martedì 10 aprile 2018

Una Pasaka africana

1 commento:

Insieme alle tante aspettative che hanno accompagnato la mia partenza c’è stata, fin da subito, una grande curiosità: desideravo vedere, osservare e conoscere quale esperienza di fede e di cristianesimo vivono qui, a Mombasa. In modo particolare la mia curiosità era rivolta al Santo Natale e, ancor di più, alla Pasqua. 
Ora che l’ho vissuta (o almeno ho cercato di viverla) a tratti, per via del caldo sofferto (in questi giorni davvero indescrivibile per via della percentuale altissima di umidità), per le tempistiche e per l’incomprensione di tutte quelle parole in Kiswahili, mi verrebbe da dire che sono un po’ folli … che è stata una vera “passione”. 
Eppure il mio sguardo e il mio cuore oltre alla fatica hanno visto e vissuto qualcosa di grande e bello. 

Il “tour de force” è iniziato mercoledì mattina, in Town, in una Cattedrale stracolma per il Chrism day, la Chrism Holy Mass. Quella mattina nessuno è rimasto in ufficio a lavorare … tutti in Cattedrale per la messa con il vescovo e la benedizione del sacro crisma!


Poi la celebrazione del giovedì santo. Forse è il momento che mi ha “preso” più di tutti, con quel silenzio, insolito, intenso, davanti al Corpo di Cristo riposto. A Kongowea - che ormai è a tutti gli effetti la nostra parrocchia - la chiesa non è mai abbastanza grande (la domenica ci sono forse 5 diverse messe, a partire dalle 6,30 del mattino: a qualsiasi ora, è piena). Anche giovedì è stato così; ma qui sanno far posto a tutti, anche a costo di divedere mezza sedia o stare stretti stretti (o in piedi) tutto il tempo e doversi inginocchiare in 3cm per terra. Già, perché qui son sempre tutti pronti a mettersi in ginocchio, anche al contrario sull’inginocchiatoio delle panche, quando serve. La Reposizione dell’Eucaristia è avvenuta nella piccola navata laterale, in un angolo accuratamente addobbato con festoni gialli e bianchi (molto più eleganti degli addobbi tamarri di Natale, per fortuna!). Così in silenzio, rivolti all’altare della reposizione, scomodissimi, al contrario sulle panche, ci siamo messi in adorazione, con il capo chino e il cuore in preghiera. In quell’istante ho sentito la gioia dell’essere tutti figli di Dio, con lo stesso desiderio di Bene e Bello che ha annullato, per qualche minuto, il mio essere musungu in una folla di africani. Ho perso il mio colore in quel silenzio; ho sentito la natura e la forza del cuore, che non conosce razza o cultura; ho assaporato la bellezza dell’essere fratelli, fatti ad immagine e somiglianza. Sono stati davvero preziosi per me, come se d’un tratto, finalmente, fossi stata di nuovo capace di pregare e mettermi davanti a Gesù insieme e come tutti i fratelli e le sorelle intorno a me (e fidatevi è un’esperienza che a volte manca dentro un mix di Kiswahili e inglese che ha ritmi e suoni diversi dal tuo pensare e pregare italiano).


Certo venerdì quasi ho dimenticato tutta questa tenerezza in quei momenti di caldo e fatica che hanno tentato di oscurare la gioia del cammino … ma che giornata! Venerdì Santo, il giorno della “way of the cross”. Appuntamento alle 10 del mattino. Si finisce alle 15 del pomeriggio (quando inizia la celebrazione). Si parte dalla chiesa. Ci si mette in cammino per le strade del quartiere. Posti sconosciuti e nuovi, posti conosciuti e comunque nuovi. Cerco di tenere il passo di qualche amico, giusto per sapere di aver accanto qualcuno che possa segnalarmi la pagina giusta del libretto dei canti o eventualmente tradurmi qualcosa perché io possa capire (capire … che pretesa! Ancora …!!!). Poi succede che … non siamo neanche alla prima stazione (in totale ce ne sono 16, giustamente) e un bimba si mette al mio fianco. Inizia a tenere il mio passo, senza timore di accostarsi. È attenta e seria, canta, partecipa. Porta con se una borsetta di stoffa da cui spunta il tappo di una bottiglia d’acqua. Mi sorprende, continua a star con me … Penso sia perché abbia voglia di leggere le parole dei canti, così allungo il libretto, in modo tale da condividerlo. Lei, con dolcezza, sfoglia le pagine e con un dito mi indica a che punto siamo. Mi sorprende, continua a star con me … Penso sia il caso di chiederle almeno come si chiama e presentarmi. Sara. 


Sara ha camminato con me tutto il giorno. Mi sono chiesta perché mi sia stata mandata. Sara è stata il mio Simone di Cirene e la mia Veronica. Sì, in effetti, mi ha aiutato a portare la mia croce con la sua tenera e premurosa compagnia. “Mi ha asciugato le lacrime”: quando ha pulito la mia gonna sporca per la terra, quando ha soffiavano sulle mie braccia di un rosso sempre più acuto per via del sole, quando ha sistemato il fazzoletto con cui cercavo di riparare il coppino già troppo ustionato, o quando ha retto l’ombrello nel momento in cui ho avuto bisogno di liberare una mano e prendere dell’acqua. Sara mi ha tenuto per mano. Silenziosa e attenta Sara mi ha dato forza, mi ha fatto tenere lo sguardo alto e il cuore aperto, impedendomi di bloccarmi alla fatica, al caldo, al sudore, alla polvere, al tempo, alla follia, alla mia umana spossatezza e debolezza.


