarmi il giovedì sera. Quando lo vidi entrare dal portone, correndo verso di me, tutto sorridente il mio cuore si riempì di gioia, e le emozioni sono state fortissime ed ogni pensiero si è fermato. Abbiamo giocato tutta sera con un semplice pallone, lanciandolo sempre più velocemente senza farlo cadere. Un gioco così banale che lo riempì di gioia e ha divertivo anche me.

In quel momento volevo solo che il tempo si fermasse per stare sempre accanto a lui, e sorridere sempre così con lui. La sua energia, e i suoi abbracci mi facevamo dimenticare ogni stanchezza, e facevano dimenticare che i minuti insieme stavano per terminare. Ma bisognava salutarsi: mi saltò in braccio e continuò a sorridere e ringraziandomi in continuazione: proprio in quel momento capii che ero io che dovevo ringraziare lui, perché mi ha fatto riscoprire l'importanza dei piccoli gesti, mi ha fatto vedere attraverso i suoi occhi la vera felicità che sta proprio nei semplici gesti quotidiani.


Io la Moldova la rivedo proprio in lui: proprio negli occhi di Kirill, nella semplicità delle sue azioni; è riuscito ad insegnarmi tanto, ad emozionarmi, fino da sognarlo la scorsa notte. È stato il sogno più bello che io abbia fatto fin ora. Ho sognato di rivederlo nella mia città e ho rivissuto le stesse emozioni che ho provato quella calda sera di luglio in Moldova. È stato splendido: urlò il mio nome appena mi vide e ci abbracciammo forti. Io cominciai a piangere e quando mi sono svegliata ero ancora molto emozionata, come se lo avessi rivisto veramente. Ecco, Kirill attraverso questo sogno è stato come se mi avesse lanciato un messaggio, mi ha dato la carica e la forza di affrontare al meglio ogni giorno. Questo legame rimarrà per sempre anche a infinite distanze, ne sono convinta! GRAZIE KIRILL!
Infine, ma non meno importanti, in questa esperienza ho fatto degli incontri speciali e significativi che mi hanno aiutato a crescere ed abbattere le mie paure; queste persone si chiamano Jessica, Arianna, Giada, Sara, Benedetta, Clara, Giorgia, Giulia e Francesco, i miei compagni di avventura che hanno reso questo viaggio magnifico e indimenticabile.


GRAZIE MOLDOVA per avermi regalato tutto questo, forti emozioni, forti legami e nuovi spunti di riflessione.
In cambio, un pezzo del mio cuore è ancora là, nascosto tra i sorrisi dei piccoli bambini.


Emma B.


lunedì 4 settembre 2017

Il mio angolo di Libano

1 commento:
"Quando torni a casa devi scrivere qualcosa per raccontare questo Cantiere": mi ripeto questa frase da quando sono partita.
Perché un'esperienza così deve essere raccontata, deve poter diventare una storia da cui trarre qualche insegnamento. Ma io non sono un'abile narratrice e questa volta non riesco a trovare le parole nemmeno per raccontare a voce qualcosa di più di qualche aneddoto divertente, figuriamoci per scrivere una storia. E per di più il Libano è un Paese impossibile da categorizzare o al quale affibbiare una definizione chiara, possibilmente breve e rassicurante, mi perderei immediatamente tra le contraddizioni che lo lacerano ma che in fondo lo costituiscono e nutrono: non posso nemmeno scegliere quindi di raccontarvi il Libano.

Beirut, Downtown: la moschea principale e la chiesa ad essa adiacente
Allora proverò a condividere qualche riflessione, qualcosa che ho imparato in questo Paese.
Durante il cantiere ho imparato a lasciar perdere la mia smania di "fare", per iniziare a "stare". Stare, semplicemente, perché stare permette di ascoltare meglio. Ascoltare storie raccontate un po' in arabo e un po' a gesti, ascoltare le risate spontanee dei bimbi ma anche i litigi furiosi tra le mamme, ascoltare il silenzio pesante di una donna che non ha nessuna intenzione di provare a partecipare all'attività che le stai proponendo. L'apatia fa un chiasso assordante.
E piano piano il mio ascoltare che poteva sembrarmi un po' arido e piatto ha iniziato a diventare "sentire": sentire il bisogno di affetto e di attenzione dei bambini, sentire la voglia di imparare carica di ansia delle adolescenti, sentire la stanchezza esasperata delle donne. Sentire, fin dentro le ossa. Stare, ascoltare, sentire, senza pretendere di capire niente. A volte semplicemente non c'è niente da capire. E ho iniziato a rendermi conto di quanto fosse indispensabile che la mia presenza fosse una presenza discreta. Spesso in queste settimane ho sentito il bisogno di restare in un angolo ad osservare, lasciando che i volti, i profumi, le storie che stavo incontrando fossero gli unici protagonisti della mia esperienza.


