martedì 10 aprile 2018

Una Pasaka africana

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Insieme alle tante aspettative che hanno accompagnato la mia partenza c’è stata, fin da subito, una grande curiosità: desideravo vedere, osservare e conoscere quale esperienza di fede e di cristianesimo vivono qui, a Mombasa. In modo particolare la mia curiosità era rivolta al Santo Natale e, ancor di più, alla Pasqua. 
Ora che l’ho vissuta (o almeno ho cercato di viverla) a tratti, per via del caldo sofferto (in questi giorni davvero indescrivibile per via della percentuale altissima di umidità), per le tempistiche e per l’incomprensione di tutte quelle parole in Kiswahili, mi verrebbe da dire che sono un po’ folli … che è stata una vera “passione”. 
Eppure il mio sguardo e il mio cuore oltre alla fatica hanno visto e vissuto qualcosa di grande e bello. 

Il “tour de force” è iniziato mercoledì mattina, in Town, in una Cattedrale stracolma per il Chrism day, la Chrism Holy Mass. Quella mattina nessuno è rimasto in ufficio a lavorare … tutti in Cattedrale per la messa con il vescovo e la benedizione del sacro crisma!


Poi la celebrazione del giovedì santo. Forse è il momento che mi ha “preso” più di tutti, con quel silenzio, insolito, intenso, davanti al Corpo di Cristo riposto. A Kongowea - che ormai è a tutti gli effetti la nostra parrocchia - la chiesa non è mai abbastanza grande (la domenica ci sono forse 5 diverse messe, a partire dalle 6,30 del mattino: a qualsiasi ora, è piena). Anche giovedì è stato così; ma qui sanno far posto a tutti, anche a costo di divedere mezza sedia o stare stretti stretti (o in piedi) tutto il tempo e doversi inginocchiare in 3cm per terra. Già, perché qui son sempre tutti pronti a mettersi in ginocchio, anche al contrario sull’inginocchiatoio delle panche, quando serve. La Reposizione dell’Eucaristia è avvenuta nella piccola navata laterale, in un angolo accuratamente addobbato con festoni gialli e bianchi (molto più eleganti degli addobbi tamarri di Natale, per fortuna!). Così in silenzio, rivolti all’altare della reposizione, scomodissimi, al contrario sulle panche, ci siamo messi in adorazione, con il capo chino e il cuore in preghiera. In quell’istante ho sentito la gioia dell’essere tutti figli di Dio, con lo stesso desiderio di Bene e Bello che ha annullato, per qualche minuto, il mio essere musungu in una folla di africani. Ho perso il mio colore in quel silenzio; ho sentito la natura e la forza del cuore, che non conosce razza o cultura; ho assaporato la bellezza dell’essere fratelli, fatti ad immagine e somiglianza. Sono stati davvero preziosi per me, come se d’un tratto, finalmente, fossi stata di nuovo capace di pregare e mettermi davanti a Gesù insieme e come tutti i fratelli e le sorelle intorno a me (e fidatevi è un’esperienza che a volte manca dentro un mix di Kiswahili e inglese che ha ritmi e suoni diversi dal tuo pensare e pregare italiano).


Certo venerdì quasi ho dimenticato tutta questa tenerezza in quei momenti di caldo e fatica che hanno tentato di oscurare la gioia del cammino … ma che giornata! Venerdì Santo, il giorno della “way of the cross”. Appuntamento alle 10 del mattino. Si finisce alle 15 del pomeriggio (quando inizia la celebrazione). Si parte dalla chiesa. Ci si mette in cammino per le strade del quartiere. Posti sconosciuti e nuovi, posti conosciuti e comunque nuovi. Cerco di tenere il passo di qualche amico, giusto per sapere di aver accanto qualcuno che possa segnalarmi la pagina giusta del libretto dei canti o eventualmente tradurmi qualcosa perché io possa capire (capire … che pretesa! Ancora …!!!). Poi succede che … non siamo neanche alla prima stazione (in totale ce ne sono 16, giustamente) e un bimba si mette al mio fianco. Inizia a tenere il mio passo, senza timore di accostarsi. È attenta e seria, canta, partecipa. Porta con se una borsetta di stoffa da cui spunta il tappo di una bottiglia d’acqua. Mi sorprende, continua a star con me … Penso sia perché abbia voglia di leggere le parole dei canti, così allungo il libretto, in modo tale da condividerlo. Lei, con dolcezza, sfoglia le pagine e con un dito mi indica a che punto siamo. Mi sorprende, continua a star con me … Penso sia il caso di chiederle almeno come si chiama e presentarmi. Sara. 


Sara ha camminato con me tutto il giorno. Mi sono chiesta perché mi sia stata mandata. Sara è stata il mio Simone di Cirene e la mia Veronica. Sì, in effetti, mi ha aiutato a portare la mia croce con la sua tenera e premurosa compagnia. “Mi ha asciugato le lacrime”: quando ha pulito la mia gonna sporca per la terra, quando ha soffiavano sulle mie braccia di un rosso sempre più acuto per via del sole, quando ha sistemato il fazzoletto con cui cercavo di riparare il coppino già troppo ustionato, o quando ha retto l’ombrello nel momento in cui ho avuto bisogno di liberare una mano e prendere dell’acqua. Sara mi ha tenuto per mano. Silenziosa e attenta Sara mi ha dato forza, mi ha fatto tenere lo sguardo alto e il cuore aperto, impedendomi di bloccarmi alla fatica, al caldo, al sudore, alla polvere, al tempo, alla follia, alla mia umana spossatezza e debolezza.


