giovedì 7 settembre 2017

CAPIRE CAINO - riflessioni sul Libano

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Mi è stato chiesto di condividere una riflessione finale sul cantiere in Libano. Molto di quello che vorrei dire è già stato scritto con parole migliore dai miei compagni , c’è però un pensiero ,tra i tanti, che vorrei condividere qui.


In Libano si impara cosa vuol dire “l’altro”. Altro è chi sta fuori dai nostri confini . Lo percepiamo filtrato da delle sovrastrutture che trovano radice non solo nell ignoranza e nel luogo comune , ma anche in mitologie createsi in tempi ormai offuscati dai secoli .L’ altro ci appare come una maschera del teatro antico , stereotipo di una determinata categoria umana , immutabile .L’altro è fondamentalmente distante, ciò che gli succede non riusciamo a sentirlo sulla nostra pelle . Ciò che gli facciamo non è criticabile con le stesse categorie morali che usiamo per i ‘’nostri’. L’ altro non viene considerato come umano in quanto tale , ma come nostra simmetrica antitesi .
 L’alba e il tramonto .

Risultati immagini per lebanese phalangeIn Libano i confini tra gruppi di altri sono ben evidenti , incisi sui muri dei quartieri appartenenti alle diverse comunità , come a marcare il territorio . Muri concettuali e fisici, dietro i quali si fece e si farà trincea nel momento dello scontro . Potrei raccontarvi tanto , della mitologia guerriera ed eroica . Di quando Bashir fu paragonato a Cristo , dopo esser deflagrato nella sua macchina , lasciando di sè solo un dito sanguinante , ma devo essere sintetico .

 E’ scontato dire che per abbattere i muri serve l’incontro. Ma perché questo non avviene? perché si continua a preferire lo scontro con il diverso. A volte mi viene da credere che la speranza sia per gli illusi. E’ dalle prime poesie scritte nella storia dell’uomo che si denigra la guerra , ma è dalle prime cronache che questa è presente. Empiricamente , siamo bestie; altrimenti non avremmo bisogno di santi. Questo è perché, forse,sofferenza genera sofferenza . Tra ‘’altri’’ si instaurano ruoli differenti . La vittima e il carnefice. Ed è come se chi soffrisse , chi è stato vittima , avesse voglia di diventare carnefice. Mi è stato detto che bisogna sempre andare alla radice del problema per trovare una colpa . Forse è vero , ma a me di questo discorso frega poco: il risultato , tanto , è sempre lo stesso.
Passano gli anni e il filo conduttore di sangue vede sempre alternarsi sofferenza e rabbia. Rabbia e sofferenza . Il vero sentimento della vittima è la rabbia. Schizofrenia , tensione , rabbia e voglia di rivalsa , di questo è fatto chi soffre.
Tutti questi sentimenti però , si riflettono sugli altri e a loro volta generano sofferenza. Ovvio no? gli altri. E’ proprio perché si riflettono sugli altri che non ce ne accorgiamo , che non ce ne curiamo .

Nel 1982 , Beirut era spaccata a metà : a est i cristiani a ovest i musulmani ; nel mezzo la puzza di carogne lasciate a marcire sotto il sole , i cecchini e miriadi di simboli e bandiere delle varie fazioni. L’alto comando israeliano decise quindi di bombardare la parte ovest . I palazzi crollavano schiacciando chi ci abitava . Non ci piace pensarlo , ma morivano tutti ,in maniera indistinta. Abbiate coraggio , fate lo sforzo di pensare chi puo morire quando una città viene bombardata. E in che modo muore ? come si muore sotto le macerie di una scuola ? Questo è quello che succede agli altri.

 Il giornalista Robert Fisk , nel suo storico ‘’il martirio di una nazione’’ , chiese al generale Avneri , allora a capo dell aviazione israeliana , com era possibile che il popolo israeliano , dopo aver sofferto tanto , avesse potuto fare ciò . Voglio condividere con voi la sua risposta.

