sabato 25 novembre 2017

Tre storie di (stra)ordinaria follia

Nessun commento:

Il diritto alla salute, questo sconosciuto


Milano, giorno di settembre 2017. “Buongiorno, vorrei prenotare una visita oculistica” “Va bene l’8 novembre alle 10.30?” “eh no, guardi, partirò i primi di novembre per andare un anno all’estero, non c’è un’altra data?” “Signora, 8 novembre 2018”. Ah.
E qui sono partiti gli insulti al Servizio sanitario nazionale italiano.

Cochabamba, 17 novembre 2017. Passo davanti all’Hospital Viedma, zona centrale della città. Davanti all’ingresso del pronto soccorso c’è una distesa di persone sedute, in piedi, sdraiate, accasciate, che aspettano. Uomini, donne, anziani e bambini. Qualcuno è steso su un telo super colorato come se ne vedono tanti in giro, altri mangiano qualcosa mentre aspettano, qualcuno piange. Ambulanze? Ne vedo due e pure scalcagnate. Mi si stringe lo stomaco…  io nel frattempo sto facendo il “farma-tour”, ovvero sto andando in differenti farmacie della città a chiedere quanto costano dei farmaci per un signore che ha chiesto aiuto alla Caritas. Ed è incredibile! Ogni farmacia propone prezzi diversissimi per gli stessi identici medicinali: si passa da quasi 800 boliviani (100€) a 400. In ogni caso, troppi. Il signore in questione non ce li ha. Forse si riuscirà ad attivare un aiuto per il mese di dicembre. Ma poi? Suo figlio ha una malattia psichiatrica, se non prende quei farmaci diventa violento. E dopo dicembre che si fa? Non c’è risposta.

Cochabamba, 16 novembre. Viene in Arzobispado (all’Arcivescovado) un giovane uomo, professione fotografo. Si è fratturato l’ulna e il radio, deve essere operato. Costo dell’operazione: 15.000 boliviani (circa 1800€). L’uomo piange. Quei soldi non ce li ha! Adesso che ha il braccio rotto non sta neanche lavorando… forse potrebbe tenerselo così, aspettare che guarisca solo con la fasciatura. Non si può. Il dottore ha detto che bisogna agire tempestivamente altrimenti il suo braccio non tornerà più come prima. Il giovane uomo ha sentito di un centro privato dove lo opererebbero con 2000 boliviani (250€), potrebbe andare lì? Non è sicuro! Esiste gente che lucra su questo sistema sanitario inesistente e si improvvisa medico pur di guadagnare dei soldi. Cercheremo di trovare una soluzione ma lei non vada lì, per favore. Hasta luego, ci rivedremo. Si ma intanto che ne sarà di lui e del suo braccio? Non c’è risposta.

Cochabamba, 14 novembre. Ruperta, dell’Abds (Associazione donatori di sangue boliviani) ci racconta di un signore che ha avuto bisogno di sei sacchette di sangue per operarsi. In cambio i familiari dovevano restituire il doppio delle sacche di sangue richieste (trovatevi dei donatori), e pagare 300-500 boliviani (40-60€) per ogni sacca. Il signore purtroppo è morto in sala operatoria. Niente sacche di sangue allora? Ehnno! Le ha comunque utilizzate, tutte e sei! Quindi? Quindi la famiglia non può seppellirlo se non ripaga il suo debito. Signori e signore, corpo in ostaggio: o 12 sacche di sangue e 2000 boliviani o il vostro caro defunto rimane qua. La famiglia ce l’ha fatta? Sì, l’Abds li ha aiutati a recuperare le sacche e il signore alla fine ha ricevuto la sua degna sepoltura. Caspita, ma almeno i donatori di sangue, qualora dovessero averne bisogno, hanno delle agevolazioni? Magari, che so, non pagano i 300 boliviani per sacca… Agevolazioni?  No di certo! Bravi loro che donano, ma qui c’è il 2X1 al contrario: prendi una sacca e ne devi riportare due, sempre. E la sacca conquistata comunque la devi pagare, sempre. Ah.

Quando torno in Italia richiamo per prenotare la visita oculistica, e quando me la danno, me la danno.


NB: secondo l'Ine (Instituto Nacional de Estadìstica), nel 2015, il 38,55% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, ovvero con meno di 3€ al giorno nelle aeree urbane e meno di 2€ al giorno in quelle rurali.