Poi è stata la volta della veglia pasquale. Arriviamo alle 21 di sabato sera. Il popolo di Kongowea è radunato nel grande campo della parrocchia. Sta per essere acceso il cero pasquale e tutti stringono in mano una candela. Davanti all’ingresso della chiesa la luce del cero raggiunge tutte le piccole candele: è un tripudio di fiammelle. Poi … la corsa. Incuranti del pericolo di quelle piccole fiamme tutti spingono con forza per cercare di avere un posto. Questa volta la chiesa è davvero stracolma. Decido di sedermi per terra, senza farmi troppi problemi. Evidentemente per loro è un problema … Rifiuto l’invito della sicurezza di sedermi sulla panca, al posto di due ragazzi che son stati fatti alzare (perché mai? con quale ragione dovrei prendere il posto di due ragazzi? Solo perché sono una madame bianca?). Rifiuto un secondo invito a sedermi sull’angolo di una panca togliendo la comodità ad un padre di famiglia che tiene in braccio il suo figliolo. Arriva il signore della sicurezza, di nuovo; questa volta non posso rifiutare: ha portato una sedia solo per me. Così mi siedo, nell’angolino, sulla mia sedia e ascolto. La stanchezza si fa sentire. Gli occhi si chiudono. Le candele si spengono. Fatico a seguire. Mi addormento un po’. Poi ritorno. Le lancette scorrono. Usciamo alle 2:30 passate dopo una danza di gioia e festa al ritmo del coro da stadio: “Happy easter, shalalala. Happy easter, sha…lalallala. Happy easter, shalalala. We Wish u an happy easter! Sha…la..la!”


Pensate sia finita? Eh no! Domenica mattina alle 8 ci aspettano i giovani per la messa. Ci avrebbero chiesto di arrivare alle 7:30 per provare i canti, con il coro. Arriviamo puntuali per l’inizio della messa, che per fortuna inizia con una ventina di minuti in ritardo (ogni tanto ci sguazziamo proprio in questi tempi africani). Bello sedersi e cantare nel coro con i giovani … è un po’ sentirsi a casa, è qualcosa che rende felici! E come ha detto il nostro amico Ooga alla fine della celebrazione: “quando uno è contento sente meno la fatica”.

Così si chiude questo intenso triduo africano. Si torna a casa pronti a celebrare la Pasqua con un tuffo in mare e in piscina, prima di rilassarsi all’ombra delle palme. Si torna a casa con un cuore coccolato, ancora proteso ad afferrare la gioia di questa resurrezione tenendo in mente la domanda che Father Mwashigadi ha lasciato aperta alla fine della sua animata omelia: da quale sepolcro esci? Da quale morte risorgi tu, oggi, con Cristo? Si torna a casa avendo in mente quegli angoli nascosti di Mombasa che abbiamo attraversato a piedi durante la via crucis, perché Gesù risorto viene a dire a tutti, soprattutto a loro che vivono in mezzo alla spazzatura, che lottano ogni giorno per sopravvivere e trovare un pezzo di pane, che sono amati, voluti e desiderati, ovunque! La croce è amore e messaggio di salvezza che ti dice: “tu non sei spazzatura!”


Che ogni giorno sia Pasqua, 
che ogni giorno il suo Amore 
ci aiuti a risorgere e risplendere! 
Pasaka njema a tutti 😊

martedì 27 marzo 2018

LE PALME di MOMBASA

Nessun commento:

FAITH BEFORE FEAR

Domenica anche noi a Mombasa abbiamo celebrato la Domenica delle palme; l'ufficio per la pastorale giovanile ha organizzato una processione e una messa con tutti i giovani dell'Arcidiocesi di Mombasa. Quale modo migliore per aprire la Settimana Santa, una enorme folla di giovani, qualche bambino e qualche famiglia che si sono riuniti alla Makupa Primary School in attesa del Vescovo e per la successiva benedizione delle palme.
In un passamano i ragazzi hanno iniziato a far girare le foglie di palma fino a quando ognuno ne aveva una da reggere.
C'era chi la sventolava, chi invece l'ha usata per costruirci una croce, chi semplicemente la teneva alta come una bandiera.
Dopo la preghiera del Vescovo Martin la folla si è trasformata in un lunghissimo serpente che si è fatto strada per le vie di Mombasa, passando anche dalla grande rotonda che porta alla strada per Nairobi e bloccando per una mezz'ora il traffico.

La processione attraversa la grande rotonda di Makupa

I giovani in processione che bloccano il traffico di Tudor

La processione che avanza verso il centro pastorale

Tra le macchine, i tuk tuk, i matatu, i carretti e le persone ai bordi delle strada sedute ai negozietti c'era chi ci guardava sorridente ed incuriosito, chi si lamentava perché stavamo creando disordine, chi ci scrutava con uno sguardo accigliato probabilmente chiedendosi quale fosse il senso di tutto questo.
Sì perché a Mombasa non è scontato essere cristiani, non é nemmeno scontato essere cattolici e soprattutto non è scontato che una folla di giovani blocchi il traffico di una città fondamentalmente musulmana per celebrare l'arrivo di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della Settimana Santa.
Per me è stata un'emozione grandissima, poter essere parte di questi giovani che fieri della loro fede hanno attraversato senza paura le strade della città, cantando, quasi correndo per essere in testa alla processione e indossando maglie con i messaggi più disparati, dal "Proudly Catholic" al "Keep calm and sing", dal " Faith before fear" al " Don Bosco pray for us".