‘’Le dirò una cosa sull olocausto.Sarebbe bello credere che le persone che hanno sofferto molto siano state purificate dalla sofferenza.Ma succede esattamente il contrario , diventano peggiori.Il dolore corrompe. C’è qualcosa nella sofferenza che genera una sorta di egoismo. Herzog (il presidente israeliano) ha tenuto un discorso nell ex campo di concentramento di Bergen-Belsen , ma ha parlato solo degli ebrei. Come ha potuto non menzionare gli altri -i molti altri- che avevano sofferto in quel luogo? Le persone ammalate , quando soffrono , riescono a parlare solo di sé stesse.E quando al tuo popolo è successa una cosa talmente mostruosa , hai la sensazione che nulla sia equiparabile a quella catastrofe. Hai una specie di diritto morale , il permesso di fare tutto quello che vuoi - perché niente è paragonabile a quello che ti è successo. ‘’

Dalle macerie e dalle sofferenze del Libano bombardato nacque il movimento di liberazione Hezbollah , che dopo mesi di guerriglia popolare riuscì a liberare il paese.

 Se vi capita di andare in Libano , non dimenticate di visitare il museo di Hezbollah. Sulla cime di una collina c’è il mausoleo ai martiri ; sul fondo , in una buca di cemento sporca e cupa , quel che resta di un carro armato israeliano. Prestate allora attenzione quando vi diranno :
 ‘’Li , in cima alla collina , noi ; qui , in fondo , nelle macerie , loro . La libertà e l’oppressione .
 L’alba e il tramonto’’.



Zeno

mercoledì 6 settembre 2017

Moldova 2017 - Videodiario

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Questo video è per tutti i ragazzi che hanno vissuto l'esperienza , per le giornate di nostalgia.
Ma è anche per i curiosi che vogliono avere un assaggio di cosa sono i Cantieri della Solidarietà .



Clara

Con il cuore sempre là

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È proprio così: il mio cuore è rimasto in Moldova. Ora che sono tornata a casa ogni singolo gesto e parola ricorda la Moldova. Una bellissima terra che mi ha colpito tanto. Un paese povero, arretrato ma che ha tanto da insegnare e raccontare ad ognuno di noi. I paesaggi infiniti, le distese di natura, un cielo di piccole casette avvolgeva sempre i nostri orizzonti: davano un senso di tranquillità e di infinito che a fine giornata serviva proprio. Nelle due settimane ho incrociato molti sguardi di bambini, di anziani, di lavoratori, di uomini di fede ortodossa che mi hanno aiutato a riflettere. Ma l'incontro che mi ha cambiata è stato quello con un piccolo bambino di Ratus: Kirill. Un bambino di 7 anni, con 4 sorelle: insomma, proprio un piccolo ometto. Non avrei mai immaginato che un'incontro così mi avrebbe cambiata e fatto provare forti emozioni.


Quanta spensieratezza vedevo nei suoi occhi, quanta ingenuità, e bontà. Kirill voleva sempre giocare, sorridere, scherzare, correre, arrampicarsi fino alle ultime ore della sera. Come è successo l'ultimo giorno di campo. La nostra tabara a Ratus era solo la mattina, dalle 9 alle 12. Il piccolo Kirill, sapendo che l'ultimo giorno non poteva essere presente, venne a salutarmi il giovedì sera. Quando lo vidi entrare dal portone, correndo verso di me, tutto sorridente il mio cuore si riempì di gioia, e le emozioni sono state fortissime ed ogni pensiero si è fermato. Abbiamo giocato tutta sera con un semplice pallone, lanciandolo sempre più velocemente senza farlo cadere. Un gioco così banale che lo riempì di gioia e ha divertivo anche me.

In quel momento volevo solo che il tempo si fermasse per stare sempre accanto a lui, e sorridere sempre così con lui. La sua energia, e i suoi abbracci mi facevamo dimenticare ogni stanchezza, e facevano dimenticare che i minuti insieme stavano per terminare. Ma bisognava salutarsi: mi saltò in braccio e continuò a sorridere e ringraziandomi in continuazione: proprio in quel momento capii che ero io che dovevo ringraziare lui, perché mi ha fatto riscoprire l'importanza dei piccoli gesti, mi ha fatto vedere attraverso i suoi occhi la vera felicità che sta proprio nei semplici gesti quotidiani.


