mercoledì 22 agosto 2018

Mombasa. In viaggio verso la vittoria!

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Giorno: 17 agosto 2018 partenza prevista ore 14:00, partenza africana 17:00 (ormai non ci si stupisce più di nulla). 
Mezzo di trasporto : un 'pullman' del dopo guerra, che avrebbe dovuto contenere la metà dei cristiani ma in realtà ne conteneva il doppio. Ci saliamo acclamati dai nostri amici di kongowea. 
Partiamo. Prima però una preghiera per chiedere al signore di proteggerci in questo viaggio (della speranza). 
Molto 'pole pole' percorriamo la strada, e dopo numerose curve, motore che si spegne in salita (ah il freno a mano non esiste, si scende e si piazzano sassi sotto le ruote)  e  autista che si abbiocca mentre passiamo difianco ad un burrone, arriviamo vivi. Qualcuno lassù ha guardato giù. 
Ah piccola precisazione non da sottovalutare: orario d'arrivo previsto 20:00, orario d'arrivo effettivo 23:30.
Ad ogni modo, felici di essere ancora vivi, scendiamo dal bus, baciamo il terreno ma subito percepiamo qualcosa di strano.. ma quanto freddo fa?! La domanda sorge spontanea: siamo sicuri di essere ancora in Africa?! 
Ci avviamo verso il gate di ingresso, iniziamo le procedure di registrazione ed entriamo. Veniamo spediti nella hall dove i nostri amici iniziano a provare per la competizione del giorno seguente. (Ah particolare non da sottovalutare, è ormai l'1:30 di notte). Alle 2:00 siamo finalmente nel dormitorio, e che dormitorio... Letti a castello scassati che per salirci metterebbero alla prova anche il più bravo equilibrista, materassi con pulci, ciabatte abbandonate sotto i letti e catini ovunque. Nonostante tutto il sonno ha la meglio, cerchiamo di evitare attacchi di insetti con il nostro fedele compagno BioKill, ci infiliamo nel sacco a pelo e, bardati come delle mummie, prendiamo sonno. 
Ora 5:30 suona la sveglia. Ci concediamo una doccia gelata per svegliarci, ci infiliamo in vestiti pesanti e iniziamo la giornata. La nostra presenza non passa inosservata, 10 wasungo in una marea di kenyani.
Il tempo trascorre in armonia, tra risate e applausi, tifi sfegatati e striscioni. Non ci sentiamo e nemmeno ci considerano come 10 volontari italiani, ma anche noi ormai siamo i rgazzi di Kongowea. Finiscono entrambe le competizioni, sia di drama, che di canto e inizia l'attesa per il verdetto. 
Nel frattempo perché non ballare un po' ?! Che strano, qui non si balla mai! (Sono ironica ovviamente. In kenya la gente passa più tempo ad ascoltare musica e a ballare che a mangiare.) 
Noi italiani di Kongowea veniamo chiamati sul palco e iniziamo a izzare la folla con i nostri balli di gruppo. Subito i nostri amici ci seguono a ruota. Un momento indimenticabile. I sorrisi dei ragazzi, i mille occhi puntati addosso. Persone provenienti da tutto il distretto di Mombasa vedono per la prima volta nella loro vita 10 wasungo ballare insieme a 40 kenyani di kongowea. Il pubblico è in delirio. Iniziano a farci foto e video che probabilmente finiranno su tutti i social africani.
Ore 21:00 il verdetto è pronto! Si inizia con la calssifica per la gara canto. Risultato buono ma nulla di eclatante. Ora tocca alla classifica del drama e, rullo di tamburi, portiamo a casa : 
1 primo premio categoria play
2 premio per il miglior attore
3 primo premio categoria single 
4 secondo premio  categoria narrative
5 premio per il miglior decanato
Siamo ai Nazionali!!!! 
Malindi arriviamo!