Alla fine questa folla rumorosa e accaldata (domenica c'erano 33 gradi, percepiti 50!!!) si è riunita al centro pastorale dove abbiamo celebrato la messa, completamente animata e preparata dai giovani, che hanno cantato, ballato, pregato, portato offerte all'altare, tutto con una grande gioia che era davvero palpabile e che ti coinvolgeva naturalmente.
Durante la messa, poi, il Vescovo ha parlato di pace, di accoglienza, del compito della Chiesa di accompagnare i giovani sulla giusta Via, delle tentazioni che li circondano e mi è sembrato proprio di partecipare a una delle tante messe italiane dove si parla dei giovani (e a volte non AI giovani), posto diverso, ma stesse sfide e stesse speranze...forse un po' più di giovani all'ascolto, anzi, tolgo il forse, molti ma molti più giovani!

Alcuni giovani della parrocchia di Kongowea

Ora tutti noi abbiamo raccolto e conservato le parole del Vescovo e la gioia di questa domenica per prepararci ai tre giorni di celebrazione della passione di Cristo, pronti a farla riesplodere la domenica di Pasqua!!!!




P.s. A Pasqua ci sarà il mio debutto con il coro giovanile di Kongowea, è da due settimane che ci prepariamo provando tutti i giorni della settimana..canti in kiswahili e ritmi incalzanti....Non vedo l'ora!!!!hahahahahaahahha


Chiara Galla


martedì 13 marzo 2018

Pasta & pizza a Nairobi

Nessun commento:

Nuova domenica pomeriggio di servizio a Kamae Girls, il carcere minorile femminile di Nairobi.
Negli incotri precedenti io, sister Gertrude e Celestine abbiamo un pò tastato il terreno su cosa interessa e piace alle ragazze, così stavolta ho portato matite colorate, pennarelli, penne, matite e fogli, tanti fogli. Alcuni bianchi e altri con disegni stampati.

Mi hanno spiegato infatti che alla fine delle lezioni scolastiche le guardie ritirano tutto il materiale, compreso l’occorrente per scrivere e disegnare, e che un pò queste attività nel tempo libero mancano a tutte loro.
Così ho deciso di lasciar stare con le lezioni frontali e con i giochi di gruppo per lasciar spazio ai loro bisogni e desideri.

E’ stato un successo: il solito gruppetto di entusiaste attivissime si è fiondato subito sul materiale e ha iniziato a colorare, ma poi pian piano tutte le altre, ciascuna con i propri tempi, prendendosi spazi diversi nella stanza, hanno iniziato a dar sfogo alla creatività.

Per la prima volta mi sono fatta da parte, stando seduta sulla mia sedia ad osservare invece che buttarmi nell’attività con loro: volevo osservare, essere pronta a coinvolgere e a mediare.

Alcune ragazze hanno fatto gruppetto attorno a me.
Mi ha colpita un tatuaggio sul braccio di una di loro: un drago che sputa fuoco. E così è iniziata una conversazione qualsiasi su questo argomento improbabile. Mi ha fatto notare anche i tre puntini neri accanto all’occhio sinistro che a me, seduta dall’altra parte, erano sfuggiti: 
“Sono lacrime” precisa.
“Lacrime per cosa?”
“Per la mia famiglia”.
Ci sono tanti momenti, da quando sono arrivata qui in Kenya, nei quali tante sono le domande che si affollano nella mia mente.
La ricerca di risposte dentro di me è spasmodica...vorrei tirarle fuori tutte e cercare di capire meglio, di sapere, di colmare i vuoti che restano.
Ma poi la guardo negli occhi. Sta sorridendo mentre colora il mandala che ha scelto con tanta cura tra i tanti disegni. Mi dico che non posso, che non è il momento. Che forse è il caso di fare un passo indietro e di lasciare che esca solo quello che vuole o che deve uscire.

E così continuiamo nel gruppo a chiacchierare del più e del meno.
Una ragazza è stata in Germania. Si è fermata un mese intero. Per cosa? Per un matrimonio: il matrimonio di sua zia. La Germania è bella, mi dice....e poi si mangiano tante cose diverse da qui.
Li conosci i sandwiches?” mi chiede.
“Si, li conosco.”
“Li mangiate in Italia? Quali sono i cibi che mangiate di più in Italia?”.
“La pasta e la pizza”. Rispondo. “Li conosci?” chiedo immaginando già la risposta.
“Si, li ho mangiati alcune volte, sono proprio buonissimi!”.
“In Germania?”
“No, qui in Kenya”.
Resto stupita. Per la pasta ok...la vendono anche qui un pò dappertutto, quindi è facile che l’abbia mangiata. Ma la pizza? Mi pare strano. Io per ora l’ho vista solo in ristoranti o locali super occidentali e parecchio costosi. Sarà vero?
Indago.
Questa volta decido che l’argomento cibo non è poi così personale e mi lancio con le domande per sapere in che posto l’abbia trovata. Chissà che non mi dia qualche consiglio per un buon posto dove andare a mangiarla la prossima volta.