Poi è stata la volta della veglia pasquale. Arriviamo alle 21 di sabato sera. Il popolo di Kongowea è radunato nel grande campo della parrocchia. Sta per essere acceso il cero pasquale e tutti stringono in mano una candela. Davanti all’ingresso della chiesa la luce del cero raggiunge tutte le piccole candele: è un tripudio di fiammelle. Poi … la corsa. Incuranti del pericolo di quelle piccole fiamme tutti spingono con forza per cercare di avere un posto. Questa volta la chiesa è davvero stracolma. Decido di sedermi per terra, senza farmi troppi problemi. Evidentemente per loro è un problema … Rifiuto l’invito della sicurezza di sedermi sulla panca, al posto di due ragazzi che son stati fatti alzare (perché mai? con quale ragione dovrei prendere il posto di due ragazzi? Solo perché sono una madame bianca?). Rifiuto un secondo invito a sedermi sull’angolo di una panca togliendo la comodità ad un padre di famiglia che tiene in braccio il suo figliolo. Arriva il signore della sicurezza, di nuovo; questa volta non posso rifiutare: ha portato una sedia solo per me. Così mi siedo, nell’angolino, sulla mia sedia e ascolto. La stanchezza si fa sentire. Gli occhi si chiudono. Le candele si spengono. Fatico a seguire. Mi addormento un po’. Poi ritorno. Le lancette scorrono. Usciamo alle 2:30 passate dopo una danza di gioia e festa al ritmo del coro da stadio: “Happy easter, shalalala. Happy easter, sha…lalallala. Happy easter, shalalala. We Wish u an happy easter! Sha…la..la!”


Pensate sia finita? Eh no! Domenica mattina alle 8 ci aspettano i giovani per la messa. Ci avrebbero chiesto di arrivare alle 7:30 per provare i canti, con il coro. Arriviamo puntuali per l’inizio della messa, che per fortuna inizia con una ventina di minuti in ritardo (ogni tanto ci sguazziamo proprio in questi tempi africani). Bello sedersi e cantare nel coro con i giovani … è un po’ sentirsi a casa, è qualcosa che rende felici! E come ha detto il nostro amico Ooga alla fine della celebrazione: “quando uno è contento sente meno la fatica”.

Così si chiude questo intenso triduo africano. Si torna a casa pronti a celebrare la Pasqua con un tuffo in mare e in piscina, prima di rilassarsi all’ombra delle palme. Si torna a casa con un cuore coccolato, ancora proteso ad afferrare la gioia di questa resurrezione tenendo in mente la domanda che Father Mwashigadi ha lasciato aperta alla fine della sua animata omelia: da quale sepolcro esci? Da quale morte risorgi tu, oggi, con Cristo? Si torna a casa avendo in mente quegli angoli nascosti di Mombasa che abbiamo attraversato a piedi durante la via crucis, perché Gesù risorto viene a dire a tutti, soprattutto a loro che vivono in mezzo alla spazzatura, che lottano ogni giorno per sopravvivere e trovare un pezzo di pane, che sono amati, voluti e desiderati, ovunque! La croce è amore e messaggio di salvezza che ti dice: “tu non sei spazzatura!”


Che ogni giorno sia Pasqua, 
che ogni giorno il suo Amore 
ci aiuti a risorgere e risplendere! 
Pasaka njema a tutti 😊

martedì 27 marzo 2018

LE PALME di MOMBASA

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FAITH BEFORE FEAR

Domenica anche noi a Mombasa abbiamo celebrato la Domenica delle palme; l'ufficio per la pastorale giovanile ha organizzato una processione e una messa con tutti i giovani dell'Arcidiocesi di Mombasa. Quale modo migliore per aprire la Settimana Santa, una enorme folla di giovani, qualche bambino e qualche famiglia che si sono riuniti alla Makupa Primary School in attesa del Vescovo e per la successiva benedizione delle palme.
In un passamano i ragazzi hanno iniziato a far girare le foglie di palma fino a quando ognuno ne aveva una da reggere.
C'era chi la sventolava, chi invece l'ha usata per costruirci una croce, chi semplicemente la teneva alta come una bandiera.
Dopo la preghiera del Vescovo Martin la folla si è trasformata in un lunghissimo serpente che si è fatto strada per le vie di Mombasa, passando anche dalla grande rotonda che porta alla strada per Nairobi e bloccando per una mezz'ora il traffico.