Federica


Nairobi. I cinque sensi

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Ho pensato a lungo a come poter descrivere tutte le emozioni e le sensazioni che ho vissuto durante questo mio viaggio in Kenya e sono giunta alla conclusione che farlo attraverso un racconto sarebbe per me impossibile, perciò preferisco limitarmi ad esprimere tutto ciò che i miei sensi hanno percepito senza seguire un filo logico o un nesso razionale. 

L’olfatto
Senz’ombra di dubbio il senso più tirato in causa in questo viaggio. L’odore delle strade gremite di gente che sbuca da ogni dove, l’odore della terra rossa che si alza al nostro passaggio e ti riempie le narici, l’odore del pesce fritto, che io volevo tanto assaggiare e che per fortuna mi hanno bloccata dal farlo, facendomi riflettere che forse a 400km dal mare non sarebbe stata una saggia scelta. L’odore della pelle del popolo africano, intrisa di sudore e di fatica, il puzzo della colla e del cherosene di cui erano impregnati i vestiti dei ragazzi di strada, bambini fuori ma adulti dentro. L’olezzo delle capre e delle pecore, della loro carne scuoiata e poi cotta nelle bancarelle ai bordi della strada, misto al tanfo dello smog e al fetore della spazzatura che viene bruciata ovunque e in qualsiasi momento del giorno e della notte e che inonda le strade facendo soffocare qualsiasi tentativo di vita della natura. Ma più di tutto ricordo il profumo di incenso, fortissimo, che mi ha invaso i polmoni e si è infilato in ogni cellula del mio corpo, permettendomi per un secondo di dimenticare di trovarmi nel bel mezzo di una baraccopoli nata su una discarica vera e propria.

La vista
Oggi, a distanza di qualche giorno dal mio rientro in Italia, se chiudo gli occhi e provo a ripensare al mio viaggio ecco cosa vedo: un’infinità di colori che spiccano all’interno del mercato di Kahawa West e contrastano con il grigiore delle case e delle strade tutt’intorno,



la vivacità dei vestiti delle donne, le loro treccine, i sorrisi spontanei dei bambini, il verde acceso della natura all’interno del quartiere carcerario di Kamiti, oasi di “pace” nel caos dei quartieri circostanti. Ma non solo, vedo le colline che si sono formate negli anni a furia di accatastare spazzatura e che ormai assomigliano più a montagne, vedo i-pad in mano a ragazzi di strada nel centro di Korogocho, baraccopoli costruita su un mantello di rifiuti, vedo ragazzi dividersi un paio di scarpe durante una partita di calcio, tenendo per sé la scarpa del piede utilizzato per calciare e cedere l’altra al proprio compagno. Ma più di tutto rivedo le lacrime dei ragazzi di Cafasso durante i saluti finali, i loro occhi pieni di tristezza e nello stesso tempo di gratitudine, i loro sguardi colmi di rassegnazione, tormentati dai fantasmi del passato, ma carichi di speranza, di sogni e di voglia di riscatto.

L’udito
Le risate naturali dei bambini, il rombare dei motori degli instancabili piki piki, i canti animati e festosi della messa domenicale, ricolmi di forza e di energia, uniti al batter di mani a ritmo di musica da parte di tutti i partecipanti, grandi e piccini, il tintinnio della monetina con cui l’aiuto autista del matatu batte sul bordo interno per dare i segnali all’autista, le grida della donna della casa a fianco che chiede aiuto, lo scrosciare della tanto desiderata acqua che scorre nel rubinetto, magia che si avvera quando vuole lei, senza avvisare e se ne va nello stesso modo, silenziosamente. Sì, in effetti ricordo soprattutto i silenzi. Il silenzio dei ragazzi di Cafasso mentre mangiano, il silenzio delle guardie del carcere, che usano ben altro rispetto alle parole per insegnare ai ragazzi come comportarsi, il silenzio degli occhi di chi ha sofferto troppo e teme di aver perso le speranze, il silenzio dei giovani nella biblioteca di Korogocho, talmente concentrati sui loro libri da sembrare che si dimentichino perfino di respirare, il silenzio dei cani randagi che pullulano le vie ed il silenzio delle stelle, guardiane del cielo, che illuminano quella parte di terra dimenticata da tutti, quasi anche da Dio.