Ed è così che parte il racconto, che più intimo e personale di così non poteva essere.

“Hai presente Kibera?”
“Si, la conosco, anche se non ci sono mai stata. E’ li che abiti?”

C’è una discarica a Kibera, una discarica molto grande. Quando gli aerei arrivano a Nairobi hanno sempre tanto cibo avanzato e lo scaricano li. Buttano tutto nella discarica. E’ li che ho assaggiato tutti i cibi dell’Europa. Il mio preferito è il sandwich...dentro ci sono i pomodori, altre verdure...e soprattutto il formaggio! Ti piace il formaggio?”.

“Insomma...i sandwiches mi piacciono, ma il formaggio non tanto. Ma sono ancora buoni questi cibi quando arrivano alla discarica?”
“Certo! Quando sei molto fortunato sono ancora chiusi nella confezione. Allora tu apri la scatola e lo trovi perfetto, e lo puoi mangiare tutto. E’ davvero buono!”.
In quel momento arrivano altre ragazze a mostrarmi i loro disegni. Una di loro ha deciso di usare la scritta “Love” tempestata di cuori come sfondo per una lettera indirizzata alla sua mamma “per chiederle perdono per tutto quello che le ho fatto passare”.



Un’altra ha un messaggio per il fidanzato. Mi chiede se può scrivere qualcosa per lui e tenere i foglio o se poi alla fine deve per forza darmelo. Rido. La rassicuro, e torna felice a scrivere le sue dichiarazioni d’amore che forse mai verranno spedite.
Mi ricorda un pò me.
Anche io ho un pò questa mania di scrivere anche quando le mie lettere non verranno mai lette.
Ma poco importa: la cosa che conta è scrivere.
Mettere nero su bianco i pensieri per dargli un’ordine e una forma.
Quello che sto facendo ora infondo.
Per cercare di fissare nella memoria questa storia, per cercare di ricordarmi di lei la prossima volta che sarò sull’aereo e pur non avendo fame mi verrà la tentazione di aprire e assaggiare due bocconi giusto per sentire di non aver sprecato i soldi del pasto.
Forse sarà meglio lasciar stare. Mangiare davvero solo se avrò fame, e il resto evitare di “pastrugnarlo” e lasciarlo nella confezione.

Di sicuro qualcosa me l’ha insegnato.

Anche se a questo punto in questo posto a Kibera a mangiare la pizza 
io non credo di volerci andare mai.




Hakuna ma ...

Nessun commento:

- per non rimanere senza pensieri! - 


La Disney con il suo celeberrimo "Re leone" ha insegnato a tutti noi che Africa vuol dire "hakuna matata, senza pensieri". Io, nel mio piccolo, vorrei raccontarvi quello che l'Africa è davvero e ... soprattutto quello che è capace di insegnarti, senza risparmiarti a volte pugni nello stomaco. 

Ci sono persone, come te, con i tuoi stessi diritti, che abitano in case di paglia e fango e sterco, che camminano 12 ore per recuperare appena 1 barile d'acqua, pari a 20 litri. 

Vitengeni - Kilifi County
Ci sono famiglie, quindi almeno 10 persone, che consumano circa 7 jerricans al giorno, vale a dire 140 litri, per tutto: faccende domestiche, cibo, cura personale, bestiame. Facendo un rapido calcolo equivale a meno della metà di quello che in Italia consuma una sola persona


Le donne di Mtepeni
Ci sono luoghi, nell'entroterra della costa kenyana, non molto distante dalla più rinomata Malindi, dove le tubature dell'acqua non arrivano, i fiumi spariscono e ... si spera che i "water pans" non asciughino. Queste "padelle d'acqua" - letteralmente - altro non sono che stagni dove viene fatta convogliare l'acqua piovana che, finché non evapora per il caldo, rimane una risorsa preziosa. Tanto preziosa quanto sporca. 


Un grandissimo water pans 
Questo bacino sembra anche bello da lontano, ma immaginatevi di bere e usare solo quest'acqua come risorsa ...
Alle sponde di questi bacini accorrono le bestie, vacche e capre. Alle spende di questi bacini accorrono i bambini, le donne del villaggio, gli uomini. Prendono acqua, la portano a casa, la bevono. Così com'è, sporca, stagnante ...  

Immagine di Novembre 2017, quando ancora era visibile il buon effetto delle piccole piogge e la qualità dell'acqua
Ci sono anche metodi di depurazione. L'acqua si può trattare e pulire. Alcuni metodi sono davvero economici, basterebbero le foglie di Morninga, o i filtri - ma questi già son troppi costosi per qualcuno. Allora si beve così. E capita anche di trovare chi ti dice "si so come depurarla ma non lo faccio". Lo stupore e lo sconcerto allora fanno capolino. Se cerchi di capire perché, con qualche domanda in più, la risposta ti lascia di stucco: "se la depuro, non ha più sapore". Già ... il sapore della pioggia, della terra, dei batteri ... Ah, come è difficile contemplare alcune scelte tribo/culturali!