La processione attraversa la grande rotonda di Makupa

I giovani in processione che bloccano il traffico di Tudor

La processione che avanza verso il centro pastorale

Tra le macchine, i tuk tuk, i matatu, i carretti e le persone ai bordi delle strada sedute ai negozietti c'era chi ci guardava sorridente ed incuriosito, chi si lamentava perché stavamo creando disordine, chi ci scrutava con uno sguardo accigliato probabilmente chiedendosi quale fosse il senso di tutto questo.
Sì perché a Mombasa non è scontato essere cristiani, non é nemmeno scontato essere cattolici e soprattutto non è scontato che una folla di giovani blocchi il traffico di una città fondamentalmente musulmana per celebrare l'arrivo di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della Settimana Santa.
Per me è stata un'emozione grandissima, poter essere parte di questi giovani che fieri della loro fede hanno attraversato senza paura le strade della città, cantando, quasi correndo per essere in testa alla processione e indossando maglie con i messaggi più disparati, dal "Proudly Catholic" al "Keep calm and sing", dal " Faith before fear" al " Don Bosco pray for us".


Alla fine questa folla rumorosa e accaldata (domenica c'erano 33 gradi, percepiti 50!!!) si è riunita al centro pastorale dove abbiamo celebrato la messa, completamente animata e preparata dai giovani, che hanno cantato, ballato, pregato, portato offerte all'altare, tutto con una grande gioia che era davvero palpabile e che ti coinvolgeva naturalmente.
Durante la messa, poi, il Vescovo ha parlato di pace, di accoglienza, del compito della Chiesa di accompagnare i giovani sulla giusta Via, delle tentazioni che li circondano e mi è sembrato proprio di partecipare a una delle tante messe italiane dove si parla dei giovani (e a volte non AI giovani), posto diverso, ma stesse sfide e stesse speranze...forse un po' più di giovani all'ascolto, anzi, tolgo il forse, molti ma molti più giovani!

Alcuni giovani della parrocchia di Kongowea

Ora tutti noi abbiamo raccolto e conservato le parole del Vescovo e la gioia di questa domenica per prepararci ai tre giorni di celebrazione della passione di Cristo, pronti a farla riesplodere la domenica di Pasqua!!!!




P.s. A Pasqua ci sarà il mio debutto con il coro giovanile di Kongowea, è da due settimane che ci prepariamo provando tutti i giorni della settimana..canti in kiswahili e ritmi incalzanti....Non vedo l'ora!!!!hahahahahaahahha


Chiara Galla


martedì 13 marzo 2018

Hakuna ma ...

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- per non rimanere senza pensieri! - 


La Disney con il suo celeberrimo "Re leone" ha insegnato a tutti noi che Africa vuol dire "hakuna matata, senza pensieri". Io, nel mio piccolo, vorrei raccontarvi quello che l'Africa è davvero e ... soprattutto quello che è capace di insegnarti, senza risparmiarti a volte pugni nello stomaco. 

Ci sono persone, come te, con i tuoi stessi diritti, che abitano in case di paglia e fango e sterco, che camminano 12 ore per recuperare appena 1 barile d'acqua, pari a 20 litri. 

Vitengeni - Kilifi County
Ci sono famiglie, quindi almeno 10 persone, che consumano circa 7 jerricans al giorno, vale a dire 140 litri, per tutto: faccende domestiche, cibo, cura personale, bestiame. Facendo un rapido calcolo equivale a meno della metà di quello che in Italia consuma una sola persona


Le donne di Mtepeni
Ci sono luoghi, nell'entroterra della costa kenyana, non molto distante dalla più rinomata Malindi, dove le tubature dell'acqua non arrivano, i fiumi spariscono e ... si spera che i "water pans" non asciughino. Queste "padelle d'acqua" - letteralmente - altro non sono che stagni dove viene fatta convogliare l'acqua piovana che, finché non evapora per il caldo, rimane una risorsa preziosa. Tanto preziosa quanto sporca. 


Un grandissimo water pans 
Questo bacino sembra anche bello da lontano, ma immaginatevi di bere e usare solo quest'acqua come risorsa ...
Alle sponde di questi bacini accorrono le bestie, vacche e capre. Alle spende di questi bacini accorrono i bambini, le donne del villaggio, gli uomini. Prendono acqua, la portano a casa, la bevono. Così com'è, sporca, stagnante ...  

Immagine di Novembre 2017, quando ancora era visibile il buon effetto delle piccole piogge e la qualità dell'acqua
Ci sono anche metodi di depurazione. L'acqua si può trattare e pulire. Alcuni metodi sono davvero economici, basterebbero le foglie di Morninga, o i filtri - ma questi già son troppi costosi per qualcuno. Allora si beve così. E capita anche di trovare chi ti dice "si so come depurarla ma non lo faccio". Lo stupore e lo sconcerto allora fanno capolino. Se cerchi di capire perché, con qualche domanda in più, la risposta ti lascia di stucco: "se la depuro, non ha più sapore". Già ... il sapore della pioggia, della terra, dei batteri ... Ah, come è difficile contemplare alcune scelte tribo/culturali!

Ci sono luoghi dove l'acqua delle "pipes line" non arriva, altri dove ci sono le tubature, ma se apri il rubinetto scende qualcosina giusto per 3 ore, le successive 3 settimane: nulla. Allora l'acqua bisogna andare a comprarla. Così devi spendere soldi. Soldi per riempire i barili e soldi per pagare il trasporto; perchè più di uno sulla testa, non ci sta. 