Il gusto
Il sapore del porridge, un mix di tre farine diverse che sembra avere la consistenza di un semolino più che di un qualcosa da bere, quello dell’ugali, una sorta di polenta che spesso di sapore proprio non ne ha, il fantastico ghiteri, un misto di fagioli e mais che, mangiato semi crudo e senza un minimo di puccia, può essere difficile da mandare giù, soprattutto se in tavola manca l’acqua. Per non parlare della bontà di un buon chapati caldo, di un samosa non troppo piccante o della freschezza di una krest dopo una giornata passata a camminare sotto al sole, ma anche il sapore di quel coniglio che fino a poche ore prima ho visto riposare beato nella sua gabbietta. Ecco, questi sono i sapori che le mie papille gustative non dimenticheranno mai.

Il tatto
Un contatto fisico quanto ci può cambiare? Tanto. Battere i cinque ai bambini che si affrettano a correrti incontro quando vedono un “muzungu”, farsi stritolare la mano ogni volta che si saluta qualcuno, lasciarsi toccare i capelli da piccoli e grandi, che non credono ai loro occhi di vedere capelli così lisci e setosi, mangiare l’ugali con le mani dopo averlo impastato per bene, adagiarsi sui sedili dei matatu, impregnati di storie di vita, e sobbalzare ogni tre per due talmente tante sono le buche nel terreno, farsi la doccia, quella volta che l’acqua decide di degnarsi della sua presenza, scendendo troppo calda o troppo fredda, farsi scivolare tra le dita le minuscole perline con cui i ragazzi di Cafasso si divertono tanto a realizzare i loro “sobri” braccialetti, così piccole da cadere ogni tre per due. Ma più di tutto mi hanno cambiato gli abbracci, e non solo del popolo africano, ma soprattutto quelli scambiati con i miei compagni di viaggio, sconosciuti fino a pochi giorni prima, di cui avevo tanto paura, ma a cui invece mi è venuto naturale voler bene fin da subito.

Qualcuno un giorno ha scritto una grande verità: il mal d’Africa è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’animo. Il mal d’Africa, se è quello vero, è un bene incurabile.

Camilla V.

martedì 21 agosto 2018

Serbia. Cronache da Krnjača

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"Homo quisque faber ipsae fortunae suae".
Dopo 2 settimane di attività nel campo profughi di Krnjača, questa espressione latina continua a rimbombarmi in testa.
Ogni uomo è artefice del proprio destino. Fino a dove arriva la veridicità di questa affermazione?
Sicuramente raggiunge me, giovane lavoratrice italiana con una vita piena di tutte le libertà a cui la maggior parte del mondo occidentale è abituato, e i miei compagni di viaggio, che hanno la possibilità di inseguire i propri sogni in altre città italiane ed europee.
Purtroppo però si ferma alle porte d'Europa, dove profughi provenienti da diverse parti del mondo aspettano con pazienza infinita che qualcosa si sblocchi. A loro non è concesso di costruirsi un destino, pare che non siano meritevoli di un simile privilegio. Loro non possono costruire perchè impossibilitati da forze maggiori, perchè se vivi per mesi o addirittura anni in un campo profughi aspettando (non qualcosa, ma che qualcosa succeda) puoi avere solo sogni, i mezzi per realizzarli non esistono. O meglio, esistono eccome, ma tu non puoi usufruirne perchè qualcun altro te lo impedisce, perchè qualcuno si permette senza alcun diritto di rubarti il posto improvvisandosi artefice del tuo destino. Fino a dove quindi arriva la libertà di un uomo? Fino a dove posso immischiarmi nel destino altrui decidendo quando e come fermarlo? Chi stabilisce che io, cittadine italiana, senza essermi meritata una tale libertà possa costruirmi il mio futuro e che i miei coetanei afghani, iraniani, pakistani, palestinesi e siriani non possano farlo?
Tra poche ore ritorneremo in Italia, alla nostra solita vita, la nostra sì che è una pacchia! Ma Reza e la sua famiglia rimarranno qui, così come tantissimi altri. Come è possibile chiudere gli occhi e dormire sonni tranquilli?

