venerdì 7 settembre 2018

Nairobi, Korogocho. Uno spiraglio di luce

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Sono tornata da una settimana, dopo giorni in cui mi sentivo bloccata, disorientata e fuori posto oggi ho dovuto riprendere contatto con la realtà, ho un esame a breve e sono andata in biblioteca a Saronno. Salgo le scale che portano alle aule e vedendo la sala piena di ragazzi assorti nello studio, resto ferma sulla porta e mi viene il magone. La mia mente è volata a Nairobi, catapultata nella biblioteca costruita all'interno di Korogocho e gli occhi diventano inevitabilmente lucidi.

Korogocho è una delle baraccopoli più grosse della periferia di Nairobi, caratterizzata da una selva di lamiere e fango, per la maggior parte priva di servizi essenziali come acqua ed energia elettrica, senza sicurezza, senza diritti.
 I miei piedi non calpestavano il terreno, ma la sporcizia. Stupidamente mi sembrava di vedere le montagne. E invece no. Montagne lo erano, ma di rifiuti. Non riuscivo a respirare. L'odore penetrante dell'immondizia e in particolare della plastica che bruciava mi impediva anche di pensare. Il pensiero che quei rifiuti fossero l'unica fonte di sostentamento per gli abitanti di Korogocho, mi impedisce ora di respirare.
Tutti setacciano i rifiuti. Stordita da quell'odore mi guardavo intorno e faticavo a guardare negli occhi quei bambini.

Non penso di essermi mai sentita così piccola, impotente, inutile. 

Alcuni cercavano tra i rifiuti cibo, altri leccano sassi e altri ancora tengono in mano una bottiglietta contente colla. Si drogano per non sentire la fame. Per non sentire più niente.

“E io cosa sono venuta a fare in Africa? Come si può fermare tutto questo? Dio dove sei?” continuavo a pensare. 
In questo inferno quella biblioteca era uno spiraglio di luce.
Uno scorcio di bellezza. 
Un miracolo. 
Un seme di speranza. 
Un inno alla vita.  

Anche lo slogan che accompagna questo progetto, “Nuru ya Korogocho” ovvero “Luce di Korogocho”, ne sottolinea la funzione.
Padre Maurizio, che da anni vive Korogocho mi dice : “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Ed è così.
 Da quella biblioteca nasce futuro. Nasce educazione. Nasce speranza.
Commossa guardavo decine e decine di ragazzi e bambini leggere, studiare, disegnare, ognuno intento a costruirsi un futuro. Futuro che la realtà di Korogocho non vuole dare a nessuno di loro. Eppure loro sono lì e ci stanno provando.
Pazzesco.

Ovviamente mi sento sempre molto stupida, sono sempre angosciata dal vuoto che annebbia il mio futuro qui in italia e vedere tutto ciò non può che spronarmi ad aprire gli occhi e a cercare di mettercela tutta per costruire qualcosa di bello, proprio come stavano facendo i ragazzi di Nairobi.
Sì i ragazzi di Nairobi, sono serviti più loro a me che io a loro.

Giulia V.


Nairobi.“...Sensazioni ed emozioni che...”