Inizia il lungo rientro verso casa ...
E son spese, piccole ai nostri occhi, ma più urgenti dei 250 scellini (circa 2 euro) con cui potresti pagare le tasse di un trimestre scolastico di tua figlia. Allora selezioni, mandi a scuola solo uno dei tanti bambini, ovviamente il maschio; tanto le femmine non hanno bisogno di imparare, devono solo sapere gestire la casa, quindi perché farle studiare, perché insegnar loro lo swahili?!?! Ci pensano gli uomini, per "quelle" basta la lingua madre, tanto non devono parlare con gli altri. 

Donne, bambine e bambini
Ci sono posti nel mondo ... 
Dove tutta l'acqua che lasci scorrere mentre ti lavi i denti, sarebbe sufficiente a dissetare i bambini di un villaggio. 
Dove i litri d'acqua che lasci scendere mentre ti insaponi sotto la doccia, sono molti di più del fabbisogno giornaliero di una famiglia che vive in uno dei - troppi - paesi africani che devono fare i conti con la siccità. (Ah già - ma i cambiamenti climatici non esistono! #grazietrump) 
Dove l'acqua che sprechi quando azioni la lavatrice o la lavastoviglie mezza vuota farebbero la differenza nella vita delle persone a cui son negati alcuni diritti fondamentali. 

Dove una volta c'era un fiume ...

<si, grazie, belli i tuoi racconti dall'Africa, ma tanto mica posso mandare l'acqua alla povera gente> dici tu.

<Sono d'accordo, ma, sai, hai una possibilità anche lì, nella tua zona di comfort del ricco mondo occidentale. Il tuo stile di vita può cambiare. Il tuo modo di consumare può essere più responsabile. Il tuo impegno sociale può fare la differenza. Per favore, ricordatelo!>

Dimentichiamoci la Disney, con il suo motto edulcorato... Africa non è solo "hakuna matata". Africa ancora oggi, nel 2018, è soprattutto ... 
"hakuna magi" - niente acqua. 

Cin - cin!


Dopo aver scattato la foto, la donna sulla destra ha aperto il rubinetto: "hakuna magi" mi ha detto ...
... ha preso i suoi barrels ed è partita, alla ricerca dell'acqua.

venerdì 23 febbraio 2018

Haiti. Vade quo vis?

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Sono le sette di sera e il blu si è già mangiato il vermiglio delle case. Il profumo del pane abbrustolito ha appena lasciato spazio al tintinnio delle bottiglie mentre i fanali di un autobus anni sessanta fanno luce sul tram tram del sabato sera. Un timido abbraccio, un saluto. Qualcuno si trascina appresso uno zaino. Un sacco di riso, una gallina, o quella che dovrebbe somigliare a una valigia. Si parte. Haiti ti strappa il cuore, me lo avevano detto. 

Haiti profuma di Antica Roma. 
Perché lo schiavo, per essere liberato, veniva condotto per mano. Vade quo vis, gli diceva il padrone, Vai dove vuoi. E gli lasciava le dita. Per modo di dire, perché uno schiavo manomesso – così si chiamava - non era poi così libero di andare dove voleva. Era guastato. Un asinello sciolto sorvegliato a vista per drizzargli la via. 
Anche tu sei un po' come quello schiavo, nemmeno tu puoi andare dove vuoi. Il tuo passaporto te lo impedisce. Io, col mio bel documento rosso Borgogna, potrei andare ovunque senza chiedere un visto. Tu no. Haiti mi fa pensare all’Antica Roma, non te l’ho mai detto...

Qualcuno dice che il creolo sia una lingua povera, scarna di parole. Io credo piuttosto sia una lingua ricca, che ti fa andare al cuore. Ti fa vedere se hai capito, se sai andare all'essenziale. Anche con le persone.
Ecco, tu me lo hai insegnato.
Da amica, ti lascio la mano. 
“Viaggi da solo?” “No. Con tutti gli haitiani che se ne vanno in Cile.” Più di centomila solo nel 2017, si dice.
Mi hai preso in giro, come al solito. I migliori se ne vanno da qui. I migliori amici. Le teste migliori. È questa la povertà: Canada, Stati Uniti, Brasile. Qualcuno tenta persino per Guantanamo, infilandosi in una barca, sperando che La Isla Grande gli regali il lasciapassare per Miami. Caronti occasionali che regalano speranze low cost. Ma più che Caronte, il nulla osta per gli Usa pare piuttosto una chimera. 
Ti sei infilato il mio bracciale al polso e sei sgusciato su, su quell’autobus anni sessanta che spruzza kompa e vapore da tutte le parti. Proprio tu te ne vai in autobus per prendere l’aereo, tu che mi hai insegnato a stare in moto come si cavalca un puledro. Tu che mi hai detto che ad andare in moto per le strade di Haiti si impara a vivere, perché è salire almeno in tre che è la strategia per non cadere. Tu che mi hai detto che è cambiato il mio modo di stare in moto da quando sono qui. O forse sono cambiata io, mentre guadavamo pozzanghere che parevano fiumi e ci arrampicavamo per montagne talmente increspate da sembrare un presepe. Forse si dovrebbero pregiare le persone da come sanno stare in moto, mi hai detto, da come sanno incastrarsi agli altri per tenersi su. Bisognerebbe vederle prima insieme su una moto, le persone, e solo poi decidere se ne vale la pena. Anche questo me lo hai insegnato tu.