Com'è difficile talvolta accettare di essere testimoni impotenti delle ingiustizie del mondo!
Quanto è difficile dover accettare di non poter fare di più di ciò che si sta già facendo!
Eppure il cambiamento parte dalle piccole cose.
In queste due settimane non abbiamo fatto nulla di speciale, o almeno così ci sembra, ma qualcosa è cambiato a Krnjača: in un luogo di dignitosa desolazione dove bivacca un'umanità sofferente e in perenne attesa, la vita ha ripreso nuovo vigore specialmente per le donne.
Donne per cui il matrimonio e l'essere madre non sempre sono una libera scelta; donne velate e svelate; donne per cui i figli sono eternamente il loro orgoglio e la loro angoscia.
Donne che solitamente rimanevano chiuse nella loro baracca per paura o semplicemente per apatia, a poco a poco hanno cominciato a prendere parte alla vita del campo, ognuna a modo suo.
Come la mamma di A. che ogni giorno partecipava alla gioia dei suoi figli guardandoli giocare dalla finestra della sua stanza e talvolta consigliandoci dei giochi. Come N. una signora afghana che dopo un po' di titubanza ha preso coraggio e si è buttata nella mischia a giocare con i bambini, senza curarsi troppo del suo velo colorato che cadeva o della sua età. Come la madre di J. che l'ultimo giorno ha portato per la prima volta il figlio a giocare assieme agli altri bambini, lasciandosi alle spalle la paura che potesse essere deriso o discriminato e guardandolo, forse per la prima volta, come un bambino normale.
Donne a cui è stata ridata dignità e libertà semplicemente attraverso un trattamento di bellezza casereccio.
Molto probabilmente queste persone si dimenticheranno presto di noi, dei nostri volti, ma spero che in loro rimanga vivo il ricordo di quei momenti di gioia; di quella sensazione di libertà, leggerezza e spensieratezza provata durante questi giorni.


Una storia ordinaria che ha come protagonisti 4 giovani ragazzi pakistani Z, J, A e M, che hanno abbandonato il loro paese, dove la loro esistenza era in pericolo.
Quattro amici da una vita, accomunati dalle stesse passioni: musica e sport, ma anche dalla stessa vita agiata nella loro città.
Accomunati dallo stesso viaggio e difficoltà: un anno attraverso diversi luoghi come l'Iran, le prigioni turche, i confini greci e il breve passaggio in Macedonia, fino ad arrivare qui in Serbia, bloccati.
Non hanno una meta ben precisa. Forse l'Italia, forse la Francia. Raccontano che l'unica cosa per loro importante è stare insieme, come all'inizio del loro viaggio. Non importa dove finiranno, se i loro sogni si realizzeranno; "they are my family". 