Il Kahawa West che non so descrivere

3 commenti:
Primissimo giorno di servizio effettivo a Cafasso House.
Sveglia alle sette e mezza, colazione preparata di Giacomo mentre io, con la solita calma frettolosa che solo chi mi conosce bene e ha vissuto qualche tempo con me può capire, cerco di prepararmi in tempo per l’uscita che ci eravamo prefissati. Nemmeno a dirlo, non ce la faccio. E così usciamo con qualche minuto di ritardo da casa, tutti trafelati, in spalla lo zainetto con acqua, cambio completo (non so ancora se i miei vestiti del mercato riusciranno a resistere al lavoro nei campi), scarpe di ricambio perché gli stivali da lavoro a noi sembrano costare troppo al supermercato qui vicino e ci stiamo rifiutando di comprarli fino a nuovo ordine. Il cellulare in un piccolo marsupio nascosto sotto ai vestiti per non dare tropo nell’occhio e le chiavi di casa al collo, ci avviamo di buon passo verso Kamiti, il quartiere carcerario.
Il cancello più vicino a noi dista da casa solo pochi minuti a piedi, ma poi da li dobbiamo camminare ancora una ventina di minuti all’interno della recinzione per raggiungere Cafasso, la comunità educativa per giovani ex detenuti dove lavoreremo quest’anno.
E’ strano il nostro quartiere: Kahawa West. Mi piacerebbe riuscire a descriverlo, ma come ci ha detto anche Maurizio, il nostro responsabile, è davvero difficile spiegarlo a chi non è mai stato in una periferia di città africana. E’ una via di mezzo tra la città ultra moderna e la baraccopoli. Ok. Ma questo dice tutto e non dice niente. Dice che nelle vie è spesso un brulicare di gente...ma solo dopo le nove di mattina. Prima la gente sembra avere altro da fare qui, e i bambini non girano ancora molto nelle vie. Dice del traffico caotico e sregolato, come Milano, come Roma, come Napoli...ma di più. Molto di più. Dice dello smog che si respira e della polvere che si mescola a questo e del fatto che entrambi ti entrano dentro ad ogni respiro tanto da non desiderare altro che natura incontaminata per un pò. Dice delle voci che si mescolano, delle case che si ammassano e dell’edilizia che tende a riepire i pochi terreni rimasti vuoti lungo le vie. Dice delle strade sterrate, ma non di quelle che una volta erano asfaltate e che ora sono un cumulo di macerie sopra alle quali si snoda indifferente il mercato. Non dice dei ragazzi che ti invitano coon insistenza a salire sull’autobus (una pecie di “buttatdentro” all’italiana...di quelli che da noi ci sono fuori dai ristoranti del centro di Milano. Ecco, uguali. Solo che invece che essere vestiti di tutto punto e cercar di convincerti a mangiare una pizza a colazione o degli spaghetti all’amatriciana e una cotoletta alla milanese a merenda sono vestiti come noi e cercano di convincerti a prendere autobus per raggiungere ogni angolo della città). Non dice nemmeno che il servizio di bus e taxi è privato, non pubblico, ma che è estremamente efficiente. A qualsiasi ora tu voglia prendere un bus è sufficiente che tu ti faccia trovare alla fermata giusta: un matatu ci sarà sicuramente. Orari? Non servono: si parte non appena i posti sono stati riempiti,e poi via a ruota il successivo, già fermo in coda alla stazione di partenza. Non dice di un’app che permette di chiamare taxi in tutta la città di Nairobi a qualsiasi ora del giorno, scegliendo anche la dimensione dell’auto, ed eventualmente valutando e selezionando come preferiti i tuoi conducenti di fiducia. Esiste persino un tasto per la sicurezza da premere in caso di pericolo.
Non dice nulla nemmeno di quella parte del quartiere nascosta dietro al mercato, fatta di vie strettissime e di baracchini che ne costellano i lati: parrucchieri e negozi di vestiti a non finire. A non finire mai. Non dice nulla nemmeno della quantità di persone addette alla sicurezza che piantonano armati ogni ingresso di ogni attività commerciale grande più di due metri per tre: che tu vada al supermercato, alla banca, in un bar, in un qualsiasi posto in cui girino dei soldi, lì ci saranno delle guardie pronte a perquisirti e a garantire la tua sicurezza. Protezione e ansia allo stesso tempo.
Non dice nulla nemmeno della sporcizia che si trova lungo le vie, di tutta quella maledetta plastica che inquina e non si decompone e resta nell’ambiente per anni e anni rovinando paesaggi che altrimenti sarebbero bellissimi.
Non dice nulla soprattutto di quella sensazione di pace e di tranquillità che si prova non appena si varca il cancello del quartiere carcerario di Kamiti. Quella pace che stride così tanto con il significato del suolo che si sta calpestando, ma che inspiegabilemente ha sapore di libertà.
Libertà dal caos cittadino, dalla frenesia di ogni giorno, da quella fretta di fare tutto e subito prima che il tempo scappi.
Ecco, mettere piede a Kamiti significa immediatamente rallentare, respirare a pieni polmoni, sospirare.
Una guardia all’ingresso saluta svogliata ma incuriosita, il traffico sparisce, i rumori della città si fanno lontani, le case si diradano e davanti a te compare un paesaggio naturale insolitamente bucolico, di quelli che propro non ti aspetteresti li. Campi coltivati, piccole colline di terreno attraversate da sentieri in terra battuta che si snodano fitti tra le carceri e le case dei lavoratori, accogliendo guardie, detenuti in divisa che lavorano sotto sorveglianza, bambini che giocano a costruire argini robusti alle pozzanghere di fango, galline che dopo aver trovato qualcosa da mangiare tra i cumuli di spazzatura poi ritroveranno la strada di casa...e noi. Due giovani ragazzi bianchi che inspiegabilmente si trovano li.