Tutti ti hanno detto che non è giusto.
“Non perdo un autista, con te perdo molta più gente” ti ha detto qualcuno.
È vero.
Senza di te Mare Rouge sarà più povera. 
Senza le tue storielle, i tuoi proverbi, il tuo sorriso da pubblicità da dentifricio stampato sempre sulle labbra. Senza le tue idee, la tua inventiva. Ma ognuno, dopotutto, ha il suo mar Rosso da attraversare e bisogna pur lasciarti la mano per dirti di andare. Sì, anche se quest’impresa ci sembra assurda. Dopotutto, ogni mar Rosso lo è. 
Che questa possa essere davvero la tua traversata, amico mio.
Che possano sul serio aprirsi sentieri inaspettati per portarti altrove, verso la tua Casa. Verso chi sei. La Casa è la prima cosa che Dio promette all’Uomo, direbbe un mio amico ebreo. Perché "bet", casa, è anche la prima lettera con cui si apre la Torah, la seconda dell'alfabeto. Come a dire che la prima,  invece - il primo passo- appartiene a Dio: è Lui che apre il mare. E allora corri, corri verso la tua Casa promessa, amico mio. Perché si può essere tanto schiavi anche da uomini liberi. Chi non realizza il tesoro che ha dentro non può essere libero, diventa pesante. E allora, non può andare dove vuole.  

martedì 13 febbraio 2018

La ragazza senza un'identità - SCE Mombasa

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Il Lunedì pomeriggio dopo il nostro rientro abbiamo ricominciato con le attività al Mahali Pa Usalama, un Rescue Centre dove vengono accolti bambini e ragazzi allontani dalle famiglie,o perché vittime di abusi o perché provenienti dalla strada. 
Dopo un po’ d'incertezza sull' attività da svolgere, se proporla proprio quel giorno oppure aspettare ancora un po’, alla fine una storia (debitamente tradotta in inglese) ha dato il via alle nostre attività.

Recita così:

C’era una volta una bambina che aveva un nome, come tutti i bambini del mondo: era allegra, vivace e spensierata e andava spesso a giocare in un bel giardino verde. Un giorno lanciò la palla al di là di una siepe e quando andò a cercarla, non la trovò. Cerca qua, cerca là, la palla non c’era: la bambina era stupita e anche un po’ spaventata. Ad un tratto sentì una vocina, in alto: “E’ tua questa bella palla, piccolina?”.
La bambina guardò su e vide un ometto magro seduto a cavallo di un ramo: aveva la palla fra le mani.

– “Certo che è mia. Dammela!” disse la bambina
– “E tu, cosa mi dai in cambio?” 
– “Niente! La palla è mia!”
– “Ma adesso ce l’ho io!”
– “Non ho niente da darti!” disse la bambina
– “Si che ce l’hai: dammi il tuo nome!”.
Pensando che l’ometto scherzasse, la bambina gli disse: “Va bene, te lo do: butta la palla!”. Quello sorrise, lasciò cadere la palla, lei la prese e tornò a casa.
Ma, dopo poco, inizio’ a sentirsi strana. E più strana si senti’ quando si accorse che la salutavano senza più dire il suo nome: poi, pensandoci, si accorse che nemmeno lei lo ricordava. 

– “Mamma, come mi chiamo io?” disse allora la bambina a sua madre. 
– “Tu? Non hai nessun nome!”– disse la mamma. 
La bambina andò a guardare i suoi libri, i suoi quaderni, i suoi giochi e vide che non c’era nessun nome. 
– “Tu, scendi a fare merenda!” gridò la mamma di sotto. 
«La mamma mi ha sempre detto di non chiamare nessuno con un Tu…l’avrà fatto proprio perché io un nome non ce l’ho più…» pensò con tristezza. Allora, piangendo, la bambina prese la palla, andò al giardino e si fermò proprio sotto l’albero. L’ometto era ancora lassù, con la mano chiusa e sorrideva. 

– “Ridammi il mio nome! Ti darò la palla, se vuoi!” gridò la bambina. 
– “Tieniti la palla, piccolina, e anche il tuo nome: e un’altra volta, non darlo a nessuno, capito?”.
L’omino aprí la mano; all’improvviso la bambina ricordò di chiamarsi Antonella e si mise a saltare per la gioia! Corse a casa e la mamma le chiese: 
– “Dove sei andata, Antonella?”
– “Avevo perso una cosa importante, mamma” disse la bambina e lo disse così seria che la mamma le diede un bacio di quelli che fanno rumore.


Roberto Piumini – estratto dal libro “C’era una volta, ascolta”


Una volta terminata la lettura della storia, abbiamo chiesto ai bambini cosa avevano ascoltato … timidamente prima a voce molto bassa, poi con più coraggio abbiamo ripercorso insieme tutti i passaggi della storia. E allora era arrivato il momento di chiedersi: "ma un nome è davvero così importante?", "sì, certo!"; "a te piace il tuo nome?", "si mi piace molto" è la risposta di tutti. "Allora siamo tutti d’accordo che il nostro nome è bello e importante …. ma perché?"; un po’ di silenzio, poi qualcuno dice: "il nostro nome serve per essere chiamati, per non essere solo un TU". "Vero, verissimo … quindi cosa potremmo dire, che il nostro nome è bello e importante ed è prezioso per ognuno di noi perché..."; e una delle ragazze più grandi aiuta tutti dicendo "perché ci fa essere delle PERSONE, ci dà un' IDENTITA'!". 