Il Sig. R. ....in Iran era un docente universitario, ma qui al campo di Krnjača chi è?
Durante il giorno lo si vede vagare fra le baracche del campo con lo sguardo perso in chissà quale ricordo o pensiero. Al campo vive da solo, non sappiamo se in Iran aveva o ha una famiglia o perchè sia fuggito. Ma al campo gli è stata data un'occasione per tornare ad essere il Professor R.
In una stanzetta della baracca 16, dove agli adulti è concesso uno spazio tutto loro in cui possono fare lavoretti manuali, corsi di lingue o semplicemente giocare a backgammon, il professor R. tiene un corso di calligrafia, la sua passione.
In quei momenti si illumina di nuovo. Scherza con i suoi studenti, li ammonisce se non hanno fatto i compiti a casa e si rivolge a loro chiamandoli "mister" o "miss" come se fosse tornato dietro la sua cattedra.
Il pennarello scorre sulla lavagna guidato da mani ferme e sicure e lo sguardo sia anima di una gioia che sembrava persa.
Si dice che il lavoro nobilita l'uomo, di sicuro permette ad un uomo la possibilità di fare quello che lo appassiona; è uno strumento per ridargli la dignità di essere umano.





Serbia4: Michela, Marianna, Benedetta e Stefano

domenica 19 agosto 2018

Serbia. Nella bolla di sapone

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Come una bolla di sapone. Dopo una settimana di lavoro, adesso che abbiamo avuto del tempo per fermarci e mettere in ordine domande e pensieri, il campo di Bogovadja ci appare proprio così: come una bolla isolata dal resto del mondo, dove anche il tempo scorre in modo diverso. Infatti, a dominare lo scorrere del tempo è l’attesa
Qui tutti attendono qualcosa, chi un visto, chi l’esito di un processo, chi l’occasione giusta per passare una frontiera, e così via. Ma tutti attendono, con la vita che nel frattempo è come congelata, in “pausa”, con la speranza di poter premere “play” prima o poi, magari in Europa.
A Bogovadja si incrociano tanti sguardi e si ascoltano tante storie: c’è qualcuno che cerca di raggiungere il papà, qualcun altro che vuole andare da suo fratello e altri ancora che viaggiano con tutta la famiglia. Tutti fermi ad aspettare.

E’ questa miscela di desideri e storie immersa in un luogo disperso nei boschi della Serbia dove il tempo sembra bloccato a lasciare addosso una sensazione di inquietudine a chiunque passi da Bogovadja, anche soltanto per qualche ora. Perché il campo è bello, immerso nel verde, spazioso, dove i bambini possono giocare, ma… Ma qualcosa non torna. Ogni giornata è identica a quella precedente, scandita dall’attesa.

Tutti fermi ad aspettare.
Intanto c’è persino chi nasce, chi compie gli anni e tra un po’ andrà all’asilo, ma intorno… Tutti fermi ad aspettare.
E ogni volta che una frontiera si chiude, o un visto viene negato, a Bogovadja il tempo rallenta.
Ed è qui che poco a poco iniziamo a intuire il perché del piccolo servizio che ci è chiesto. Perchè le giornate di Dina non saranno tutte uguali se domani potrà fare un nuovo braccialetto con le perline, e quelle di Noman saranno un po’ diverse se settimana prossima potrà giocare il torneo di pallavolo con i suoi compagni… E’ così che, ogni tanto, a Bogovadja il tempo ricomincia a scorrere, anche se per poco.

Claudia, Fabio, Francesco, Giulia, Silvia

(Serbia3)

martedì 14 agosto 2018

Serbia. I Viaggi

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I viaggi non sono stati mai facili come oggi. Paesi prima lontani ed irragiungibili sono ora vicinissimi; culture sconosciute e tenebrose diventano limpide e celebri. In poche ore possiamo attraversare oceani e continenti interi rimanendo seduti sul sedile di un aereo, di un treno o di una automobile. La fatica e gli investimenti di denaro e di tempo che i nostri antenati impiegavano per compiere brevi tratti, vengono oggi drasticamente diminuiti. Possiamo andare dovunque: Australia, Sud Africa, Cile, Stati Uniti, Cuba, Iran, Afghanistan, India; basta semplicemente puntare il dito su un mappamondo roteante ed in breve tempo, con una spesa variabile, possiamo essere nel paese indicato. Non abbiamo ancora la capacità di teletrasportarci ma poco ci manca.