Ci sono luoghi dove l'acqua delle "pipes line" non arriva, altri dove ci sono le tubature, ma se apri il rubinetto scende qualcosina giusto per 3 ore, le successive 3 settimane: nulla. Allora l'acqua bisogna andare a comprarla. Così devi spendere soldi. Soldi per riempire i barili e soldi per pagare il trasporto; perchè più di uno sulla testa, non ci sta. 

Inizia il lungo rientro verso casa ...
E son spese, piccole ai nostri occhi, ma più urgenti dei 250 scellini (circa 2 euro) con cui potresti pagare le tasse di un trimestre scolastico di tua figlia. Allora selezioni, mandi a scuola solo uno dei tanti bambini, ovviamente il maschio; tanto le femmine non hanno bisogno di imparare, devono solo sapere gestire la casa, quindi perché farle studiare, perché insegnar loro lo swahili?!?! Ci pensano gli uomini, per "quelle" basta la lingua madre, tanto non devono parlare con gli altri. 

Donne, bambine e bambini
Ci sono posti nel mondo ... 
Dove tutta l'acqua che lasci scorrere mentre ti lavi i denti, sarebbe sufficiente a dissetare i bambini di un villaggio. 
Dove i litri d'acqua che lasci scendere mentre ti insaponi sotto la doccia, sono molti di più del fabbisogno giornaliero di una famiglia che vive in uno dei - troppi - paesi africani che devono fare i conti con la siccità. (Ah già - ma i cambiamenti climatici non esistono! #grazietrump) 
Dove l'acqua che sprechi quando azioni la lavatrice o la lavastoviglie mezza vuota farebbero la differenza nella vita delle persone a cui son negati alcuni diritti fondamentali. 

Dove una volta c'era un fiume ...

<si, grazie, belli i tuoi racconti dall'Africa, ma tanto mica posso mandare l'acqua alla povera gente> dici tu.

<Sono d'accordo, ma, sai, hai una possibilità anche lì, nella tua zona di comfort del ricco mondo occidentale. Il tuo stile di vita può cambiare. Il tuo modo di consumare può essere più responsabile. Il tuo impegno sociale può fare la differenza. Per favore, ricordatelo!>

Dimentichiamoci la Disney, con il suo motto edulcorato... Africa non è solo "hakuna matata". Africa ancora oggi, nel 2018, è soprattutto ... 
"hakuna magi" - niente acqua. 

Cin - cin!


Dopo aver scattato la foto, la donna sulla destra ha aperto il rubinetto: "hakuna magi" mi ha detto ...
... ha preso i suoi barrels ed è partita, alla ricerca dell'acqua.

venerdì 23 febbraio 2018

Haiti. Vade quo vis?

Nessun commento:



Sono le sette di sera e il blu si è già mangiato il vermiglio delle case. Il profumo del pane abbrustolito ha appena lasciato spazio al tintinnio delle bottiglie mentre i fanali di un autobus anni sessanta fanno luce sul tram tram del sabato sera. Un timido abbraccio, un saluto. Qualcuno si trascina appresso uno zaino. Un sacco di riso, una gallina, o quella che dovrebbe somigliare a una valigia. Si parte. Haiti ti strappa il cuore, me lo avevano detto. 

Haiti profuma di Antica Roma. 
Perché lo schiavo, per essere liberato, veniva condotto per mano. Vade quo vis, gli diceva il padrone, Vai dove vuoi. E gli lasciava le dita. Per modo di dire, perché uno schiavo manomesso – così si chiamava - non era poi così libero di andare dove voleva. Era guastato. Un asinello sciolto sorvegliato a vista per drizzargli la via. 
Anche tu sei un po' come quello schiavo, nemmeno tu puoi andare dove vuoi. Il tuo passaporto te lo impedisce. Io, col mio bel documento rosso Borgogna, potrei andare ovunque senza chiedere un visto. Tu no. Haiti mi fa pensare all’Antica Roma, non te l’ho mai detto...

Qualcuno dice che il creolo sia una lingua povera, scarna di parole. Io credo piuttosto sia una lingua ricca, che ti fa andare al cuore. Ti fa vedere se hai capito, se sai andare all'essenziale. Anche con le persone.
Ecco, tu me lo hai insegnato.
Da amica, ti lascio la mano. 
“Viaggi da solo?” “No. Con tutti gli haitiani che se ne vanno in Cile.” Più di centomila solo nel 2017, si dice.
Mi hai preso in giro, come al solito. I migliori se ne vanno da qui. I migliori amici. Le teste migliori. È questa la povertà: Canada, Stati Uniti, Brasile. Qualcuno tenta persino per Guantanamo, infilandosi in una barca, sperando che La Isla Grande gli regali il lasciapassare per Miami. Caronti occasionali che regalano speranze low cost. Ma più che Caronte, il nulla osta per gli Usa pare piuttosto una chimera. 
Ti sei infilato il mio bracciale al polso e sei sgusciato su, su quell’autobus anni sessanta che spruzza kompa e vapore da tutte le parti. Proprio tu te ne vai in autobus per prendere l’aereo, tu che mi hai insegnato a stare in moto come si cavalca un puledro. Tu che mi hai detto che ad andare in moto per le strade di Haiti si impara a vivere, perché è salire almeno in tre che è la strategia per non cadere. Tu che mi hai detto che è cambiato il mio modo di stare in moto da quando sono qui. O forse sono cambiata io, mentre guadavamo pozzanghere che parevano fiumi e ci arrampicavamo per montagne talmente increspate da sembrare un presepe. Forse si dovrebbero pregiare le persone da come sanno stare in moto, mi hai detto, da come sanno incastrarsi agli altri per tenersi su. Bisognerebbe vederle prima insieme su una moto, le persone, e solo poi decidere se ne vale la pena. Anche questo me lo hai insegnato tu.