Alice V

domenica 19 novembre 2017

Kenya: Suor Rachel, Kibe e la banconota stropicciata

Nessun commento:



Mentre Kibe parla, il gruppo non fa che seguire il suo inglese fluente ma ottimamente scandito. Sono rari i cali di attenzione, nonostante la freschezza dell’aria e del paesaggio sullo sfondo quasi magnetizzino l’ambiente: il mais, germogliato da qualche settimana, si affaccia al mondo in ordinate file parallele equidistanti; un albero dal tronco molto storto ci protegge dal sole, facendosi carico di uccelli rumorosi; in mezzo al cerchio è pieno di legnetti, fili d’erba ormai secca, filamenti di spago, che di tanto in tanto qualcuno prende in mano per giocarci; dal campo da calcio provengono le grida eccitate di bambini che si rincorrono per qualche loro gioco.

Nonostante questa bellezza, dicevo, Kibe riesce a mantenere su di sé un’attenzione quasi ipnotica. Forse il luogo dell’incontro non è stato nemmeno scelto a caso, la sua figura di anziano prorompe quasi poeticamente sotto l’ombra dell’albero. Ma trasaliamo tutti quando dalla tasca, con la mano, estrae una banconota ben stirata da 200 scellini. Non sembra avere senso, ecco. Tutto il bello che sino a questo momento si è creato cozza incredibilmente con l’immagine di lui che esibisce sorridente quella banconota.

Suor Rachel parlava davanti alla comunità della parrocchia, riunita nella chiesa che vedete alle vostre spalle. Come me, quel giorno, prese in mano una banconota come questa. Avevano tutti la stessa faccia che avete adesso voi guardandomi. Rivolgendosi a loro disse: «Qualcuno di voi vorrebbe questa banconota?» e allora tutto il pubblico esplose in un mormorio di approvazione. «Bene», disse, e detto questo mostrò di nuovo la banconota alla platea, e stringendola forte nel pugno iniziò a sfregarsi freneticamente le dita, stropicciandola in modo deciso, riducendola a quella che poteva sembrare una pallina di carta.”

Kibe racconta l’aneddoto in modo così vivo da confonderci, da farci immaginare di essere seduti anche noi lì su quelle panche in quella chiesa, a mormorare insieme a tutti in risposta alle provocazioni di Suor Rachel. La sua risata squillante a tratti ci fa trasalire. Accompagna i gesti alle parole: in mano ora stringe la stessa banconota di prima, ridotta ad essere un piccolo pezzo di carta straccia.

Al che continuò: «Qualcuno di voi vorrebbe questa banconota?». A questa domanda, tutti continuarono in coro a ribadire che sì, tutti avrebbero comunque voluto quella banconota. «Bene», disse ancora, e detto questo mostrò di nuovo la banconota al pubblico, e questa volta la gettò a terra. Con la scarpa, poi, iniziò a calpestarla più e più volte, con i presenti divisi tra risate sommesse e brontolii di disapprovazione. Poi si chinò, raccolse quello che rimaneva della banconota e lo mostrò al pubblico: ormai stropicciata, sporca e con piccoli tagli, pareva essere un pezzo qualsiasi di carta straccia. Poi ripeté con la stessa voce calma di prima: «Qualcuno di voi vorrebbe ancora questa banconota?».”

Iniziamo tutti a guardarci intorno, a cercare di spiare le reazioni degli altri. Sappiamo tutti dove sta andando a parare. Ci stiamo commuovendo tutti. Distolgo lo sguardo dal volto di Kibe, e inizio a fissare le foglie della pianta di mais mentre vibrano sferzate da un vento leggero ma tenace. Ma continuo ad ascoltare, non mi perdo una parola. Kibe sembra accorgersene, il suo sorriso si allarga, e continua il racconto con più forza di prima.

Il brusio si fece sempre più forte, ma alla domanda di Suor Rachel la risposta fu ad ogni modo affermativa: chiunque in quella stanza avrebbe comunque voluto quella banconota. «Se persino un pezzo di carta come questo mantiene il suo valore in condizioni come queste», incalzò lei, «come possiamo non considerare il valore di questi ragazzi? Non importa quale sia stata la storia di una persona, quali siano le crisi che ha affrontato, quante volte sia caduta, quanti problemi abbia alle spalle: ognuno di questi ragazzi ha un valore inestimabile che non possiamo non considerare.»”

Torno a guardare Kibe. L’incontro finirà molti minuti dopo.

Partirò da me stesso, forse perché è più facile o forse perché effettivamente mi sembra il modo più utile per iniziare una riflessione in tal senso. Qual è il mio valore? Sono cresciuto in mezzo a persone che per mia fortuna hanno sempre cercato di spronarmi e, appunto, valorizzarmi. Mai come oggi, mai come stasera, riesco ad essere grato a tutte queste persone. Mi vengono in mente mille esempi, mille aneddoti, mille volti, e soprattutto mille motivi per non citarne neanche uno in questo scritto. Ma sappiate che vi sono davvero riconoscente.