Non voglio che nessuno si ricordi di me, vorrei che si fossero già dimenticati il mio nome, il mio viso. Ho temuto e odiato l'idea, forse un po' presuntuosa, che la partenza di noi cantieristi potesse causare un qualunque ulteriore trauma, anche minimo, nelle persone con cui abbiamo trascorso il tempo del nostro servizio. Ho sempre cercato ansiosamente la discrezione, consapevole di avere ben poco da offrire, forse solo un sorriso e un po' di entusiasmo, e invece tantissimo da ricevere.

Porto a casa mille dubbi, troppe domande e forse solo questo di concreto: un po' di consapevolezza. Consapevolezza che l'odio e la violenza possono travolgere chiunque, con una forza d'impatto spaventosa. Consapevolezza che il mondo non si divide in buoni e cattivi, in bianchi e neri: è fatto delle più svariate tonalità di grigio. Consapevolezza che la storia la scrive chi vince, e i poveri perdono sempre. E consapevolezza che, di fronte all'amore stanco ma tenace di una madre che ha fatto dei propri figli la sua unica ragione di vita, mi sono sentita anche io accolta e protetta.

Claudia

La mia presenza in Libano

Nessun commento:

Il Libano è un Paese che ti fagocita nella sua storia e nelle sue contraddizioni fin dal primo sguardo. E’ possibile accorgersene già in aereo, guardando fuori dal finestrino, quando si ha l’impressione di atterrare quasi nel cuore della sua caotica capitale, Beirut.

Conoscere il Libano significa quindi farsi sorprendere non solo dalla bellezza del territorio, dai volti delle persone e dal fascino di una cultura millenaria, ma anche dai contrasti sociali e dalle ingiustizie economiche, che si possono intuire anche dopo pochi giorni di permanenza nel Vieux Pays [1].

Per attraversare 200 km di autostrada lungo la costa libanese, occorrono circa 5 ore a causa del traffico, puntuale, che si incontra ai frequenti security check-point, dove è sempre necessario rallentare, alzare i propri occhiali da sole, guardare negli occhi la guardia armata di fucile d’assalto e attendere per una frazione di secondo il suo via libera.
Lungo la strada è facile notare grattacieli avveniristici, edifici abbandonati, pareti traforate da colpi di proiettile, antiche chiese, eleganti moschee, ville da sogno, campi formali per rifugiati palestinesi, fast food, persone ai lati della strada in attesa che qualcuno offra loro un lavoro per la giornata, spiagge bellissime, spiagge ricoperte di pattumiera, bandiere di Hezbollah issate lungo l’autostrada, innumerevoli pubblicità di prestigiosi college universitari e profonde vallate, qualche volta deturpate da case costruite senza rispetto per il prezioso paesaggio libanese.


Sono arrivato qui, forse per dare un volto alle notizie sui giornali e incontrare storie lontane dalla mia quotidianità. Ho così conosciuto due storie: la storia dei rifugiati siriani e iracheni, che fuggono dalla guerra, e la storia di donne migranti, che arrivano in Libano per lavorare come domestiche e si ritrovano però in un incubo di violenza domestica e sfruttamento.



Ho incontrato queste storie all’interno degli shelter, centri di accoglienza per persone in condizione di fragilità, creati e gestiti da Caritas Lebanon. Qui gli operatori di questa organizzazione, lavorano per dare supporto a queste persone nel corso della loro permanenza negli shelter, assieme anche al contributo di tre ragazze italiane, che in Libano svolgono il proprio servizio civile e che mi hanno guidato e accompagnato nel corso di questa entusiasmante esperienza.

Sono arrivato come volontario, senza sapere esattamente cosa queste persone si aspettassero da me e mi sono quindi messo a loro servizio con gli strumenti che avevo: la mia storia, il mio volto, il mio sorriso, la mia energia e, forse soprattutto, la mia presenza.

Ma quale presenza? In che modo avrei dovuto “esserci”? Che tipo di relazione avrei dovuto instaurare con i beneficiari dello shelter?
Con il passare dei giorni ho capito che volevo essere una presenza discreta: desideravo entrare nella loro vita con delicatezza con il solo obiettivo di far loro sapere che nel mondo esistono altre storie e altri volti pronti ad accoglierli.