WOW, che bello sentire questi pensieri uscire dalla mente dei bambini e vederli capire e realizzare che sì, avere un nome e’ più che importante: è un DIRITTO di ogni bambino. Così, come attività finale, ognuno di loro ha colorato e decorato il proprio nome, stampato in lettere doppie,con cura e creatività, cercando di renderlo il più bello possibile!




Torniamo a casa contente e soddisfatte dell'attività e lasciamo trascorrere i giorni della settimana che ci vedono impegnate in ufficio. Giovedì torniamo al Mahali e durante la mattinata aiutiamo nelle lezioni scolastiche della mattina che ci inglobano completamente, perché i più piccoli stanno davvero lottando contro addizioni e sottrazioni! Le ragazze più grandi compaiono ogni tanto, non sono in classe perché stanno aiutando in cucina. Così per tutta la mattina non mi accorgo che manca Jo., la ragazza più grande del centro, colonna portante e guida per i più piccoli, aiuto per le mamas e responsabile della custodia delle chiavi: una ragazza sveglia, brava, curiosa e sempre disponibile a giocare con noi e ad aiutarci con le traduzioni in kiswahili."Jo. dov'è?" chiedo ingenuamente alla mama all'ora del pranzo; "Jo. non c'è. E' andata via!". 



"COME??????" pensa la mia testa "non è possibile, non abbiamo nemmeno potuto salutarla, non si parlava che avesse dovuto andarsene a breve…come mai? E poi non abbiamo nemmeno potuto consegnarle il lavoro del suo nome…si era impegnata così tanto!!". Tutti questi pensieri si manifestano in un: "AH, davvero? Come mai?". La mama mi risponde che nessuno lo sapeva, neanche Jo., la Sister le ha detto la sera per il giorno dopo che sarebbe dovuta tornare a casa e lei ha fatto le valigie e se ne è andata. Le domande nella mia testa arrivano ad una velocità estrema…perché se ne è dovuta andare proprio adesso? Ma è stata reinserita in famiglia? E' da sola? E' in un altro centro? Sta bene? Non resisto e cerco di capirne di più andando a chiedere alla consulente del centro. E così ecco la risposta: Jo. è dovuta tornare a Nairobi per cercare di avere i suoi documenti d'identità

Quando Jo. è arrivata al centro nessuno sapeva da dove provenisse e come si chiamasse. Così all'inizio lei ha detto di chiamarsi con un altro nome e di provenire dal Sud Africa, ma poi la suora ha chiesto di lei al governo del Sud Africa e della sua identità non c'era traccia … era ovvio che non provenisse da lì e che quello non fosse il suo vero nome.

"Ma come, penso io, lei, Jo., la ragazza così brava e affidabile che abbiamo conosciuto che mente sulla sua identità e sulla sua origine?!". Forse un motivo per mentire lo aveva … 

Scopriamo che investigando e facendole molte domande mirate la suora ha capito che Jo. arrivava da Nairobi, da una famiglia molto povera che viveva in strada in una delle baraccopoli di Nairobi. Ora Jo. è dovuta tornare là, a Nairobi, per cercare di ottenere un documento d'identità che le permetta di affrontare gli esami scolastici (senza documento d' identità ti viene negato l'accesso) e trovare qualcuno che le sponsorizzi gli studi e le permetta dunque di tornare a scuola.
E qui un'ultima domanda mi sorge spontanea: "ma Jo. è da sola o c'è qualcuno che la aiuta in tutto questo?". "No, è da sola".

OK, ora io mi immagino Jo., una ragazza di 13/14 anni, che porta sul corpo i segni delle violenze subite e probabilmente nel cuore il macigno di tutto quello che ha passato, da sola, nella baraccopoli, per strada, con una famiglia che non ha niente, nel tentativo di procurarsi dei documenti e un benefattore.
Vorrei correre a Nairobi per aiutarla, cercarla ovunque, chiamarla al telefono, dire alla suora di andarla a riprendere e aiutarla in tutto questo perché da sola non so se ce la farà … ma ovviamente tutto questo è impossibile.
Proprio in quel momento mi torna in mente la storia che abbiamo letto tre giorni prima insieme, sull'importanza di avere un nome, di avere un'identità e mi viene un groppo alla gola … certo che la vita a volte è proprio strana! Chissà cosa avrà pensato Jo. mentre ascoltava quella storia e chissà se potrà esserle d'aiuto nella ricerca della sua identità … io ora posso solo sperare che sia così, pregare per lei e augurarle da lontano buona fortuna!

Chiara Galla  

sabato 10 febbraio 2018

Acqua benedetta: quando il cielo piange … troppo

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Ondata di piena travolge Tiquipaya. La Bolivia, una vita tra il sole e la pioggia.


Quando siamo arrivate a Cochabamba era piena estate. Venivamo dalle prime settimane fredde e umide dell’autunno padano ed eravamo contentissime! Sole, caldo e clima secco: non c’era nemmeno quell’afa che opprime gli agosto di Milano. Siamo però oltre i 2500 m di altezza: maniche lunghe, cappellino e ricerca incessante dell’ombra sono diventati presto d’obbligo, pena scottature e mal di testa.