Io la Moldova la rivedo proprio in lui: proprio negli occhi di Kirill, nella semplicità delle sue azioni; è riuscito ad insegnarmi tanto, ad emozionarmi, fino da sognarlo la scorsa notte. È stato il sogno più bello che io abbia fatto fin ora. Ho sognato di rivederlo nella mia città e ho rivissuto le stesse emozioni che ho provato quella calda sera di luglio in Moldova. È stato splendido: urlò il mio nome appena mi vide e ci abbracciammo forti. Io cominciai a piangere e quando mi sono svegliata ero ancora molto emozionata, come se lo avessi rivisto veramente. Ecco, Kirill attraverso questo sogno è stato come se mi avesse lanciato un messaggio, mi ha dato la carica e la forza di affrontare al meglio ogni giorno. Questo legame rimarrà per sempre anche a infinite distanze, ne sono convinta! GRAZIE KIRILL!
Infine, ma non meno importanti, in questa esperienza ho fatto degli incontri speciali e significativi che mi hanno aiutato a crescere ed abbattere le mie paure; queste persone si chiamano Jessica, Arianna, Giada, Sara, Benedetta, Clara, Giorgia, Giulia e Francesco, i miei compagni di avventura che hanno reso questo viaggio magnifico e indimenticabile.


GRAZIE MOLDOVA per avermi regalato tutto questo, forti emozioni, forti legami e nuovi spunti di riflessione.
In cambio, un pezzo del mio cuore è ancora là, nascosto tra i sorrisi dei piccoli bambini.


Emma B.


lunedì 4 settembre 2017

Il mio angolo di Libano

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"Quando torni a casa devi scrivere qualcosa per raccontare questo Cantiere": mi ripeto questa frase da quando sono partita.
Perché un'esperienza così deve essere raccontata, deve poter diventare una storia da cui trarre qualche insegnamento. Ma io non sono un'abile narratrice e questa volta non riesco a trovare le parole nemmeno per raccontare a voce qualcosa di più di qualche aneddoto divertente, figuriamoci per scrivere una storia. E per di più il Libano è un Paese impossibile da categorizzare o al quale affibbiare una definizione chiara, possibilmente breve e rassicurante, mi perderei immediatamente tra le contraddizioni che lo lacerano ma che in fondo lo costituiscono e nutrono: non posso nemmeno scegliere quindi di raccontarvi il Libano.

Beirut, Downtown: la moschea principale e la chiesa ad essa adiacente
Allora proverò a condividere qualche riflessione, qualcosa che ho imparato in questo Paese.
Durante il cantiere ho imparato a lasciar perdere la mia smania di "fare", per iniziare a "stare". Stare, semplicemente, perché stare permette di ascoltare meglio. Ascoltare storie raccontate un po' in arabo e un po' a gesti, ascoltare le risate spontanee dei bimbi ma anche i litigi furiosi tra le mamme, ascoltare il silenzio pesante di una donna che non ha nessuna intenzione di provare a partecipare all'attività che le stai proponendo. L'apatia fa un chiasso assordante.
E piano piano il mio ascoltare che poteva sembrarmi un po' arido e piatto ha iniziato a diventare "sentire": sentire il bisogno di affetto e di attenzione dei bambini, sentire la voglia di imparare carica di ansia delle adolescenti, sentire la stanchezza esasperata delle donne. Sentire, fin dentro le ossa. Stare, ascoltare, sentire, senza pretendere di capire niente. A volte semplicemente non c'è niente da capire. E ho iniziato a rendermi conto di quanto fosse indispensabile che la mia presenza fosse una presenza discreta. Spesso in queste settimane ho sentito il bisogno di restare in un angolo ad osservare, lasciando che i volti, i profumi, le storie che stavo incontrando fossero gli unici protagonisti della mia esperienza.


Non voglio che nessuno si ricordi di me, vorrei che si fossero già dimenticati il mio nome, il mio viso. Ho temuto e odiato l'idea, forse un po' presuntuosa, che la partenza di noi cantieristi potesse causare un qualunque ulteriore trauma, anche minimo, nelle persone con cui abbiamo trascorso il tempo del nostro servizio. Ho sempre cercato ansiosamente la discrezione, consapevole di avere ben poco da offrire, forse solo un sorriso e un po' di entusiasmo, e invece tantissimo da ricevere.