Pensando ai ragazzi, invece, mi viene il magone. Non compassione, pietà, pena: proprio il magone, quello che ti stringe la gola con un nodo stretto. Il primo obiettivo, il primo sforzo, vorrei fosse verso qualcosa che riesca a far sì che i ragazzi si percepiscano come portatori di valore. Che riescano loro, per primi, a realizzare di non essere carta straccia. Siamo somma di esperienze, che aggiungono valore a quello che siamo; che possono ferirci, ma che non possono mai annullarci. Il primo passo verso il reinserimento nella società civile, nella battaglia contro la stigmatizzazione, nella lotta contro l’occhio torvo del pregiudizio, è quello che bisogna fare verso sé stessi.

Credo con forza nelle potenzialità del progetto in cui svolgo il mio servizio. Una grande lezione che mi voglio portare a casa l’ho imparata già oggi, a soli 4 giorni dalla partenza: vorrei saper guardare ogni persona negli occhi e riscoprirla nel suo valore inestimabile.

a presto,

Giacomo Centonze

giovedì 16 novembre 2017

Kenya: riscoprirsi fragili e felici

Nessun commento:
Foto scattata dopo il primo incontro conoscitivo coi ragazzi della Cafasso House.

Diciamo che ancora non ho capito se son già arrivato o se ancora sto arrivando. Non credo il mio cervello sia in grado di elaborare efficacemente tutte queste informazioni, avrò bisogno di tempo per organizzare mentalmente tutti questi stimoli. Diciamo anche che mi sento indiscutibilmente felice. Ma penso che la felicità sia un po’ come la rabbia: raramente capisci subito cosa la stia provocando. Quindi prendo tempo anche per questo, godendomi la sensazione ed aspettando periodi più quieti per tirare qualche somma. Il progetto e gli impegni mi tengono completamente impegnato, corpo e mente, dalla sveglia sino a quando arrivo a sdraiarmi stanco sul letto. E stanco davvero: non dormivo così da anni. 

Ma prima di chiudere gli occhi, il pensiero va sempre inevitabilmente a Legnano. Non so se in futuro questa cosa cambierà, non so nemmeno se voglio che cambi, per ora è un dato di fatto e in quanto tale occorre conviverci assieme. Oggi abbiamo visitato per la prima volta la casa dove io e Alice vivremo per un anno. Kahawa West mi piace, è decisamente più tranquilla di Nairobi, e siamo alloggiati a circa 25 minuti a piedi dal posto in cui lavoreremo. Sul muro della sala da pranzo campeggiava una frase, che poi ho scoperto essere di John Steinbeck: “Le persone non fanno viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”. Sì, lì per lì mi ha colpito molto, anche tornando a Nairobi ho continuato a pensarci. Ma qui sul letto, mentre rifletto e scrivo, mi accorgo che sono proprio le persone a fare le persone. 

Quello che mi manca, mancherà, o smetterà di mancare di Legnano sono veramente tante persone. E più ci penso e più mi spavento. Il Giacomo che è partito 2 giorni fa non tornerà mai indietro così come è partito, questo lo sappiamo tutti e la ritengo una cosa soltanto positiva. Realizzo soltanto da così lontano il mio essere somma di esperienze. E quando mi accorgo di essere lontano da tutte quelle persone che mi hanno reso, nel bene o nel male, quello che sono, accuso momenti di fragilità. Una fragilità che però stimola, rendendomi proattivo e ricettivo. Una fragilità di cui non ci si può vergognare. Una fragilità che riesce a renderti felice. L’ho detto: non dormivo così da anni. Ma nemmeno mi ci svegliavo.

a presto,

Giacomo Centonze

domenica 29 ottobre 2017

“E se fosse tutta residenziale?”

Nessun commento:

La formazione di Caritas Ambrosiana tra attività e divertimento (parecchio)


