martedì 19 settembre 2017

L’attesa di Irma: “L’uragano come un aquilone”





Erano almeno dieci giorni che l’aspettavamo e alla fine è arrivata. Puntuale, molesta, indiscreta.
Soprattutto puntuale: una qualità piuttosto rara da queste parti. Qualcuno l’ha ribattezzata “il Mostro” ma ad Irma - una pancia grossa quanto mezza Italia - non è sembrato importare un granché. Del resto, una il cui nome significa “potente” non deve crucciarsi troppo degli appellativi.
Un giovane haitiano ne ha fatto l’effige sul muro della parrocchia. Un mare nero impastato di vernice sotto un cielo cinerino sbavato di rosso. Forse perché l’arte sbeffeggia le paure e a metterle su un muro pare metterle in prigione. Dopotutto ognuno, all’arrivo di un uragano, si prepara come può.
Qui a Mare Rouge, stamattina, ci sono quasi tutti: le peyizan coi loro fazzoletti di cotone, misye Fabien col suo cappello di paglia Josline, col suo sorriso perlato di sempre e col suo unico vestito color tabasco. Persino Anne, la signora che macina mais lungo la strada, ha deciso di continuare ad imbrattarsi con le sue nuvole di farina. Pure oggi. Oggi che viene Irma.
Janel e Peter, 7 e 8 anni, setacciano il paese alla ricerca di un sacchetto di plastica. Perché qui non ce l’hanno mica. E poco importa che stia arrivando Irma: loro vogliono farmi un aquilone. Qui, dove nessuno ti regala nulla e ti fa pagare di più per il colore dei tuoi soldi. Qui, dove flotte di bianchi hanno insegnato alla gente il ritornello del chiedere-ricevere quasi fosse una filastrocca. “Davvero è un regalo?” chiedo sorpresa brandendo l’aquilone. “Sì, è un regalo.” “Per me?” “Per te. Devi portarlo in Italia, così ti ricordi di noi…”
Gli Stati Uniti riceveranno Irma in pieno, si dice, Haiti verrà interessata solo di striscio. Il paese più ricco e quello più povero dell’emisfero, uno stato presente ed uno assente. Uno in cui si svuotano supermercati uno in cui la gente mangia a malapena, figuriamoci se può fare scorte per un uragano. Perché qui i contadini vengono avvertiti col megafono ed è il parroco a dire alle persone di starsene al sicuro. Se sicuro si può dire. Persino noi attendiamo Irma con un buco nel tetto.
Qui, dicono, la gente è abituata ad aspettare le tempeste. I venti tropicali non si sa mai dove vanno, spiegano tutti, possono colpirti ma pure andarsene altrove. Pa konnen, dicono, non si sa. Del resto,  proverbio haitiano vuole, “è solo il coltello a conoscere il cuore della patata”. Come dire che sono i tempi difficili a rivelare di che pasta sono fatte le persone. E qui tutti aspettano: placidi, stoici, impassibili. Si vede come sei dalla qualità della tua attesa.
Oggi è l’8 settembre e Irma si è spostata un po’ più su. Più su del previsto.
“Dio ci ha protetto” mi dicono tutti nonostante la paura. Qualche mese fa un ciclone meno forte aveva spazzato via tetti e piantagioni, ma stavolta Irma-la-potente li ha risparmiati. “Siamo tutti vivi. L’orto puoi ricostruirlo - mi dice il Responsabile della Caritas di Mare Rouge - ma la gente no.” Diversi ringraziano la Madonna, che ha protetto Haiti nel giorno della Sua festa. “L’uragano è come un aquilone - commenta con me il direttore di una scuola - È Dio che decide dove va, è Lui che tiene il filo”.
Janel è lì a due passi, che gongola sull’ingresso della sua casetta di marzapane. Non ho il coraggio di dirgli che il suo regalo si è rotto. Colpa mia, che non so guidare gli aquiloni nemmeno da fermi, e per mettere il mio al riparo l’ho solo danneggiato.  
 “Tieni - mi dice Janel allungando all’improvviso un braccio da dietro la schiena - Ti ho fatto un altro aquilone…”
Getto un’occhiata sorpresa ai campi attorno, pieni di fango e spazzatura: Irma-la-potente ha riempito le strade di sacchetti di plastica. Sorrido. Anche lei, infondo, ci ha lasciato qualcosa.


Nessun commento:

Posta un commento