Tutti ti hanno detto che non è giusto.
“Non perdo un autista, con te perdo molta più gente” ti ha detto qualcuno.
È vero.
Senza di te Mare Rouge sarà più povera. 
Senza le tue storielle, i tuoi proverbi, il tuo sorriso da pubblicità da dentifricio stampato sempre sulle labbra. Senza le tue idee, la tua inventiva. Ma ognuno, dopotutto, ha il suo mar Rosso da attraversare e bisogna pur lasciarti la mano per dirti di andare. Sì, anche se quest’impresa ci sembra assurda. Dopotutto, ogni mar Rosso lo è. 
Che questa possa essere davvero la tua traversata, amico mio.
Che possano sul serio aprirsi sentieri inaspettati per portarti altrove, verso la tua Casa. Verso chi sei. La Casa è la prima cosa che Dio promette all’Uomo, direbbe un mio amico ebreo. Perché "bet", casa, è anche la prima lettera con cui si apre la Torah, la seconda dell'alfabeto. Come a dire che la prima,  invece - il primo passo- appartiene a Dio: è Lui che apre il mare. E allora corri, corri verso la tua Casa promessa, amico mio. Perché si può essere tanto schiavi anche da uomini liberi. Chi non realizza il tesoro che ha dentro non può essere libero, diventa pesante. E allora, non può andare dove vuole.  

martedì 13 febbraio 2018

La ragazza senza un'identità - SCE Mombasa

Nessun commento:

Il Lunedì pomeriggio dopo il nostro rientro abbiamo ricominciato con le attività al Mahali Pa Usalama, un Rescue Centre dove vengono accolti bambini e ragazzi allontani dalle famiglie,o perché vittime di abusi o perché provenienti dalla strada. 
Dopo un po’ d'incertezza sull' attività da svolgere, se proporla proprio quel giorno oppure aspettare ancora un po’, alla fine una storia (debitamente tradotta in inglese) ha dato il via alle nostre attività.

Recita così:

C’era una volta una bambina che aveva un nome, come tutti i bambini del mondo: era allegra, vivace e spensierata e andava spesso a giocare in un bel giardino verde. Un giorno lanciò la palla al di là di una siepe e quando andò a cercarla, non la trovò. Cerca qua, cerca là, la palla non c’era: la bambina era stupita e anche un po’ spaventata. Ad un tratto sentì una vocina, in alto: “E’ tua questa bella palla, piccolina?”.
La bambina guardò su e vide un ometto magro seduto a cavallo di un ramo: aveva la palla fra le mani.

– “Certo che è mia. Dammela!” disse la bambina
– “E tu, cosa mi dai in cambio?” 
– “Niente! La palla è mia!”
– “Ma adesso ce l’ho io!”
– “Non ho niente da darti!” disse la bambina
– “Si che ce l’hai: dammi il tuo nome!”.
Pensando che l’ometto scherzasse, la bambina gli disse: “Va bene, te lo do: butta la palla!”. Quello sorrise, lasciò cadere la palla, lei la prese e tornò a casa.
Ma, dopo poco, inizio’ a sentirsi strana. E più strana si senti’ quando si accorse che la salutavano senza più dire il suo nome: poi, pensandoci, si accorse che nemmeno lei lo ricordava. 

– “Mamma, come mi chiamo io?” disse allora la bambina a sua madre. 
– “Tu? Non hai nessun nome!”– disse la mamma. 
La bambina andò a guardare i suoi libri, i suoi quaderni, i suoi giochi e vide che non c’era nessun nome. 
– “Tu, scendi a fare merenda!” gridò la mamma di sotto. 
«La mamma mi ha sempre detto di non chiamare nessuno con un Tu…l’avrà fatto proprio perché io un nome non ce l’ho più…» pensò con tristezza. Allora, piangendo, la bambina prese la palla, andò al giardino e si fermò proprio sotto l’albero. L’ometto era ancora lassù, con la mano chiusa e sorrideva. 

– “Ridammi il mio nome! Ti darò la palla, se vuoi!” gridò la bambina. 
– “Tieniti la palla, piccolina, e anche il tuo nome: e un’altra volta, non darlo a nessuno, capito?”.
L’omino aprí la mano; all’improvviso la bambina ricordò di chiamarsi Antonella e si mise a saltare per la gioia! Corse a casa e la mamma le chiese: 
– “Dove sei andata, Antonella?”
– “Avevo perso una cosa importante, mamma” disse la bambina e lo disse così seria che la mamma le diede un bacio di quelli che fanno rumore.


