giovedì 26 novembre 2015

Partire con la valigia leggera.



Haiti: questo nome si è infilato prepotentemente nella mia testa ormai 8 mesi fa.
Interessata al servizio civile all’estero e al progetto di Caritas Ambrosiana, mi ero buttata nella lettura di Impronte di Pace  e dei vari contesti in cui i servizio civilisti si sarebbero inseriti: Kenia, Georgia,Libano,…HAITI.

I dubbi e la consegna della domanda, i colloqui, la selezione, la decisione definitiva e il giorno dell’uscita delle graduatorie. Era fatta: partivo.

Ma come sarà Haiti?Forse non è normale,forse è superficiale ma non mi sono creata molte aspettative sull’ambiente, il contesto, Kay Chal: sono partita con la “valigia” molto leggera.
Siamo qui solo da un mese e mezzo e non credo di conoscere il paese in cui mi trovo. Non posso scrivervi un saggio su cos’è questa isola e farvi una riflessione approfondita sulla storia e la politica del Paese; però  Haiti ora per me è diventata reale e quotidiana e quindi, quello che posso fare è provare a spiegarvi cos’è e com’è per me,ora,Haiti.

Haiti è strade, ghiaia e sassi bianchi in città che con la luce del sole mettono a dura prova la nostra retina. E’ terra rossa e fango al nord, è spiagge bianche e mare blu cobalto (alla fine siamo pur sempre ai Caraibi).








E’ mattoni, cemento, muri e filo spinato che circondano molte case. E’ tap tap coloratissimi con fiancate variopinte, ritratti di calciatori e candidati alle elezioni e scritte che regalano risposte esistenziali (due tra le tante: lavie se pas fasil e se comsa).E a proposito di candidati, Haiti è campagna elettorale e strade lastricate da volantini colorati dei candidati, è clima elettorale e post elettorale.
Haiti è blokis: traffico che letteralmente blocca tutta la circolazione e per fare un tragitto di venti minuti ce ne metti il triplo.
Haiti è caldo, sì, anche se ora siamo in “inverno” e la notte si dorme volentieri con il lenzuolino.
È il cloro per disinfettare piatti,stoviglie,tavoli, frutta, verdura,…
È banan pesè, riso e fagioli,pollo ma anche una specie di cassola che ricorda i sapori della Brianza.

Haiti è Kay Chal e ha acquisito piano piano anche la fisionomia di bambini e giovani.


Ora Haiti è anche A., bambina restavek che viene a scuola la mattina, sempre sorridente, si butta a turno nelle nostre braccia e per alcuni secondi resta stretta stretta a noi; è O., che ha spesso gran gou cioè tanta fame; è W. e D., due tra i tanti bambini che frequentano il doposcuola pomeridiano.
Haiti è anche il volto dei fratelli C., gentilissimi, sempre con un sorriso spiazzante e molto intelligenti: che opportunità per il futuro offre loro questo Paese?. È R. che prepara i fogli e i pastelli per il laboratorio del venerdì pomeriggio, è N. che da vero haitiano non parla quasi mai ma appena c’è della buona musica si lancia in balli sfrenati (ottimo arrampicatore di palme da cocco, ci ha permesso di gustare il latte di cocchi appena raccolti).
Haiti è…è…è…

Per fortuna sono partita con la “valigia” leggera.

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