Rho, Casa Betel, ottobre 2017. Alla fine della prima giornata di formazione residenziale prevista da Caritas Ambrosiana, i nostri OLP ci lasciano e noi iniziamo ad organizzarci per preparare la cena. Durante il giorno, abbiamo svolto attività per conoscerci, iniziare a fare gruppo e ragionare su cosa significa l’incontro con l’altro – che può risultare alquanto bizzarro, soprattutto quando l’altro si saluta con un bacio sulla spalla e grida come un matto se non fai lo stesso, se gesticoli o se gli parli senza toccarlo (con il gioco I derdiani, abbiamo simulato infatti l’incontro con una cultura portatrice di comportamenti sociali abbastanza curiosi). Anche se siamo in quattordici, riusciamo incredibilmente a coordinarci senza problemi e, soprattutto, a metterci d’accordo su cosa comprare da mangiare. Quando le ragazze tornano con la spesa, la cucina sembra trasformarsi in un formicaio pieno di operose formiche: chi pela patate, chi taglia carote e zucchine, chi prepara il soffritto, chi lava pentole e coltelli. Il risultato è un gran pentolone di minestrone che viene messo a cuocere su un fornello un po’ fiacco. Mentre aspettiamo – all'inizio apparentemente in vano – che l’acqua inizi a bollire, apriamo qualche bottiglia di vino e cominciamo a lavorare sul “compito” che ci è stato dato per la mattina seguente: creare una scultura, con i materiali presenti in casa, che rappresenti la nostra “cultura”. Così, c’è chi inizia a tagliare ed incollare, chi a disegnare e colorare, chi in pochi abili mosse crea la propria opera d’arte e si dedica al vino, chi incomincia tardi e resterà a lavorare con dedizione fino a notte inoltrata. I risultati del nostro lavoro sono sorprendenti, ed anche il minestrone non è poi così male, forse abbiamo solo esagerato un poco con la quantità (i resti ci accompagneranno durante tutti i giorni seguenti). 

La mattina dopo presentiamo le nostre s-culture, ragioniamo sull'idea stessa di cultura ed i suoi limiti, e tra una spiegazione e l’altra c’è anche chi si emoziona. Poi, prima di pranzo, ci viene assegnato un altro incarico. Poiché ognuno di noi ha portato un ingrediente a lui caro, che fosse rappresentativo della sua personale cultura o della sua storia, ci viene dato il compito di preparare un pranzo che contenga tutto quello che è stato portato. Gli ingredienti comprendono: mele, pere, farina e lievito, lenticchie, patate, riso, zucca, sale, parmigiano reggiano, basilico, pomodorini, vino, riso soffiato al cioccolato, cacao. Dopo una breve consultazione, decidiamo quale sarebbe stato il menu e ci mettiamo all’opera. Come la sera prima, la collaborazione viene del tutto naturale e noi stessi ci sorprendiamo di come tutto funzioni organicamente. La cucina ridiventa formicaio e, senza regole o ruoli stabiliti, senza che nessuno si imponga, ognuno trova la sua occupazione. C’è chi prepara un piatto e chi l’altro, chi si dedica ai primi, chi ai secondi e chi ai dolci, c’è chi apparecchia, chi scrive il menu con arte ed eleganza, chi prepara i sotto-bottiglie facendo origami. Il risultato, ancora una volta, è sorprendente. Il menu “Impronte golose 2017” include: antipasto di gocce di parmigiano, focaccia con i pomodorini, bruschette e vino; risotto alle lenticchie come primo e patate e zucca al forno come secondo; torta di mele come dolce, insieme a deliziose fettine di pere ricoperte di cioccolato e riso soffiato. Sedersi a tavola dopo tanto ed accurato lavoro è proprio un piacere, ed anche gli OLP sembrano parecchio soddisfatti.









Con le pance piene riprendiamo le attività del pomeriggio, che prevedono la visione di un film, il vento fa il suo giro, ulteriore modo per riflettere sulle dinamiche di incontro con l'altro. Il film è controverso ed intrigante, tant'è che, interrotto a metà per limiti di tempo, decidiamo di guardarne la fine dopo la cena, preceduta da un abbondante aperitivo. Durante il film facciamo scommesse sul finale, ipotizziamo il peggio, scherziamo sui personaggi, ma la fine ci lascia talmente scossi ed amareggiati che dopo i titoli di coda inizia una lunga discussione sul film, su quello che ci ha trasmesso, sui suoi significati. Poi la discussione passa a temi più leggeri, e con le persone che resistono fino a notte inoltrata passiamo a revocare i momenti della selezione di gruppo a cui avevamo dovuto partecipare per essere lì in quel momento, ricordiamo le figuracce fatte, scherziamo sui nostri comportamenti e su quelli delle altre persone che avevano partecipato.

L’ultimo giorno è dedicato alle dinamiche del lavoro in gruppo, lavoriamo a coppie su un foglio, sperimentando con un gioco dinamiche di collaborazione e conflitto. Quando ai due membri della coppia è dato come compito quello di disegnare due cose completamente diverse, ma sullo stesso foglio e con una sola penna, alcune cercano di comunicare senza l’uso della parola, altre riescono a collaborare disegnando una casa-elefante, c'è chi cerca di imporre a tutti i costi il suo disegno calcando la mano, chi passa un po’ troppo tempo a cercar di comunicare e quasi si dimentica del disegno. Lavorare in gruppo non è certo facile, e questo esercizio ci permette di riflettere sulle problematiche, le sfide e le strategie del lavoro in equipe. 

Quanto a noi, fino a qualche giorno prima perfetti sconosciuti e sconosciute, è chiaro che in pochi giorni un po’ gruppo lo siamo già diventati (e che gruppo!), malgrado le partenze imminenti verso paesi completamente differenti e lontani migliaia di chilometri tra loro. Quando ci chiudiamo alle spalle la porta di Casa Betel, siamo tutti e tutte entusiaste dei tre giorni appena passati, tanto da rimpiangere il fatto che essi siano già finiti. Qualcuno addirittura sospira, "Ah se la formazione fosse tutta residenziale!"