C’è chi viaggia per lavoro, chi per divertimento e chi per turismo; c’è chi sceglie l’aereo, chi la nave, chi il treno e chi, più tradizionalmente, sceglie un’automobile, magari quella degli altri, come due ragazzi conosciuti nella nostra breve visita a Belgrado, partiti da Verona con il sogno di raggiungere il Nepal in autostop. Un viaggio lunghissimo, pieno di insidie ma anche di incontri irresistibili e di posti magnifici da visitare e vivere. Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Bulgaria, Turchia, Georgia, Armenia, Azerbajgian, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e, infine, il tanto agognato Nepal. Un itinerario affascinante da compiere in circa 4 o 5 mesi. Un sogno, il loro, decisamente a portata di mano: basta avere voglia, costanza e tenacia. Un sogno che potrebbe incontrare un intralcio nella burocrazia pakistana che, per rilasciare un visto d’ingresso nel paese, richiederebbe un invito da parte di una persona residente all’interno del paese. Una problematica non da poco, incomprensibile per chi come noi è abituato a viaggiare senza alcun tipo di ostacoli. Non temete, sembrerebbe che questa insidia possa essere aggirata per mezzo dell’intervento della nostra ambasciata, abbastanza influente nella zona.
Anche scegliendo l’autostop, quindi, possiamo visitare centinaia di culture e paesi diversi, potendo così viaggiare per conoscere il mondo nelle sue mille sfaccettature.

Eppure, la realtà del campo profughi di Bogovada ci ha insegnato che non è sempre così semplice. Meglio, è facile per noi, occidentali, viaggiare verso le terre del medio oriente mentre non è certamente semplice per le popolazioni medio – orientali viaggiare verso l’Europa. Nel campo ci sono circa 160 persone: la maggior parte di loro sono iraniani ed afghani; ci sono famiglie, single – men ed anche minori non accompagnati. Ognuno di loro ha deciso di viaggiare verso occidente. Gli iraniani, mediamente più ricchi, grazie ai favori del governo serbo nei loro confronti (non viene richiesto alcun visto d’ingresso), hanno optato per un biglietto aereo diretto verso Belgrado; gli afghani, più poveri, hanno invece attraversato gli stessi territori dei nostri amici autostoppisti, più o meno con le stesse modalità, con la differenza di essere fermati, trattenuti, in ogni singolo territorio da loro attraversato. Tempo del percorso fino in Serbia? Dai 7 ai 12 mesi.
Sono due viaggi difficili ed impervi che richiedono molta pazienza e un ingente investimento economico da parte delle famiglie che partono o che foraggiano il viaggio. Oggi, chi in aereo, chi a piedi, si sono ritrovati insieme nella tappa Serba, forse l’ultima fermata prima del sogno Europa. Il loro sogno, il sogno di garantire a sé stessi o ai loro figli un futuro più dignitoso e sereno, ora è stato bloccato, reso quasi impossibile da quelle frontiere, cioè da quelle linee immaginarie che dividono diversi territori ma che così come sono concepite, creano disparità e sofferenza.

Questo breve testo è il risultato di una riflessione, più lunga e dibattuta, sorta all’interno del nostro gruppo di volontari, l’ultimo giorno, appena prima di prendere il nostro aereo che facilmente ci avrebbe riportato in Italia. Riflessione che vi lasciamo in eredità: perché noi si e loro no?


Serbia 2
Filippo, Giovanna, Stefania, Margherita, Federico


domenica 12 agosto 2018

Georgia. Confessione di 3 cantieristi 🇬🇪

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12 Agosto 2018, ultimo giorno di cantiere in Georgia

Come è giusto, è il momento di fare le presentazioni:

Fabrizio



31 anni. Residente a Londra.

Paola



 24 anni. Residente a Milano.

Antonello



29 anni. Residente a Milano.