Porto a casa mille dubbi, troppe domande e forse solo questo di concreto: un po' di consapevolezza. Consapevolezza che l'odio e la violenza possono travolgere chiunque, con una forza d'impatto spaventosa. Consapevolezza che il mondo non si divide in buoni e cattivi, in bianchi e neri: è fatto delle più svariate tonalità di grigio. Consapevolezza che la storia la scrive chi vince, e i poveri perdono sempre. E consapevolezza che, di fronte all'amore stanco ma tenace di una madre che ha fatto dei propri figli la sua unica ragione di vita, mi sono sentita anche io accolta e protetta.

Claudia

La mia presenza in Libano

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Il Libano è un Paese che ti fagocita nella sua storia e nelle sue contraddizioni fin dal primo sguardo. E’ possibile accorgersene già in aereo, guardando fuori dal finestrino, quando si ha l’impressione di atterrare quasi nel cuore della sua caotica capitale, Beirut.

Conoscere il Libano significa quindi farsi sorprendere non solo dalla bellezza del territorio, dai volti delle persone e dal fascino di una cultura millenaria, ma anche dai contrasti sociali e dalle ingiustizie economiche, che si possono intuire anche dopo pochi giorni di permanenza nel Vieux Pays [1].

Per attraversare 200 km di autostrada lungo la costa libanese, occorrono circa 5 ore a causa del traffico, puntuale, che si incontra ai frequenti security check-point, dove è sempre necessario rallentare, alzare i propri occhiali da sole, guardare negli occhi la guardia armata di fucile d’assalto e attendere per una frazione di secondo il suo via libera.
Lungo la strada è facile notare grattacieli avveniristici, edifici abbandonati, pareti traforate da colpi di proiettile, antiche chiese, eleganti moschee, ville da sogno, campi formali per rifugiati palestinesi, fast food, persone ai lati della strada in attesa che qualcuno offra loro un lavoro per la giornata, spiagge bellissime, spiagge ricoperte di pattumiera, bandiere di Hezbollah issate lungo l’autostrada, innumerevoli pubblicità di prestigiosi college universitari e profonde vallate, qualche volta deturpate da case costruite senza rispetto per il prezioso paesaggio libanese.


Sono arrivato qui, forse per dare un volto alle notizie sui giornali e incontrare storie lontane dalla mia quotidianità. Ho così conosciuto due storie: la storia dei rifugiati siriani e iracheni, che fuggono dalla guerra, e la storia di donne migranti, che arrivano in Libano per lavorare come domestiche e si ritrovano però in un incubo di violenza domestica e sfruttamento.



Ho incontrato queste storie all’interno degli shelter, centri di accoglienza per persone in condizione di fragilità, creati e gestiti da Caritas Lebanon. Qui gli operatori di questa organizzazione, lavorano per dare supporto a queste persone nel corso della loro permanenza negli shelter, assieme anche al contributo di tre ragazze italiane, che in Libano svolgono il proprio servizio civile e che mi hanno guidato e accompagnato nel corso di questa entusiasmante esperienza.

Sono arrivato come volontario, senza sapere esattamente cosa queste persone si aspettassero da me e mi sono quindi messo a loro servizio con gli strumenti che avevo: la mia storia, il mio volto, il mio sorriso, la mia energia e, forse soprattutto, la mia presenza.

Ma quale presenza? In che modo avrei dovuto “esserci”? Che tipo di relazione avrei dovuto instaurare con i beneficiari dello shelter?
Con il passare dei giorni ho capito che volevo essere una presenza discreta: desideravo entrare nella loro vita con delicatezza con il solo obiettivo di far loro sapere che nel mondo esistono altre storie e altri volti pronti ad accoglierli.

Oggi mi auguro quindi non tanto che si ricordino di me, ma che resti solo il ricordo di un gioco, di uno sguardo, di un sorriso o di una carezza, nella speranza di aver lasciato un segno di presenza, interesse e amore, a persone che spesso hanno conosciuto solo indifferenza, dolore o persino violenza.

Sono entrato negli shelter per qualche ora o per qualche giorno e quando sono uscito mi sono accorto di un recinto attorno a queste strutture, fatto di mura più alte e più spesse di quello che sembravano all’inizio.
Penso di aver visto la prigione che separa, talvolta, le persone fragili dal resto del mondo.

Prima di andarmene, ho provato a guardare negli occhi le persone che ho incontrato, un’ultima volta, con sguardi veloci, con inquadrature sfuocate sui loro volti. Questo è stato il mio tentativo, per l’ultima volta, di accogliere le loro storie e la loro prigione.