Caritas Ambrosiana: una chiamata (in)aspettata

Nessun commento:
Casa delle Culture di Scicli, estate 2017. È mattina e sono appena entrato al centro, una casa che ospita ragazze migranti, perlopiù nigeriane. In cucina sto aiutando l’operatore di turno a preparare la colazione per le ragazze, chiacchiero con lui e con l’altra volontaria, ancora un po’ assonnati ci prepariamo un caffè. Sono i primi giorni di questa nuova esperienza, e come mi è capitato spesso nei due anni appena trascorsi mi devo ancora abituare ad un contesto tutto da scoprire:  è la prima volta in Sicilia, vivo con ragazze e ragazzi appena conosciuti, ancora mi muovo impacciato negli spazi del centro e non conosco bene le sue ospiti. Vivo comunque a pieno l’entusiasmo del nuovo, malgrado la timidezza e le incertezze iniziali. È una sensazione che ho provato spesso nei due anni precedenti a quest’ultima esperienza: il master in cui mi sono laureato, solo pochi giorni prima della partenza per la Sicilia, mi ha infatti permesso di saltare da una città all’altra del Mediterraneo, di cambiare continuamente contesto, università, lingua, squadra di basket, di vivere intensamente per qualche mese città affascinanti come Barcellona, Venezia, Meknes, Montpellier, Firenze. Ora che scrivo queste righe, mi rendo conto di come il tempo negli ultimi due anni sia vorticosamente accelerato, lasciandomi poco spazio per digerire tutto quello che è successo. Poi il cellulare squilla, un numero sconosciuto compare sullo schermo. Quando rispondo, lo stupore è totale: dalla Caritas Ambrosiana mi chiamano per chiedermi se sono ancora interessato al servizio civile in Libano, per cui avevo svolto i colloqui di selezione poco tempo prima. Il tono di Alberto, il nostro futuro Operatore Locale di Progetto (OLP, sigla che in Libano potrebbe essere alquanto ambigua), è amichevole e scherzoso, lontano dalla formalità che lo caratterizzava durante il colloquio. Quando riattacco, ci metto qualche secondo a realizzare l’importanza di quella chiamata così inaspettata, dell’impatto che avrà sul mio futuro immediato: il servizio civile in Libano, fino a quel momento possibilità remota, diventa certezza, l’ennesimo viaggio si concretizza all'orizzonte, investendomi della felicità euforica che contraddistingue l’idea della partenza. 

sabato 28 ottobre 2017

Domande e risposte

Nessun commento:
Henri Cartier-Bresson ha scattato questa foto nel 1961 in Grecia, sull'isola di Sifnos. È un’immagine a cui sono particolarmente affezionata perché spesso mi sono trovata ad immedesimarmi nella 
bambina della foto che, dopo aver affrontato di corsa una scalinata, sta per girare un angolo dietro al quale non sa cosa troverà. Eppure continua a correre. Nella mia mente ho sempre pensato che se dovessi dare un nome all'istante immortalato, lo chiamerei “curiosità”. E la curiosità è uno degli aspetti che sento far parte del mio essere in modo profondo e onnipresente. 

La curiosità è anche ciò che più di tutto spinge la mia testa a fare domande, a farmi delle domande, a sapere il cosa, il perché, il come di ciò che accade. E in questo preciso momento – ora che manca una settimana alla mia partenza per il Libano – sento che la mia mente è diventata quasi come un contenitore pieno fino all'orlo ma che vuole continuamente essere riempito, nonostante non ci sia più spazio: più domande ci verso dentro e più vorrei versarne.  

Baricco è sicuramente più bravo di me ad esprimere le sensazioni che sto provando. In “Castelli di rabbia” scrive infatti che nella vita accadono cose che sono come domande. Che passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.

Mi piace pensare che sia così. Mi piace pensare che le risposte alle infinite domande che ora ho sulla realtà in cui mi immergerò per un anno, prima o poi sazieranno la mia curiosità, senza il bisogno di cercarle ora con tanta fretta.  

Forse alcune risposte le ho già trovate ancor prima di partire. Mi sono resa conto che la sensazione di smarrimento che a volte ho provato era dettata semplicemente dal venir meno di quelle barriere invisibili che spesso non ci rendiamo nemmeno conto di avere ma che, in realtà, costruiscono il nostro modo di vivere la quotidianità e di relazionarci. Mi sono anche detta che spesso, però, le risposte non sono il punto di arrivo nella scoperta di se stessi.  
Ho realizzato, quindi, che uno dei desideri che ho per questo viaggio che deve cominciare, è che sia un tempo traboccante di domande che abbiano la capacità di condurmi verso una riscoperta, qualunque essa sia. 