Roberto Piumini – estratto dal libro “C’era una volta, ascolta”


Una volta terminata la lettura della storia, abbiamo chiesto ai bambini cosa avevano ascoltato … timidamente prima a voce molto bassa, poi con più coraggio abbiamo ripercorso insieme tutti i passaggi della storia. E allora era arrivato il momento di chiedersi: "ma un nome è davvero così importante?", "sì, certo!"; "a te piace il tuo nome?", "si mi piace molto" è la risposta di tutti. "Allora siamo tutti d’accordo che il nostro nome è bello e importante …. ma perché?"; un po’ di silenzio, poi qualcuno dice: "il nostro nome serve per essere chiamati, per non essere solo un TU". "Vero, verissimo … quindi cosa potremmo dire, che il nostro nome è bello e importante ed è prezioso per ognuno di noi perché..."; e una delle ragazze più grandi aiuta tutti dicendo "perché ci fa essere delle PERSONE, ci dà un' IDENTITA'!". 

WOW, che bello sentire questi pensieri uscire dalla mente dei bambini e vederli capire e realizzare che sì, avere un nome e’ più che importante: è un DIRITTO di ogni bambino. Così, come attività finale, ognuno di loro ha colorato e decorato il proprio nome, stampato in lettere doppie,con cura e creatività, cercando di renderlo il più bello possibile!




Torniamo a casa contente e soddisfatte dell'attività e lasciamo trascorrere i giorni della settimana che ci vedono impegnate in ufficio. Giovedì torniamo al Mahali e durante la mattinata aiutiamo nelle lezioni scolastiche della mattina che ci inglobano completamente, perché i più piccoli stanno davvero lottando contro addizioni e sottrazioni! Le ragazze più grandi compaiono ogni tanto, non sono in classe perché stanno aiutando in cucina. Così per tutta la mattina non mi accorgo che manca Jo., la ragazza più grande del centro, colonna portante e guida per i più piccoli, aiuto per le mamas e responsabile della custodia delle chiavi: una ragazza sveglia, brava, curiosa e sempre disponibile a giocare con noi e ad aiutarci con le traduzioni in kiswahili."Jo. dov'è?" chiedo ingenuamente alla mama all'ora del pranzo; "Jo. non c'è. E' andata via!". 



"COME??????" pensa la mia testa "non è possibile, non abbiamo nemmeno potuto salutarla, non si parlava che avesse dovuto andarsene a breve…come mai? E poi non abbiamo nemmeno potuto consegnarle il lavoro del suo nome…si era impegnata così tanto!!". Tutti questi pensieri si manifestano in un: "AH, davvero? Come mai?". La mama mi risponde che nessuno lo sapeva, neanche Jo., la Sister le ha detto la sera per il giorno dopo che sarebbe dovuta tornare a casa e lei ha fatto le valigie e se ne è andata. Le domande nella mia testa arrivano ad una velocità estrema…perché se ne è dovuta andare proprio adesso? Ma è stata reinserita in famiglia? E' da sola? E' in un altro centro? Sta bene? Non resisto e cerco di capirne di più andando a chiedere alla consulente del centro. E così ecco la risposta: Jo. è dovuta tornare a Nairobi per cercare di avere i suoi documenti d'identità

Quando Jo. è arrivata al centro nessuno sapeva da dove provenisse e come si chiamasse. Così all'inizio lei ha detto di chiamarsi con un altro nome e di provenire dal Sud Africa, ma poi la suora ha chiesto di lei al governo del Sud Africa e della sua identità non c'era traccia … era ovvio che non provenisse da lì e che quello non fosse il suo vero nome.

"Ma come, penso io, lei, Jo., la ragazza così brava e affidabile che abbiamo conosciuto che mente sulla sua identità e sulla sua origine?!". Forse un motivo per mentire lo aveva … 

Scopriamo che investigando e facendole molte domande mirate la suora ha capito che Jo. arrivava da Nairobi, da una famiglia molto povera che viveva in strada in una delle baraccopoli di Nairobi. Ora Jo. è dovuta tornare là, a Nairobi, per cercare di ottenere un documento d'identità che le permetta di affrontare gli esami scolastici (senza documento d' identità ti viene negato l'accesso) e trovare qualcuno che le sponsorizzi gli studi e le permetta dunque di tornare a scuola.
E qui un'ultima domanda mi sorge spontanea: "ma Jo. è da sola o c'è qualcuno che la aiuta in tutto questo?". "No, è da sola".

OK, ora io mi immagino Jo., una ragazza di 13/14 anni, che porta sul corpo i segni delle violenze subite e probabilmente nel cuore il macigno di tutto quello che ha passato, da sola, nella baraccopoli, per strada, con una famiglia che non ha niente, nel tentativo di procurarsi dei documenti e un benefattore.
Vorrei correre a Nairobi per aiutarla, cercarla ovunque, chiamarla al telefono, dire alla suora di andarla a riprendere e aiutarla in tutto questo perché da sola non so se ce la farà … ma ovviamente tutto questo è impossibile.
Proprio in quel momento mi torna in mente la storia che abbiamo letto tre giorni prima insieme, sull'importanza di avere un nome, di avere un'identità e mi viene un groppo alla gola … certo che la vita a volte è proprio strana! Chissà cosa avrà pensato Jo. mentre ascoltava quella storia e chissà se potrà esserle d'aiuto nella ricerca della sua identità … io ora posso solo sperare che sia così, pregare per lei e augurarle da lontano buona fortuna!