Enrico



[1] Vecchio Paese, con questo nome gli emigrati libanesi rievocano la patria lontana.


Cantiere Libano 2017: L’INCONTRO

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Sono tanti gli incontri significativi che hanno arricchito il cantiere, ma forse l’incontro che mi ha colpito più di tutti è stato quello con “all black”, una donna siriana alta, bella, dal portamento elegante, soprannominata così da noi ragazzi perché vestiva sempre di nero. Una figura semplice, che nella sua essenzialità esprimeva grande dignità, fierezza e tenacia, nonostante tutte le sofferenze subite. Una presenza silenziosa e discreta, che da lontano seguiva i suoi figli con sguardo vigile ed affettuoso, pronta ad intervenire se qualcosa fosse andato storto.
Ho conosciuto “all black” tramite i suoi tre meravigliosi figli, che per qualche giorno sono stati i miei compagni di giochi.
Tra di noi non ci sono mai stati grandi discorsi anche perché la comunicazione non era sempre facile e il tempo a disposizione per intavolare un dialogo era poco. Così la parola ha presto lasciato spazio al linguaggio del cuore fatto di sguardi, gesti e sorrisi che creano intimità molto più delle parole….
Dai pochi discorsi fatti emergeva chiara la preoccupazione di una madre per l’educazione dei propri figli, specialmente per il maschietto che a tre anni non parla ancora. Dal suo tono di voce e dai suoi occhi si percepiva la gioia di essere ascoltata più con il cuore che con le orecchie, perché parlava troppo in fretta e non avevo il coraggio di frenare il suo racconto chiedendole di parlare più lentamente. Traspariva il sollievo di sentirsi presa per mano, anche se solo per pochi giorni. Trasparivano la serenità e la soddisfazione nel vedere i propri figli giocare felici ed essere stimolati con nuove attività.
Nonostante i pochi giorni passati insieme, le poche parole spese per conoscerci e nonostante non abbia fatto pressoché nulla di concreto per lei direttamente, giunto il momento di tornare a Beirut io l’ho salutata con i soliti due baci convenzionali sulle guance, mentre lei mi ha subito stretto a sé in un abbraccio, come se non volesse farmi andare via…come se cercasse di restare aggrappata a me per prendere tutta la forza necessaria per reagire alla solitudine, alla povertà, al dolore patito e tornare alla vita, ai suoi figli con rinnovato vigore ed entusiasmo.
Quell’abbraccio stretto, lungo e tenero, denso di parole rimaste ancora inespresse mi ha sorpreso, spiazzato e commosso al punto da non riuscire nemmeno a rispondere al suo augurio “Allah yukhallik!” (che Dio ti benedica)
In quel momento di profonda dolcezza, mi sono sentita figlia, accolta da una madre diversa dalla mia, di un altro paese e di un’altra cultura e grazie a quel gesto di tenerezza parte anche di quel mondo così lontano eppure così vicino al mio. E allora una domanda sorgeva spontanea: “Perché? Cos’ho fatto di così speciale per meritarmi tanto affetto e riconoscenza?”
Poi guardando i suoi occhi neri e profondi luccicare di speranza e di commozione mi sono tornate in mente le parole di padre Ibrahim: “Hanno bisogno che qualcuno gli ridoni la speranza, l’umanità, la dignità.” e in quel momento ho compreso che nella mia pochezza ero riuscita a farlo. Missione compiuta.



Marianna

Cantiere Libano 2017: LA SORPRESA…..LE SORPRESE

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Appena arrivata, Beirut mi ha accolto con il suo caldo soffocante, la cappa di smog, l’odore intenso di immondizia e i suoi palazzi grigi ed anonimi che portano i segni ancora ben visibili della guerra.
Al primo impatto sembrava una città ancora assopita e avvolta nel torpore del dopoguerra, senza molto da offrire….invece sotto quella facciata si nascondeva una città ricca di luoghi interessanti, carichi di storia, di simboli, piena di vita e di cose inaspettate pronte a svelarsi a chi sa cercare e a chi non perde mai la speranza di trovare ciò che cerca.
Come un delizioso ristorante armeno nella zona di Burj Hammoud, dove oltre che mangiare bene abbiamo avuto la fortuna e il piacere di conoscere i proprietari; due simpatici vecchietti che si animano inaspettatamente al ritmo delle danze popolari armene. 