Oggi mi auguro quindi non tanto che si ricordino di me, ma che resti solo il ricordo di un gioco, di uno sguardo, di un sorriso o di una carezza, nella speranza di aver lasciato un segno di presenza, interesse e amore, a persone che spesso hanno conosciuto solo indifferenza, dolore o persino violenza.

Sono entrato negli shelter per qualche ora o per qualche giorno e quando sono uscito mi sono accorto di un recinto attorno a queste strutture, fatto di mura più alte e più spesse di quello che sembravano all’inizio.
Penso di aver visto la prigione che separa, talvolta, le persone fragili dal resto del mondo.

Prima di andarmene, ho provato a guardare negli occhi le persone che ho incontrato, un’ultima volta, con sguardi veloci, con inquadrature sfuocate sui loro volti. Questo è stato il mio tentativo, per l’ultima volta, di accogliere le loro storie e la loro prigione.

Enrico



[1] Vecchio Paese, con questo nome gli emigrati libanesi rievocano la patria lontana.


Cantiere Libano 2017: L’INCONTRO

Nessun commento:
Sono tanti gli incontri significativi che hanno arricchito il cantiere, ma forse l’incontro che mi ha colpito più di tutti è stato quello con “all black”, una donna siriana alta, bella, dal portamento elegante, soprannominata così da noi ragazzi perché vestiva sempre di nero. Una figura semplice, che nella sua essenzialità esprimeva grande dignità, fierezza e tenacia, nonostante tutte le sofferenze subite. Una presenza silenziosa e discreta, che da lontano seguiva i suoi figli con sguardo vigile ed affettuoso, pronta ad intervenire se qualcosa fosse andato storto.
Ho conosciuto “all black” tramite i suoi tre meravigliosi figli, che per qualche giorno sono stati i miei compagni di giochi.
Tra di noi non ci sono mai stati grandi discorsi anche perché la comunicazione non era sempre facile e il tempo a disposizione per intavolare un dialogo era poco. Così la parola ha presto lasciato spazio al linguaggio del cuore fatto di sguardi, gesti e sorrisi che creano intimità molto più delle parole….
Dai pochi discorsi fatti emergeva chiara la preoccupazione di una madre per l’educazione dei propri figli, specialmente per il maschietto che a tre anni non parla ancora. Dal suo tono di voce e dai suoi occhi si percepiva la gioia di essere ascoltata più con il cuore che con le orecchie, perché parlava troppo in fretta e non avevo il coraggio di frenare il suo racconto chiedendole di parlare più lentamente. Traspariva il sollievo di sentirsi presa per mano, anche se solo per pochi giorni. Trasparivano la serenità e la soddisfazione nel vedere i propri figli giocare felici ed essere stimolati con nuove attività.
Nonostante i pochi giorni passati insieme, le poche parole spese per conoscerci e nonostante non abbia fatto pressoché nulla di concreto per lei direttamente, giunto il momento di tornare a Beirut io l’ho salutata con i soliti due baci convenzionali sulle guance, mentre lei mi ha subito stretto a sé in un abbraccio, come se non volesse farmi andare via…come se cercasse di restare aggrappata a me per prendere tutta la forza necessaria per reagire alla solitudine, alla povertà, al dolore patito e tornare alla vita, ai suoi figli con rinnovato vigore ed entusiasmo.
Quell’abbraccio stretto, lungo e tenero, denso di parole rimaste ancora inespresse mi ha sorpreso, spiazzato e commosso al punto da non riuscire nemmeno a rispondere al suo augurio “Allah yukhallik!” (che Dio ti benedica)
In quel momento di profonda dolcezza, mi sono sentita figlia, accolta da una madre diversa dalla mia, di un altro paese e di un’altra cultura e grazie a quel gesto di tenerezza parte anche di quel mondo così lontano eppure così vicino al mio. E allora una domanda sorgeva spontanea: “Perché? Cos’ho fatto di così speciale per meritarmi tanto affetto e riconoscenza?”
Poi guardando i suoi occhi neri e profondi luccicare di speranza e di commozione mi sono tornate in mente le parole di padre Ibrahim: “Hanno bisogno che qualcuno gli ridoni la speranza, l’umanità, la dignità.” e in quel momento ho compreso che nella mia pochezza ero riuscita a farlo. Missione compiuta.



Marianna