Chiara Galla  

lunedì 12 febbraio 2018

Il dono del tempo

2 commenti:

Non c’è nulla da fare.
Per quanto io credessi di essermi preparata psicologicamente ai ritmi lenti dell’Africa, e nonostante la mia precedente esperienza in Madagascar, non posso negare che, ancora una volta, il “pole pole” (cioè “piano piano”) continuo mi stia mettendo a dura prova.

Le mie origini campagnole a nulla servono dopo aver trascorso gli anni dell’università a Milano, caotica e frenetica città sempre di corsa, dove tutti sembrano avere molto da fare e soprattutto paiono essere in ritardo perenne.

Quando in quegli anni vivevo la città, ricordo che mi stupiva sempre questa fretta quasi spasmodica, che impediva di rispondere ad un turista in cerca di informazioni, che faceva scontrare con i senza dimora che stavano a bordo della strada a chiedere l’elemosina, che obbligava a spingere per prendere la prima metro in arrivo perchè la successiva ( un minuto e mezzo dopo) avrebbe fatto arrivare troppo tardi. Ma troppo tardi per cosa?

Mi chiedevo sempre se quel minuto e mezzo di chiacchiere, di attenzione al vicino, di godersi la vita intorno fossero sacrificati per qualcosa di migliore. Oppure no? Oppure si era sempre solo di corsa e quei minuti tolti alla vita erano usati per correre di nuovo, inseguendo solo il tempo?

Eppure qualcosa deve essermi rimasto dentro, deve essermisi appiccicato addosso.

Perchè grande è stato il mio stupore stavolta quando, sul volo Zurigo-Nairobi, ho incontrato Ben.



Un ragazzo Keniano, che appena si è seduto ha avuto voglia di chiacchierare con me che ero la sua vicina di posto. Poverino. Il mio inglese sgangherato, il mio sonno e la mia preoccupazione non lo hanno fatto desistere. E per la prima mezz’ora ci siamo un pò raccontati. 

Nessuno dei due aveva cose più importanti da fare. Nessuna fretta. Nessun messaggio da mandare, nessuna chat da controllare, nessuna mail da inviare. Solo tempo per le chiacchiere. Piacevole tempo speso a conoscersi.

Poi siamo partiti, io son crollata, e lui mi ha svegliata quando è arrivato il pranzo. Ma appunto, poverino, il nostro Ben non immaginava l’imbranataggine della sottoscritta. Non trovavo il tavolino, nascosto nel bracciolo del mio sedile. Me lo ha indicato, ma ovviamente non  sono riuscita a sistemarlo da sola. 
Ha fatto lui, con pazienza, ridendo un pò di me. E poi ad addormentarsi è stato lui, e il l’ho svegliato per la cena. Ci siamo scambiati un cioccolatino e poche altre parole.

Atterrati a Nairobi ho attaccato di nuovo a stressarlo: avevo soldi sul mio telefono, ma non riuscivo ad attivare la promozione per internet, necessaria per usare l’app per chiamare un taxi che dall’aeroporto mi portasse a casa.
Di nuovo, ho ripreso con il mio inglese pessimo a riempirlo di domande e praticamente gli ho piazzato in mano il mio telefono sperando che lui risolvesse in qualche modo la situazione.

Mi sono immaginata a Milano, a chiedere ad un uomo d’affari appena atterrato di guardare il mio telefono invece che il suo, di aiutarmi per un pò invece che chiamare a casa, rispondere ad importanti messaggi di lavoro o sprofondare nei social. Mi sentivo proprio una zanzara fastidiosa nelle sue orecchie.

E invece no. Di nuovo, con pazienza e con il sorriso, ha preso il mio telefono, mi ha attivato non so come un’ora di internet gratis, e ha fatto tutto quello che mi serviva per poter tornare a casa al sicuro.
Mi ha persino aspettata, fuori dal controllo documenti, per assicurarsi che io non avessi più bisogno di aiuto. L’ho congedato con un pò di imbarazzo, perchè mi sembrava di avergli già rubato troppo tempo.

Sento il bisogno, ora, di ringraziarlo per il tempo che spontaneamente mi ha donato, gratuitamente, senza fretta. E per avermi ricordato, appena atterrata in Kenya, l’importanza di rallentare, di mettere da parte la fretta e di riportare al centro le relazioni.



Ripensando a questo incontro dopo una giornata un pò difficile in cui mi sembra di aver “fatto” troppo poco, torno a respirare, a godere delle piccole cose, a voler stare semplicemente con i ragazzi a condividere i lavori nei campi e con gli animali, a cucinare chapati e a confrontare i nostri mondi e i nostri sogni così diversi ma poi, infondo, anche così simili.





E allora non mi sembra più tempo sprecato fermarmi sulla strada verso casa a chiacchierare con i bimbi che escono dalla scuola del quartiere carcerario di Kamiti, che corrono davanti a me e poi si girano per scrutarmi, che si spintonano e strattonano, che si nascondono dentro un cespuglio per farmi uno scherzo e che mi salutano insistentemente ripetendo come una cantilena tutti i saluti che conoscono in inglese e ridendo a crepapelle.




Anche questo è tempo ben speso, 
è tempo che arricchisce, 
ma ogni tanto me ne dimentico.