 Il Libano fin da subito mi ha sorpreso per la sua capacità di assomigliare a tanti posti di nazioni diverse eppure non essere come nessuna di loro: alcune ville sontuose in mezzo ai boschi delle montagne del nord ricordano le case tedesche della Baviera o dell’Alsazia, un vicolo di Tiro con le case color pastello affiancate l’una all’altra potrebbe tranquillamente essere una via di Cuba o qualche villaggio di pescatori del Portogallo. 



Le spiagge dorate, le palme e le buganvillee dai colori sgargianti che cercano di stringere in un abbraccio i palazzi della città mi ricordano la Tunisia.
Certe volte invece, spostandosi per il paese, si ha la sensazione di viaggiare per l’Italia: le montagne brulle e pelate del nord con i boschi di querce e le rocce friabili dai colori cangianti sembrano le stesse di Lucoli, di Campo Felice…i luoghi delle mie origini abruzzesi e delle mie vacanze di bambina; altre montagne terrazzate con muretti a secco di roccia bianca coltivate ad ulivi e viti ricordano la campagna della Sicilia, così come il blu intenso del mare che contrasta con il color ocra e ruggine delle rocce da dove spuntano le agavi.
I boschi di pini marittimi ricordano il litorale della Toscana, le montagne verdi ricoperte di conifere, con valli e gole più profonde assomigliano incredibilmente alle montagne della Valchiavenna, mentre le rocce bianche di Raushe che emergono imponenti dal mare azzurro sembrano i faraglioni di Capri.



Ma oltre ai paesaggi ci sono state molte altre cose che mi hanno colpito:
1.      la presenza di numerose piantagioni di banani e avocado come se ci si trovasse in un paese del Sud America.
2.      le statue giganti della Madonna sui cocuzzoli delle montagne che ricordano la Madonna d’Europa che troneggia sopra a Motta.
3.      sentir suonare gioiosamente le campane della messa domenicale in zone a maggioranza islamica
4.      vedere un soldato dell’esercito che si improvvisa vigile del traffico sventolando la bandiera libanese al posto della consueta paletta…
5.      vedere le bandiere di Hezbollah lungo tutto il tratto di autostrada che porta verso il sud del paese, come fossero dei normali cartelloni pubblicitari o quasi come se si attraversasse la frontiera con un altro paese….
6.      vedere che le strade, tranne che a Beirut, spesso non hanno un nome ma sono numerate…
7.      scoprire che per qualche motivo inspiegabile della fisica le feci scorrono tranquillamente giù per il tubo ma la carta igienica no, anzi lo intasa e quindi va buttata nel cestino….
8.      vedere automobilisti che nel bel mezzo della rotonda si fermano per dare la precedenza a chi viene da destra….
9.      il gelato con la gomma arabica….
Un’amara sorpresa poi è stato visitare la down town di Beirut e trovare un centro bellissimo e attentamente ricostruito, ma vuoto e in parte snaturato, dove l’antico suq è stato trasformato in un city mall di lusso a cielo aperto….come se si trattasse di Via Monte Napoleone….quasi come se il Libano volesse scrollarsi di dosso l’etichetta di “paese arabo”, i segni del suo passato e delle sue radici storico-culturali per darsi una patina di modernità, per convincere gli altri che “va tutto bene” nonostante tutto e illudersi di essere ancora la “Svizzera del Medio Oriente”.

Forse il fascino del Libano sta proprio nella sua schizofrenia: si è orgogliosi di essere libanesi, ma allo stesso tempo si cerca di assomigliare a qualcun altro, di apparire ciò che non si è, oscillando avanti e indietro a ritmo di dabke alla ricerca di un equilibrio tra passato e presente, tra storia e modernità.






Marianna


sabato 2 settembre 2017

Georgia: L'incontro con un gruppetto un pò così

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L’incontro con l’altro può essere semplice, difficile, faticoso, soddisfacente, prezioso e a volte perfino fastidioso. Per me l’incontro con l’altro in Georgia è stato un po' di tutto questo e l’ho vissuto in particolare con un gruppetto di ragazzi. Questi erano un po' spavaldi, si sentivano padroni di se e credevano di poter fare ciò che volevano. In effetti durante il campo è stato proprio così…hanno raramente partecipato alle attività e difficilmente si riusciva ad interagirci in modo costruttivo.