Il cantiere è stato scandito da quotidiani momenti di riflessione sul lavoro fatto, sugli incontri che abbiamo avuto e sulla giornata passata, sempre declinando il tutto sul tema dell' "Accogliere, Integrare, Proteggere, Promuovere".

Ogni giorno bisogna considerare sempre il fatto che, teoricamente, ci aspettiamo di essere noi ad accogliere (i beneficiari della casa di accoglienza, i bambini dell'oratorio estivo...), ma in realtà siamo noi ad essere accolti.
Dunque la domanda ci sorge spontanea: chi accoglie chi? Tutto si esaurisce nel cantiere?
Basta scavare un poco nel vissuto di ognuno di noi per accorgerci che le cose sono un po' più complicate di quanto non sembrino:

  • Fabrizio. 31 anni. Residente a Londra. Nato in Italia. Italiano. Immigrato
  • Paola. 24 anni. Residente a Milano. Nata in Colombia. Italiana. Considerata immigrata
  • Antonello. 29 anni. Residente a Milano. Nato a Milano. Italiano. Figlio di meridionali immigrati


In misura diversa, e in tempi diversi, la nostra storia ripercorre la corsa all'identificazione dello straniero: dai picchetti e i manifesti "non si affitta a meridionali", alla necessità della definizione di una identità italiana, fino alle ultime pulsioni scatenate dalla Brexit.

In sintesi, definire chi sia straniero e chi no, capire in che modo accogliere chi parte, chi arriva e chi si sente straniero e isolato nella propria nazione, sono questioni molto complesse. 

Citando don Tonino Bello "Non spetta a me farlo, spetta alle istituzioni: però io ho posto un segno di condivisione che alla gente deve indicare traiettorie nuove; che deve insinuare qualche scrupolo, come un sassolino della scarpa".

Questo può forse bastare, accorgersi che nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa.

Antonello, Fabrizio, Paola.

PS come tutti avranno notato, il post è scritto in font Georgia. Micascemi noi.

martedì 7 agosto 2018

Moldova. Vicini ma lontani: wi-fi gratuito ma acqua dai pozzi

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Prima settimana
Dopo una breve visita a Chisinau, ci siamo diretti al nostro primo villaggio, Volovița. Parola chiave: ADATTAMENTO! Doccia sotto le stelle e bagni da urlo... e che urlo! Però la tecnologia avanza... scuola con Wi-Fi ma acqua presa dai pozzi, lavagne multimediali ma strade sterrate, bambini con l'overboard ma bagni senza fognature.
Siamo stati catapultati in una realtà contraddittoria dove i bambini hanno gli ultimi modelli dei telefoni, ma vestiti e scarpe vecchi e rovinati.
Cellulari di ultima generazione, certo, ma necessari per mantenere i contatti con i genitori "ahi noi" troppo lontani, che spesso si trovano in Italia o in Russia per lavoro.
Ma sospendiamo il giudizio e dedichiamoci ai ragazzi!
La nostra tabăra con i bambini é stata ricca di sorrisi, gioia e divertimento... ma che fatica!
Abbiamo organizzato attività come "jocul mare, "atelier de creație" e soprattutto la mitica "scenetta" (da pronunciarsi: sssssciennèèètttta) insieme ai nostri compagni moldavi.


L'incontro con i nostri coetanei è stato molto intenso e ci ha fatto prendere coscienza su diverse tematiche. Ascoltiamo tutti la stessa musica (la Trap russa però no), abbiamo gli stessi idoli, e condividiamo gli stessi sogni: viaggiare, scoprire, realizzarsi...
Sono ragazzi che crescono con la consapevolezza che nel loro paese non ci sia futuro per loro e che quindi si sacrificano quotidianamente per crearsi, per vivere come vorrebbero, per sentirsi ed essere liberi.