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Sono già passate due settimane da quando siamo tornati dall’Africa, da Nairobi per la precisione. Anzi,  direi da Khawa west, li dove Giacomo e Alice ci hanno ospitato per tre bellissime settimane, che purtroppo sono volate e già finite.
Faccio fatica a metabolizzare quante cose ho visto e ho vissuto, quante persone ho conosciuto e lasciato, quanti racconti e storie di vita straordinarie ho ascoltato, come quelle di padre Maurizio o quelle di Simone, che hanno deciso di dedicare la propria vita agli Altri. Ma anche storie difficili da comprendere ed accettare, così lontane all’inizio ma invece poi sempre più vicine. Non so come, forse non l ho ancora capito, ma so per certo che ti rimangono dentro, ben impresse nel cuore e nella testa, parola per parola.
Non è il primo cantiere per me (è già il terzo per la verità) ma ogni volta che torno è sempre traumatico, mi ritrovo con più domande che risposte e, in particolare quest’anno, ho avuto modo di mettermi tanto in discussione. La domanda cardine con la quale torno è: che persona voglio essere? Quali principi voglio che siano alla base della mia quotidianità? be...domande facili a cui rispondere insomma...ma il Cantiere è anche questo.
E alla domanda: “quindi quest’anno come è andata?”
Ovviamente l’unica risposta che ti viene spontanea è: “bene, anzi benissimo” e poi?!…Cosa dire, come poter raccontare a tutti quello che nella tua testa, nei tuoi occhi, nel tuo naso, nelle tue mani ma soprattutto nel tuo cuore rigira in loop dalla mattina alla sera?? forse è proprio per questo che fino ad ora non ho ancora scritto niente.
Sensazioni, solo sensazioni ed emozioni che ti fanno rigirare lo stomaco.
Visi ben impressi nella mente, odori ancora presenti sui vestiti, sui braccialetti ma soprattutto sulla pelle; odori buoni o cattivi che siano...dal mercato, alla discarica, dalle persone, alla frutta, dalla colla al cherosene fino all’odore inconfondibile della terra rossiccia, che quando piove diventa fango nel quale è inevitabile affondare le scarpe; o meglio, di sicuro tu, con lo scarponcino da montagna, se ci metti dentro il piede ti sporchi fino alla caviglia, ma le donne con le ballerine..e no, loro no...come delle fatine camminano leggiadre senza neanche una macchia sulle scarpe.
Resta per me ancora qualcosa di inspiegabile.
Tra tutte le incertezze con cui sono tornata, ho sempre e solo due certezze che rimangono fisse nella mia vita, come lo è sempre stata fino ad ora: LA MUSICA E LA DANZA.
Può cambiare la cultura, il tipo di musica che si ascolta, il tipo di movimento del corpo, per qualcuno più sciolto mentre per qualcun altro più scattoso, ma sono sicura che il corpo non mente; non mente nel primo approccio, nel primo contatto con l’ altro, nel creare dinamiche di gruppo gioiose ed armoniose. Mai come quest’anno, la danza e la musica, sono state alla base delle nostre giornate e serate con i ragazzi. Sono dei piccoli gridi di speranza e di sfogo fondamentali nella vita di ciascuno di noi.



Da ballerina che sono non ho potuto non notare come, per i ragazzi, per i bambini ma anche per gli stessi adulti, queste facciano parte in modo naturale della loro quotidianità, dal lavoro, al semplice passaggio giornaliero in mezzo al mercato, alle danze tradizionali , alla messa…danza e musica sono sempre presenti.

Questo non vuol dire, come si pensa sempre, che gli “Africani” siano sempre gioiosi, felici, anzi sono persone che affrontano fatiche e preoccupazioni.
Credo che avere la musica e la danza così presenti in mezzo a loro e nelle loro anime dia sicuramente una marcia in più per rialzarsi e ripartire.

S. Messa nella baraccopoli di Korogocho

Un pomeriggio di musica a Cafasso

 
Potrei andare avanti per giorni a raccontare di questo cantiere, in modo confusionario forse, a mo di episodi e poi, a dirla tutta...certe cose credo che le terrò solo per me, saranno dei piccoli tesori da custodire con cura.

Mi piacerebbe fare a questo punto un ringraziamento, si ma... a chi?!?
A questa esperienza, alle persone che ho incontrato e a quelle che mi hanno accompagnato perché senza di loro non sarebbe mai stata la stessa cosa, alle mie risate e a quelle degli altri, all’impegno e alla spensieratezza che premiano sempre!.
ASANTE SANA

Compagni di viaggio speciali


Sara.

giovedì 6 settembre 2018

Ricordi di Moldova

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Quando ho saputo che sarei partito per la Moldova ero molto scettico, vedevo i nomi delle altre destinazioni dei Cantieri di Caritas: Kenya, Bolivia, Haiti, nomi certamente esotici che generalmente si crede abbiano bisogno degli aiuti maggiori, e pensavo “Cos’è la Moldova? Cosa ci vado a fare lì?”. Nonostante le perplessità iniziali, il colloquio con Sergio, le giornate di formazione e i racconti delle nostre coordinatrici sul posto, Faustina e Lisa, hanno fatto crescere in me l’interesse verso questo campo e, con il senno di poi, a ragione.