Nonostante tutto ciò, un modo per stare con loro alla fine si è trovato, il calcio. Intense lunghe estenuanti partite di calcio sotto un sole cocente e immersi in una umidità olimpionica (difficile). La mattina non avrebbero giocato 10 minuti sotto al sole ma il pomeriggio a calcio, nessun problema! Il calcio è sempre il calcio!

Fin dai primi giorni in cui li abbiamo conosciuti la comunicazione con alcuni di loro è stata difficile, non tanto per la lingua, quanto perché l’uso della parola era spesso accompagnato dal contatto fisico a volte un po' forte (fastidioso). Anche in questo caso però un modo di comunicare con loro alla fine si è trovato, semplici gesti come un “batti un cinque” o un “okay” e qualche sorriso sono stati sufficienti per mostrargli che esistono anche altri modi di relazionarsi.

Siamo quindi riusciti a far fronte tanto alla spavalderia quanto al voler fare ciò che volevano, ridimensionando un po' il loro modo di stare con noi (soddisfacente). Per quanto riguarda il sentirsi padroni di se non c’è stato un modo di stare, bensì di non-stare. Quando a fine campo era giunto il momento di salutarsi, quel gruppetto che fin dall’inizio era sembrato essere il più indifferente verso il volontario, è rimasto fino agli ultimi saluti, qualcuno trattenendo qualche lacrima, qualcun altro protraendosi in lunghissimi abbracci. Chi se lo aspettava?

Da quel momento ho iniziato a pensare che l’incontro con l’altro lascia, più o meno consapevolmente, sempre qualcosa di se e porta a casa qualcosa dell’altro, come uno scambio (prezioso). Nel mio caso porterò con me qualcosa che già in parte avevo ma che è sempre difficile tenere a mente, la consapevolezza che dell’altro non so nulla. Alcuni dei ragazzi hanno situazioni familiari e di vita che ben possono spiegare certi loro comportamenti. Mentre il momento del saluto mi fa pensare che anche alcuni di loro porteranno a casa qualcosa, magari qualcosa che non hanno mai avuto.
Madloba bavshvebi!

Nella foto Dato, uno dei ragazzi...un pò così

venerdì 1 settembre 2017

Haiti: Dov'è casa mia?

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“Scusi, per casa mia?”
Sono seriamente afflitto da una grave patologia, riconosciuta soltanto dopo aver interpellato diversi specialisti.
La conferma medica  mi è stata recapitata in seguito al ritorno dal cantiere della solidarietà, realizzato in maniera itinerante, come il più pazzo e stravagante dei circhi gitani, per tutto il Nord di Haiti.
La malattia da cui sono stato colpito si chiama “Dov’è casa mia?”, in latino, sulle migliori guide mediche, la nomenclatura corretta è “ ubi est domus mea?”( un grazie speciale all’ aiuto da casa, il fratello della mia collega Silvia). Dicono che una grande percentuale delle vittime, attorno al 70%, siano servizio civilisti internazionali.
Tornando dal cantiere, mi sono subito emozionato, un po’ sorpreso e spaventato, nell’accorgermi che rientrando nella caotica, polverosa e pazza Port au Prince, mi sentivo a casa, come di ritorno da una lunga vacanza in paesi lontani, esotici e tropicali.
Entrare a casa mia è stato come quando dopo una bella vacanza arrivo nella mia piccola Trento, nel mio appartamento, un po’ triste e un po’ contento.
Dov’è casa mia?
Già, perché tra poche settimane ritornerò a casa mia. Dov’è? Credo a Trento, o credo a Port au Prince. Difficile dirlo.
Sicuramente, come mio solito, proverò a chiedere alla gente. Qualcuno riuscirà a darmi un’informazione corretta no? Oppure, haitianamente, mi verrà risposto con un bel “Pa Konen”( non lo so)?
E’ curioso, affascinante, come in un anno, una persona riesca a costruire dei legami così intensi e forti, vuoi per il tipo di esperienze condivise, vuoi perché alla fine le persone sono spinte a volersi bene, aiutarsi, accogliersi a vicenda. Con tante difficoltà, certo, perché altrimenti che gusto ci sarebbe se fosse tutto facile? In un anno mi sono stupito mille volte, sono stato preso alla sprovvista, non ho capito e ho capito tante cose, sono stato felicissimo e triste allo stesso tempo.
E’ curioso, affascinante, come ora penso ai miei amici in italia, ma anche ai miei amici ad haiti, haitiani.
Come penso alla mia routine italiana, ma anche alla mia routine haitiana.
Come penso con nostalgia a qualche cibo italiano, ma come sia abituato alla cucina creola.
Come penso alle partite di basket al campetto di Trento, ma anche a quello di Lilavois, qui ad Haiti.
Insomma, è fantastica, in fin dei conti, questa malattia. Nel cuore credo di sapere dove si trovi casa mia, ma mi piace tanto pensare che semplicemente, dopo quest’anno, casa mia non importa dove sia: è in questo bizzarro mondo, nero, bianco, giallo, colorato. E i miei vicini di casa parlano varie lingue diverse e si chiamano Shelove, Stanley, Falou, Silvia, Cecilia, Bryan, Clemance … Semplicemente abitanti del condominio Terrra.
Perché alla fine, in questo post che non voleva essere un “tirare le fila”, ma forse un po’ lo eh, non lo so, semplicemente mi accorgo di come in quest’anno abbia interiorizzato il principio del COME: è COME scelgo di vivere che fa la differenza, più del dove io sia nato o stia lavorando, più delle opportunità che ho.
E qui a Kay Chal e Haiti, ho conosciuto tanta gente,  haitiana, italiana e un po’ da ogni dove, che ha scelto un COME vivere che mi piace molto: condivisione, accoglienza e confronto col diverso, kè kontan (felicità, in creolo).
Ora, credo accantonerò il referto medico, godendomi appieno la mia malattia.
Fede