Di colpo tuttavia, all’inizio di dicembre, l’estate finisce, il cielo si copre di nuvole e inizia la pioggia.


“Sta piovendo” diciamo con aria mogia entrando in ufficio. “Sì, sta piovendo! Hai visto che bello?!”, ci rispondono.

Eh sì, qui l’acqua è una benedizione. Si prega perché piova e quando il cielo si apre e bagna valli e montagne si ringrazia la Madre Terra. In un paese che può soffrire di lunghi periodi di siccità, si attende con ansia l’arrivo della stagione delle piogge.


Quando torniamo dall’Italia, dopo un mese, sta ancora piovendo. Questa volta però è strano: sta piovendo troppo. Gli acquazzoni dovrebbero essere quasi terminati e invece continuano per giorni, senza interruzioni.



Presto torrenti e fiumiciattoli che avevamo visto solo in secca si colmano e alcune zone vicino a Cochabamba vengono allagate: Vinto, Tiquipaya, Colcapirhua, Omereque … piccoli comuni dove l’acqua dei ríos si accumula e trasborda. Si accumulano spazzatura e tronchi d’albero che tappano i passaggi, si incastrano sotto ponti troppo bassi, e gli argini non reggono più.


Cumuli di macerie,
Tiquipaya, 7 febbraio 2018

Assieme a Cochabamba tra il 3 e il 4 febbraio hanno sofferto anche i dipartimenti di Potosí, Tarija, Beni e La Paz, con oltre 10.300 famiglie colpite. "Se prevé un segundo golpe de agua previsto para la próxima semana. Es probable que haya una nueva inondación en el trascurso de siete días, pero no será como la anterior semana, será menor," ha commentato il Ministro della Difesa Javier Zavaleta.


Alle 5 di sera di mertedì 6, tuttavia, un’ondata di piena è scesa lungo il río Taquiña, travolgendo il municipio di Tiquipaya, già toccato dalle precedenti esondazioni. Molti sono tuttora i dispersi, mentre ad oggi si contano quattro morti. Di molte case si vede solo il tetto o il primo piano, mentre alcune sono state spazzate via dall’acqua.




Case sommerse dalla piena
Tiquipaya


C’è lodo, fango, ovunque. Quando arriviamo il giorno dopo per vedere di cosa possano aver bisogno le persone le ruspe stanno spostando montagne di detriti e la gente si stringe lungo le pareti delle case salve, senza dire niente. Alcuni spalano, le gambe affondate nel fango. Alcuni trasportano i mobili ancora intatti nei giardini delle case più vicine.




Recupero di mobili dalla piena
Tiquipaya


Una strada coperta di terra e acqua segna quello che è successo: da una parte macerie, fantasmi di case e di abitazioni, dall’altra edifici che sono stati appena accarezzati dall’ondata. Pochi metri e cambia tutto. Pochi minuti e riesci a metterti in salvo o no.




Strada sommersa dal fango
Tiquipaya


Un bambino che si è attardato a scappare per salvare il suo cane risulta ancora disperso.
Basta davvero poco, abitare in una zona di una città piuttosto che in un’altra e il tuo mondo crolla o rimane in piedi.


Nella notte seguente la vicina Ciudad del Niño, che accoglie bambini che non possono stare con le proprie famiglie e che sono soli, è stata evacuata: bambini, volontari e operatori hanno dormito al Seminario San Luís, in una zona più sicura.


Si sono organizzate le prime donazioni.


E adesso … aspettiamo che smetta di piovere. Spaliamo. E poi preghiamo per poter ricostruire.




Onda di fango portata dal río Taquiña



Chiara


Fonti:
Municpios esperan que baje el nivel de agua para evaluar los daños, Los Tiempos, 5 febbraio 2018
Río de lodo en Tiquipaya se lleva un puente, derriba casas y deja heridos, Opinión, 7 febbraio 2018

giovedì 8 febbraio 2018

Art. 205 del codice penale: in bilico tra riforma e (ri)elezioni

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Modifica del codice penale: un passo indietro per ricandidarsi?


Eccoci di nuovo qua! Siamo arrivate a Cochabamba la scorsa settimana e correvamo il rischio di non riuscire ad uscire dall'aeroporto per la minaccia di scioperi e proteste.
Alla fine è andato tutto bene, neanche l'ombra di un bloqueo in giro!

Ma cos'era successo?

Il 23 novembre il senato aveva approvato una riforma che andava a modificare oltre 650 articoli del codice penale, toccando diversi settori. La modifica più eclatante aveva riguardato l’art. 205, che aveva subito suscitato proteste e scioperi da parte del personale medico: si prevedeva infatti l'introduzione di nuove sanzioni per chi, nell’esercizio della sua professione, avesse causato danno alla salute o all’integrità fisica di un’altra persona per negligenza, imperizia o inosservanza dei protocolli. In caso di danno per uno di questi motivi si prevedevano forti pene pecuniarie e, in alcuni casi, fino a sei anni di carcere. Secondo i medici, che sono stati per molti giorni protagonisti di bloqueos in tutto il paese, questo articolo violerebbe in parte la Costituzione, limiterebbe il diritto al lavoro e non consentirebbe un’effettiva riparazione del danno da parte degli stessi qualora venissero privati della loro libertà.