La parola d’ordine di queste 2 settimane è stata ADATTAMENTO: con i miei compagni di viaggio ci siamo ritrovati in una realtà, quella dei villaggi, tanto interessante quanto complessa e contraddittoria. Se da un lato le strade sono per la quasi totalità sterrate e piene di buche, la gente si muove con cavalli e carretti, i bagni non hanno le fognature, l’acqua viene ancora presa dai pozzi e si fa fatica ad arrivare a “fine mese”; dall'altro, però, le scuole sono dotate di Wi-Fi e a volte di lavagne multimediali, e i bambini, seppur con vestiti e scarpe consumati, hanno gli ultimi modelli smartphone, che purtroppo sono necessari per mantenere i contatti con i genitori molto spesso lontani per lavoro in Italia o in Russia.

Ma andiamo ai fatti. 2 settimane passate nei villaggi di Voloviţa e Floriţoaia Veche, durante le quali la nostra attività principale prevedeva al mattino l’organizzazione di giochi, balli, scenette e lavoretti con i bambini, mentre nel pomeriggio, dei lavori socialmente utili alla comunità del villaggio come pulire la chiesa o andare ad assistere gli anziani con qualche lavoro in casa.
Il campo con i bambini è stato ricco di sorrisi, gioia e divertimento, ma anche di molta fatica, ripagata però dalla felicità che gli occhi dei bambini esprimevano nel momento in cui incrociavi il loro sguardo, mentre erano impegnati nelle varie attività. Intenso è stato l’incontro con Roman, un bambino che un giorno si è presentato in stampelle e, nonostante le sue difficoltà nei movimenti ha insistito per partecipare a tutti i giochi e le attività con grandissimo entusiasmo. Ma quello che mi ha colpito veramente è stata la fiducia che i bambini riponevano in noi: nonostante fosse la prima volta che ci vedevano, fin da subito si sono fidati ciecamente di quello che proponevamo, spingendoci a dare ancora di più per cercare di non lasciarli delusi.

Durante i lavori sociali, invece, abbiamo avuto degli incontri molto toccanti: a partire da quello con un uomo che aveva perso una gamba e cercava come meglio poteva di curare da solo la sua casa, dal momento che tutta la sua famiglia era all'estero, oppure quello con una signora che abbiamo aiutato a pulire le noci che voleva vendere, per cercare di integrare la pensione bassissima. Situazioni di grande povertà che mi hanno permesso di capire un po’ più dall'interno la comunità nella quale ero ospitato e sentirmi in qualche modo parte di quel mondo che mi ha permesso di fare un salto indietro nel tempo, a quella che, secondo i racconti dei nonni poteva essere l’Italia pre-guerre.

Mi sono trovato faccia a faccia con una povertà, una rassegnazione che mai mi sarei immaginato di trovare in un paese europeo a 2 ore d’aereo dall'Italia e spesso mi chiedevo come questo paese potesse rialzarsi, migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti, quale futuro ci potesse essere per i giovani, ma non sono riuscito a trovare una risposta. L’incontro con Igor, presidente di Diaconia ha confermato la peggiore sensazione: non c’è futuro per Moldova se non quello di essere in futuro annessa alla Romania o alla Russia e ho pensato a come i volontari moldavi potessero sentirsi nell'ascoltare queste parole. Nonostante tutto, abbiamo comunque sperimentato una generosità, un’ospitalità e una voglia di festa incredibili e ti rendi conto che “Sono sempre i più poveri a donare di più” non è più solo una delle tante frasi fatte, ma qualcosa che si può toccare realmente con mano. Questo mi ha fatto ricordare quanto bello possa essere sentirsi veramente accolti, anche da qualcosa o qualcuno completamente diverso da te, ed è allora che riesci a entrare nella relazione con l’altro, perché non ci sono più barriere, sei solo tu e il bambino che sorride per il gioco appena concluso, tu e l’anziana che ti ringrazia perché le hai dato un piccolo aiuto in casa.