Vorrei riscoprire il senso del rumore e della quiete. Quello della parola e quello del silenzio. Vorrei riscoprire la contraddizione. È lei che porta a metterti in discussione, ad analizzare e comprendere le scelte a cui a volte non si riesce a dare una direzione precisa; è ciò che ti porta a cambiare. Non posso dirlo con certezza ma, in questo momento, ho la sensazione che il Libano possa e voglia regalarmi tutto questo. 

Non pretendo che le strade, i palazzi, i colori e i volti di Beirut mi diano delle risposte a tutti i costi. Vorrei che riuscissero però a far crollare quelle barriere invisibili di cui parlavo e avere così la possibilità di immergermi completamente, senza vincoli, in una realtà nuova caratterizzata da relazioni e legami incontaminati. 

Perciò, dopo aver affrontato di corsa e un po’ a fatica la scalinata, mi trovo anche io a dover girare l’angolo; ciò che mi aspetta dietro è il Libano e io sono la bambina della foto. 

Giulia

-7 a Cochabamba: gli ultimi passi per la Bolivia!

Nessun commento:

-      L'inizio di un viaggio con radici lontane


Un passo, poi un altro, ed ecco, sono qui. Quando cammini con il gusto del viaggio arrivi anche a dei momenti di sosta, dove hai bisogno – o decidi – di fermarti. Ti vuoi riposare, ammirare quanto ti sta intorno o vedere meglio dove stai andando.


Mi trovo adesso in uno di questi momenti, ferma, ma carica di quell'energia di chi è sul punto di saltare: sento di aver camminato tanto per arrivare a questo punto, ma allo stesso tempo di avere davanti a me orizzonti ancora sconfinati. La decisione di saltare l’ho già presa: ha richiesto tempo e forza, ma adesso sto prendendo la rincorsa per lanciarmi!



Se provo a ripensare a cosa mi ha portata fino a qui, ecco che una matassa lunghissima comincia a srotolarsi e a correre da tutte le parti, piena di nodi e ingarbugliamenti, apparentemente senza né capo né coda. Da piccola volevo fare la missionaria, poi girare il mondo come medico, poi … quanti cambiamenti!


I più importanti non sono mai stati né semplici né indolori, ma se cerco di rileggerli mi sembrano un po’ il frutto di un movimento tra due vette, le mie paure e quello che veramente desideravo, che mi faceva sentire viva. E di questo fanno parte il desiderio di scoprire, di viaggiare, di aprirsi al mondo.
Ma anche di agire nel mondo, sporcandomi le mani, cercando di capirlo, di maneggiarlo, lasciando un segno. 

Confronti politici, volontariato, la scelta degli studi: tutto questo si amalgama nella pasta di cui sono fatta oggi. Ma che forma ha? Sapere in quale direzione vuoi andare è già difficile, ma per farlo diventare realtà devi poi tradurlo in scelte, percorsi: a volte li intraprendi di tua volontà e a volte semplicemente ti affidi.

Il Servizio Civile all'Estero è stata per me una scoperta che ha avuto origine quasi per caso: avevo 19 anni, volevo partire e il mio don mi ha consigliato – ormai tanto tempo fa!- di chiedere in Caritas. Ho scoperto così i Cantieri della Solidarietà –esperienze di volontariato all'estero organizzate da Caritas Ambrosiana- e sono partita per la Moldova. Lì ho incontrato un ragazzo che stava facendo il Servizio Civile.

Cos'era il Servizio Civile? E chi lo sapeva! L’ho scoperto allora, e da quel momento l’ho come messo in tasca e tenuto lì, continuando la mia strada. Quell'idea, quel sogno mi ha aiutata ad orientarmi: sono partita altre volte, viaggi vicini e lontani, ho cambiato università, casa, città, e in tutto questo sono cambiata tanto anch'io! Ma quel sogno bruciava sempre in tasca, finché non ho deciso di tirarlo fuori e di provare finalmente a coltivarlo. E adesso …. Uno Dos Tres Cuatro Cinco …. –7 a Cochabamba! Tra sette giorni saremo in Bolivia.


Chissà che frutti nasceranno durante quest’anno … In questo blog magari riusciremo a condividerne il sapore, ma state attenti: i sogni sono contagiosi!

Chiara

Torni a casa?

Nessun commento:


Venerdì 29  Settembre 2017 durante il mio ultimo giorno di lavoro come operatrice  presso un centro di accoglienza per richiedenti  asilo si è consumato un delitto.
Nel  bel mezzo dei saluti ai colleghi, agli ospiti della struttura con cui ho condiviso gli ultimi due anni, un volontario incuriosito dal momento toccante e straziante mi chiede perché mi sia licenziata; la risposta è semplice , la so, la accendo; rispondo che  un paio di mesi di prima avevo fatto domanda per il servizio civile internazionale  e stavo per partire per la Moldova con Caritas Ambrosiana!