To be continued alla prossima tabăra...

domenica 5 agosto 2018

Serbia. Tempo di ricordarsi

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Il Tempo.
Il tempo corre veloce, tra studio, lavoro, hobby, scadenze, competizioni costanti in un mondo, quello che viviamo noi in Italia, che sembra non voglia mai fermarsi. Il tasto pausa talvolta sembra non esistere.
Il Tempo.
Il tempo cammina lento a Bogovadja per gli ospiti del campo di transito. Un tempo scandito dai pasti, dalle sigarette, dai tentativi di pensare ad altro che non sia il futuro, forse nemmeno il passato, magari partecipando a qualche attività che stiamo proponendo noi volontari assieme agli operatori.
Il Tempo.
Senza vie di mezzo si passa dall'assenza alla totalità del Tempo, da una società a un'altra. Così, senza vie di mezzo, si passa da un mondo a un altro: da un mondo di possibilità, opportunità, scelte a uno in cui la scelta è una: andarsene, lasciare tutto e affidarsi. "Tutti i musulmani inseriscono Dio all'interno delle frasi" mi dice J., padre solo, con suo figlio dodicenne.
Affidarsi. Speranza.
In un mondo in cui le nostre vite sono precisamente calcolate e pianificate al dettaglio, con progetti a lunga, lunghissima data , affidarsi è ormai qualcosa di antico, lasciato ai ricordi di qualche anziano. Il tempo vuoto è un diamante raro.
Al campo il tempo è una lenta tortura. È l'appiattimento, è l'incertezza, la stanchezza, ti ruba più energie di una giornata di duro lavoro.
Il tempo.
Contrasti:in  un mondo che sembra globalizzarsi sempre più, che sembra sempre più essere Uno, esistono mondi così vicini, ma troppo lontani.
Speranza.
Ci sveglieremo forse un giorno e se avremo un pò di tempo, ci ricorderemo di restare umani. Di essere umani, tutti.

Serbia 2

sabato 4 agosto 2018

Georgia. Un cantiere per salvare il mondo? 🇬🇪

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No.
O meglio... quando ci hanno confermato la partenza per il cantiere destinazione Georgia, abbiamo avuto la tentazione di pensare di salvare il mondo, o, quanto meno, il sud del Caucaso! 😅

Noi siamo in una casa d'accoglienza per persone con problemi d'alcolismo e le nostre giornate  sono caratterizzate da differenti attività: dalle pulizie domestiche, preparazione pasti, lavaggio, fino a lavori di manutenzione della casa.

La realtà che ora stiamo vivendo ci fa capire che noi non siamo venuti a salvare qualcuno ma è il nostro essere qui con l' Altro che rende preziosa la nostra esperienza. 

La salvezza è salvarCI con l'Altro

Ma per farlo occorre levare tutti i pregiudizi/filtri che ognuno di noi ha.
... un po' come levare la vernice vecchia da una inferriata arrugginita.



 << Per incontrare davvero l'altro è necessario esser capaci di scrostare quella vernice indelebile con cui abbiamo dipinto i nostri sentimenti. >>

Antonello, Paola e Fabrizio

giovedì 2 agosto 2018

Georgia. Flashmob alternativo 🇬🇪

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.... Ci vorreppe Beppe che ci desse un la..un b, un c ( frase di Fabrizio)

Che cos'è il FLASHMOB Per il gruppo Georgia?

  • Gente che non si conosce 
  • Gente che si trova a chilometri di distanza
  • Gente che non parla la stessa lingua
  • Gente che non sente la musica  ( immaginate di sentire questa canzone
MA... 

Gente che balla in tempi diversi, in luoghi diversi, lo stesso ballo!
Date un'occhiata al video


Questo è solo il nostro piccolo contributo, con l'aiuto dei nostri amici georgiani,per la realizzazione di un flahmob video che possa farvi sorridere!
Noi stiamo condividendo il nostro viaggio!
#sharejourney

Antonello, Fabrizio e Paola
(Se il tag non dovesse funzionare, noi siamo il Cantiere Georgia 💪🏼🇬🇪)