Emanuele Bosetti

mercoledì 5 settembre 2018

Mombasa. Grandi occhi profondi

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John è di media statura, ha il viso tondo ed è rasato: la migliore scelta per lui quella di rasarsi per evitare di impiegare troppo tempo a curare i suoi capelli fitti e crespi. John è keniota quindi la sua pelle è liscia e scura come la notte. Ha due occhi grandi John, profondi ed eloquenti: a delle volte sembrano tristi, altre volte sembra che ridono in maniera sincronica insieme al suo sorriso che non è perfetto, John non può mica permettersi l’apparecchio ai denti, ma va benissimo lo stesso perché è bello già così. Ad ogni modo, i suoi grandi occhi profondi raccontano qualcosa, qualche volta cantano note di gioia, altre volte chiedono aiuto, ma non vi è mai una volta in cui i suoi grandi occhi profondi non esprimano qualcosa. Sotto l’occhio destro ha una cicatrice John, non so come se la sia fatta o chi ne sia il colpevole: preferisco pensare che sia stata la vita per evitare di considerare l’ipotesi che sia stato qualcuno, che dietro a quella cicatrice ci sia un nome. I passi di John, piccoli e scalzi, hanno incrociato il mio cammino e hanno fatto un pezzo di strada insieme lungo 23 giorni. John, infatti, ha circa 9-10 anni, è un bimbo e la sua casa è il Mahali pa usalama, il centro di prima accoglienza per bambini vittime di abusi, violenze o di situazioni famigliari critiche, rescue center presso cui ho passato la mia “vacanza alternativa” da volontaria. Il Mahali è pieno di storie, drammatiche e crude, violente e buie: qualcuno ha subito abusi sessuali tra le mura di casa, qualcun altro ha visto i genitori attaccarsi a bottiglie di alcol, altri a Mahali, ma vivono tutti sotto lo stesso tetto nell'attesa che il processo legale che li riguarda venga portato a termine. Il Mahali non è un posto propriamente accogliente: chiunque si aspetti una grande casa allegra e colorata adatta a bambini, è totalmente fuori strada. È molto anonimo e spesso puzza però ha un grande cortile e degli spazi adibiti al gioco. Lì i bambini sono l’ancora di loro stessi: non solo si fanno compagnia, ma si aiutano, hanno attenzione l’uno dell’altra e affrontano le difficoltà laddove gli adulti non sono in ancora non sanno neanche dove siano mamma e papà. Sono diversi i background dei bambini che entrano al grado di rendersi conto che è ora di intervenire. È curato interamente da bambini che considerano quel posto la loro casa: puliscono, cucinano, lavano la biancheria. Ma sono pur sempre bimbi, quindi ad una certa è ora di giocare, che si aprano le danze: al ritmo di “Make a circle, big big circle” iniziamo ad animare il cerchio con i bans sia in italiano che in swahili, poi si gioca. Ecco, una delle cose che mi ha incredibilmente stupita è il modo di giocare: una mattina si sono divertiti da matti, sembravano che stessero facendo il gioco più grandioso di sempre e alla fine? Giocavano solo ad “Un, due, tre, stella!” e ridevano anche, divertiti e competitivi. Ho amato sin da subito il modo di giocare con poco di questi bambini, di sapersi divertire, di saper apprezzare. Probabilmente hanno insegnato più questi bambini a me che io a loro, per questo ogni giorno ringrazio il cielo di averli messi lungo la mia strada. Da loro ho imparato la tenacia e la pazienza di chi affronta un percorso che ha più interrogativi che certezze; ho imparato che la speranza va coltivata proprio bei terreni più ardui e che 
è l’unico motore che a volte rimane; mi hanno insegnato che a volte i colpi più bassi puoi prenderli dalla tua stessa famiglia, quella che io ho sempre pensato come il nido più sicuro al mondo, e che invece può essere luogo di violenza e difficoltà. Ho imparato che a delle volte ti svegli con l’umore giù, con un dolore che ti spegne, che ti fa passare la voglia di giocare e ho imparato che quel dolore va piano piano elaborato, realizzato e mai soffocato. Mi hanno insegnato che “Un, due, tre, stella” è divertente,  che costruire corone di cartone di giallo può farci sentire re e regine per un pomeriggio anche se stiamo indossando vestiti sporchi e che ballare in cortile può essere  emozionante, e chi se ne frega se nel frattempo arriva la pioggia estiva, loro non si fermano. Ho imparato da loro che aver incontrato le persone sbagliate nella vita non sempre significa perdere fiducia nell'umanità: stupisce il modo in cui ti toccano, ti abbracciano, ti cercano, chiedono silenziosamente le tue cure nonostante siano stati feriti da altri uomini e donne proprio come noi. Mi hanno insegnato che a volte la vita picchia non solo gli adulti forti che sanno come rialzarsi, ma picchia forte sul viso di un bambino, sulla sua innocenza, sulla sua vulnerabilità. E mi hanno  insegnato che ogni colpo può essere incassato restando in piedi, saldi al suolo. Per questo mi sento in dovere di ringraziare John, e con lui anche Brian, Michelle, Richard, Habu, Arnold, Badi, Hamisi, Hassan, Patience, Ali, Lois, Albina, Fatima, Faith e tutti gli altri bambini che hanno incrociato la mia strada, che hanno camminato con me tenendomi la mano in queste settimane di stupore e meraviglie e che silenziosamente, nella loro amorevole umiltà, hanno segnato ed insegnato. 