Haiti, strade di auto scarburate e mare forza 9

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Haiti è un viaggio in Canter sulle strade di roccia di Mare Rouge. Ti scuote fino all'inverosimile, ti fa sobbalzare, urlare e rotolare. Perdere l'equilibrio è all'ordine del giorno. Il trucco è assecondare la strada e stare stretto stretto ai tuoi compagni di viaggio, magari cantando come se non ci fosse un domani un pezzo di Black Boy. 


Haiti è un viaggio in barca nel mare forza 9 (più o meno) della Tortuga. Certe bellezze più uniche che rare, sono custodite dietro mari burrascosi. Non sempre è stato facile entrare in relazione con gli Haitiani, ma una volta sintonizzati la scoperta è stata ancora più piacevole. Qualcuno diceva che i duri hanno due cuori. 


Haiti è un viaggio in bus di notte da Jan Rabèl a Port au Prince. Tanta umanità tutta insieme, vicina vicina. Poco spazio per muoversi e un caldo atroce. Adrenalina e stupore. Però in questo viaggio abbiamo imparato ad affidare la testa al vicino di posto per poter riposare un po', abbiamo imparato ad accogliere la testa del vicino di posto per farlo riposare un po'. A divertirci come matte (o quasi) per aver fatto una doccia di pipì venuta dal cielo, o meglio dal tetto; ancora abbiamo il dubbio su chi fosse il proprietario: gatto, capra o uomo? Abbiamo imparato dai ragazzi di Kay Chal a non lamentarci, ma a cantare. A goderci un'alba stupenda nel bel mezzo del nulla con il bus in panne da 2 ore. A non avere fretta, perché come insegna Padre Elder, in quei luoghi dove il sole splende tutto l'anno la natura offre tutto, non c'è bisogno di orologio  di troppa organizzazione.


Haiti è un viaggio in mototaxi alle 7.30 di mattino per Lavatyè. Una boccata di aria fresca e un bagno di entusiasmo con i bambini che appena ci vedono ingaggiano gare di corsa a piedi nudi vs la moto. Cento bambini che arrivano da non si sa dove, tra le palme e i banani, e che non vedono l'ora di ballare tutti insieme e di tirare due calci ad un pallone. La felicità dell'incontrarsi, semplicemente dello stare insieme. 



Haiti è un viaggio a piedi nudi. L'anima viaggia a piedi, ha i suoi tempi arriva con calma dopo un po' di tappe, ma poi non riesce a tornare indietro. Rimane agganciata agli sguardi, agli abbracci, ai sorrisi e alle mani.