Questo in un paese dove la sanità è per molti inaccessibile e manca un sistema capillare di prevenzione.


Sciopero dei medici: blocco delle strade del centro di Cochabamba.
- Dicembre 2017 -

Quando avevamo lasciato la Bolivia c'era qualche bloqueo in giro, ma alcuni pensavano che le richieste di contrattazione con il governo non sarebbero durate ancora a lungo: la classe medica è comunque un’élite rispetto alla maggior parte del popolo, il vero cuore e propulsore delle proteste in strada. Lo sciopero dei medici avrebbe potuto inoltre portare a uno scontento tra la popolazione, che non trovava più dottori e infermieri negli ospedali.


Cartelli per lo sciopero dei medici negli ospedali
- Ospedale di Quillacollo, periferia di Cochabamba -


"ESTAMOS EN HUELGA GENERAL INDEFINIDA EN TODO EL PAIS"


"NO AL ARTICULO 205"


Questo si leggeva all'ingresso di molte strutture sanitarie a partire da dicembre."Siamo in sciopero generale indeterminato in tutto il paese". "NO all'articolo 2015". 

Si rispondeva solo alle emergenze.

All’inizio di gennaio sono però scese in piazza anche altre categorie. Camionisti - contro la modifica dell'art. 137, con cui si aumentavano le pene per l'omicidio colposo con mezzo di trasporto -, giornalisti - contro gli art. 309, 310 e 311, lamentando una limitazione della libertà di stampa e di espressione -, commercianti, ambientalisti e altri. Anche dei gruppi religiosi hanno contestato questa riforma, in particolare protestando contro l'art. 157, che ampliava la possibilità di abortire legalmente, e l'art. 88, rispetto al quale anche la Conferenza Episcopale Boliviana ha preso una posizione.

Nella nuova formulazione l'art.88, articolo contro il traffico di essere umani, inasprirebbe le pene - includendo la possibilità di incarcerazione da sette a dodici anni - per chi "trasporti, trasferisca, privi di libertà, ospiti o riceva persone" per una serie di finalità. Tra queste vi è anche il "reclutamento di persone per la loro partecipazione a conflitti armati o in organizzazioni religiose e di culto". In questa sua parte tale articolo è stato considerato dalla Conferenza Episcopale una minaccia contro la libertà religiosa, nonché contro le attività missionarie. 


Sciopero generale contro la riforma, centro di Cochabamba
- Gennaio 2018 -


Giovedì 11 gennaio, in occasione del passaggio del Rally Dakar a La Paz, coloro che si opponevano a questa riforma hanno manifestato assieme ad altri gruppi. Tra questi hanno preso parte alle proteste anche quelli contrari alla recente sentenza del Tribunal Constitucional che stabilisce la possibilità per il Presidente Evo Morales di ricandidarsi al suo quarto mandato.

Secondo la Costituzione un presidente potrebbe ricandidarsi per la stessa nomina per non più di due mandati. Già in passato si era già fatta eccezione a questa norma, essendo attualmente Evo Morales presidente per la terza volta. Questa nuova sentenza del 28 novembre 2017, tuttavia, rimuove ogni limitazione alla possibilità di ripresentarsi alle elezioni.

Questo accade nonostante l'esito del referendum del 21 febbraio 2016: il MAS - Movimiento Al Socialismo -, partito di Evo, aveva infatti indetto allora un referendum in cui si chiedeva alla popolazione se fosse favorevole o contraria alla modifica della Costituzione, per permettere ricandidature oltre i due mandati. Avevano vinto i NO, ma la sentenza del Tribunal Constitucional va oggi contro tale manifestazione di volontà popolare.

All'inizio della scorsa settimana il governo ha deciso di riconsiderare la riforma del codice penale, motivo per cui el paro general di martedì 23 era stato sospeso. Mercoledì 24 alle 4.00 di mattina, dopo 11 ore di dibattito la Camera dei Deputati ha approvato a Legge 001 che abroga la riforma del codice. Nel pomeriggio anche la Camera del Senato ha votato all'unanimità lo stesso progetto di legge e lo ha rimesso all'Esecutivo perché lo promulghi a sua volta. 

La riforma del codice penale, che tanto ha suscitato clamori, sembra quindi essere giunta al termine. Alcuni deputati hanno sostenuto che il motivo di tale manovra sarebbe in realtà tentare di smorzare un clima di tensione al quale si stavano aggiungendo gli oppositori alla rielezione del presidente Evo Morales. 

Se adesso potrebbero calmarsi le acque, non si sa invece cosa accadrà tra il 2018 e il 2019, anno di nuove elezioni. Intanto martedì 30 gennaio i rappresentanti dei Comitati Civici di tutto il paese hanno deciso di indire un paro nacional previsto per il prossimo 21 febbraio, anniversario del referendum del 2016, per protestare contro la sentenza del Tribunal.

A noi non rimane che prendere un bel respiro e stare a vedere: la Bolivia è imprevedibile!

Chiara


Fonti:
ALP abroga Código Penal en bochornosas sesiones, Los Tiempos, 25 gennaio 2018
Leyes justas al servicio del bien común, Comunicato della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Boliviana, La Paz, 9 gennaio 2018