Ileana

martedì 4 settembre 2018

Mombasa. L'incontro che toccò l'anima

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Mi ricordo ancora, come se fosse ieri, la prima volta che li abbiamo visti. 
Tutti radunati in cerchio, sotto ad una pagoda. Il sole stava calando per far spazio alla notte. 
La luce, di un giallo aranciato, scaldava i nostri volti illuminando i loro occhi grandi. 
Erano bellissimi. Ci scrutavano con interesse e curiosità, mentre cantavano inni religiosi.
Finite le prove del coro ci presentiamo a tutti e subito si fanno notare per la loro simpatia, la loro gentilezza e il loro cuore grande. Iniziano le presentazioni.
Edgar. Malik. Ian. Tony. Marcy insieme al suo figlioletto Randy. Ester. Duda. Scolastica. Rose. Emma. Vincent. Endy. Beatrice. Emelda. Awino. Zacaria. Julie. ChiChi. Rafael. Shiro. Ooga. Benja. Darwin. Marcelo. Arnold. E molti altri.
Ecco i ragazzi di Kongowea. 
Vestiti al meglio, ordinati e puliti, celano dietro ai loro volti e ai loro sorrisi, storie di ogni tipo. 
Il quartiere dove vivono non è proprio dei migliori: case fatiscenti o baracche, dove tra un vicolo e l’altro appaiono gatti rognosi, cumuli di spazzatura, che a giorni alterni vengono bruciati, coprifuoco serale per evitare brutti incontri notturni o peggio poliziotti in cerca di qualcuno su cui sfogare la propria rabbia. 
Nonostante siano circondati dal brutto, la loro anima è ancora bella. Mi piace pensare che loro abbiano dentro il sole, che gli permette di non perdersi nelle tenebre. 

Con loro abbiamo condiviso momenti duri ma soprattutto risate, gioie e sorrisi.
Indelebile rimarrà il ricordo di quando, giunti nella fredda Bura, hanno fatto di tutto per rendere la nostra permanenza più confortevole, cedendoci i loro piatti per poter mangiare; accompagnandoci fino all’entrata del dormitorio "perché così è più sicuro" ; condividendo con noi la sveglia delle 5:30 per scortarci alla jeep, che ci avrebbe portato a fare il safari; i mega sorrisi sui loro volti dopo la vittori; la gratitudine che sprigionavano i loro occhi quando hanno visto i cartelloni da noi appositamente preparati per dare loro sostegno durante la competizione di drama e canto. 
E le domeniche in spiaggia? Come dimenticarsene. Dopo messa tutti sul Matatu, zaini in spalla, secchio pieno di fagioli in una mano e Chapati nell’altra e via a mangiare tutti in compagnia, per poi tuffarsi tra le onde.
I Matatu  e i tuk tuk condivisi. Le  lezioni private per imparare a mangiare con le mani. La pulizia dei fagioli che si trasformava sempre in un momento di condivisione, risa e chiacchiere.