Ed è a questo punto che accade il fattaccio! Augurandomi  in bocca al lupo, il volontario, mi chiede che effetto mi faccia tornare a casa, tornare a casa in Moldova? Rimango basita ed incredula  cerco lo sguardo complice di qualcuno, ma si sa che quando sei nel momento del bisogno c’è sempre quel fuggi fuggi generale e ti tocca fare i conti con te stessa e le tue risorse. Decido di rimanere in silenzio in un primo momento poi  di sorridere ed infine ringrazio per l’augurio.
La prima reazione è  quella di guardarmi il dorso della mano,  non si sa mai magari ho subito una mutazione genetica , magari ho pure perso una taglia…ma no…sono sempre io! e sono ancora nera! è chiaro allora che sto per partire per un posto più esotico di quanto possa immaginare e difficile ai più da collocare geograficamente. Figata!


Una reazione anomala l’avevo vissuta qualche settimana prima quando avevo comunicato la mia partenza agli ospiti del centro che mi avevano chiesto perché mai mi fosse anche solo balenata l’idea di andare in Moldova.  “Faustina…”,  mi dice Sekou  scherzando, “ le persone normali  vanno in America, in Europa ma non in Moldova!” 
“ Ca…  Sekou  almeno tu…la Moldova E’ in Europa!!”.


È il 26 di Ottobre e la prossima settimana parto per Chisinau per un anno, il progetto è corposo, ben costruito e la parte che più mi affascina  è il lavoro con le donne che incontrerò che sono anche il motivo principale per cui ho aderito.  Spero davvero  di  sentirmi  un po’ a casa come mi ha augurato il volontario… BENTORNATA A CASA FAU! 

Per le donne che incontrerò:

Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, l’unica al mondo.
.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma è un’ottima consigliera.
Debole, ma sosterrà.
Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
.
Dove è che corre, non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama, o si è intestardita.
Nel bene, nel male, e per l’amor di Dio.

Ritratto di donna, Wislawa Szymborska.

venerdì 27 ottobre 2017

DA TCHERNIVTSI A MANAGUA

Nessun commento:
 Breve storia di una migrazione


    Valigie pronte, formazione quasi terminata, biglietti aerei prudentemente custoditi in un libro. Ci siamo. Sembra tutto pronto. La mente divaga, abbraccia ricordi, salta barriere spaziotemporali e mi rispedisce dritta su quell’altalena scomodissima che da bambina mi faceva girare la testa, ma allo stesso tempo, mi faceva sognare altri mondi.



"Catapultata in una scuola in provincia di Caserta a cantare “Jamme jamme, ‘ngoppa jamme ja”


      Correva l’anno 2002, conducevo una tranquilla vita a Tchernivtsi, una cittadina vivace e multietnica nel Sudovest dell’Ucraina. Durante un pomeriggio di fine estate, mentre con un gruppetto di amiche scrivevamo una lettera ai Backstreet Boys (in un improbabile inglese) e litigavamo su quale nome doveva comparire per primo nel saluto finale della lettera, apprendevo la notizia che avrebbe cambiato la mia vita: si parte per l'Italia!

   Come potete immaginare, ero triste di separarmi dalla mia gang, capitemi, il capitalismo musicale americano stava pian piano raggiungendo l'Est e noi avevamo grandi progetti insieme! L'obiettivo era chiaro: diventare le Spice Girls made in Ukraine. Non potevo di certo immaginare che di lì a poco sarei stata catapultata in una scuola in provincia di Caserta a cantare “Jamme jamme, ‘ngoppa jamme ja”. Sì, avete capito bene. Sono stata inserita nel coro scolastico e ho dovuto imparare tutte le canzoni tradizionali napoletane a memoria, prima ancora d'imparare l'italiano. Non era esattamente ciò che mi aspettavo, ma mi sono abituata abbastanza in fretta.
   Inutile stare qui a raccontare delle simpatiche angherie dei miei compagni di classe (nessuno ha un buon ricordo delle medie) e tralasciamo anche lo shock culturale di un’adolescente in piena crisi con il mondo. Infondo, sono solo dettagli di una lunga e intensa “integrazione”, non così diversa da tante altre storie dei figliissus de l’immigration.

    
    Crescendo, mi sono resa conto di appartenere sempre di più ad una certa napoletanità che oggi difendo orgogliosamente. A Napoli ha avuto luogo la mia formazione, è qui che ho tessuto legami forti, è qui che mi sono avvicinata alla politica, è qui che ho imparato a fare un ottimo caffè!  Ora, però, Managua mi aspetta e continuo a domandarmi quale delle due culture, che mi porto gelosamente dentro, emergerà nel contesto nicaraguense. Litigherò con il cameriere quando mi porterà una pizza troppo cotta, oppure ricorderò con nostalgia i varenniki che, nonostante l’insistenza di mia madre, non ho mai imparato a cucinare?


Luego veremos!

"...A coloro la cui umanità è troppo preziosa per essere distrutta
da muri, da sbarre e case della morte.
E soprattutto a coloro che continueranno a lottare
finché il razzismo e l'ingiustizia di classe
non saranno banditi per sempre dalla nostra storia"

Angela Davis