Nel corso della nostra permanenza questi ragazzi sono stati una presenza più che importante. Il rapporto creato con loro è stato qualcosa di unico e speciale. Più passavano i giorni, più diventavamo un'unica grande famiglia. 
Sono stati una risorsa fondamentale per poterci avvicinare con più naturalezza ai bambini del Mali Pa Usalama e anche agli anziani.
Senza di loro sarebbe stato molto più difficile e l’importanza di averli accanto l’ho potuta sperimentare in prima persona.
Un giorno infatti, giunti all’MPU, abbiamo trovato tutti i bambini agitati perché avevano passato la mattinata in tribunale. Grazie all’aiuto di Edgar e Malik siamo riusciti a calmare un po’ la situazione, dando vita ad una super competizione di ballo. Se non ci fossero stati loro non credo saremmo riusciti a cavarcela così facilmente. 
È stato bello vedere come anche loro, a piccole dosi, si siano affezionati a quei mostriciattoli tanto bisognosi d'affetto e come ad oggi, nonostante ormai noi siamo tornati in Italia, loro continuino ad andare a trovarli.



Insieme siamo risusciti a dar vita al Milkong’s, una sorta di oratorio estivo, durante il quale abbiamo condiviso tutto: balli, cibo, fatica, sudore, giochi, stanchezza, cadute, risate, sorrisi, visi stanchi ma occhi felici di vedere un vero e proprio miracolo. Fieri di aver dato la possibilità a 250 bambini di passare la loro giornata a giocare insieme a noi e ai loro coetanei, evitando di tergiversare per le strade di Kongowea rischiando di finire in brutti giri.

Non basterebbero tutte le parole del mondo per descrivere la gratitudine che provo nei confronti di questi ragazzi. Hanno saputo andare oltre i loro limiti, hanno aperto il loro grande cuore a 10 wasungu (cosa non scontata) e si sono fidati di noi. Hanno saputo insegnarmi più loro in 24 giorni che altre persone in una vita intera. 
Hanno deciso di accoglierci nella loro bellissima famiglia e io non potrei esserne più onorata.

Different colour, One family!
Asante Sana.

Federica.


sabato 1 settembre 2018

Bolivia. Meraviglioso cambio di rotta

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Vacas, 5 Agosto 
Dopo il primo incontro eri una tra le mete prescelte, eppure da qualche mese non eri più nei miei programmi. Era stato deciso; avrei dovuto compiere quest'esperienza in un paese diverso. 
Ti ho sognata e desiderata cosi tanto che, quando il 13 Luglio mi è stato confermato l'imminente cambio di rotta non mi è sembrato vero.
Mi piace pensare che sia stato il destino a decidere per me, proponendomi e facendomi accettare questa variazione lungo il percorso.

È stata dura non ho paura ad ammetterlo. Non mi sentivo pronta ad accettare l’idea di dover modificare tutto da un giorno all’altro. Accettare di dover partire per un paese di cui sapevo davvero poco, per cui non avevo nemmeno affrontato i giorni di preparazione e soprattutto, sfido chiunque a dover accettare di cambiare rotta per sbarcare in un paese dove ci sono 10 gradi, seguiti da neve, confronto ai 30 e passa che avrei trovato in Nicaragua… Che freddo ragazzi!!
Ma nonostante ciò penso che tu con le tue musiche, balli e tradizioni ricche di colori sia riuscita a cambiare qualcosa in me, anche di piccolo.
I tuoi paesaggi mozzafiato, la tua neve improvvisa e le tue grandi alture così difficili da affrontare e da raggiungere, sicuramente al momento non le cambierei con altro.

Ci ho messo del tempo ad accettarti ma sei entrata nel  mio cuore fin da subito. 

Ci sono stati alti e bassi ovviamente, come sarà successo a molti di noi, ma quando alla mattina entri nell’aula e i tuoi diciassette bambini ti corrono incontro, attaccandosi alle tue stesse gambe ti rendi conto di come il mondo con un semplice gesto possa cambiare da un’istante all’altro. Prende una forma così diversa che vieni travolta da un misto di emozioni tanto intense quanto difficili da descrivere.. E sei subito in Bolivia.
In questo meraviglioso paese ho avuto la grande fortuna di poter incontrare e conoscere molti Bambini che hanno davvero poco nella loro vita, alcuni addirittura senza una vera e propria casa, altri con gravi malattie e altri ancora con situazioni molto difficili in famiglia, ma nonostante questo sono in grado di trovare anche il tempo e il coraggio di dimostrarti che loro hanno tanto da volerti offrire. Che loro ci tengono a te.
Ti trasmettono una carica di affetto che mai penseresti di poterti meritare proprio da loro, eppure riescono a darti anche quello. Riescono a dimostrarti che nonostante tutto, adesso che ci sei, per loro conti molto. Più di quanto avresti mai potuto immaginare.

Racconterò di voi ogni volta che mi sarà possibile, della vostra forza d'animo e voglia di vivere, racconterò dei meravigliosi momenti passati insieme e cercherò di condividere la mia esperienza con il prossimo, sperando di riuscire a trasmettere alle persone quanto siete stati importanti per me in questo breve ma intenso viaggio e quanto ancora, continuerete ad esserlo nella vita di tutti i giorni.


Un grazie Diana e ai tuoi difficili sorrisi, molto rari ma così sinceri e veri, a Gael e ai tuoi imprevedibili sbalzi di umoreValentina, Jasmine e tutti gli altri bambini, siete riusciti a farmi capire che le cose importanti nella vita di tutti i giorni sono e possono essere altre, che basta poco per riuscire ad essere felici. Che si può trovare il lato positivo della vita anche nelle piccole cose soprattutto nei momenti più difficili.

Non avrei mai pensato di poterlo dire ma voi, con i vostri soli 3 e 4 anni, così fragili ma forti, così dolci e amorevoli sarete sempre un grande esempio per me e non potrò mai smettere di portarvi nel cuore.
Perciò voglio dedicarvi un immenso Grazie. Per tutto quello che siete riusciti a dimostrarmi in così poco tempo.





Grazie Bolivia, Marianna e Chiara.

Grazie ai miei compagni di viaggio perchè senza di voi quest'avventura non avrebbe preso la stessa forma e colore. Vporterò sicuramente sempre con me.

Grazie a Caritas per avermi permesso di compiere un’esperienza così ricca e unica, grazie tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare anche solo per qualche istante, perchè nel vostro piccolo mi avete aiutata a costruire un ricordo ancora più bello di questo paese.

Aurora.






Il Refettorio Ambrosiano - CDS2018, Italia

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Uno dei servizi che abbiamo vissuto durante l’esperienza è stato il Refettorio Ambrosiano.
In questo luogo, pensato e creato all’insegna della bellezza, persone che non possono permettersi un pasto vengono servite in piatti di ceramica, sedute a tavoli fatti in legno  progettati e  donati da artisti provenienti da tutto il mondo. 
Queste persone si siedono circondati da vere e proprie opere d’arte illuminate dalla luce naturale che filtra dalle vetrate. Vengono accolte e servite al tavolo con la pazienza e l’amore di cui sono capaci i 100 volontari impegnati in questo luogo magnifico. Ed è proprio questo il cardine del Refettorio: la cura e l’accoglienza, perché essere in difficoltà non è una giustificazione per togliere dignità alle persone.  
Il refettorio diventa così un posto dove poter mangiare dignitosamente, un ulteriore passo per riemergere dalla propria condizione di difficoltà.




Servire ai tavoli per noi è stata un’esperienza nuova, strana ed emozionante allo stesso tempo. Non facilissima, ci vuole memoria per ricordare che piatto portare a ciascun ospite siccome ognuno mangia secondo i propri tempi e in momenti diversi. Abbiamo notato come tutti gli ospiti diventino molto seri davanti al cibo, c’è molto silenzio infatti per la maggior parte del pasto. 
Ci vuole anche una buona dose di pazienza perché alcuni di loro talvolta diventano pretenziosi. 
Alla fine, però, vederli ridere e scherzare mentre mangiano, vederli sorridere mentre dicono un “grazie” sussurrato per il piatto che gli stai portando… non ha prezzo.  

#cds Milano 2018

giovedì 30 agosto 2018

Nairobi. Splendid memories arrise in my breath

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Every time i always wonder how may be i can overcome this but i lack any choise because all in all i can nevva make days go back again but in real manner bi miss you alot and will neva forget what byiu taught me atleast you gave me hope in my exams. i always admire days to go back again but all i always have in mind is that i want to come to italy as from tomorrow but all in all i love and miss you my friends. you helped me alot  thank you for your coming  and am always praying for you.for real my memmories arise everyday when i think about you friends.

JOHN MOSCQUERO TUNYA OMONDI.

Nairobi. The things i would like to happen in the next summer camp

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HI TO ALL AM COLLINS,


AM glad for the previous summer season and to all who perticipated in it.I was fantanstic cool such that all of us enjoyed it,even though it was a shot period of time but.....................Am still in agony and sorrow coz i just mis u guys so much.      NOW hear i go,i would like u guys to at least in among of the group to mix up.By this i mean,in the group make sure that there is a dancer (just as the previous one),a motivator,a counceller.and many others.actually the previous season was so cool and so i hope next summer camp will be extremely cool compared to the previous one.Thank u all very much and you are always feel at home whenever you think of caffaso.and please when you plan for the periods to stay in kenya ,please extend the days like at least a month.GRAZIE,CiAO.

  1. TO THE LAST SUMMER CAMP

Am very happy and glad that among all the places in the world,you choose caffaso infact, that was a previlage to us and we are so gratefull .its hurts when we imagine that we no longer have you people.(S,A,J,J,E,Si,C,F)I mis you so much.bye bye.


COLLINS#

mercoledì 29 agosto 2018

Il tuo mondo è come il mio - cds2018 Italia

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Per il cantiere Italia, a Milano, con la grave emarginazione abbiamo deciso di indossare delle maglie disegnate da noi. 
Ciascuna maglia riportava la scritta: ”Il tuo mondo è come il mio”; scrivere nero su bianco qualcosa che non sempre riusciamo a dire: a volte mancano le occasioni, a volte il coraggio.. lasciamo così che siano le scritte, i colori e i disegni a parlare per noi. Questo è stato il nostro motto per vivere al massimo un’esperienza che ci ha messo a contatto con persone senza fissa dimora. La frase voleva esprimere il nostro desiderio di sentirci vicine alle persone che abbiamo incontrato senza innalzare barriere di alcun genere insieme alla nostra voglia di vivere dei giorni di serenità e compagnia, con spontaneità e semplicità. 

Abbiamo imparato che non è necessario fare sempre qualcosa per entrare in relazione con l’altro. Si può giocare, guardare insieme la TV, parlare oppure stare in silenzio. Il nostro intento era quello di accogliere le persone dei centri in cui abbiamo vissuto il cantiere per farli sentire guardati non come persone in difficoltà, ma come persone, non piene di mancanze ma di punti di forza. 

La relazione autentica nasce quando vengono messi da parte i pregiudizi, le pretese, le aspettative. 

Quando ci si relazione con l’altro senza maschere ne filtri, e soprattutto quando l’altro viene considerato una persona alla pari. Dall’incontro tra due persone nasce sempre  uno scambio reciproco, un dare/ricevere spontaneo, forse anche inconsapevole, che alla fine rende entrambi più ricchi. 


Grazie ancora!

Elena